martedì 2 giugno 2020

Luoghi del cuore 6: Fatehpur Sikri


Fatehpur Sikri - India - agosto 1978
 
Nel palazzo reale
Ci sono luoghi che hanno una valenza descrittiva, sulla carta dalle apparenti connotazioni negative, ad esempio la solitudine e l'abbandono. Poi nella realtà, proprio queste caratteristiche sono quelle che ne esaltano il fascino assoluto. L'esempio più classico di questo assunto è dato dalle cosiddette città morte. Ce ne sono a centinaia in giro per il mondo, tutte unite da questo aspetto, l'essere state nel tempo lasciate sole, private della presenza umana per le cause più diverse, abbandonate al loro destino, navi prive di equipaggio alla deriva nel mare dell'universo. Eppure rimaste lì, mute testimonianze di epoche passate, su cui ragionare, investigare, porsi domande sulle ragioni di questo abbandono. Il tempo è spesso inclemente con questi luoghi lasciati alla mercè degli eventi atmosferici o alla casualità predatoria di altri uomini che hanno completato con rapidità la ragionata distruzione di quanto è rimasto privo di custodia. Tuttavia la scena che si presenta al viandante di passaggio è sempre la stessa, quella di uno scenario inquietante, dove vedi con evidenza l'attività creatrice dell'uomo e la cristallizzazione del tempo quando la specie dominante ha lasciato definitivamente la scena. E questo avviene quando siano rimasti solo muri sbrecciati e tracce di case dai tetti crollati ma anche se le costruzioni sono ancora perfettamente conservate, come se la fuga fosse stata improvvisa e soltanto avvenuta il giorno avanti. 

La città
Il senso di vuoto che ti accoglie è sempre lo stesso, che da un lato stringe il cuore, dall'altro mantiene un suo fascino perverso ed irrinunciabile. Fatehpur Sikri è una di queste, certamente una delle più belle. Una delle tante incredibili storie di uomini e di regni, in questa India carica di leggende e di fascino esotico. Uno degli apici in questa terra, fu proprio il regno Moghul che si estese a macchia d'olio in pochi decenni in tutta la parte nord del subcontinente, producendo i manufatti architettonici più straordinari in assoluto. Akhbar il grande imperatore volle costruire una capitale proprio qui nell'Uttar Pradesh non lontano da Agra, secondo una consuetudine comune a tutti i grandi regnanti, quella di progettare una propria città ideale simbolo della sua potenza e rappresentante le sue idee. Così nel 1570 cominciò la costruzione rapidissima che eresse in questa pianura sconfinata una serie di palazzi a corona di quello reale, magnifico, con moschee, tombe e altre costruzioni, assieme ad una imponente cinta muraria. Dopo soli 15 anni, nel 1585 la città venne inesplicabilmente abbandonata, si dice forse per la assoluta scarsità di acqua, qui non passano fiumi importanti, oppure perché l'interesse del regno con le sue continue guerre di conquista ed ampliamento si erano spostate verso Lahore, dove fu spostata la nuova capitale. In pochi anni la città fu completamente svuotata di ogni abitante e rimase per secoli a custodia della piana guardata dai rari pastori di capre che si spostavano verso nord. 
Un cortile
Ci arrivammo in una mattina piovosa di un agosto caldo e umidissimo. Il monsone aveva lasciato la sua abbondante razione giornaliera di pioggia nelle prime ore dopo l'alba ed il cielo ancora in parte grigio mostrava però ampi squarci tra le nubi, che lasciavano filtrare raggi dorati che facevano brillare le pozze d'acqua sugli immensi pavimenti di arenaria rossa dove si specchiavano colonne sottili dai capitelli eleganti. Ti aggiravi negli spazi deserti con un senso di rispetto, quasi non volendo disturbare i fantasmi  che certamente ancora abitavano in quelle grandi sale vuote, in parte prive di pareti che si affacciavano nel vuoto della pianura antistante come occhiaie cieche. Un grande silenzio avvolgeva le rovine, sentivi i tuoi passi battere sui selciati umidi che risuonavano in echi lontani, fatti di ricordi, di feste, di musiche, di ballerine velate. Non c'era nessun altro tra quelle mura, due ragazzi in cerca di sogni lontani e un autista magro e poco loquace con la sigaretta che pendeva ad un angolo della bocca e poi solo presenze immaginate, storie di racconti antichi, sbatter di spade e tintinnio di sonagliere. Camminavo a piedi nudi sul selciato di pietra levigata cercando orme di altri piedi più antichi, salivo su scalette nascoste per raggiungere altre terrazze più in alto per allargare lo sguardo lontano alla ricerca di carovane in arrivo, di cavalieri bardati a guerra, di tartari invasori. Solo il vento rispondeva tra le colonne dei loggiati deserti. Quando ce ne andammo il sole era già alto ed il caldo aveva asciugato le pozze tra i muri rossi e muti.

La spianata



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