venerdì 17 luglio 2020

Luoghi del cuore 31: La baia di Rio

Rio de Janeiro - la baia - novembre 86

Copacabana
Sentire quanto sta succedendo in questi mesi in Brasile, mi fa male al cuore. Un paese dove ho conosciuto solamente gente di una cortesia e di una gentilezza unica e la cui caratteristica che più mi ha colpito è quella di parlare sempre sottovoce con un tono che sa solo di sorriso e piacevolezza. Adesso invece, senti solo il numero dei morti, che non si riesce, o meglio, non si vuole contare; gli spazi cosparsi di buche dove depositare le file di bare, la sensazione di uno sbando totale di un paese così bello, così allegro, così straordinariamente pieno di gioia di vivere. C'ero stato la prima volta nell'86, quando, malgovernato come la maggior parte dei paesi dell'America Latina, era in piena crisi economica, con una ipersvalutazione in atto. Ricordo che cambiavamo i soldi due volte al giorno, al mattino e al pomeriggio, perché il cambio aumentava ad ogni ora, distruggendo risparmi, che ormai nessuno aveva più e riducendo a carta straccia le già misere pensioni per chi ce le aveva e gli stipendi miserandi di chi riusciva a lavorare. In fondo è quello che tanti "amici dell'Italia" si auspicano anche per noi, plaudendo ed auspicando ad una uscita dall'euro, che ci metterebbe esattamente in quelle condizioni. Rio era però comunque spettacolare in quel novembre assolato ed ognuno dei suoi punti topici, dalle spiagge al Corcovado, al Pan di Zucchero, da cui dominavi le viste di una delle baie più belle del mondo, mi incantavano, assieme al calore della gente che reagiva al disastro economico, sorridendo e facendo spallucce, tanto era ormai da tempo che avevano perso tutto, come mi diceva un ragazzo sulla spiaggia. 

Oba Oba
C'erano un sacco di turisti in giro però. Chiacchierando con un argentino in visita a Ipanema, che passeggiava guardando tutto un po' dall'alto in basso, si parlava della situazione. Lui ostentava un certo disprezzo per una popolazione che riteneva, si capiva bene, geneticamente inferiore e proclamava orgogliosamente che ogni argentino poteva venire lì e comprarsi il Brasile tutto per pochi dollari. Faceva il poliziotto e si capiva al volo da che parte era stato nei momenti più bui che aveva attraversato il suo paese, che evidentemente riteneva avere un luminoso avvenire, essendo stato depurato nel decennio passato da ogni scoria dannosa. Chissà che fine ha fatto la sua spocchia quando solo un decennio dopo, il populismo d'accatto ed i politici che evidentemente amava, hanno precipitato quel paese nella voragine del disastro economico e nella miseria più nera, mentre proprio il suo vituperato vicino, ne veniva fuori a poco a poco. Certo i primi responsabili sono i cittadini, ma i governanti ci mettono tanto del loro, specie quando si tratta di fare andare male le cose. Così in un alto e basso continuo, i due paesi si rincorrono nell'ottovolante della storia, ma, almeno mi è sembrato, nel bene e nel male, mentre gli argentini hanno sempre i musi lunghi di quella tristezza negativa di molti popoli malandati, che i brasiliani non riescano a togliersi dalla faccia quel sorriso che ti dice, che comunque la vita vale la pena di essere vissuta, ancora di più se puoi stare sulla sabbia di Copacabana o sui selciati dorati di Salvador Bahia. Alla sera, sia che si trattasse di un colorato spettacolo di candomblè o di sculettanti Oba Oba, come si fa ad essere pessimisti davanti alla samba nella sua espressione più carnale, così contrastante con la tristezza immusonita del tango, si girava per le strade piene di gente con la voglia di divertirsi. L'acqua della baia era d'argento in quei giorni e la sua bellezza appariva devastante e se passavi al fianco del Maracanà ti sembrava di sentire ancora l'urlo dei 200.000 che osannavano l'ennesimo goal di Pelé. 

Le spiagge



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