mercoledì 29 maggio 2013

Gli argenti di Marengo.



Quella di oggi è una storia affascinante e piena di misteri, così intrigante da farla sembrare una favola o una trama di romanzo. Il racconto comincia nel III secolo dopo Cristo, epoca in cui l'Impero Romano mostrava i primi scricchiolii, un periodo turbolento in cui i primi barbari Alemanni ne tentarono l'invasione. Le strade divennero insicure e bande di predoni, dato il diminuito controllo del potere imperiale, si aggiravano nelle campagne a razziare le ricchezze sparse ovunque nel un periodo opulento che stava finendo, aprendo la strada alla decadenza. Nei pressi di Derthona, importante centro imperiale all'incrocio della via Postumia, Emilia e Fulvia, doveva esserci un grande santuario che nei secoli precedenti aveva accumulato ingenti ricchezze e donazioni. Una di queste bande ne tentò una razzia, penetrando forse di notte e cercando di prendere ogni oggetto prezioso conservato nel tempio. Possiamo quasi vederli all'opera, in una notte buia e senza luna, immobilizzare i custodi, afferrare con avidità busti, coppe, divellere dai mobili lamine e piastre, tutto l'argento che riuscivano a trovare e di cui il sito era particolarmente ricco. Lo stipano alla meglio in un grande baule di legno, ammucchiando senza ordine, schiacciando e martellando senza cura, le opere d'arte, per meglio appiattirle e far loro occupare meno spazio, poi forse disturbati dall'arrivo della legalità, prendono la fuga verso Forum Fulvii, verso ovest, inseguiti, braccati. Forse la notte successiva capiscono di non riuscire nell'intento e allora seppelliscono il tesoro in un campo vicino alla strada. 

Affannosamente proseguono nella fuga, ma forse non raggiungeranno mai le sponde della Bormida, che scorre solo a pochi passi. I centurioni li circondano, li catturano, li uccidono tutti. Così il bottino scompare nell'oblio dei secoli e della storia. Sul luogo, il passare degli eserciti si alterna al lavoro dei contadini, troppo superficiale per arrivare alla profondità in cui è stato occultata la cassa. Passano 17 secoli, sulla piana alessandrina, terra di mandrie e di messi e nello stesso luogo, dove cento anni prima Napoleone aveva fortunosamente conquistato la porta dell'Italia, in quei campi dove si trovano con frequenza, palle di fucile, fregi austriaci e qualche piccola moneta francese, nel 1928, un agricoltore che arava con decisione, in profondità, il suo campo vicino alla strada, davanti alla cascina Pederbona, incontra un intoppo che i due bianchi buoi che tirano il pesante aratro non riescono a smuovere. Dalla buca emergono i resti della cassa il cui legno è ormai marcito e disfatto e non riesce più a contenere il mucchio di argento ammassato in un unico blocco confuso. Il materiale, prelevato con ogni cura, viene portato a Roma e affidato ad uno dei massimi argentieri dell'epoca, Brozzi, amico di D'Annunzio, che lo restaura con perizia, riportando gli sbalzi e  le statue a tutto tondo alla loro splendida tridimensionalità originale. Si comprende subito che il ritrovamento è di eccezionale valore. Fregi, coppe, statue, busti di una forse unica bottega di altissimo valore artistico che vanno dal secondo al terzo secolo, l'età d'oro della Roma imperiale, raccolti con cura. 

Un piastra iscritta di un comandante legionario, Marcus Vindius Verianus, dedicata alla dea Fortuna che, evidentemente, lo ha preservato dalle insidie della guerra facendolo arrivare al massimo dei gradi, un vero e proprio ex-voto, fa propendere per l'ipotesi del tesoro di un santuario. Per la verità nel passaggio da Roma al Museo di antichità di Torino, una parte dei reperti, evidenti, nel numero, anche se schiacciati, in una foto eseguita subito dopo il ritrovamento, scompare di nuovo misteriosamente. Il furto era forse nel karma di questi oggetti. Qualcuno insinua siano ricomparsi in qualche importante asta straniera di argenti romani, ma di fatto la trentina di pezzi rimasti sono di straordinaria fattura e fascino e rimangono bene esposti, ma in fondo poco apprezzati a Torino dal 36 fino ad oggi, momento in cui sono stati mandati in trasferta a farsi apprezzare a Roma e, sulla via del ritorno, eccoli tornati nella loro casa d'origine, solo per qualche mese, purtroppo, a far bella mostra di sé nella cornice del Palatium Vetus, l'antico broletto di Alessandria, il cui restauro a cura della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, opera di Gae Aulenti, è stato appena completato. Il pezzo forte è naturalmente il busto di Lucio Vero, imperatore a metà con Marco Aurelio, per otto anni dal 161 al 169 d.C. Fu la prima diarchia nell'Impero Romano e il nostro Lucio è stato un po' dimenticato, messo in ombra dal più ingombrante e famoso compagno e fratello adottivo. Pare comunque che fosse grande combattente e amatissimo dalle folle alle quali offriva giochi e divertimento, i media dell'epoca. Amante della crapula e delle cene eleganti, che metteva insieme in ogni occasioni anche nelle campagne militari, amava circondarsi di attori, musici e favoriti, che poi compensava lautamente con cariche varie. 

Famosi erano i copiosi banchetti che teneva, invidiatissimo eppure osannato, soprattutto da quelli che beneficava, nelle sue favolose dimore. Morì d'infarto o di veleno al ritorno da una campagna in Germania, lasciando spazio completo, finalmente alla grandezza di Marco Aurelio, che portò Roma ai massimi fasti. Un icona di personaggio comune anche in altri periodi storici. Il busto in argento è di una bellezza ammaliante. La perfezione veristica dei particolari, i ricci dei capelli, la barba fluente, il leggero strabismo che ritrae l'imperatore pensoso ma deciso, parlano di un artista dalle doti tecniche davvero straordinarie. La lorica, con la figura centrale di Gorgone è sbalzata in ogni più minuto particolare, dai fregi alla fitta coperture di foglie, cosparse di sottili venature. Davvero un'opera che lascia stupiti per la perfezione dell'esecuzione. Straordinari anche, il pulvino di spessa lamina d'argento, la deliziosa testina di Venere, naturalisticamente espressa con le rughe del collo ben evidenti, le fasce con divinità o a motivi vegetali, il cratere a foglie di acanto, il frammento che raffigura le armi di eserciti stranieri, forse ammassate per un trionfo, tutti con la rifinitura degli sfondi a puntinatura fine, come si confà ad una manifattura particolarmente raffinata, non per niente Alessandria è rimasta la città degli argentieri. Fossi in voi, ci dedicherei un'oretta in compagnia di una bravissima guida che vi illustrerà, ogni pezzo con cura, approfittando dell'occasione per poter vedere l'interno del Palazzo, normalmente non aperto al pubblico.  Fino al 31 luglio 2013, con prenotazione dalle 11 alle 12 e dalle 16 alle 17, dal martedì al venerdì e udite udite, dono ad una città in dissesto, ingresso gratuito.


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