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sabato 1 luglio 2023

Ritorni a Beirut - Mostra ad Alessandria



 Scusate se faccio una sosta durante il mio itinerario campano, ma necessita. Dunque volevo semplicemente dare un consiglio a tutti coloro che per caso passassero ad Alessandria tra giugno e il 1 ottobre. Infatti presso le Sale d'arte di Alessandria, dove tra le altre cose potrete vedere cosa rimane di interessantissimi affreschi medioevali recuperati nella vicina Frugarolo, sobborgo cittadino, si tiene una bella mostra di un grande fotografo milanese, Gabriele Basilico che ci ha lasciato nel 2013. E' un fotografo di indagine sociale e un magnifico descrittore di paesaggi urbani. In questo caso vengono presentate una serie di immagini sulla città di Beirut, riprese in quattro diversi momenti. Il primo nel 1991, quando era stato inviato appunto a documentare la fine della guerra civile che ha straziato quella città per oltre 15 anni. Le altre riguardano tre successive visite. Quella del 2003 era finalizzata a mostrare, con riprese da punti di vista simili a quelli precedenti, la ricostruzione avvenuta dopo dodici anni. Poi nel 2008 per continuare il lavoro fatto ed illustrare i successivi progressi ed infine quelle scattate in seguito all'invito della fondazione Hariri nel 2011 che voleva completare l'opera di documentazione dimostrativa dei passi fatti in venti anni dalla capitale di quel martoriato paese. 

Di certo il nostro non immaginava che il Libano avrebbe ancora e successivamente dovuto sopportare altre invasioni, altre guerre, altre distruzioni, addirittura proprio in quella Beirut in rinascita, culminate con la grande e spaventosa esplosione del porto il 4 agosto 2020 che ha compiuto un'altra enorme devastazione, proprio in quei luoghi che sembravano rinascere a poco a poco da passato. Per me che sono stato a Beirut tre mesi fa, la visione di queste immagini è stata di straordinario interesse. La possibilità di paragonarle nei loro passaggi successivi, con quelle dei miei ricordi attuali, mi ha generato una gran quantità di emozioni. Il rivedere la distruzione dell'Etoile o piazza Nejmeh come si chiama oggi, e la sua successiva rinascita coi negozzi di lusso ed i locali alla moda, che pochi anni dopo sono strati distrutti e completamente devastati dalla furia popolare e paragonarli con il quartiere deserto ancora circondato dai cavalli di frisia e dalle sentinelle armate a guardia del parlamento, quando il muro di cemento che lo circondava era stato abbattuto da meno di un anno, per mostrare il quartiere così simile ad una delle piazze metafisiche di De Chirico, pronto ad una sua nuova ed auspicata rinascita, pone un sacco di riflessioni. Comunque sia, a tutti coloro che conoscono il Libano e ne hanno apprezzato la straordinaria vitalità e sperano che la storia alternata di distruzioni e rinascite sia finalmente finita e anche a tutti quelli che ne hanno solamente sentito parlare, suggerisco quindi caldamente di fare un salto a godersi questa mostra per apprezzarne le immagini bellissime accompagnate da un interessante filmato che ne illustra il backstage. 


Alessandria

Sale d'arte

Via Macchiavelli 13

da giovedì a domenica 15:00 -19:00

giovedì 6 gennaio 2022

Ancora nebbia tra Tanaro e Bormida

immagine da La voce alessandrina

 Ieri una grande mente di natali alessandrini avrebbe compiuto novanta anni, Ovviamente, ma comprensibilmente, il nostro Umberto è assai poco amato dai suoi concittadini, che a torto gli hanno addebitato chissà quali colpe, come del resto fanno per propria natura o per maligna accidia incardinata nel loro DNA (speriamo che almeno il vaccino abbia una influenza in questo senso) con tutti quelli che hanno o hanno avuto un certo successo. Non chiamatela neppure invidia, è piuttosto un sentimento a diminuire che pare come infastidito da particolari doti o opere e che mette senza troppo sottilizzare nel mucchio del "e che sarà mai", atteggiamento che tuttavia stupisce chi non sia mandrogno dalla nascita. Infatti ieri un articolo della Stampa, celebrativo appunto della ricorrenza, si meravigliava del fatto che i suoi concittadini si siano rifiutati addirittura di intitolargli il suo Liceo, cosa che invece in città è stato considerato del tutto naturale, lasciando la primazia dell'intitolazione di una scuola, senza rimpianti ad un istituto siciliano che con Eco non c'entra evidentemente un bel nulla. Del resto la ricorrenza è stata totalmente ignorata dall'amministrazione cittadina,così come aveva snobbato lacquisizione almeno parziale della famosa biblioteca. Cari ragazzi, non conoscete la mentalità dell'Alessandrino, il mandrogno tipo, l'abitante della Fraschetta che quando passava l'esercito nemico non si opponeva, ma nascosto tra i cespugli ne attendeva il passaggio per abbattere i ritardatari indeboliti o feriti, dandogli addosso con la marra del contadino, ma in testa, per non rovinar la giubba.

