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lunedì 25 novembre 2013

Il vestito a pois.

1948
La mia mamma aveva un vestitino leggero, blu scuro con una balza in basso e il collettino quadrato a pois bianchi piccolissimi, la vita stretta in una cintura di stoffa uguale, che prima di uscire tendeva con cura e due deliziosi sandali che si chiudevano legando un nastrino. Credo che fosse la voglia di primavera a farglielo mettere, quel bel vestito con la gonna sotto il ginocchio, che si era cucito con cura alla sera, pedalando sulla piccola pedana di ferro della Necchi, regalo di matrimonio. Le cose sembravano andare sempre meglio e la guerra, con le ferite e gli strascichi che si era portata dietro, era sempre più lontana. Non doveva più andare a fare la coda al negozio per avere due etti di olio una volta al mese con la tessera e il paese cominciava a produrre a pieno ritmo. Teneva i capelli alla moda fine anni 40, lunghi dietro con i boccoli pieni che si giravano verso l'alto e quella specie di due riccioloni alti che lasciavano scoperta la fronte, un po' come le ragazze del trio Lescano. Prima di uscire per portarmi ai giardinetti di piazza Genova, si metteva un filo di rossetto, vezzo che ha conservato per tutta la vita. Poi magari, facevamo un salto fino in via Dante, se era di pomeriggio a portare a riparare uno dei due paia di calze di naylon che possedeva. L'altro lo aveva indossato, aggiustandosi con cura la riga nera che doveva essere ben diritta lungo tutto il polpaccio. Dovevano essere una cosa preziosa le calze di nylon. Ogni tanto, però, capitava qualche piccolo imprevisto e si formava una smagliatura. 

Allora venivano tolte con cura, messe in un pacchettino di carta e si andava in quel negozietto dopo il cinema, il ben noto Giasòn, che si era guadagnato quel nome dal fatto che, probabilmente, d'inverno non veniva riscaldato. Dentro il negozio a vista sulla strada c'erano un paio di banconi con delle grandi lampade che puntavano verso il basso e dietro, appollaiate su trespoli, delle ragazze chine sulle calze rotte, infilate su appositi sostegni che con uno strumento che terminava con un ago particolare, riprendevano le maglie e ricostruivano la smagliatura. Te la consegnavano qualche giorno dopo, segno inequivocabile che c'era un gran lavoro da fare. L'usa e getta era ancora lontano dall'essere immaginato. Poi facevamo ancora un pezzo di strada. Io mi fermavo a sognare un po' davanti al negozio di giocattoli La fata dei bambini e magari, prima di tornare a casa, allungavamo fino a prendere due fette di farinata che mi sbocconcellavo, tenendo il cartoccio nella mano mentre con l'altra mi ungevo ben bene dappertutto. A casa, alla sera ci aspettava il caffelatte con i cruciòn, che la gente che aveva studiato chiamava i biscotti della salute o dopo qualche anno, visto che le cose sembravano andare sempre meglio, con i finocchini rotti della Maggiora. C'era la primavera nell'aria e la gonna leggera blu a pois bianchi della mia mamma svolazzava, quando i timidi colpi di vento della sera lo sollevavano un po', mentre lei cercava di trattenerlo con la mano. 


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martedì 27 marzo 2012

Mutande di lana.

Beh, dai ragazzi, ormai è scoppiata la primavera, alberi in fiore dappertutto e, cosa rimarchevole sotto ogni aspetto, non fa più freddo. Stamattina, mentre di buon ora, verso le 9 e mezzo, me ne andavo a zonzo a tentare inutilmente di fare qualche commissione, c'era un alito tiepido nell'aria che ti levava anche la voglia di litigare con quel disgraziato che deve stare tutto il giorno allo sportello a prendersi contumelie a causa di una burocrazia di cui non è responsabile, ma come si dice, utilizzatore finale. Si sta proprio bene, col sole ancora lieve e non aggressivo che scalda senza bruciare e il profumo dei fiori nell'aria. In Giappone è il tempo della fioritura dei ciliegi, che ci frega dello spread. Dice, ma che fai, parli del tempo come gli inglesi, tanto per allungare il brodo quando non si sa che cosa dire? Anche, ma il fatto è che mi è venuto in mette che quando cominciava questa stagione e si cominciava a sentire il calore della primavera inoltrata, mio papà si levava le mutante lunghe di lana. Ma sì, io appartengo ad una generazione che, anche se si è sempre rifiutata di usarle, per lo meno lo ha visto, questo fantomatico indumento del passato. 

