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lunedì 19 febbraio 2024

Nebbia bassa

da Milano today

 

Direi che oggi la nebbia dagli irti colli è scesa decisamente alla terra tra i due fiumi e a questo punto io non vedo neppure la casa di fronte alla mia, visto che al fiume ci sono assai vicino. Qui, nonostante la diceria comune sono anni che non vengono più quei bei nebbioni di una volta, quelli per cui se seguivi una macchina, rischiavi di ritrovarti nel cortile della sua cascinotta. Quando ero giovane capitava con una certa frequenza e mia moglie, fresca sposina rimase piuttosto impressionata quando arrivati a casa dal viaggio di nozze per quattro giorni consecutivi non vide la ringhiera del balcone. Ma dove mi hai portato? Poi si abituò e forse per questo neppure si rese conto che anno dopo anno mentre i nostri capelli si ingrigivano, la nebbia diventava sempre meno invasiva, anzi ce n'era di più a Moncalieri. E' il climate change, ragazzo, fattene una ragione. Ti ricordi quando facevi arrivare le patate da seme nel magazzino di Castelnuovo a gennaio e irrimediabilmente tutti gli anni gelavano aprendo i portelloni dei vagoni ferroviari? Accidenti i bei freddi di una volta, nella Merla c'era sempre da -10°C a -20°C. Nevicava fitto e poi giorni di ghiaccio per terra. Mi ricordo la mia mamma che per andare in via San Lorenzo, si metteva un paio di calze vecchie sopra le scarpe per non scivolare. 

E se si invertisse la tendenza? Mica impossibile, già è capitato tante volte in passato, come verso la fine del '400, quando è cominciata la cosiddetta piccola era glaciale durata più di 300 anni. Ci vuole un attimo a tornare indietro, qualcuno addirittura l'aveva prevista per il 2030 questa svolta, altro che auto elettriche e le altre baggianate velleitarie su cui i grandi interessi lobbistici spingono sull'ala del favore popolare, a cui i politici come sempre, cani da tartufo di voti, si accodano. Va bene, io non la vedrò di certo, la neve che ritorna prepotentemente sulle Alpi. Ieri ero a Sestriere e devo dire che i contrafforti oltre i duemila metri esposti al sole, facevano proprio pena, spelacchiati e neri. a metà febbraio! Sotto, pieno di disperati in coda per scivolare su una striscia di neve finta, dura come il cemento e poi subito marcia come a maggio. Oppure vedremo i passi nello stato in cui erano duemila anni fa, quando da quelle parti Annibale fece passare i suoi elefanti, completamente privi di ghiacciai e neve di sorta; pietraie desolate da traversare facilmente prima di scendere nella assolata pianura seccagna a bastonare i Romani. 

Difficile capire se l'uomo riuscirà ad intervenire in questa situazione climatica con prospettiva concrete e non solo con proclami tromboneschi ed azioni velleitarie a cui non credono neppure i proponenti, mentre i tre quarti del mondo neppure stanno a sentire e nello stesso tempo continuano a moltiplicarsi come conigli, aumentando il danno, mentre gli altri non si moltiplicano più creando il danno contrario ed illanguidendo l'economia. Che bel problema da risolvere; sembra un bel gioco di ruolo nel quale tanti sbraitano facili e impossibili soluzioni. Certo anche se magari non servirebbe a nulla qualunque intervento, perché il pianeta va avanti comunque da solo come ha sempre fatto in passato in una sinusoide tra grande freddo (la terra era completamente ghiacciata fino all'equatore) e caldo torrino (nel carbonifero era più caldo di oggi di circa una dozzina di gradi), verrebbe da dire che è meglio provarci, ma non di certo con le linee suggerite al momento, assolutamente inutili, se non in alcuni casi produttrici di effetti addirittura contrari. 

A mio modestissimo parere, anche se capisco che non è fattibile nella pratica, punterei tutte le risorse nella ricerca sulla fusione nucleare, unica possibilità di produrre la sempre maggiore quantità di energia necessaria e richiesta dall'umanità, magari ci si riesce ad arrivare in 30 anni invece che in 150 e contemporaneamente investirei nella semina a pioggia per via aerea, di migliaia di trilioni di piante a rapido sviluppo in tutte le aree incolte disponibili, dall'Africa, all'Australia, all'Asia centrale. Ci sono essenze adattabili anche a terreni marginali e difficili per temperature e aridità. Ci vuole però un grande investimento e poi, per rispondere alle richieste di derrate alimentari, necessarie sempre in maggiore quantità, una agricoltura sempre più tecnologica, sempre più intelligentemente intensiva, con varietà nuove da modificazioni genetiche ottenute con una ricerca sempre più affinata e veloce. Non certo con le farneticazioni di colture biominchiatiche che riducendo la produzione avrebbero ancora maggiore necessità di occupare sempre più spazi, consumando suoli e risorse. Esattamente il contrario di quanto si propone ogni giorno insomma. Bah, una lotta inutile e donchichottesca, contro mulini a vento eretti da lobbies potenti. Pazienza, tanto non sarà un mio problema e tranquilli, intanto, se non l'uomo, il pianeta se caverà comunque e vedo che mentre si chiacchiera, la nebbia si sta alzando un poco. 