C'è poco da fare, d'altra parte basta leggere il motto che circonda lo stemma cittadino: Deprimit elatos, levat Alexandria stratos. Tralasciando la seconda parte su cui avanzerei comunque qualche dubbio su questa aspirazione a dare aiuto a far prendere l'ascensore sociale ai disgraziati, la tendenza invece a sminuire o comunque a non dare troppa rilevanza alle figure che spiccano nella società, come bene era stato rilevato dallo stesso Eco nei vari pezziche ha dedicato alla sua città, non è neppure una patente di malevolenza incondizionata, perfida e gretta, quanto piuttosto un voler calmare gli eccessivi entusiasmi, lasciando spazio piuttosto ai "non esageriamo". Così, per ovvia conseguenza, oggi anche i commenti dei miei concittadini su uno dei fatti del giorno, la meritata espulsione del famoso tennistadalla terra australe, non solo ligia alle leggi, ma soprattutto ferma nel farle rispettare, è generalmente commentata con quel ghigno di soddisfazione che mantiene di norma l'Alessandrino appoggiato all'angolo del vicolo di Baleta sulla Piazzetta, commentando i fatti del giorno con gli astanti, anche loro micraniosi e borbottoni, che significa, lo sapevo già  che andava a finire così, vula bas natra vòta, vola basso un'altra volta. 

Che ci volete fare, siamo fatti così, ci piace quando si deprimono gli elatos e anche la scelta di questo termine è centrata. Elatus in fatti significa sì Alto, Elevato, ma anche Superbo, Pretenzioso e dulcis in fundo Gonfio, certo gonfioodi se stesso e della propria presunta superiorità sugli altri, ovviamente gli stratos, i prostrati, abbattuti e anche caricati dal pesante basto del peso della vita. E pensa un po' che goduria vedere il n.1 del mondo, rigonfio di denaro e prosopopea, grande amico di trucidatori di genti, ovviamente no-vax, che ha organizzato feste e tornei attraverso i quali, vantandosene ha impestato tutto il possibile creando focolai perniciosi, appartenendo evidentemente alla genia di quelli che vanno a cercare un braccio finto di silicone, che si presenta col certificato falso e viene ricacciato con ignominia e timbro di "rispetta la legge e smettila di fare il furbo", come il famoso marchese dell'io sono io e voi non siete un c... Una bella soddisfazione, un bel trofeo nella bacheca a coronamento del personaggio e della sua nota simpatia e che è riuscito a cancellare malamente anche il fatto commendevole che abbia largheggiato in beneficenza con un ospedale bergamasco. Ma anche su queste cose, l'Alessandrino passa e va e sminuisce il fatto, contento sì di aver depresso l'elatus, ma soprattutto in attesa che la nebbia cali un po', ma non troppo che caso mai ci sarebbe troppa gente in giro.


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mercoledì 22 dicembre 2021

Nebbia fitta



 Quest'anno ad Alessandria è tornata la nebbia, una bella coltre spessa che ottunde sensi e sentimenti e che è così congeniale al carattere di noi alessandrini come ben diceva Umbertone. Qualche volta è stata una sporadica presenza, altre volte è durata per giorni di fila, in qualche caso addirittura è rimasta ospite gradita, dall'alba al tramonto, quella bella caligine chiara che copre tutto ed in campagna ti fa apparire il mondo che ti circonda come un'Ade silenziosa dove si aggirano solamente ombre di Cimmerii, che si muovono un po' a casaccio schivando, se riescono, le sagome cicciotte e contorte dei "muròn", posto che ancora ce ne sia qualcuno disperso nella campagna di questi solitari gelsi, ormai inutili dato che i "cucalén" non si allevano più e la seta è tutta cinese. Per carità non dico che siano i nebbioni della nostra giovinezza, quando sono finito più volte nel cortile di qualcuno seguendolo in macchina nel cercare la strada di casa o di quella volta in cui appena tornato dal viaggio di nozze, erano i primi di novembre, la mia sposina si alzò di prima mattina, erano quasi le dieci e affacciatasi al balcone non riuscì neppure a scorgere la ringhiera dello stesso. Durò tre giorni filati e lei si mise a piangere, dicendomi "Ma dove mi hai portato?". Poi si abituò e adesso che queste mattine non capitano più, forse le rimpiange, dato che assieme alla nebbia se ne sono andati via veloci i 50 anni della nostra stagione.

Insomma, per dire che comunque, anche se il clima è cambiato e non ci sono più quei bei freddi di una volta (bella frase splendidamente inutile, come diceva l'amico Kostantin a Irkutsk quando sul ghiaccio del Baikal spesso quattro metri, c'erano solo -32C°), in fondo, di tanto in tanto la ruota della vita ci ripresenta situazioni analoghe o quasi, forse soltanto per ricordarci che nulla è nuovo sotto il sole e che anche in quello che può sembrare brutto o semplicemente fastidioso, ci si può trovare qualche sfumatura di piacevole che ti fa sorridere anche se a mezza bocca. Intanto io parlo parlo e poi di nebbia e soprattutto di nebbia in campagna blatero solo per sentito dire per quello che vedo fuori dalla finestra, dato che approfitto di questi giorni prefestivi, soprattutto per rintanarmi in casa e neanche uscire a mettere il naso fuori, altro che respirare nebbia a pieni polmoni in aperta campagna davanti ai muròn. Beh, per la verità mi si sono trovato l'altro giorno, che dovevo andare fino a Castellazzo per una delle solite inevitabili commissioni, a sfilare lentamente in questa campagna tradizionalmente coperta di un immacolato velo uniforme che ammantava in maniera paritaria, le stoppie puntute del mais ed i cereali vernini che dormivano silenziosi rafforzando le radichette in attesa del risveglio di primavera come marmotte gioiose. Questo mi ha donato un grande senso di tranquillità emotiva, insomma, virus o non virus, la vita va avanti comunque e noi come diceva l'amico Leopardi, alla natura facciamo un baffo, manco si accorge della nostra esistenza e basterà qualche milione di anni, uno sputo di mosca nella storia dell'universo, per cancellare completamente ogni traccia della nostra orgogliosa e petulante presenza. Sai ce gliene fregherà alle forme di vita di allora se Blackrock controlla quasi la metà del PIL mondiale.

