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sabato 25 aprile 2026

Il passo del vento. il peso del sale


All'alba, nel deserto. la luce monta lenta; come un chiarore diafano sale dietro la duna scura che chiude l'orizzonte e insieme i sogni. Non c'è soffio leggero di brezza carezzevole che muova lungo l'erta, i granuli di sabbia, che ruotino muovendosi, gli uni sopra gli altri a spostare la terra in un tempo infinito. Nessun rumore arriva, da là, dalla curva elegante che incombe sul palmeto, con le foglie ormai secche. Solo un tam tam continuo che tamburella il petto, un'inquietudine che scende fino alle viscere, risuonando profondo, fino a scuotere l'animo e poi la mente vuota. Il cuore, col suo battito, sembra strumento autonomo, percosso da un fanatico ed ispirato musico, che mai non perde un colpo, ma insiste imperturbabile, chiuso nella sua trance mistica che appare inarrestabile traccia di una canzone scritta tanti anni fa, quando sei nato, nella capanna gialla, sul fondo del villaggio. Questo silenzio vigile, acuisce tutti i sensi solo da poco accesi, dopo il lungo letargo di una tiepida notte, che ancora tutto avvolge, nera coperta torpida sopra il villaggio intero. Tutti dormono ancora, gli stanchi pastori, tornati da lontano seguendo l'infinita fila di corna torte, radunate a fatica nello stazzo di pietra, materiale belante che alla fine ha trovato anch'esso pace, con il calar del sole. E le donne felici, che al marito tornato han fatto festa  e lungamente hanno compiuto la cerimonia antica, versando e riversando il liquido bollente, ammirando quel suo colore d'ambra, mentre all'intorno l'aroma di menta si diffonde. Con lo sguardo adorante ed ansioso, frenando il desiderio, gli uomini affamati lo hanno assaporato con gli occhi semichiusi, aspirando il profumo di foglioline tenere che già dentro la mente si mescolava all'attesa promessa di seni caldi e morbidi, soli da troppo tempo. Dormono ancora i bimbi, occhi chiusi ed inconsci, liberi finalmente dai nugoli di mosche, finalmente scomparse. Le corse polverose dietro quel carrettino ricavato da scatole di masserizie già vecchie prima di venir consumate. Riposano le fanciulle dalle voci gentili, che ancor nell'aria avvertono l'eccitante avventura degli incontri furtivi che durante la festa sono avvenuti ieri, gli sguardi che incrociavano coi giovani arrivati per la festa dei datteri, fino dalla città, mentre loro ballavano al ritmo delle kora. Il griot cantava adagio, con quella voce dolce, le melodie più antiche. Storie di amori puri, di contrastati incontri, di tragici finali e ancor di più ballavano, al tintinnio dei cembali, quelle ragazze splendide avvolte nelle stoffe dai colori sgargiarti e ad ogni giravolta uno sguardo fugace rubava le attenzioni di quegli occhi sognanti sotto ciglia lunghissime. Altri cuori battevano e il sonno ha tardato ad arrivare. Fuori al recinto, nobili, la mandria dei cammelli riposava tranquilla, ruminando la paglia coi lunghi denti gialli, scivolando pian piano in un letargo conscio di sonnacchiosa attesa. Le palpebre pesanti dalle ciglia lunghissime calate ormai da tempo, nascondevano al mondo l'occhio ceruleo e serio, che sembra dire, io sono l'unico a sapere quel nome sconosciuto della divinità. Ma per Brahim era questo il momento in cui ogni giorno invariabilmente si svegliava, mentre tutto il villaggio ancora dormiva e lui, uscito dalla capanna senza fare rumore andava fino al limitare dell'oasi e si sedeva, la schiena addossata al tronco scaglioso di una palma, a pensare.