Facente coppia con l'altra famigerata compagna, la maglia di lana, quella che rappresentava un vero e proprio cilicio medioevale, ruvida ed insopportabile sulla mia pelle tenerella di bimbo, era un indumento dello stesso materiale, ruvido, grezzo e caldissimo che arrivava fino alle caviglie e le cui estremità inferiori venivano infilate direttamente nelle calze per evitare eventuali pericolosi spifferi. Ragazzi, allora faceva un freddo cane d'inverno, altro che questo fine gennaio, quando per pochi gradi sotto zero, la gente sembrava che morisse surgelata (io comunque ho pensato bene di starmene al calduccio in Laos, come ben sapete). Il mio papà le calzava con aria furba verso l'inizio di novembre e per la verità se le teneva anche fino alla fine di aprile, fedele al proverbio:"aprile non ti scoprire" e si faceva beffe di me che preferivo patire il freddo.  Per la verità lui giustificava questo stile di vita col fatto che facendo i turni di notte su una cabina della ferrovia, esposta al gelo notturno e riscaldata solo da una stufetta a carbone, arroventata, su cui mi scottai pure un dito quando fui portato a "vedere i treni", aveva necessità di essere ben coperto durante il gelido inverno che a quei tempi imperversava nella tundra alessandrina. 

Tuttavia mi sembra che quando arrivava la stagione buona, mia mamma continuasse a dirgli, ma quando è che ti togli le mutande di lana, e lui rimandava col fare di chi pensa, ma perché devo patire il freddo inutilmente. Questa abitudine però se la portò dietro anche fino alla tarda età, quando la cabina da deviatore di treni (anzi Capo-deviatore, lui ci teneva molto), l'aveva lasciata da un pezzo. Ma si sa gli anziani hanno sempre freddo. Questo un po' mi consola, perché io, ancora non lo patisco molto. Certo era una stile di vita che riguardava solo gli uomini, in quanto le donne, che evidentemente hanno una pellaccia assai più resistente (appartengono ad una specie diversa in effetti), non hanno mai usato questo indumento; anzi allora non portavano neppure i pantaloni e la mia mamma se ne andava per tutto l'inverno con le sue gonnelline svolazzanti  e le calze di naylon leggere con la riga dietro, grande conquista del dopoguerra da esibire con orgoglio. Com'era bella la mia mamma quando mi portava all'asilo tenendo me per una mano e il panierino di vimini della colazione su cui aveva ricamato due ciliegie nell'altra. Era davvero la più bella di tutte. Poi, saranno stati gli inverni più miti, ma le mutande lunghe di lana se ne sono andate nel dimenticatoio assieme a tante altre cose. 

Non me le ricordavo quasi più quando d'improvviso le ho ritrovate nei miei primi anni di lavoro a Pechino. Inverni gelidi e riscaldamenti approssimativi laggiù, come sulla cabina dei deviatori. Così ecco il mio amico Ping che, nelle camerucce di alberghi di provincia, togliendosi i pantaloni, esibiva magnifiche mutande di lana, fino alle caviglie. Quando venivamo ricevuti in qualche fabbrichetta di paese poi, ecco il direttore della brigata che arrivava trafelato, attraverso il cortile pieno di neve, si sedeva, nel salone gelido e non riscaldato, sulle poltrone sbocconcellate, con la plastica sdrucita sugli spigoli, stringendo tra le mani coperte dai mezzi guanti, una tazza di thé bollente per scaldarsi almeno un po'. Buttavo l'occhio smaliziato e da sotto i pantalonacci pesanti, sporchi di fango o di letame, spuntavano sempre, civettuoli i bordi di lana spessa, a volte a coste larghe, delle mutandone lunghe fatte a mano da mogli amorevoli o forse dalle addette della comune. Mi sa che i tempi cono cambiati anche da quelle parti adesso che il tizio che ti veniva a prendere alla stazione in bicicletta adesso viaggia in Audi 6. Però devo chiedere a Ping che fine avranno fatto tutte quelle mutande di lana. Forse adesso comincia a far caldo anche là.


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