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lunedì 13 dicembre 2021

Lucia

Nonna Lucia


Mia nonna si chiamava Lucia, ma non me la ricordo più; come tutti gli altri miei nonni è mancata quando ero ancora troppo piccolo o piccolissimo e forse il non averne memoria deriva anche dal fatto che la nostra organizzazione familiare, mamma casalinga e la distanza, non prevedeva il bebisitteraggio comune oggigiorno. Così Santa lucia non l'abbiamo mai festeggiata particolarmente, tranne per il lacabòn della piazzetta che a me, tra le altre cose, neanche piaceva. Anche a casa mia si raccontava, secondo tradizione popolare che questo fosse il giorno più corto che ci sia, confondendolo col solstizio; anche in questo caso, come nella maggior parte delle volte, la saggezza del popolo toppava clamorosamente. Certo, ma ne eravamo tutti convinti e quando io, tornando da scuola boriosamente imbeccato dalla maestra saggia, bambino saputo, sbertucciavo i miei, spiegando che era un residuo del vecchio calendario gregoriano, che ci si era dimenticati di aggiornare, il mio papà mi faceva quella faccia dubbiosa, accompagnata, dai: - U sarà veira, ma i mé vegg i divu acséi - e la questione era chiusa. Anzi lo diceva in corretto italiano - Sarà vero, ma i miei vecchi dicevano così -, perché col bambino bisognava parlare in italiano, lo rimbrottava mia mamma, timorosa di farmi perdere l'ascensore sociale. Poi mi portava in piazzetta S. Lucia a comprare il lacabòn, mentre io preferivo il torrone Sebaste di cui ammiravo ad occhispalancate le cataste bianche, perfettamente ammonticchiate nel banco griffato, ma mi piegavo al volere dell'autorità, perché sono stato sempre un contestatore timido e la delusione me la tenevo dentro, ciucciando il bastoncino di zucchero caramellato che mi lasciava comunque quel gustino amarognolo di desiderio insoddisfatto. Sarà per questo che ho sempre poi preferito il gusto dolce, proprio dei coccoloni mai contenti. Camminavamo poi, tagliando per piazza della Libertà, spesso facendo crepitare lo straterello di neve ghiacciata e io mi stringevo nel paltoncino cammello con lamartingala che mi aveva cucito mia mamma, calcando bene in testa il purillo nero di ordinanza. Ho sempre patito il freddo, per questo, forse, il mio karma mi ha dannato a nascere in questa città umida e buia.


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Pourùn e bagna caoda

Mugugni

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Sogni

Trichechi e otarie

sabato 13 novembre 2021

Alla fiera di S. Baudolino

Il lacabòn di S. Lucia


Teoricamente oggi sarebbe stata quello che si dice una giornata uggiosa che non invitava affatto ad uscire. Già la partita di ieri sera mi aveva messo di cattivo umore, con quel rigorino piovuto dal cielo e sbagliato al novantesimo, che la farina del diavolo va in crusca e stamattina, complice una cervicale malefica, ma qua ad Alessandria ce l'abbiamo tutti dolente, con l'umidità nebbiosa che ci avvolge consumandoci l'animo e l'intelletto, me ne sarei stato volentieri nell'umidiccio tepore delle coperte pesanti invece di quello novembrino che alita negli strati bassi, che quelli alti manco si vedono. Invece, complice uno sgradevole impegno che mi è costato un'ora di coda fastidiosa in un ambiente che pullulava di germi coronati e di altrettanti penitenti con la loro brava ammenda in mano da regolare, sono sceso nel vasto mondo che mi circonda e ho attraversato la città, lento pede, autoconvincendomi che comunque un po' di moto, non può far che bene. Che l'umidità mi penetri invece l'osso fino al midollo, non fregherà a nessuno, ma diciamo che facciamo finta di niente. Nella coda in piedi, che all'anziano infastidisce comunque parecchio, ho però avuto modo di rallegrarmi un poco al sentire le querule lamentazioni dei postulanti che mi circondavano, tutti con duolo peggiore del mio e per di più sempre caduto tra capo e collo, come sempre immeritatamente. Insomma mal comune mezzo gaudio e se il male altrui è peggior del tuo, la cosa ti rasserena ancora. 

Non è malevolenza tignosa propria dell'anziano accidioso che si crogiuola della altrui disgrazia, ma è come un senso di sollievo che ti fa considerare come, in fondo le tue rogne, meno gravi, le devi ponderare con giusta misura e quindi valutare come non siano poi meritevoli di troppe grida di sconforto. In fondo poteva sempre capitarti di peggio. Così ho adempiuto al mio dovere di cittadino e poi mi sono accinto a fare un giro tra i banchetti che popolano il centro, in verità anche troppo affollato, ma si sa che il cittadino, l'alessandrino in particolare, se gli dai da mangiare, anche solo in esposizione, lo attiri con facilità. Dunque eccoper le vie principali dellacittà, tutto un pullulare di banchi grevi di forme d'ogni qualità e dimensioni, dai grati profumi di capro e di bovina, alcune intere, altre già tagliate in spicchi golosi per allettar l'acquirente alla vista di tanto ben di dio. Marezzature di blu nei formaggi più affinati, candide tome d'alpeggio, golori e rari Montebore e caci di Murazzano e poi al loro fianco serti gioiosi di salumi lunghi, corti, sottili o panciuti, esposti in cascate golose o messi lì, puntati verso il cielo in pose offensive come misirizzi oscenamente offerti alla gola ingorda delle passanti. Banchi, piccoli questi ultimi come si merita perimpreziosiremaggiormente ilprodotto, che esponevano rari ebitorzoluti tartufi, un po' asfittici per la veritàseppure odorosi a prezzi di assoluta affezione, capià, quest'anno con la siccità e il cambiamento climatico, bisogna pagare di più, se no anche Greta si incazza. Se poi son patate vietnamite punturate di essenza, ce ne si farà una ragione. 