martedì 8 luglio 2014

Recensione: L. Maladorno - Una diversa primavera

Una diversa Primavera

Un’opera prima interessante di un autore che almeno in apparenza vuole andare controcorrente. Giacomo, un repubblichino che ha combattuto nella Monterosa, si trova ad affrontare i difficili giorni della guerra appena finita, alle prese da un lato con un mondo precipitato nel disordine e nella violenza e dall’altro dalla disillusione data dalla sconfitta definitiva ed inevitabile dei valori in cui ha creduto fino all’ultimo. Non rimane che andarsene, anche se senza troppa convinzione, alla ricerca di un ipotetico  mondo diverso che forse neppure esiste, per cercare di dimenticare e anche per non rimanere ed essere partecipe di qualche cosa che comunque non gli piace affatto. Il caso lo coinvolge in un garbuglio di eventi  che non ha cercato, ma da cui non riesce ad uscir fuori, costretto a interagire con tipologie di persone che ha sempre disprezzato e di cui farebbe volentieri a meno. Non si sottrae, cosa che non gli riuscirebbe accettabile, ma lotta fino in fondo senza venire meno ai suoi principi, l’onore e disponibilità a sacrificare se necessario, anche la propria vita. Qualcosa di più di un semplice triller e di giochi di spie, un affresco ben tratteggiato di un momento storico in cui molti cercavano di partecipare al classico stile italico del salto sul carro del vincitore. Disponibile solo in eBook, su Amazon qui. Oppure qui.


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sabato 14 settembre 2013

Recensione: Lin Yu Tang - Juniper Loa

Lin Yu Tang è stato notissimo, in Italia, negli anni ’60, quando un suo saggio filosofico L’importanza di vivere, spopolò nella nostra generazione quasi come Il giovane Holden. Tutti lo leggevamo e ne eravamo affascinati e può essere che il mio interesse per l’oriente e la sua cultura sia venuto anche da lì. Saggista prolifico, fece conoscere la Cina e la sua cultura in un periodo in cui le sirene maoiste imperversavano e questa voce discordante era di certo di grande interesse. Mi è capitato in mano questo  suo lavoro, tutt’affatto diverso dalle sue opere saggistiche più conosciute. Si tratta infatti di un romanzo che racconta una lacrimosa e romantica storia, il cui tema centrale sono le vicende di una famiglia cinese trapiantata a Singapore nel periodo della guerra civile dei primi decenni del secolo scorso. Pieno di note autobiografiche, l’autore infatti visse a Singapore per diversi anni, direi che il romanzo è una vera delusione, una vicenda alla Harmony, fumettosa e stereotipata che davvero non aggiunge niente al lavoro del filosofo. Comunque dato che sono passati 50 anni, nei prossimi giorni voglio riprendere in mano quel volume famoso e vedere cosa mi suggerisce dopo tanto tempo. Vi farò sapere, per intanto per questo Juniper Loa, direi che potete lasciar perdere.


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giovedì 25 luglio 2013

Recensioni: K.Follett - L'inverno del mondo.




Secondo episodio della trilogia The century, il romanzo ripropone i figli dei personaggi del volume precedente, raccontandone le storie che si intrecciano continuamente attraverso tre continenti. Come sempre storicamente ineccepibile, il periodo raccontato, ripercorre tutta l'ascesa del nazismo dal 1933 fino al suo tragico epilogo, vissuto nelle vicende complicate delle famiglie coinvolte. Come la maggior parte dei lavori di questo autore, la storia ti conduce morbosamente attraverso le 1000 pagine per vedere come finiranno le vicende dei vari personaggi. Alla fine non ci sono santi lo devi finire per forza. Ci sono tutti gli ingredienti più classici delle spy stories, sull'affresco generale della vicenda tedesca e delle tragedie a tinte fosche della guerra con tutti i suoi orrori. Comunque una letteratura di consumo, che va bene giusto per l'ombrellone e che, probabilmente viene commissionata anche per numero di pagine, anche per giustificare in qualche modo i 25 euro richiesti, cosa che, del resto può anche essere considerata un difetto visto la difficile maneggevolezza di lettura del tomo, se si è distesi sul lettino in spiaggia o peggio direttamente sulla sabbia. Si vedono qua e là i cedimenti stilistici alla cassetta, quel terminare i capitoli con pennellate di sesso un tanto al pezzo, cosa evidentemente giudicata di acchiappo per lettrici e lettori di bocca buona. Direi che anche con l'indulgenza dovuta alle letture estive ci sono modi migliori per spendere i soldi.


