sabato 4 luglio 2020

Luoghi del cuore 24: Le atmosfere di Vienna

Studiando il da farsi - Vienna - agosto 1985

Entrando a palazzo
Quell'anno si era deciso, visto che si era toccato il punto più a nord e poi uno di quelli più a sud raggiungibili con un camper di recupero come il nostro, che era ora di cominciare ad esplorare un po' anche nel mezzo, così partimmo per un gran tour mitteleuropeo, andando  un po' alla va là che vai bene. Vienna fu una delle tappe di maggiore suggestione e anche se c'ero stato di passaggio già una volta, ebbe modo di colpirmi nel profondo e credo di aver provato le stesse sensazioni di quasi tutti coloro che arrivano in questa città che dopo aver avuto un passato recente così ricco ed importante, ne ha mantenuto le caratteristiche di fondo senza che queste siano svaporate naturalmente nel corso dei decenni, come è logico aspettarsi e come molte città fanno, snaturandosi nel tentativo inconsapevole di cambiare, adattandosi ai tempi. Qui no, ci respiri sempre quell'aria da capitale di un impero e parlo di un impero importante che ha detto la sua nel corso dei secoli e che ha lasciato dietro di sé non soltanto una scia di costruzioni, palazzi, regge, monumenti, ma anche un tono, una impronta di stile, nella gente e nel modo di vedere la vita. Passeggiando nel centro o sul ring, non sei solamente condizionato dall'importanza di una architettura che ti circonda in maniera massiccia e totalizzante, ma allo stesso tempo non greve, senza incombere col peso di una storia che vuole ancora imporre la propria presenza con i fatti accaduti o l'importanza avuta negli accadimenti del continente. 

La cattedrale
Invece quello che rimane, secondo me, nell'aria è proprio quel senso di leggerezza cocotte, di una eleganza al di sopra delle cose banali, delle necessità pratiche, della vita comune, per seguire una piacevolezza del vivere fin de siècle, dove le ragazze della buona borghesia erano interessate soprattutto a mostrarsi in società, ad esibire toilettes complicate e bellissime ed attirare gli sguardi degli ufficiali in grande uniforme che passeggiavano nei giardini o scendevano dalle carrozze che sfilavano lungo le strade, ma lentamente, intanto il tempo era come cristallizzato e le cose del mondo non avevano tutta questa importanza. Basta sedersi ai tavolini di marmo di una pasticceria, anche se non è la famosa Sacher o Demel (provate entrambe naturalmente); mangiarsi una fetta di torta con contorno di piccoli frutti rossi di bosco; basta fermarsi in uno dei ristorantini del wienerwald, tagliando con posate argentate una wienerschnitzel; posare l'occhio sui tetti delle chiese dalle scandole colorate; andare ad ascoltare un concerto di orchestrali in marsina nera anche se stanno nel gazebo di un parco e come si fa a non sentirsi in un altro tempo, in una atmosfera rarefatta dove non arrivavano i sentori della vita quotidiana dell'altro mondo, quello così lontano dalla corte, dalla bellezza raffinata di Sissi o dalla eleganza dei baffi di quel giovane tenente della guardia. Ovunque ti par di sentire lo scalpiccio dei cavalli lipizzani che si muovono di lato in un perfetto dressage, anch'essi di eleganza misurata e perfetta, ci mancherebbe, mentre le cameriere in costume tradizionale, lunghe gonne verdi di panno, calze bianche e grembiulino col pizzo, svolazzano sorridenti a servisrti stinchi colossali e boccali di birra. Insomma una città nella quale ogni strada, ogni giardino, ogni palazzo ti allontana dal mondo reale e ti richiama in un passato oleograficamente perfetto, attraverso un portale dal quale è duro ritornare per riprendere la strada, eppur, come direbbe qualcuno, eppur bisogna andar.

Una fetta di torta da Demel

Nei giardini della reggia
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Da Sacher









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