Tanto il tartufo è un'idea più che una sostanza avrebbe detto Don Ferrante. Profumi forti e delicati dunque che si alternavano a quelli di montagne di funghi secchi e cioccolati e torroni e il proverbiale lacabòn di S. Lucia che mi stimola sempre ricordi di bimbo goloso e inappagato. Insomma passeggiare tra i banchi di queste feste rionali mangerecce mi allegra sempre e poi S. Baudolino, con la sua valenza di Santo del tutto particolare, vuol la sua parte. Insomma basta poco per far felici vecchie e bambini. Tuttavia il tocco finale che mi ha aggiustato definitivamente la giornata, c'è stato mentre prendevo stancamente la via di casa. Devo dire che ogni anno che passa faccio sempre più fatica a ripercorrere il cammino del rientro, sembra che ogni volta la mia casa si sia spostata un poco più lontano, anche se sono quasi certo che non è così, deve essere la memoria che comincia a perdere colpi come dice quel signore tedesco. Dunque, dicevo, mentre stavo meditando sulla caducità delle vita e sulle sue miserie, arrivo in via Trotti e vedo una signora più o meno mia coetanea che, aggrappata nervosamente ad un trolley da spesa al supermercato, si guarda attorno stranita, mentre le macchine svoltavano stretto nella via cercando di evitarla. Mentre le passo accanto, con una vocina flebile mi fa: - Scusi giovanotto, mi aiuterebbe ad attraversare la strada che non vorrei inciampare nelle pietre e andare sotto ad una macchina - Mi si è allargato il cuore. - Signora - le ho detto - se mi chiama di nuovo giovanotto, la porto fino a casa in braccio. - Ha riso e mi ha preso il braccio e, tenedoci stretti, abbiamo attraversato quel torrente impetuoso, metafora della nostra vita.




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martedì 19 ottobre 2021

La mostra di Carrà

Carrà - Lacerba e bottiglia, 1914

 Domenica mattina ho fatto un salto, passando davanti al nuovo monumento di Baleta per guardarlo senza il tripudio di folla di sabato, a vedere la mostra di Carrà che al Palatium Vetus è in esposizione da maggio. Alla faccia di chi dice che ad Alessandria non si fa mai niente. Interessante, una quarantina di opere esposte, alcune decisamente importanti come la maternità e il collage della bottiglia del 1914, una serie di lavori che illustrano, mi sembra, abbastanza bene, l'opera globale e i vari momenti artistici dell'autore alessandrino. A corona, come a circondare questa esposizione in un abbraccio mandrogno, una serie di altri artisti alessandrini, dei quali giustamente la Fondazione ha voluto mostrare pubblicamente le opere in suo possesso. Già che ero lì mi sono fatto un giro di ripasso per vedere il resto del palazzo con l'esposizione permanente, che ha comunque dei pezzi di valore, considerando che siamo in fondo, una piccola cittadina di provincia, fuori dei centri turistici, che hanno la possibilità, di tenere collezioni come questa negli scantinati, avendo molto di meglio da mostrare, siamo realistici. Ho dato un'occhiata anche alla piccola esposizione acoté, nel porticato del cortile, ricca di stampe e rari documenti riguardanti la battaglia di Marengo, tra cui molte chicche interessanti. Perdeteci una mezz'oretta esaminando editti e piante della battaglia. Oltretutto ho potuto usufruire dell'accompagnamento di una esaustiva visita guidata, eseguita per un solo fruitore, me stesso, dato che non c'erano altri visitatori, cosa che capita poche volte. Capisco che ormai dopo diversi mesi che la mostra è aperta, da maggio mi sembra, e ad Alessandria chi voleva è già venuto, tuttavia, l'ho vissuto come un piccolo privilegio, graditissimo. A chi non è ancora andato, ricordo che la mostra è stata prolungata fino al 5 Novembre, tutti i sabati e domeniche (9-13e 15-19). Ingresso gratuito. Già che c'è non perdetevela, non facciamoci riconoscere.


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sabato 16 ottobre 2021

Baleta 1929

Baleta 1929

Non avevo voglia di uscire questa mattina, anche se un bel sole autunnale e l'aria frizzante incitavano all'impresa; tuttavia c'era in città un appuntamento a cui non volevo mancare. Questa mattina infatti si inaugurava un monumento a ricordo dello storico bar alessandrino Baleta, offerto alla cittadinanza dalla famiglia. Sono passati trenta anni da quando Gino ha tirato giù la serranda per l'ultima voltaesembrava impossibile che mai accadesse, in quella porticina del vicolo Dell'Erba, seminascosta e quasi invisibile a quelli che venivano chiamati i "turisti", eppure a neanche dieci metri dal centro della città, quella piazzetta delle Lega, che ne è decisamente cuore e simbolo. Un locale che, come si dice spesso abusando di una frase fatta, ma è la pura verità, ha segnato un'epoca, aperto nel 1929, dal padre di Gino, Carlo, detto appunto Baleta e che ha rappresentato per generazioni di abitanti di questa città un modo di essere e di pensare, quella alessandrinità così ben raccontata tante volte da Eco. Ci abbiamo passato pomeriggi e sere interminabili in quelle sale, a parlare facendo i cosiddetti inutili discorsi da bar. Lo abbiamo detto tante volte, quel locale era una palestra di vita, una scuola reale, un addestramento al mondo; un club dove si veniva accolti con gradualità e senza fretta, per gradi. Da ragazzotto arrivavi in quella specie di ingresso passaggio dove c'erano i flipper, quasi sopportato e solo dopo alla sala biliardi dove fare la gavetta ascoltando i discorsi degli abitué, dove si imparava quella ironia sarcastica, spesso anche crudele che si dice propria di questa città. 