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sabato 10 febbraio 2024

Trattori e forconi

dal web

 

Fatemi dire due parole sui trattori/forconi che dir si voglia, visto che mi tirano per la giacca, anche se af a ccio parte di una sparuta minoranza, che ritiene di conoscere un poco l'argomento avendoci lavorato, destinata a sprecar parole al vento e al limite, a prendersi un po' di insulti, dalla maggioranza di antivax, scie chimiche e sapienti vari del wb. Dunque il discorso sarebbe così lungo che ci vorrebbero decine di post al riguardo ma cercherò di sintetizzare al massimo. Partiamo da alcuni assiomi che vanno premessi e costantemente ricordati, se no il discorso non viene capito e non andrebbe neppure incominciato. 1 - Il mondo è pesantemente sovrappopolato (8.mld) e in costante aumento per almeno altri 100 anni. 2 - Dal punto di vista etico bisogna tendere a nutrirli tutti almeno a sufficienza. 3 - L'uomo inquina perché vive, anche se può cercare di contenersi e il pianeta ha un limitato potere tampone per sopportarne solo  una piccola parte. 4 - L'agricoltura è l'attività umana più contro natura esistente (ci vorrebbe un post intero per spiegarlo). 5 - Il clima sta cambiando sicuramente, in parte (ma nessuno ha ancora detto in quale percentuale, dati alla mano) a causa della presenza umana e delle sue attività. 6 - Tutti i tentativi proposti al momento per arrestare questo andamento, sono velleitari, totalmente insufficienti, in generale inutili o addirittura controproducenti, ma propagandati e seguiti solo per infingardo greenwashing da parte delle aziende (demonizzate invece per altre cose) e per accondiscendenza politica che necessita di accalappiare voti ad una popolazione ingannata dai masanielli di turno. 7 - Le sole cose che potrebbero avere una qualche efficacia, sono un successo nella ricerca sulla soluzione definitiva ed efficiente della fusione nucleare (e qui dovrebbero essere indirizzati tutti gli sforzi) e forse e dico forse, la piantumazione nelle zone marginali di almeno 1000 trilioni di alberi a rapido accrescimento (ma attenderei dati e studi seri al riguardo) oppure, extrema ratio, un virus che eliminasse il 90% di quegli 8 mld di cui sopra. 

Stabiliti questi assiomi, veniamo all'agricoltura, vexata ultima quaestio. I contestatori sui trattori stanno facendo una operazione esclusivamente politica spinta dall'estrema destra in vista delle prossime elezioni europee, prendendo spunto dai problemi agricoli. La testimonianza di questo viene dal fatto che le rivendicazioni, molto fumose, sono generalmente opposte tra loro e sempre contradditorie, ma hanno alla base un antieuropeismo, proprio della loro appartenenza politica. Si dichiarano green, per essere accettati dal mood popolare. parlando di gente che ama soprattutto la terra, l'agricoltura dei bei tempi andati, di essere i difensori della sostenibilita e così via, poi le richieste riguardano l'abolizione della legge contro gli antiparassitari e di quella sul set aside obbligatorio del 4% e nessuno rileva il controsenso. Le altre richieste tuttavia sono indirizzate soprattutto ad avere contributi, contributi e ancora contributi, eliminazione di tasse, l'instaurazione di dazi sulle importazioni e via di seguito. Non è neanche vero che siano da condannare su tutto. Ad esempio hanno piena ragione sul discorso degli antiparassitari e sull'indirizzo dell'UE che vorrebbe portare al 25% le coltuire cosiddette bio e bene fanno a dirlo e a sostenerlo. La gente non ha capito quasi nulla sul problema degli antiparassitari e sulla difesa delle colture e non si rende conto che senza antiparassitari, di mele o di fragole sane non ne mangerebbe. Li vorrebbe abolire perché li hanno convinti (spesso interessatamente) che sono fortemente cancerogeni e questa parola spaventa sempre, magari mentre stanno allegramente fumando e trincando alcool, o mangiando polenta bio, ma carica di micotossine, quelle sì davvero cancerogene, senza capire, primo che sono obbligatoriamente necessari, secondo che il primo interesse degli agricoltori è quello di utilizzarne il meno possibile, perché costano, terzo che vengono continuamente migliorati quanto a pericolosità e quantità mirata e quarto infine che in Europa e ancor di più in Italia questo aspetto è controllatissimo e con parametri talmente limitanti, che per avere qualche sospetto di pericolosità bisognerebbe consumare tonnellate di derrate al giorno.