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sabato 7 agosto 2010

Recensione: Jean Claude Izzo - Chourmo, Solea.

Poiché questo è anche un blog di servizio, oggi stop ai vaneggiamenti natural-teosofico- moralisticheggianti e via libera ad una segnalazione libraria. Complice un caro amico (ve l’ho detto che io, come Eco, non compro libri perché, quei pochi che riesco a leggere, me li regalano) sono venuto a contatto con Jean Claude Izzo, un romanziere morto nel ‘90 a soli 55 anni (quindi a mio vedere giovanissimo) e che risulta godere di una certa notorietà, sebbene abbia scritto sei o sette tra romanzi e racconti. Nell’ambito della lettura estiva di evasione mi è parso assolutamente qualche cosa di più, sebbene si tratti, almeno nella sua più nota trilogia, di giallo noir, genere all’apparenza poco impegnato o degno di grande attenzione.

Invece, se vi lascerete trascinare nel racconto, cosa che vi esorto assolutamente a fare, sono certo che rimarrete avvinti, al di là dell’intreccio, dal quadro d’ambiente mirabilmente descritto e certamente vissuto, di una Marsiglia, crocevia del Mediterraneo, corrosa dai suoi vizi e dalla sua storia, dall’amore per il mare ed i suoi abitanti, dal pessimismo pesante che incombe in ogni riga. Le vicende si dipanano in una città che è protagonista vera del racconto e che incombe sulla vicenda con i suoi contrasti antichi di malavita e nuovi di giovani delle banlieue, con i nuovi problemi che questa commistione provoca.

E’ interessante constatare come le sue considerazioni sulla integrazione dei giovani beur e sulle ondate di violenza provocate da problematiche tuttora irrisolte, siano state pensate e scritte negli anni ’90, mentre appaiono come cronaca dei nostri giorni, in tutto e per tutto previste e raccontate nella loro malinconica e pessimistica mancanza di capacità o volontà di soluzione. Ognuno dei tre romanzi della serie, Casino totale, Chourmo e Solea, vi scorrerà via veloce e forte come il fiume di pastis che il protagonista prosciuga nei piccoli bar del porto, tra profumi di erbe del sud, boullabaisse e sentore pesante di aiolì. Credo non rimarrete delusi.


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Italian elections.
Il simbolo perduto.


lunedì 15 febbraio 2010

Dan Brown - Il simbolo perduto.