Solo dopo potevi accedere alle sale dove si giocava a carte, a scacchi a majong (credo unico locale del nord Italia) e sedere ai tavoli dove si chiacchierava, appunto le chiacchiere da bar oppure venivano narrate le storie epiche avvenute nel locale, gli scherzi sanguinosi, le prese in giro più crudeli, i fatti più strani avvenuti che ad ogni ripetizione si arricchivano di particolari sempre più esagerati. Nessun obbligo scritto, ma lo sentivi subito se eri fuori posto. I discorsi cambiavano, si facevano meno sciolti e liberi. Un locale, come ha ben ricordato Carlo Gemme dove o non resistevi cinque minuti o rimanevi legato per tutta la vita. Forse oggi qualcuno inorridirebbe dalla totale mancanza di politicamente corretto dei toni di quei tempi, anzi, parole che oggi farebbero inorridire qualunque benpensante venivano usate con leggerezza e senza enfasi, ma prive in effetti della valenza offensiva con cui verrebbero avvertite oggi. Sentire qualche pistolotto odierno su frasi pronunciate a sproposito su generi o discriminazioni varie, verrebbe tacciato da un'alzata di sopracciglio, al più da un: "ma lasla bùi" pronunciato a mezza bocca da Gino mentre asciugava distrattamente un bicchiere dietro al bancone. 

Certo che oggi in mezzo a quella folla, accidenti quanta gente c'era, avevi l'impressione di stare in mezzo ad un raduno di reduci, girando l'occhio attorno per cercare di riconoscere le facce che i decenni hanno cambiato e quelle che invece hanno mantenuto in pieno quei tratti che le contraddistinguevano, gli stessi nasi per esempio. E mentre i discorsi delle autorità cittadine, la giunta comunale al completo ha voluto pronunciare la necessaria sequenza di discorsi celebrativi, si svolgevano a ritmo sindacale, ti pareva di vedere l'occhio sorridente di Gino, nascosto tra la gente, che di certo, anche se commosso al vedere un suo disegno di cinquanta anni fa, diventato opera monumentale, avrebbe buttato lì qualche battuta corrosiva sull'evento, per lo meno al vederlo eretto al posto del originale vespasiano, che faceva utile prova di sé proprio dietro a quell'angolo. Tanta gente, qualche ciglio umido, qualche risatina trattenuta, tanta voglia di ricordare un passato tenuto al caldo nella tenerezza dei ricordi. Un ripescare battute, fatti, scherzi, risate che il tempo ha fatto diventare piccoli acquarelli della memoria. Tanta gente, tanti vecchi come come me, che si guardavano l'un l'altro, in cerca forse della loro gioventù, a ricordare quei tanti ancor più vecchi che ormai più non ci sono, forse ancora impegnati come allora in qualche luogo, assieme a Gino a discutere animatamente di quanto pesasse un'aquila, il dilemma irrisolvibile che rimarrà tale fino al giudizio universale.


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lunedì 8 febbraio 2021

Nebbia bassa

dal web


Mamma mia che giornate grigie! Ieri c'era una nebbia che si tagliava con il coltello, direte per forza, ad Alessandria cosa vuoi pretendere, oltretutto piace anche a voi mandrogni. Invece mi dicono che anche in giro era la stessa cosa, insomma sembra che tutto stia congiurando per deprimere, per buttar giù o per lo meno per mettere in quello stato di sopore che annulla pensieri e sentimenti. Da un po' dormicchio malamente tutto il giorno, strisciando da una poltrona ad una sedia, con soste nel letto, poi quando vado a letto effettivamente sono sveglio come un grillo e mi rotolo per ore impigliandomi nei cuscini, con grande turbamento della mia metà, che per fortuna continua a restare al mio fianco anche se è un po' infastidita dal fatto che di tanto in tanto allunghi una mano per assicurarmi che sia ancora lì. Un tempo quando tardavo ad addormentarmi vagolavo con la testa sognando situazioni e progetti. Avevo un sacco di argomenti su cui porre le mie attenzioni, i miei sogni di gloria. Progetti di viaggi esagerati e mirabili nei dettagli più completi, successi eclatanti nelle mie varie attività, riuscite altre ogni limite in imprese mirabolanti. Adesso non riesco neppure più a sognarle, immaginarle, auspicarle queste cose che mi darebbero soddisfazioni. Che sia arrivato alla totale saturazione dei sensi? chissà. Eppure mi basterebbe poco, immaginare di aver vinto al superenalotto e progettare dettagliatamente tutte le cose da fare in questo caso, come allocare le risorse, come utilizzarle al meglio, come godermele. 

