lunedì 20 luglio 2020

Luoghi del cuore 33: La baia di Honk Kong


Hong Kong - giugno 1986

Mercato degli uccelli
Se c'è una città assolutamente imperdibile, a mio parere, questa è sicuramente Hong Kong. Per cento implicazione diverse. E' una delle porte dell'Asia; un innesto di mentalità britannica in un supporto cinese; un esperimento politico che fatica a durare; la quintessenza del denaro e dello spirito commerciale; una delle baie più belle del mondo (per me assieme a S. Francisco, Sidney e Rio); la possibilità, attraversando al strada di passare dal mondo antico a quello ultramoderno e ugualmente, anche se non sembra possibile, di essere nel massimo dei grattacieli più tecnologici e a poca distanza potersi immergere nella natura più selvatica. Ci sono stato molte volte, anche grazie o a causa del mio lavoro, che mi portava spesso da quelle bande. Posso dire che avendola gustata la prima volta nel '74 e capisco che 46 anni sono tanti, di avere visto nel tempo, passarmi davanti molte città diverse, tanto che moltissime delle cose viste allora, oggi non esistono assolutamente più a partire dallo straordinario quartiere di Aberdeen, dove erano stati girati Il mondo di Suzie Wong e L'amore è una cosa meravigliosa, con le sue giunche di pescatori, le barche con le donne coi grandi cappelli di bambù e le meravigliose vie degli antiquari a Wan Chai. Quella prima volta ci rimanemmo una settimana, girovagando per tutta l'isola e quelle vicine, percorrendo giri inconsueti nei nuovi territori tra il vecchio villaggio di Kam Tin e vecchi templi al confine con la Cina, allora invalicabile.

Da Victoria Pick
Il mercato degli uccelli, con le meravigliose gabbiette e la rutilante Nathan road, coi negozi pieni di tecnologia ante litteram, allora non avevano ancora inventato il computer o i cellulari, ma era il regno delle reflex giapponesi a prezzi scontatissimi. Correvamo di quartiere in quartiere sperimentando per la prima volta quella cucina esotica, facendoci insegnare dai tavoli vicini l'uso delle bacchette e dimenticando le macchine fotografiche sulle sedie di un ristorante, conservateci dal cameriere quando ore dopo andammo a ricercarle, dandole ormai per perdute; visitando antichi templi e provando per la prima volto lo schifo del tofu e del latte di soya, esperienza che me lo fece odiare per sempre; cercando rimedi tradizionali nelle vecchie farmacie, chiedendo scatole di supposte alla glicerina con azione mimata, vista la mia quasi nulla, allora, conoscenza dell'inglese e mangiando fritti nel Tiger Balm Garden. Ne rimasi assolutamente affascinato, l'esotico abbinato al massimo del tecnologico del tempo. Nell'86 si atterrava ancora a Tsim Sha Tsui, facendo la barba alla sfilata dei palazzi, ma già si parlava del nuovo avveniristico aeroporto che sarebbe sorto su un isola artificiale in mezzo al mare e potevi girare a Central col naso all'insù per ammirare gli strepitosi grattacieli che avevano cambiato lo skyline della città. Qualche anno dopo eravamo a ridosso del passaggio alla Cina e c'era la grande paura ed il fuggi fuggi generale per il timore della morte della città che stava per cadere in mano ai comunisti. 

Aberdeen
Poi, dal '98 in poi ci andavo un paio di volte all'anno, accompagnandomi con l'amico Nunzio a girare per aziende, tra sottoscala e nuove costruzioni avveniristiche, peregrinando tra i falansteri di Mong Kok, dove un milione di persone vive all'incirca in un chilometro quadrato oppure scendendo al mattino presto prima di colazione a seguire gli insegnanti di Tai chi a Victoria park, o alla sera su un tetto di un grattacielo. E poi ancora passeggiare nei boschi di Lang Tao o ammirare da Victoria pick le sagome di Lamma Island e delle altre isolette all'orizzonte, con lo spettacolo della baia sottostante e la selva dei grattacieli che si levano proprio sotto di te, facendoti credere, se c'è un poco di nebbia bassa, di guardare il mondo dal paradiso; percorrerla tutta nel sottosuolo con le sue metro affollate e riprendere dopo 25 anni lo Star ferry che traversava la baia solo per i pochi turisti, mentre prima lo usavano 4 milioni di pendolari al giorno. E poi diciamola tutta, Hong Kong ha un respiro profondo e ruggente di una città in movimento perenne, in crescita travolgente, che tenta sempre di correre avanti e che senti venire su dal profondo e ti smuove le budella incitandoti a correre per fare soldi, per creare attività, per adattarti a vivere in spazi microscopici; il mio amico ad esempio, viveva in una casa di 5 locali (22 m2, però). Niente a che vedere insomma con la vicina, sonnolenta e gaudente Macau, patria del gioco e del vizio e neppure con la Shenzhen, tecnologica e operosissima, che stava sorgendo dirimpetto nella Cina del futuro. Insomma una città straordinaria dove ho trascorso giorni esaltanti e indimenticabili, imparando molto della Cina vista da vicino prima di immergermici completamente. Una città che ha visto tanti cambiamenti epocali ed è oggi, alla vigilia del prossimo, speriamo non fatale.

Nathan road




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