Nel comune sentire, l'agricoltore è un vecchio dalle mani callose con la marra sulla spalla. che conduce una magra vaccarella al pascolo, vessato dalle perfide multinazionali e dall'Europa matrigna e questo piace tanto al ragioniere bancario che aspirerebbe alla casetta in campagna. Quella stessa Europa che per decenni ha riversato la maggior parte del suo budget annuale in sovvenzioni spesso inutili o contradditorie tra loro (per abbattere le vacche, per aumentare le vacche, per togliere le viti, per rimettere le viti, ecc.) per mantenerli, dato che in un mercato libero e gestito dalla concorrenza, non esisterebbe più neanche un agricoltore in Europa. Naturalemente anche questo sarebbe un errore, ma nella realtà si è sempre provveduto a sovvenzionare pesantemente questo settore, creando anche storture e soprattutto opportunità per truffe colossali, perché dove c'è contributo c'è truffa. A titolo di esempio, quando veniva dato il contributo per le superfici coltivate a grano duro, in Sardegna questi erano stati richiesti per una superficie superiore alla Sardegna tutta. E all'estero non erano da meno, basta ricordare la famosa truffa dei maiali in Irlanda che caricati su un camion continuavano ad attraversare le frontiere tra Eire e Ulster, prendendo contributi ad ogni passaggio, o lo scandalo dei contributi sulla  soia, per non parlare delle porcate fatte da noi sulle quote latte, in cui si sono distinti gli allevatori padani, ovviamente sostenuti da partiti pronti a cavalcare l'illegalità e il furto pur di avere un pugno di voti in più. Insomma la grande lotta degli agricoltori è: dateci contributi, toglieteci tasse e bloccate le importazioni, dimenticando che l'Italia e ovviamente l'Europa non produce neanche la metà di quello che consuma e che per forza deve importare derrate da qualche parte. 

Questo punto poi, viene enfatizzato con l'aspetto che ogni paese dichiara la sua produzione come la migliore e più qualitativamente valida su tutte le altre, cosa che già si contraddice da sola. Da noi il made in Italy, è ovviamente il top, ma se traversi la frontiera e vai in Francia il meglio è il made in France. Allora qual è il migliore? Se il prodotto italiano è il migliore, come fa ad esserlo anche il francese o il belga o lo spagnolo? Naturalmente questo piace molto al popolo identitario e beota e le stesse multinazionali condannate per i motivi sbagliati, ne fanno bandiera (sbagliata) ma in questo caso approvatissima dalla folla che osanna il grano italiano, meglio se antico, altra bufala terrificante, ma che ha molta presa sul popolo. Sulla messa a riposo del 4% delle terre, bisogna dire che questa era una correttissima pratica agronomica valida da sempre, che proprio dagli amanti del green vero dovrebbe essere gradita, il fatto che ovviamente ha un piccolo costo, e questi che contestano vorrebbero girarlo a noi, chiedendo ulteriori contributi. (La pratica era già in vigore da decenni e si chiamava set aside, ma tanto per cambiare era coperta da contributo e quindi accettatissima, ma adesso senza contributo non va più bene neanche agonomicamente). 

L'agricoltura in Europa ha dei problemi? Certo. Ma quali sono. Non quelli propugnati  dai trattori o da quelli che pensano di sostenerli tra il popolo, con la sindrome del ragioniere di banca che brama solo di stare in campagna a coltivare l'orticelllo familiare e si coccola un pomodoro, che se facesse i conti gli costerebbe 50 € al chilo e che pensa che quella sia agricoltura vera. Quello è hobby da cagamaretti con la bocca a cul di gallina che dirime sulla differenza organolettica tra grani duri che va lasciata ai ricchissimi che ne fanno un punto distintivo (ed è giusto che ci sia chi commercialmente ne approfitti), lasciando a questa gente (e approfittandone commercialmente) la fuffa, quando non truffa del biologico, vero nemico del green vero e che se espanso raddoppierebbe (vista la logica minore produttività) la necessità di terreni agricoli da consumare. L'agricoltura vera, quella deve pensare solo a sfamare 8 mld di persone, perché è cosa giusta e necessaria, è solo quella molto intensiva, (sì anche gli allevamenti), molto di più di quella attuale, molto avanzata tecnologicamente, tesa con mezzi moderni a meglio utilizzare inderogabili antiparassitari, concimi "artificiali", consumi di acqua e soprattutto ricerca in miglioramento genetico delle piante (certo soprattutto OGM). Perché magari non lo sapete, ma nessuna pianta o animale attualmente utilizzato dall'uomo in agricoltura esisterebbe se l'uomo stesso in 10.000 anni non lo avesse modificato piegandolo alle sue necessità (per produttività, qualità, resistenze,ecc.) e alcune non resisterebbe neppure per una generazione senza l'intervento umano. Fatevene una ragione. Eppure ho letto un fondo sul giornale di un noto scrittore che magnificava i tempi bucolici della agricoltura del bue, dichiarando che l'agricoltura è finita proprio quando sono arrivati quei trattori che oggi sfilano per le strade. E' proprio vero che tutti hanno diritto di parlare.

Quindi i trattori ed i forconi, hanno nella maggior parte delle loro richieste torto marcio ed è sbagliato per la comunità pretendere di produrre sempre meno con prezzi più elevati per avere un reddito accettabile a danno del consumatore, o perché paga direttamente o perché deve sostenere i contriburti con le sue tasse. Anche se il popolo non ci pensa e si schiera dalla parte dei poveri contadini (agricoltori rappresenta già una fascia più alta) anche se vi ricordo che ognuno di quei trattori che sfila con un povero contadino a bordo, costa attorno ai 100.000 € o più. L'agricoltura, insisto quella vera, è una attività economica e risponde ai meccanismi economici. Per dare un reddito corretto deve rispondere a criteri economici sani, non solamente basati sui contributi, droga spesso dannosa, e il male dell'agricoltura italiana è che è ancora scarsamente produttiva ad esempio con aziende troppo piccole (media di 11 ha), esattamente il contrario di quello che pensa la gente, che esalta invece le stupidaggini del vecchio con le mani callose che zappa un terreno duro e arido, di cui sopra. Così penso di essermi fatto abbastanza nemici, ma intanto io non devo né portare a casa voti, né ho niente da vendere, quindi posso anche accettare una buona dose di shit storm che tra l'altro è buona pratica se effettuata proprio da quei trattori con annesso carro spargiletame. Scopro di essermi dilungato troppo e quindi l'attenzione dei miei lettori sarà scemata a zero già dopo il primo capoverso, ma pazienza. Pensate che per spiegare dettagliatamente ogni mia affermazione ci vorrebbero almeno dieci post come questo. Quindi direi che per oggi basta così.

