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mercoledì 9 dicembre 2020

Uno alla volta, per carità

Stoppie di frumento nell'alessandrino.

Ieri mi ha chiamato Massimo. Accidenti, lo sento sempre volentieri, ma lo so già che quando mi telefona, di rado, significa che è capitato qualcosa a qualcuno dei nostri vecchi colleghi. Così la mia risposta univoca, ogni volta che sento la sua voce è: chi morto? Ormai è un nostro tormentone, tra l'altro credo che sia un po' comune a molti anziani, quando si trovano. Lui lo vedevo di tanto in tanto all'Unes a fare la spesa, adesso neppure più quello, tocca solo sentirci, di tanto in tanto, appunto in queste circostanze poco simpatiche. Ma deve essere destino che il ritrovarci sia sempre sospeso in un velo di melanconica tristezza. Il supermercato poi, è quello che si è "impadronito" dell'area degli uffici del Consorzio Agrario, dopo che il sacco compiuto dalla politica lo aveva fatto andare a gambe levate, banchettando con le sue spoglie e facendo dei dipendenti carne di porco e così ogni volta che entro proprio in quel supermercato, per rigirare il coltello nella piaga e piangermi un po' addosso, vado a fare un giro dove è esposta la carta igienica anche se non ne ho bisogno, perché lì, sembra proprio un destino barbaro e bastardo, stava il mio ufficio dove ho passato venti anni della mia vita, dispensando consigli, anche con una certa credibilità e occupandomi di sementi. 

Un lavoro nobile, credetemi, che mi dava una certa soddisfazione, fino a quando non siamo stati uccisi dall'ingordigia democristiana e dal quale mi sono dovuto distaccare per cominciare poi una nuova vita, che per carità, è stata assolutamente interessante e divertente, ma il primo amore non si scorda mai, si sa. Poi, tout casse, tout passe, tout laisse, è la vita. Così adesso ti tocca la carta igienica, di tutte le marche per carità, al posto della mia bella collezione di semi di cereali; nella vetrina esterna invece, dove esponevo mazzi di spighe di San Pastore, che ora viene spacciato dalle bocche a cul di gallina, come "grano antico", adesso c'è un grande pannello con una gigantografia di verdure varie, sic transit gloria mundi. Così di tanto in tanto capita di ritrovare questi vecchi colleghi, un po' come nei raduni di reduci, nei quali si ricordano con un certo languore eventi passati. Non siamo rimasti molti ormai, d'altra parte io ero stato tra gli ultimi assunti e alla fine, come si diceva, ne rimarrà soltanto uno. Intanto se ne è andato anche l'amico di cui vi ho detto, era il capo del personale, pure più giovane di me, di Covid ovviamente, dopo aver, credo, sofferto per almeno un mese, intubato alla Salus. Quando allora ci si incrociava per i corridoi, un saluto, una battuta, adesso neanche più la possibilità di andare al suo funerale. Bisogna farsene una ragione, ma comunque non è che si sta allegri, anche perché di questa micrania non si vede la fine. L'unica soddisfazione è che quando schiatterò io, l'amico Massimo non dovrà chiamarmi per comunicarmi la ferale notizia.


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domenica 10 maggio 2015

Rimpatriate


Sento un sacco di gente, secondo me un po' snob, che sono pregiudizionalmente contrari alle rimpatriate. Di ogni tipo. Che si parli di vecchi compagni di scuola o di cene di fine corso della palestra, fino ad arrivare alle feste della leva. Si argomenta su una certa atmosfera di tristezza e di stanca noia che le accompagnerebbe, tra reduci invecchiati che non si riconoscono più o che, peggio ancora, non hanno niente da dirsi. Sarà, in fondo c'è una categoria ontologica a cui niente va bene a prescindere, gente che tignosamente fa del mugugno e della negativo una ragione di vita, un popolo che nell'Alessandrino, alligna particolarmente. Io, fortunatamente non mi sento così ed in generale aderisco sempre con un certo entusiasmo. Ieri, addirittura, mi sono quasi commosso. Dopo 25 anni, ho rivisto un gruppetto di cari amici, con cui ho condiviso una lunga parte della mia prima vita di lavoro, quando ero uno sgarzolino che ancora pensava di conquistare il mondo, anche se ero soltanto un sementiero. Proprio così, per due decenni, ho battuto la campagna ed il mondo agricolo circostante e non solo. Un universo davvero interessante che, se vissuto da vicino o meglio dall'interno, sa rivelare ed insegnare davvero tante cose. Specialmente alla luce di quanto senti nel mondo di oggi, quando pare trionfare il pensiero neoarcadico che ammorba milioni di individui che predicano un futuro fatto di fuffa biologica, ecodinamica, omeo-paleo-no-gluten e di quanto qualunque santone da strapazzo venga blaterando grazie all'invadenza dei nuovi media. 

