lunedì 15 febbraio 2010

Dan Brown - Il simbolo perduto.

Mi sono preso un week end di pausa, perchè lavorare stanca e anche la mente ha bisogno di riposo, soprattutto se già naturalmente è portata all'otium. Una parentesi temporale da impiegare respirando semplicemente l'aria fine dell'alta quota, come propone il Buddha e godendo del sole forte che filtra tra i pini coperti di neve oppure spendendone una gran parte per leggere qualche cosa. Sciaguratamente, ho optato per questa seconda ipotesi, impiegando così sette od otto ore della mia vita che avrebbero potuto/dovuto essere meglio spese. E' un po' l'irritazione che ti prende quando ti vuoi far del male con le tue mani, quando sai già che una cosa ti fa venir mal di testa eppure la mangi/bevi lo stesso; in particolare per me che non riesco a trovare il tempo per leggere più di una quindicina di libri all'anno (per forza che poi siamo un paese di ignoranti, direte voi) e poi vado a spendere una delle opzioni in questo bidone, pure costoso. Ciò detto bisogna pur che dica due parole per esaminare il caso in questione, per mettervi in guardia, per lo meno la cosa non sarà stata completamente vana. Va bene, non sono così ingenuo da non sapere che cosa avrei trovato. Il buon Dan, avendo trovato per puro caso, dando casuali calci alle pietre, una enorme pepita d'oro, non può fare a meno di continuare ad approfittarne, però da uno scrittore ci si aspetterebbe qualcosa di più che scrivere per la quinta volta lo stesso libro. Il fatto è che Brown più che uno scrittore, è uno che scrive libri come mestiere, come quei mestieranti della penna che dovevano buttare giù un giallo ogni quindici giorni, un romanzo d'appendice per solleticare i palati spessi dei lettori dei giornali della domenica, dei seriali di bassa qualità just in time, cotti e mangiati. Se esaminiamo l'oggetto con un minimo di attenzione, emerge prepotentemente la scarsissima qualità letteraria del testo. Diciamola tutta, come già i precedenti, Il simbolo perduto, è proprio scritto male, raffazzonato e confusionario, forzato in ogni sua parte, con i caratteri improbabili tirati via grossolanamente e pieno di svarioni e di topiche proprie di chi deve consegnare il lavoro entro mezzanotte e non ha neanche il tempo di rileggere. Il fatto che, come sembra, sia addirittura stato tradotto da più mani per fare più in fretta, la dice tutta sulla qualità dell'operazione. Non ci sono errori di ortografia proprio, forse perchè esiste il correttore automatico. Uno che vuol fare un libro basato su riferimenti storici e geografici reali e che dichiara di avere persino un consulente alla bisogna (ma cosa lo paga a fare?), confonde addirittura l'Odissea con l'Iliade e il fatto che non ci sia neanche stato il tempo di correggere lo svarione (perchè qualcuno glielo avrà sicuramente fatto notare dopo l'uscita del lavoro originale) la dice tutta sulla necessità di dare in pasto alle fiere il prodotto, senza stare a preoccuparsi dei dettagli. Altro che limare l'opera! Mi direte che per l'uomo medio americano ciò che riguarda la cultura del vecchio continente è un dettaglio trascurabile, sarà così ma anche per un mestierante, le topiche più grosse dovrebbero avere un minimo di importanza. Infine, più che nei precedenti, il nostro dimostra di non saper trovare un finale decente, sprecando un ulteriore centinaio di pagine per avvoltolarsi su sé stesso senza sapere dove andare a parare. Sento già una voce che mi dice: - Ma allora, disgraziato, perchè lo hai comprato se già sapevi cosa ti aspettava, perchè non lo hai buttato dopo le prime pagine, perchè hai voluto bere fino in fondo l'amaro calice? Sei di quelli che una volta entrati, vogliono comunque vedere il film fino alla fine per non perdere i soldi del biglietto?- Il problema è che il meccanismo perverso di questi prodotti (avrete notato che non riesco proprio a chiamarlo libro) è costruito in modo che quando attacchi, non riesci a staccartene fino a quando non sei arrivato al termine. E' la maledizione dell'adesso voglio vedere come va a finire, che ti fa continuare rovistando fino alle ultime pagine e crogiuolandoti nell'abisso della tua stessa viziosità. Forse funziona così con le droghe, sai che è una porcheria che ti farà male, ma non riesci a staccartene finchè ne hai a disposizione ancora una pista. L'operazione è certo tutta calibrata al fine di fare più soldi possibile. La stesura è tipica delle sceneggiature cinematografiche degli attuali film di azione, per non perdere tempo quando servirà. Capitoli brevissimi che terminano sempre con una sopensione, che invoglia a vedere cosa succede dopo. Cambi di scena alternati per dare movimento alle inquadrature e per aumentare un po' il debolissimo interesse alla solita caccia la tesoro, condita da esplosioni, fuoco e fiamme e salvataggi dell'ultimo secondo, di cui pare che gli sceneggiatori americani non riescano a fare a meno, che vuol tenere alta la tensione fino all'acme delle rivelazioni finali, la cui banalità lascia davvero sconcertati. Però in questo modo, alla fine ci arrivi e il libro non lo posi prima dell'ultima inutile pagina, il grano lo hai tirato fuori e sono tutti contenti. Amen.

4 commenti:

laura ha detto...

Come ti ho già detto Dan Brown mi ha beccato per Il Codice da Vinci, ma mi è bastato più che d'avanzo. Una serie di scemenze scritte malissimo. D'altra parte, se vende, ha ragione lui...
E pensare che una volta i romanzucci a puntate sul giornale erano scritti da Dickens...

Angelo azzurro ha detto...

Grazie della recensione, credo sarà uno dei tanti libri che non leggerò mai! :)
Saluti

Anonimo ha detto...

In Angeli&Demoni non era male la trovata del protagonista che si lanciava dall'elicottero da mille e mille metri di altezza rimanendo illeso grazie ad un provvidenziale straccio che teneva tra le mani per rallentare la caduta e al tuffo finale nelle salubri acque del Tevere.

enrico ha detto...

Vedo che non si sono fatti vivi molti sostenitori del maestro, eppue 'sti libri si vendono a decine di milioni di copie.

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