Insomma sogni banali ma intanto almeno il tempo passa e viene adagio adagio il sonno. Invece qui rimango per un tempo indefinito a fissare il buio della notte, i sensi ottusi, la mente ottenebrata, il groviglio nello stomaco che non va né su né giù, senza riuscire a pensare a nulla di concreto. Va bene raccontatemela anche voi che questa è la condanna dell'anziano, la perdita dei desideri, la mancanza di un futuro tangibile, ma accidenti anche questo cacchio di Covid ce ne ha messo del suo e poi questo indecente non vederne una fine fa il pieno. Per fortuna che almeno ci si può sbigottire con la politica, cercando cosa mai possa passare per la testa di uno per fare quello che fa, dell'altro per dichiarare una cosa e il giorno dopo il suo opposto, con seriosa convinzione che ti vuol far capire, ma guarda come sono furbo. Esce un nome e tutti gliene dicono di ogni, in passato gliene avevano già detto di molto peggio, passano 24 ore ed è diventato un santo, la soluzione, il deus ex machina, unto dal signore. E intanto nel ghigno satanico che sta dietro la piega del sorrisetto vedi chiaramente la convenienza, la soddisfazione di mettere la croce sulle spalle di qualcun altro che se la prende per carità di patria, pronti appena possibile, non appena avrà salvato la baracca, data la totale incapacità anche solo a pensare, non soltanto a progettare, a scaricarlo caricandolo di merda per tutti gli anni a venire, destino inevitabile di tutti i capaci, invidiati ed odiati proprio per questo dai vili, dagli incapaci, dalle nullità. Ma sì contentiamoci di questo divertimento, con tutta la coorte dei fans e degli haters che si scatenano sui social e vediamo cosa succederà domani.


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venerdì 11 dicembre 2020

Ci siamo quasi

Gelindo - Una vecchia locandina


 Quasi quasi oggi approfitto e mi concedo un'altra bella botta di vita. Porto la macchina dall'elettrauto qui a fianco, così approfitto per ripianare un po' l'economia e il PIL, spendendo qualche soldo risparmiato nella benzina. L'altro ieri in farmacia, ieri fino al supermercato, sono state delle belle scampagnate, non me la godevo così fin dai tempi dei trekking in Borneo con la vista degli oranghi appesi agli alberi. Ce n'era qualcuno in effetti sparso tra le corsie, ma si ritraevano spaventati non appena avanzavo impavido col mio carrello. Forse gli altri erano tutti a casa a scaricare l'app IO, che garantisce i 150 euri. In un giorno tante adesioni quante in 6 mesi all'altra app Immuni, ma quella, dove tutto era anonimo ledeva la privacy, questa invece, in cui ti chiedono anche il colore delle mutande e che per arrivarci occorrono le capacità informatiche della NASA, non è un problema. Per i 150 euro si sono trasformati tutti in maghi del web. Insegnamento importante per il governo. La prossima volta il governo prometta almeno 10 euri e l'app Immuni la scaricheranno tutti anche due volte. Nel frattempo è arrivato pure il corriere con i miei ultimi libri che mi sono autopubblicato, che soddisfazione, quasi quasi sembra che ci sia il sole e questo annus horribilis sia quasi finito. 

Certo però che questo virus tra i suoi effetti collaterali, ha ucciso anche la fiducia della gente, nessuno si fida più di nessuno e se uno dice una cosa subito spuntano i distinguo. Così Malgioglio non si farà il vaccino, e chi si fida e anche il mio amico che ha sempre creduto nella prossima venuta degli UFO, dubita della notizia che gli alieni abbiano assieme agli USA e agli Israeliani, una base segreta su Marte. Non c'è proprio più religione, anche le basi della fede crollano e va a finire che anche il Papa ammetterà le donne al sacerdozio, tanto già ha anticipato le doglie di Maria, robe da matti tra le urla di orrore di quello col rosario in mano. Anche Gelindo quest'anno lo faranno in streaming e chissà come sarà la businà tecnologica. Per ora vi saluto e vado a riassettarmi, tanto vedete che divento sempre più stringato, in omaggio alla legge che per essere un buon influencer devi mantenerti entro i 150 caratteri. Piano piano ci arriverò anche io e magari mi daranno il Gagliaudino d'oro. A domani.


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martedì 9 giugno 2020

I pesci del Tanaro (i strìcc ad Tàni)

Argini del Tanaro (1936) - Mio papà è quello in piedi a destra con l'aria da strappamutande.


Nel '57 avevo 11 anni, ma l'asiatica non me la sono beccata. Pure ne ho ancora il ricordo, tutti avevano una certa paura e mia mamma, quando andavo a scuola mi diceva di non toccare niente. Non se la presero neanche loro e poi fu tutto come prima, questo un po' mi rincuora anche oggi. Ma la vita negli anni '50 era tutta in discesa, la ricostruzione, il boom, forse tutti, io ero troppo piccolo per ricordarlo, avevano la sensazione che ogni anno sarebbe stato migliore del precedente, per lo meno fino ai primi anni '60 quando arrivò quella che fu chiamata la Congiuntura, Scola ci fece anche un film nel '65 che ricordo benissimo. Ma quelli erano già anni convulsi in cui molti avevano la sensazione di perdere il treno per il benessere ed il salto di classe. Invece appena dopo il '50, credo che tutto scivolasse via più tranquillo, su quel mare di biciclette sulle quali la gente si spostava, stava arrivandola Topolino, ma era ancora un sogno di pochi, tuttalpiù la Lambretta era una cosa nell'arco di quelle possibili. Mio papà aveva messo un sellino sulla canna della sua bicicletta, una Bianchi nera coi freni a bacchetta, piuttosto robusta e pesantissima che utilizzò per i successivi sessanta anni. Mi ci metteva sopra e mi portava in giro mentre io tenevo le mani strette sul manubrio nichelato. "Tienti forte" è la frase che mi ricordo assieme a poco altro. Ma un'altra cosa me l'ha richiamata alla mente un bell'articolo sulla Stampa dell'altro giorno sui pescatori del Tanaro. 