Mi sono preso un week end di pausa, perchè lavorare stanca e anche la mente ha bisogno di riposo, soprattutto se già naturalmente è portata all'otium. Una parentesi temporale da impiegare respirando semplicemente l'aria fine dell'alta quota, come propone il Buddha e godendo del sole forte che filtra tra i pini coperti di neve oppure spendendone una gran parte per leggere qualche cosa. Sciaguratamente, ho optato per questa seconda ipotesi, impiegando così sette od otto ore della mia vita che avrebbero potuto/dovuto essere meglio spese. E' un po' l'irritazione che ti prende quando ti vuoi far del male con le tue mani, quando sai già che una cosa ti fa venir mal di testa eppure la mangi/bevi lo stesso; in particolare per me che non riesco a trovare il tempo per leggere più di una quindicina di libri all'anno (per forza che poi siamo un paese di ignoranti, direte voi) e poi vado a spendere una delle opzioni in questo bidone, pure costoso. Ciò detto bisogna pur che dica due parole per esaminare il caso in questione, per mettervi in guardia, per lo meno la cosa non sarà stata completamente vana. Va bene, non sono così ingenuo da non sapere che cosa avrei trovato. Il buon Dan, avendo trovato per puro caso, dando casuali calci alle pietre, una enorme pepita d'oro, non può fare a meno di continuare ad approfittarne, però da uno scrittore ci si aspetterebbe qualcosa di più che scrivere per la quinta volta lo stesso libro. Il fatto è che Brown più che uno scrittore, è uno che scrive libri come mestiere, come quei mestieranti della penna che dovevano buttare giù un giallo ogni quindici giorni, un romanzo d'appendice per solleticare i palati spessi dei lettori dei giornali della domenica, dei seriali di bassa qualità just in time, cotti e mangiati. Se esaminiamo l'oggetto con un minimo di attenzione, emerge prepotentemente la scarsissima qualità letteraria del testo. Diciamola tutta, come già i precedenti, Il simbolo perduto, è proprio scritto male, raffazzonato e confusionario, forzato in ogni sua parte, con i caratteri improbabili tirati via grossolanamente e pieno di svarioni e di topiche proprie di chi deve consegnare il lavoro entro mezzanotte e non ha neanche il tempo di rileggere. Il fatto che, come sembra, sia addirittura stato tradotto da più mani per fare più in fretta, la dice tutta sulla qualità dell'operazione. Non ci sono errori di ortografia proprio, forse perchè esiste il correttore automatico. Uno che vuol fare un libro basato su riferimenti storici e geografici reali e che dichiara di avere persino un consulente alla bisogna (ma cosa lo paga a fare?), confonde addirittura l'Odissea con l'Iliade e il fatto che non ci sia neanche stato il tempo di correggere lo svarione (perchè qualcuno glielo avrà sicuramente fatto notare dopo l'uscita del lavoro originale) la dice tutta sulla necessità di dare in pasto alle fiere il prodotto, senza stare a preoccuparsi dei dettagli. Altro che limare l'opera! Mi direte che per l'uomo medio americano ciò che riguarda la cultura del vecchio continente è un dettaglio trascurabile, sarà così ma anche per un mestierante, le topiche più grosse dovrebbero avere un minimo di importanza. Infine, più che nei precedenti, il nostro dimostra di non saper trovare un finale decente, sprecando un ulteriore centinaio di pagine per avvoltolarsi su sé stesso senza sapere dove andare a parare. Sento già una voce che mi dice: - Ma allora, disgraziato, perchè lo hai comprato se già sapevi cosa ti aspettava, perchè non lo hai buttato dopo le prime pagine, perchè hai voluto bere fino in fondo l'amaro calice? Sei di quelli che una volta entrati, vogliono comunque vedere il film fino alla fine per non perdere i soldi del biglietto?- Il problema è che il meccanismo perverso di questi prodotti (avrete notato che non riesco proprio a chiamarlo libro) è costruito in modo che quando attacchi, non riesci a staccartene fino a quando non sei arrivato al termine. E' la maledizione dell'adesso voglio vedere come va a finire, che ti fa continuare rovistando fino alle ultime pagine e crogiuolandoti nell'abisso della tua stessa viziosità. Forse funziona così con le droghe, sai che è una porcheria che ti farà male, ma non riesci a staccartene finchè ne hai a disposizione ancora una pista. L'operazione è certo tutta calibrata al fine di fare più soldi possibile. La stesura è tipica delle sceneggiature cinematografiche degli attuali film di azione, per non perdere tempo quando servirà. Capitoli brevissimi che terminano sempre con una sopensione, che invoglia a vedere cosa succede dopo. Cambi di scena alternati per dare movimento alle inquadrature e per aumentare un po' il debolissimo interesse alla solita caccia la tesoro, condita da esplosioni, fuoco e fiamme e salvataggi dell'ultimo secondo, di cui pare che gli sceneggiatori americani non riescano a fare a meno, che vuol tenere alta la tensione fino all'acme delle rivelazioni finali, la cui banalità lascia davvero sconcertati. Però in questo modo, alla fine ci arrivi e il libro non lo posi prima dell'ultima inutile pagina, il grano lo hai tirato fuori e sono tutti contenti. Amen.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!