lunedì 30 agosto 2021

Sorgo nero

immagine dal web

E' una campagna apparentemente serena quella che scorre veloce dietro i finestrini dell'auto, mentre vai senza soffermarti troppo se non coda dell'occhio, sulle fughe di colori ed i quadri regolari dei campi. In realtà è soltanto apparenza, se ti fermassi a guardare meglio scorgeresti una sofferenza nascosta, poco appariscente, che tuttavia permea il territorio in maniera abbastanza uniforme. Dietro alla campagna rigogliosa della tarda estate, avverti, se vuoi interessarti davvero di come stanno le cose, un senso di mancanza e di deprivazione che si va facendo sempre più forte e pericolosa, una insoddisfazione sorda che incide sullo stato delle cose in profondità. C'è una siccità insistita che prosegue da mesi e l'acqua, che non arriva se non a scrosci inutili e violenti, comincia a mancare. Le stoppie dei frumenti e dei cereali a paglia corta, sono ormai sterili spuntoni che a malapena coprono campi seccagni nei quali la superficie si spacca dopo essersi ritorta e asciugata; quelli arati sono oramai privi completamente di umidità e non hanno avuto più la forza di far crescere che qualche raro stelo di erbe dure e filose. 

Gli appezzamenti di mais che dovrebbero essere al loro massimo vigore, visti da lontano paiono distese di oro puro, ricchezza gioiosa, ma da vicino si mostrano gialli e secchi con qualche misera striatura di verde che sta ormai scomparendo. Le foglie avvizzite si sono accartocciate le une sulle altre e se le le penetri si spezzano scrocchiando come bende rinsecchite di mummie antiche che emanano sbuffi polverosi. Anche la piralide ha fatto poco danno nel cercare un poco di umidità nelle spighe quando ancora erano tenere e dolci. Lo sviluppo si è arrestato e sono rimaste piccole e stortagnole, di certo i chicchi radi e striminziti. Il vento che sfiora la coltura ne fa gemere i fusti che scricchiolano come chiedendo aiuto. In mezzo a qualche campo emerge qualche orgoglioso fusto di elianto, residuo evidentemente di una coltura precedente, che è rimasto inutile parassita a marcare la differenza di bisogno d'acqua, ma con una capocchietta piccola e insignificante, segno della perdita della vigoria dell'ibrido dei suoi genitori. 

C'è invece qua e là, qualche campo di girasoli che tuttavia hanno perso la solare corona di petali gialli, cedendo la bellezza vana in favore di un abnorme disco centrale ormai carico e gremito di semi neri, ricchi di olio e sostanza, che stanno ancora gonfiando a dismisura. Loro hanno bisogno di poca acqua e si adattano anche a questo clima più difficile. Quest'anno poi, ci sono anche diversi campi di sorgo, molti di più che in passato, questi invece rigogliosi e forti mostrano con orgoglio una pannocchia apicale grassa e turgida, al massimo della sua possibilità. E' il cereale dell'Africa, abituato a vivere di poco o nulla, poco nutrimento, poca umidità, poca cura. Laggiù sopporta ogni genere di stenti, ma resiste e ce la fa quasi sempre ad arrivare a maturazione. Qui, non gli sembra vero di trovare quello che agli altri sembra misera micrania. Il pretenzioso e nobile frumento, il mais arrogante, faticano assai, devono avere tutto al meglio, se no è tutta una lamentela, non ce la fanno proprio, una fatica di vivere che li rende sempre più deboli e lamentosi, che pena. Loro no, sono abituati a farsi bastare il poco che c'è e a riuscire a sopravvivere quando gli altri faticano. Il girasole del lontano est che si fa bastare la poca umidità che trova e il nero sorgo africano a cui è sufficiente anche meno, abituato com'è a ben altra sofferenza. 

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lunedì 10 maggio 2021

Odore di erba

Campo di grano con corvi - da wikipedia

L'altro giorno, era appena piovuto, ho fatto un giro in campagna. Era da tempo che non camminavo, su sentieri d'erba in mezzo ai campi ancora lucidi per l'umidità di quella pioggerella leggera, che tanto ama la vegetazione al suo sbocciare. L'odore di erba bagnata che respiri a pieni polmoni camminando tra i campi, non ha uguali. E' un senso di vitalità che sta per esplodere, che mostra la piena potenza della vita che rigonfia il ventre della terra e vuole uscire, vedere la luce, crescere a dismisura, trasformare la potenzialità di un piccolo chicco qualunque, apparentemente morto e rinsecchito, in una forza mostruosa e irrefrenabile, che lo moltiplica all'infinito. Tutto il frumento è ormai in levata. I culmi spuntati da quelli che apparivano come inutili cespi di erba, che pur avendo passato il lungo inverno ad accestire e rinforzarsi, si mostravano ancora come povera copertura di verde ingiallito con le foglioline cotte dal freddo e dal gelo tardo, sono cresciuti robusti e pretenziosi, puntando decisamente verso il cielo, verso il sole, bramosi di superare i vicini ed arrivare per primi a farsi finalmente scaldare, trascinando nella corsa tutti gli altri come un esercito infinito di soldatini diritti e forti destinati a formare quell'esercito di spighe orgogliose del campo di grano. Il verde adesso è ancora vivo in attesa di trasformarsi nella sfumatura grigio azzurra che gli conferirà il velo di pruina cerosa, quando la piantina comincerà a ricercare la difesa naturale dagli agenti esterni. Il muro di spighe è ancora lontano, almeno un mese, quando la pianta comincerà a pensare a costruire e ad immagazzinare per il futuro. 