In quegli anni ce n'erano diversi, vicino al vecchio ponte, quello che è stato tirato giù in quell'agosto deserto con la scusa delle alluvioni. Avevano i barcé, le lunghe barche metalliche a fondo piatto che si usavano sul fiume, ormeggiate a valle del ponte e ne vedevi sempre due o tre che stazionavano nella parte larga dopo il piccolo salto d'acqua dove la corrente era più vivace, a buttare una piccola rete che di tanto in tanto tiravano su. Noi guardavamo dal ponte quella rete che emergeva a fatica, carica d'acqua che sembrava sempre piena di pesce, io ne ero quasi ipnotizzato, invece quando la massa liquida colava via e la rete emergeva completamente con un piccolo strappo, come liberandosi da una forza superiore che la teneva aggiogata al fondo, vedevi solo quattro o cinque guizzi argentati che saltellavano negli spasmi della ricerca di sopravvivenza. Solo arborelle, difficilmente i famosi quajaster o le cippie, pesci grassocci e pesanti. A monte del ponte prima di quello della ferrovia, c'erano i barconi che dragavano la sabbia del fiume, di cui la fame della ricostruzione aveva grande necessità. L'alveo così era sempre pulito e non c'erano esondazioni. Poi vennero i verdi e dissero che bisognava lasciar fare alla natura e il dragaggio fu proibito. Noi rimanevamo a lungo sul ponte appoggiati alla nera ringhiera di ferro. 

Prima di tornare, mio papà guidava la bici lungo il giardino fino al punto di approdo dei barcé. Qui se era già ritornato qualche pescatore, mio papà comprava per poche lire un cartoccio di quei pesci, generalmente erano i cosiddetti strìcc, pesci lunghi e stretti, che gli piacevano tanto, poi di corsa a casa. Mia mamma, li puliva e li metteva subito in carpione, che il giorno dopo compariva sulla tavola a mezzogiorno, mentre alla sera era di rigore il caffelatte coi cruccioni, poi vennero i finocchini Maggiora, ma era già benessere. Erano tremendi, spinosissimi e sapevano di fango, ma i miei ne parevano entusiasti e così io cercavo di farmeli piacere, ma a cinque o sei anni è facile convincerti. Mia mamma me li puliva attentamente prima di mettermeli nel piatto, ma una volta mi rimase una lisca nel palato e piantai una grana che fu raccontata a lungo. Poi per decenni non ho più apprezzato il pesce, tanto meno il merluzzo, altro must per i miei, ma questa è un'altra storia. Allora era certo un cibo di basso costo che faceva comodo al bilancio familiare. Tuttavia, se ci penso, mi sembra di avere ancora in bocca quel sentore di fango, solo a malapena ingentilito dall'acidità del carpione. Poi i barcé con i loro pescatori sono spariti dal fiume assieme ai miei anni di bambino.


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lunedì 14 ottobre 2019

Recensioni : Ristorante Ratafià



Essendo questo un blog di servizio, volevo notificarvi questa possibilità, segnalatami dall'amico Dottor Divago, per mangiare un boccone a pranzo oppure abbuffarvi meglio a cena nel fine settimana. Hanno infatti aperto, credo non da molto ad Alessandria (segno che non tutti chiudono, ma qualcuno anche ha voglia di rischiare) in via Lodi 19, il ristorante Ratafià. Serve piatti e piattoni a pranzo, credo dedicato soprattutto a chi è in zona per lavoro a prezzi medi tra i 4 e i 6 euro, dal lunedì al venerdì e a cena il venerdì e il sabato, un menù fisso a 25 euro che comprende un prosecchino di benvenuto, tre antipasti, due primi, un secondo, il dolce, acqua e caffè. 

Al di là del prezzo assolutamente moderato, offre una cucina piemontese con molte attenzioni e piacevoli variazioni, non disgiunte da una presentazione accurata che di norma non ti aspetti a questi prezzi, in un locale nuovo, moderno e ben curato. Tutto questo unito a professionalità e grande gentilezza da parte del personale, cosa che non costerà pure nulla, ma che ti mette subito di buon umore e ti fa apprezzare meglio quanto mangi. Tanto per riassumere noi abbiamo avuto: Crudo con melone al ratafià (questo liquorino alla ciliegia gli dà una bella sfumatura di sapore), Flan di porro con bagnetto verde piccante (una gradita variante al più classico cucchiaio di fonduta), Crostata di pasta sfoglia alle verdure e mozzarella, Classicissimi e buoni agnolotti al brasato (con rabbocco per i ghiottoni senza ritegno), Paccheri con rucola, pistacchi e pomodorini secchi, Coniglio fritto alla birra con patate (un po' troppo secco, unica critica, tanto per trovarne una), Delizioso tiramisù della casa. Dopo il caffé, bicchierino di Ratafià, che del resto dà il nome al locale.

Consigliatissimo insomma, poi mi direte. Per la sera, controllate il menù sul sito del locale che cambia ogni volta e poi prenotate. La cosa per me incomprensibile è che le pizzerie alessandrine dove spendi più o meno la stessa cifra per una birra, una pizza malcotta che ti fa rigirare nel letto tutta la notte, dolce e caffè, sono piene zeppe e lì, a sbaffarci tutto quel ben di dio eravamo in una decina di persone, in un ambiente gradevole, silenzioso ed accogliente. Valli a capire gli alessandrini!