Tutto questo cancellando, anzi, irridendo la scienza a cui, al contrario, le prove richieste non sono mai sufficienti e quando diventano inoppugnabili, vengono svalutate o semplicemente ignorate, incolpandole di connivenza con i nuovi nemici, le odiose multinazionali e la perfida bigpharma che lavora non solo per arricchirsi ma soprattutto per far venire il cancro alla gente. E si portano a riprova immense bufale che impestano internet sui siti più immaginifici, dagli amici della terra piatta alle statistiche sui suicidi indiani per colpa naturalemente della Monsanto. No, quel tempo che io ho vissuto nel mondo delle sementi, era un substrato in continua fermentazione di ricerca e di agricoltura vera, quella che ha contribuito alla rivoluzione verde degli anni sessanta e che è riuscita ad alimentare degnamente il doppio delle persone di prima della guerra. Allora su 4/5 miliardi di persone, almeno 2 morivano di fame. Oggi che che siamo a 7 miliardi e mezzo, solo uno (sempre troppi) soffre la fame. Un risultato straordinario, ottenuto in pochi decenni, grazie al lavoro di tanti ricercatori, ignoti a tutti e di certo non con le favolette slowminchia che favoleggiano di vecchi contadini dalle mani callose che a duri colpi di marra, producono quattro pomodorini mezzi marci ma dal gusto impareggiabile che già traspare quando, con sguardo sognante, parlano di come era bello il mondo di una volta senza le malefiche banche affamatrici, fonte di ogni male. 

Beh mi sono proprio goduto la giornata, chiacchierando tra vecchi sementieri, un clan chiuso, ricordando episodi e le persone che inevitabilmente ci hanno lasciato. Mi accorgo che sto irrimediabilmente ricadendo nello stesso vizio di forma che ho appena condannato con sarcasmo. Sarà proprio così. L'anziano non riesce a far altro che ricordare il suo passato, sottolineando solo le parti più belle e soddisfacenti e ignorando più o meno inconsciamente quelle meno nobili. Siamo fatti così, è la nostra natura. E allora chissenefrega, io la giornata con gli amici ritrovati me la sono davvero goduta, anche con una certa commozione, che vi devo dire, sia quando è venuto fuori che mi mandavano i semi di mais di calibro più piccolo, perché tanto non ci lamentavamo mai o quando si sono rinverdite le infinite diatribe sulla scarsa germinabilità dei quegli stessi semi ibridi. Accidenti che tragedia erano quei mesi di maggio, sempre a correre avanti e indietro per tutta la provincia a discutere di mais nati male, con agricoltori incazzosi e sempre pronti a pretendere rimborsi immotivati. Che litigate memorabili, rigirate poi alla fonte! E tutte quelle riunioni di esperti di sementi, provenienti da tutta Italia a vedere le nuove varietà, le proposte dei concorrenti, quando la biodiversità era una cosa reale e non la psicobufala ripetuta come un disco rotto da chi non sa neanche di che cosa sta parlando. Biliosi eh, i vecchi! Ma alla fine, commozione e polemica sono state stemperate dalla culaccia con soufflé al parmigiano, dal risotto al tartufo nero, dal filetto di maialino al gorgonzola con cipolle rosse stufate e dal gelatino alla menta e cioccolato con liquore di liquirizia della Osteria La Corte Bassa di Persichello. Grazie amici, alla prossima! 


mercoledì 11 luglio 2012

Mietitura.