In un tempo lontano, nella mia prima vita, questo era il periodo in cui si cominciavano le visite in campo per valutare e controllare i campi di frumento da seme, quelli che sarebbero serviti ad alimentare quella macchina ben studiata della riproduzione e del miglioramento continuo. Ore passate, in giro per i campi ad individuare le spighe fuori tipo, la loro presenza percentuale, tenere o scartare per migliorare sempre. Attente osservazioni, la scelta basata sull'eliminazione degli elementi peggiorativi e l'esaltazione del miglioramento, genetico ben s'intenda, quello che da forse 10.000 anni continua a fare l'uomo, all'inizio inconsciamente, poi sempre più a ragion veduta. Un campo di grano, che straordinaria macchina costruita completamente dall'uomo attraverso i millenni, testimonianza incredibile della totale innaturalità dell'invenzione agricola, meccanismo mirabile dell'ingegno umano che molti confondono coi prodigi naturali. Certo la vulgata dell'ecologismo fasullo e spinto nella realtà da grandi interessi economici, hanno avuto modo, lavorando sottotraccia da decenni di allargare e di cercare di rendere credibile questa confusione, tra il prodigio dell'invenzione dell'agricoltura, una macchina completamente artificiale che poco o nulla ha a che vedere con la natura, e il naturalismo d'accatto che magnifica la bellezza di una natura amica dell'uomo, pronta a nutrirlo con amore ed alla quale l'uomo stesso deve chinarsi seguendo regole ancestrali, sciamaniche, che lo proteggeranno automaticamente da se stesso e dalla sua volgarità. Quanta falsità interessata in questa moda fasulla. 

La natura è totalmente neutra e non fa assolutamente nulla per aiutare l'uomo o per danneggiarlo, rileggetevi il Dialogo tra la Natura e un Islandese, lo aveva già capito Leopardi che pure di agricoltura non si è mai interessato. Bisogna comprendere ed accettare invece che la coltivazione della terra e l'allevamento del bestiame sono due procedimenti artificiali e assolutamente contro natura, che solo grazie all'inventiva umana, hanno consentito all'umanità di passare da qualche decina di milioni di individui sparsi sul pianeta a cacciare e raccogliere bacche per sopravvivere a quello che siamo oggi, quasi otto miliardi di parassiti del pianeta che ne potrebbe sostenere, grazie al suo potere tampone naturale, al più un decimo o anche meno e che per esistere devono nutrirsi, vestirsi e costruirsi ripari. Nessun campo di grano, mela o vacca lattifera esisterebbe in natura così come la conosciamo oggi. E' tutta pura e semplice costruzione dell'uomo e della sua capacità intellettiva di adattamento all'ambiente e di saper utilizzare, anche senza saperlo per millenni, le mutazioni genetiche delle specie naturali, fino a trasformarle completamente in quello che sono oggi e ancora di più se vorrà sopravvivere domani, con un agricoltura sempre più tecnologica, mirata, intensiva e ancor più "contro" natura di quanto non sia quella di oggi e che dovrà occuparsi in futuro, davvero di "nutrire" il pianeta. Soprattutto senza confonderla con l'hobby del ragioniere che stanco della settimana trascorsa dietro lo sportello della banca, sogna il piccolo orto in campagna dove far crescere stentati pomodori e zucchini stortagnoli, il cui costo economico e di reale sostenibilità ambientale non saranno sufficienti neppure a nutrire lui stesso.


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domenica 31 agosto 2014

Patate di montagna il gusto ci guadagna

Scusate se latito un po', ma sono preso da mille impegni e grane varie, inclusi spostamenti, trasferimenti vari e preparazione del prossimo viaggio. Comunque, mentre preparo la valigia, devo fare una considerazione che voglio girarvi su queste pagine, anche da voi sempre più neglette, mi pare, a vedere i numeri e va bene che siamo d'estate, ma tra crisi e maltempo, dovreste passare un po' più di tempo sul computer. Tuttavia come credo concorderete, va bene pensare ad andarsene di qua e di là, ma pure un po' di tempo a casa bisognerà passarlo, anche solo per pagare bollette e pensare a tutte le rogne che ti trovi nella buca delle lettere ogni volta che arrivi alla avita magione. Dunque bisogna pensare anche a mettere da parte delle robuste scorte per l'inverno, fare cambusa insomma, come deve fare ogni previdente formichina. A cominciare dalle patate. Ma che non siano patate qualunque. Vuole infatti la vulgata che, avendo la possibilità di metterci le mani sopra, le patate di montagna siano infinitamente più buone delle patatacce di pianura, enormi e rimpinzate di ogni porcheria kimica. Quindi da anni si cerca, durante la stagione estiva trascorsa tra i monti e le caprette che fanno bau o quello che è, di contattare un produttore di fiducia che possa fornirne un idoneo quantitativo. Purtroppo come ben immaginerete, da un lato la terra è bassa e dall'altro la montagna si sta spopolando e i montanari che integravano la magra dieta di tome dei pastori, frutti di bosco e funghi raccolti sulle balze dei monti, calano di numero di anno in anno e sono ormai ridotti ad una sparutissima schiera di malmostosi gestori di agriturismi che preferiscono fare il grano rifilando polenta e salciccia a cittadini sfiancati dalla fatica di salire a piedi fino ai vari alpeggi, che a spaccarsi la schiena a scavare patate tra la dura roccia. 