Scusate le foto di pessima qualità, ma sono state fatte con un telefonino scarsetto.




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martedì 27 agosto 2019

Recensioni: AA.VV. - Sulle spalle di Umberto



Il 28 giugno, dopo lunga gestazione è stato presentato alla Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria un ponderoso lavoro a più mani, che, possiamo dire, celebra a tre anni dalla scomparsa, l'alessandrinità di Umberto Eco. Un bel tomo di quasi 800 pagine (tra le quali figura indegnamente anche una mia paginetta) aperto alla collaborazione di quanti lo hanno conosciuto o più semplicemente amato ed apprezzato, che racconta in tanti piccoli e dettagliati momenti, quello che possiamo definire l'interfacciamento del grande semiologo con la nostra città. Accanto agli aspetti "cittadini", con la pubblicazione di rare memorabilia emerse dai cassetti dei vecchi amici di gioventù, il volume presenta molte testimonianze di scritti inediti sull'intera opera echiana, in particolare gli appunti critici su molte dei suoi lavori, dove vengono sottolineate appunto le patenti "alessandrine" dei vari personaggi, con alcune curiose scoperte, che a molti, nella prima lettura di quei testi saranno, come a me, di certo sfuggite. Non mancano i testi vincitori del concorso tematico su Eco, che si è svolto nelle scuole superiori della provincia nello scorso anno e che hanno rivelato, a detta della giuria che ha scelto i premiati, una inaspettata profondità e capacità di interpretazione. Una lettura che di certo piacerà molto a tutti gli appassionati del maestro, in particolare se Alessandrini. 


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lunedì 26 agosto 2019

Recensioni : Oscar Nebbia - Lettere dall'altrove



Dedicato agli Alessandrini Doc, questo divertentissimo libello, opera maliziosa del carissimo prof. Gigi Ferraris che si cela sotto il birichino pseudonimo di Oscar Nebbia, che per i miei conterranei è di per se stesso, un chiaro segno (ù scarnebbia) di appartenenza, vi darà la possibilità di trascorrere gli ultimi giorni sotto l'ombrellone o tra pascoli montani, sollazzandovi delle arguzie retoriche di una serie di lettere immaginarie, scritte appunto al sedicente Nebbia dall'aldilà. Con questo artifizio letterario ben noto, ma sempre godibilissimo, questi personaggi vogliono dire la loro sulle varie diatribe cittadine scaturite dalle diverse discussioni sorte in merito alla volontà di rinominare il nostro liceo classico all'illustre concittadino Umberto Eco e ad altre proposte di ricordarlo come si merita. Naturalmente ogni personaggio scrive nella lingua e nello stile del suo tempo, incluso il latino medioeval maccheronico di San Baudolino che non poteva di certo mancare nel novero dei personaggi citati (oltre allo stesso Eco che vuol dire la sua più volte), cosa che rende l'operazione ancor più succosa e godibile. Cito ad esempio la spassosissima epistola della poetessa Diodata Roero Saluzzo che, poveretta, avrebbe in questo caso perduto l'intitolazione delle scuole magistrali, al nostro liceo accorpate. Insomma cercate di procurarvelo e poi mi direte se non avrete apprezzato, in ispecie sulla dotta linea della duplice lettura, che cela al di sotto delle spassose lettere, un sottofondo di cospicua cultura.



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giovedì 16 marzo 2017

TARI da pagari, magari



L'altro giorno vi ho raccontato del mio tentativo di fare la patente internazionale e di come mi è apparso chiaro di come lo stato sia nemico del cittadino. Vedi qui. Ma quello che sta accadendo ad Alessandria è davvero interessante. Ve lo racconto. In questi giorni agli infelici abitanti della città delle nebbie, stanno arrivando migliaia di raccomandate di accertamenti per mancati pagamenti della Tari degli anni scorsi con relative ammende. All'ufficio apposito, assediato da richiedenti disperati che vogliono informazioni, un drappello di poveri impiegati dagli occhi spauriti e davvero in difficoltà morale e materiale, cerca di giustificare con un palese imbarazzo, l'ingiustificabile. Ufficiosamente, perché queste cose mica si possono dire in modo chiaro, sembra che a causa di un bug del software o per chissà quali altre cause, un numero imprecisato di pagamenti degli anni scorsi della Tari (tassa rifiuti) non sia stato registrato e quindi in automatico se ne richiede il pagamento all'utente sempre che lui non possa dimostrare di essere in regola con regolare ricevuta. 

Purtroppo io e chissà quanti altri, non riesco a trovare la ricevuta di quel pagamento di quattro anni fa e mi toccherà cacciar fuori un bel 450 Eurini, ammenda inclusa e la cosa mi fa girare parecchio i cabbasisi come direbbe Montalbano. Ora dal punto di vista formale l'Amministrazione ha tutte le ragioni; le ricevute devono essere conservate per dieci anni e loro possono andare a richiederti pagamenti fino a cinque anni addietro, ma quando la cosa è palesemente frutto di un errore, riguardando un numero di persone molto grande, delle quali la stragrande maggioranza, per soli motivi statistici, ha già certamente pagato, mi sembra una cosa criticabile, Lo stato è dunque davvero nemico del cittadino e fa di tutto per suicidarsi spingendo il popppolo verso i populismi? Che ne pensate?

Oh basta là, quasi quasi scappo all'estero!

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