Stoppie di frumento.


Era rimasto l'ultimo. Ancora una decina di giorni fa, si confondeva nell'oro ramato degli altri campi di grano che lo circondavano nel falsopiano prima delle colline. Spesse, dense coltri di spighe, così vicine da tenersi in piedi l'un l'altra nonostante il carico di granella di cui erano orgogliose portatrici. Anche se col passare dei giorni, il capo chinava sempre di più, in quella fatica di vivere che sapeva essere vicina alla fine. Ma una fine gloriosa, ricca e ferace, piena di promesse e di orgoglio. Ogni campo, con una sua sfumatura leggermente diversa, con tutte le componenti dell'oro, a seconda delle varietà, così tante e differenti che l'intelligenza dell'uomo ha saputo creare in barba a chi, non conoscendo, pensa che il miglioramento genetico produca perdita di diversità. Qualcuna chiara, quasi bianca come la carta preziosa, altre del rosso acceso che la secchezza ha ormai avvinto, altre ancora quasi rosate per il sottile strato di pruina che avvolgeva le glume. Lunghe ariste a formare un tappeto sconfinato o corte spighe tozze e quasi nude, con la punta squadrata o invece aguzza ed elegante, altre ancora quasi deformi al centro per le cariossidi soprannumerarie che ne rigonfiano la parte centrale. Ma ormai il tempo era arrivato al termine ed i miliardi di cariossidi erano ormai pronte, secche al punto giusto per permettere di essere conservate, asciutte ma non avvizzite, anzi rotonde grasse, ricche e pesanti. Così ad uno ad uno, la grande macchina gialla, li ha ingoiati, quei campi rigogliosi. Con metodica ma implacata lentezza la larga bocca dalle lunghe zanne ingorde, è entrata impietosa a compiere il suo dovere. 

Taglia aspira frantuma dividi e poi ancora sgrana separa vaglia ripulisci ammucchia e avanza sempre alla stessa velocità, guadagnando terreno e spazio, facendo scomparire nel grande ventre la messe e lasciando dietro di sé soltanto l'andana diritta della paglia sminuzzata. Poi quando la grande bestia si sente piena, eccola correre al limitare del campo come un commensale della mensa di Trimalcione, mai sazio di piaceri, enfio di cibo, ma voglioso di averne ancora, a liberarsi vomitando quanto ingoiato ingordamente nel carro in attesa. Così a poco a poco se le è divorate tutte, le immense tavole gialle di spighe arcuate dalla canicola estiva. Era rimasto solo lui, quel grande campo quadrato al limitare della strada lunga e diritta, lontano da case e da capannoni fastidiosi. Dietro, una vigna verde e giovane risaliva la collina con promesse autunnali. Sembrava quasi che se lo fossero dimenticato, così isolato, sebbene ricco e gremito di spighe chiare dalle lunghe ariste che fremevano alla brezza, forse Centauro, forse qualche nuova varietà che io più non conosco. Ieri sono passato e quasi non l'ho riconosciuto il posto. Il destino si era compiuto. Il campo spoglio era disegnato dalle andane gonfie di paglia tagliata, infinite strisce regolari che disegnavano la geometria del lavoro, la perfezione del progetto. La terra ormai secca e dura che il calore estivo ha reso crostosa e resistente è rimasta ricoperta degli spuntoni gialli degli steli mozzati, duri come spine puntate verso l'alto. Ancora intravedi le file ordinate della semina tra la stoppia puntuta. Un taglio severo che lascia la coperta di una spazzola pungente, come quel barbiere dove mi portava la mia mamma da bambini, che brandiva la macchinetta in una mano e ti afferrava la testa deciso con l'altra, per il taglio estivo all'Umberta. Lontano, in un angolo del campo il grande mostro ormai fermo, ebbro per l'ordalia compiuta. I carri pieni se ne sono già andati al Consorzio Agrario a scaricare, assieme al resto, nel grande mucchio comune. Ricchezza, abbondanza, promesse di farine e di pane e molto altro. La carestia è ancora lontana.


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