Quindi ogni anno devi correre qua e là a cercare, tramite raccomandazione di qualche  amico fidato, qualcuno che, proprio per farti un favore ti conceda un sacco di una cinquantina di chili di preziosi tuberi, raccolti in quota, pieni ti terra e di scabbia, perché capirà, io non gli do niente e quella è solo brutta da vedere e mica fa male. Così almeno ti raccontano chiudendo col piede la porta dello stazzo dove tengono chiusi i bidoni di antiparassitari di prima e seconda classe, come del resto prevede la legge. E fin qui va tutto bene perché chi si è almeno un po' interessato di agricoltura sa che se no, di roba non ne mangi, ma siccome per una certa parte della mia vita, ho lavorato nel settore e ho qualche nozione di base, ogni volta, non riesco a tenere la bocca chiusa e a chiedere almeno di che varietà si tratta. In generale mi ritrovo davanti due occhi stralunati che vogliono significare, ma come non ti basta, pasta bianca o pasta gialla? No vorrei sapere quale varietà mi fornisci. Si cincischia un po' e poi salta fuori, ma, mi sembra Agria o Spunta. E no, accidenti, capisco che non si seminano più le mitiche Piattelline e anche le Bintje sono cadute in disuso, ma proprio due varietà che o si disfano mentre le cuoci o sono più dure delle pietre, no. Capisco che producano tanto, ma allora vado a comprarle al supermercato e invece di 1 (uno) euro al chilo, le pago un terzo e sono cattive uguali. Così scottato ormai più volte, quest'anno mi sono procurato la dritta giusta. Quattro case arroccate su una montagna difficile da raggiungere, ma di grande impatto psicologico. Balze ripidissime, dove un povero contadino strappa a fatica tra le pietre e le rocce, piccoli tuberi, talmente buoni da far correre gli amatori da lunga distanza pur di avere il privilegio di averne almeno un po'. 

Infatti è bene, muniti dell'apposito biglietto che il villico ha provveduto a far stampare e a mettere in circolo, scarpe grosse ma cervello mediatico, prenotare la quantità necessaria, per dargli modo di prepararvela per tempo, prima di intraprendere la difficile strada che conduce alla borgata. Avuto l'assenso, eccoci, puntuali come agenti del fisco svizzero, guidati da appositi cartelli Qui si vendono patate di..., bussare alla porta della malga sull'alto del monte. Non c'è nessuno. Per forza. l'uomo è sulle ripe intento a strappare alla terra avara, i suoi frutti. Dopo una chiama il cui eco rimbomba a lungo tra i contrafforti della valle, eccolo che arriva, con la marra sulla spalla, affaticato ma ansioso di contentare il villeggiante. Intanto non è il proprietario, ma un rumeno, abbandonato sul monte a fare il lavoro di mano, lui probabilmente è giù in valle ad intessere relazioni commerciali. Evito i sacchetti di Agria, che anche qui hanno invaso l'area e carpisco tre confezioni di buccia rossa, Asterix, varietà nuova, di cui testeremo la validità. Al momento di pagare emerge la dura realtà. La fatica va premiata e si deve evitare lo spopolamento dei nostri monti e quindi il prezzo di 1,70 Euro/kg è più che altro un prezzo di affezione, una medaglia al valore assolutamente disgiunta dall'essenza epistemologica della patata acquistata, un premio alla volontà di proteggere il territorio e l'ecosistema. Insomma un contributo a combattere il dissesto idrogeologico delle nostre valli. Un buon esempio di filosofia di chilometro zero, quella che produce dieci o venti volte più inquinamento, tra consumi vari per andarne a prendere 30 kg e portarle a casa, che non farle arrivare direttamente in aereo dall'Olanda. L'importante è essere contenti, tanto per tenere bassa la glicemia bisogna mangiarne poche e poi a prezzo di gioielleria, sembrano sicuramente molto buone.

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giovedì 23 gennaio 2014

Anguria o melone?


Taskent - Uzbekistan - giugno 2002

Un bel dubbio, non vi pare? Quasi sempre uno di quei turbamenti che impongono una scelta. In qualunque modo tu decida, stai tranquillo che ci saranno i pro  e i contro, con i loro partigiani e cultori che vorranno spiegarti come non è da prendere neanche in considerazione l'altra sponda, anzi ci si meraviglierebbe che tu non propendessi senza titubanze per quella giusta, corretta, leale, etica ed inevitabile. Questa dicotomia la si incontra continuamente dappertutto, sia se si consideri un luogo reale o geografico, che invece se ne faccia una questione teorica. Nell'immagine di qualche anno fa, il "fido" Misha, la proponeva in una polverosa notte di Taskent, il paese che già di default si proclamava orgogliosamente come produttore dei meloni più dolci e delle angurie più succulente del mondo. Lo erano davvero? Chissà, Certo si titubava ad assaggiarle, consci del passato prossimo vissuto dalla lama di coltello che le aveva tagliate e quindi delle conseguenze gastrointestinali che il paese, brodo di cultura di quanto ancora rimane della peste bubbonica, prometteva e puntualmente regalava a turno ai componenti della truppa presente in loco a fare lo start up di una fabbrica e per firmare futuri lucrosi contratti. Notti già calde di un giugno secco di nuvole di polvere all'orizzonte che ti seccavano la gola e promettevano di essere l'avanguardia del torrido caldo estivo, che le stesse cucurbite avrebbe gonfiato a dismisura per farle poi marcire in un attimo e riportarle alla terra; da dolci delizie, a liquami immondi, specchio della vita umana.

Anch'esse però promesse di affari. Del progetto lungamente studiato di un gigantesco essiccatoio per produrre appunto le banane di melone, fette di gialla dolcezza da decorticare e ridurre a frutto secco e confezionato che garantisse una conservabilità sconosciuta a quel paese lontano. Vento di modernità, di cui l'amatore fasullo della naturalità mendace, del c'era una volta e com'era bello, non vuole considerare gli immensi vantaggi di disponibilità nel tempo, sanità, possibilità di distribuzione e tanto altro ancora, a favore di un falso mito che promette è vero freschezza e anche bellezza a fronte, di deperibilità, deterioramento rapidissimo, spreco. Non se ne fece nulla naturalmente, mancavano i dollari. Ma quante volte ancora ho trovato questi due compari, vecchio e nuovo in lotta, anguria e melone a contrasto. In Cina te li trovi sempre assieme in tavola, così insipidi entrambi, divisi insieme sui grandi carri spinti a mano o su camion dai cassoni sbilenchi che devono aspettare fuori della città per entrare, attendere che calino le ombre della notte più fonda, per non intasare il traffico già caotico. Rosso e bianco; il primo, che ormai è diventato un rosa pallido, che ha perso nel tempo la sua severità etica, esiziale per un verso come tutti gli estremi, per piegarsi alla forza irresistibile del mercato, diventando addirittura senza semi per maggiore comodità, perdendo un poco la sua anima che allietava i poemi antichi, quando metteva a confronto gli amici, seduti a sera davanti alla capanna, mentre si beveva vino caldo e sputando i piccoli grumi neri a terra, insieme a parlare di canapa e sorgo.

Il secondo poi, così giallo pallido da parere bianco, la cui dolcezza stucchevole opprime un poco, quasi un simbolo del corrotto che avanza, che però, si porta dietro inevitabilmente la diffusione di un benessere cercato e auspicato. Oppure in quell'East Africa che appare così ricco e povero al tempo stesso, dalle angurie inspiegabilmente piccole e dai meloni troppo grandi. Anche qui tante promesse dall' esterno, verde cupo delle une, giallo vivo degli altri. Tanta ricchezza reale e disponibile, tanta incapacità di trarne un utile giusto per tutti, certo incapacità accresciuta, sfruttata e mantenuta da chi invece incapace non è, anzi abile a sfruttare le debolezze insite nella tribù umana. Così quando li apri, entrambi non rispettano le promesse, diventano subito fiacchi al gusto, acqua insipida l'una, polpa senza nerbo l'altro, simboli inoppugnabili di promesse mancate. Dall'altra parte dell'Africa, i ricordi sereni di Marocco d'antan, dove un truffatore di piccolo cabotaggio cercava di gabbare i turisti cercando di sfruttare la loro ingordigia, il loro essere troppo furbi davanti all'ingenuo nativo. Propinava perle di saggezza da uomo blu sepolto tra le sabbie di un deserto antico, magnificando le bellezze bibliche del melone, brutto di fuori e dolce di dentro, come l'animo umano, intanto rifilava agli ingenui, un pugnale antico di secoli della sua famiglia, in cambio del valore di sacchi d'orzo per i propri cammelli, almeno cento dollari però, lui che diceva non conoscere il valore del denaro, pugnali che trovavi poi al mercato a un dollaro a pezzo.

Anche da noi in fondo la stessa cosa. Anche qui è difficile scegliere, tra la rugosità grigia che promette un profumo ineguagliabile, del Chanteloup e l'enormità dal verde screziato della bassa padana, così gonfia che pare stia per scoppiare, una esibizione di salute esagerata, forse falsa e subito pronta per mandare avanti la diatriba. Scelta al'Uzbeca o alla Cinese, alla Tanzaniana o alla Marocchina  o infine più nostrana. Ma no! Come si può togliere il diritto di scegliere al cittadino, privarlo della libertà di preferenza, diritto inalienabile, dimenticando magari che questa possibilità di scelta era fonte esagerata di spesa e di corruzione senza pari e passando sotto silenzio il fatto inoppugnabile che la gente si era già espressa anni fa con un voto certo e plateale, cancellando questo sconcio, appunto della preferenza e sperava di averlo fatto per sempre. Ma si sa, chi ha un interesse, lo maschera facilmente dietro le scuse più varie, le grida di viva la libertà, lo hanno sempre fatto tutti, comici, puttanieri e grigi protettori del popolo, anche se magari fino al giorno prima, avevano sostenuto l'esatto contrario. Così ci rimarrà sempre il dubbio se sia meglio l'anguria o il melone, nella speranza che non arrivi qualcuno, tranquilli, di certo grande amico e protettore del popolo, a toglierceli entrambi.

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lunedì 11 novembre 2013

OGM radioattivi?

da La Stampa  del 10 novembre 2013.

Ieri ho sentito il lancio della trasmissione di Report di questa sera sulle sementi. Quanto preannunciato fa già rabbrividire. Davvero (da quanto promesso) tanta disinformazione, con mezze verità per dimostrare tesi false. Chi non conosce il problema, sarà di certo influenzato in modo grave e indecente da quanto promette nei titoli la Gabanelli. Ma se questo problema di cui conosco un po' di cose, viene trattato in maniera tanto indegna, allora anche tutte le altre volte, quando si parlava di cose di cui mi mancavano gli elementi di conoscenza e che mi parevano così convincenti, era un'insieme di falsità e cose vere, messe insieme per dimostrare una tesi falsa e già precostituita? Un po' come l'onorevole grillina, che prima ha deciso che gli OGM sono il male e poi cerca in rete qualche cosa che lo dimostri? Mio Dio! Ieri il mio giornale La Stampa, nella pagina domenicale che una volta era dedicata all'agricoltura vera e in cui si esaminavano i problemi reali di questo aspetto dell'economia, assieme ad un delirante pezzo di Slow food, che evidentemente si è ormai impadronito della pagina invece di essere messo in quella degli oroscopi, sulla "libertà" del cibo e la "privatizzazione" delle sementi,  titola sulla caccia agli OGM in Italia con una terrificante fotografia (all'apparenza spagnola) in cui addetti bardati con tute quasi antiscorie nucleari o batteriologiche, devastano un campo di mais. Ma dove vogliamo arrivare? Che vergogna! Altro che paese in declino. Non c'è niente da fare questo è il paese delle streghe bruciate e del bavaglio a Galileo e lo rimarrà sempre.


P.S:
Mio Dio! Sono rimasto attaccato al televisore come ad un film dell'orrore, quando dici:"Che schifo" ma non riesci a smettere. Davvero una trasmissione che potrebbe essere presa come esempio di studio per esaminare la disinformazione a mezzo TV. Come incantare il popolo usando menzogne condite da mezze verità per presentare il falso. La chicca finale davvero irresistibile è stato il pezzo sulla bufala Kamut (antico grano coltivato da millenni in Egitto? che un povero agricoltore benefattore dell'umanità semina come una volta, ma robe da matti), come ben si sa, bandiera del Copiright e del business multinazionale, proprio come esempio contro il tema brevetti/contratti di cui invece è il portabandiera. Mi sono cascate le braccia. Quasi quasi non torno più sull'argomento, tanto è inutile.


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venerdì 8 novembre 2013

Agricoltura.

dal web

Ungh si era svegliato presto quella mattina. Il sole era ancora molto basso sopra gli alberi che circondavano la piccola radura vicino alle rocce, dove da un po' di tempo la tribù si era accampata. Anche in questo giorno il sole era là e stava salendo nel cielo azzurro. Scacciò così il leggero timore che lo assaliva ogni sera, quando la luce scendeva a poco a poco e poi di colpo veniva il nero della notte e nessuno era sicuro che dopo il sonno, la luce sarebbe ritornata. Per questo il vecchio saggio, ogni volta danzava e chiedeva allo spirito del cielo di far tornare la luce di nuovo. Bisognava partire per la caccia. La carne era finita già da due soli e le donne si lamentavano. Tra poco il capo avrebbe dato ordine di partire. Non prese la pelle di antilope con cui si copriva la notte, ormai faceva caldo. Si fermò un poco al limitare del bosco, aspettando che i compagni si preparassero, raccogliendo le mazze e i bastoni con le pietre affilate legate in punta e rimase a lungo a guardarsi intorno. Un pensiero lo tormentava. Erano ormai parecchie luci che osservava quel fenomeno senza riuscire a darsi una spiegazione convincente. C'era un punto, proprio al limite della radura in cui la terra era particolarmente morbida e umida. Forse proprio per questo, il vecchio saggio l'aveva scelta per lanciare le sue grida verso il cielo prima di gettare verso terra una manciata dei piccoli granelli che le donne raccoglievano alla fine del gran caldo sulla cime di certe erbe, per ingraziarsi gli spiriti del bosco. Quando ne trovavano tanti, ma era solo quando cominciava il vento fresco e l'acqua cadeva dal cielo, le donne andavano a raccoglierli, poi li schiacciavano tra due pietre, mescolavano all'acqua la pasta che ne veniva, ne facevano palline che schiacciavano tra le palme delle mani e poi le gettavano sulle grandi pietre che stavano attorno al luogo dove custodivano il fuoco, sempre calde. 

Prima che diventassero nere, le toglievano ed erano proprio buone per avvolgere i pezzi di carne, prima di mangiarli. Anche quando non si trovavano animali da cacciare, toglievano la fame. Si fermò di nuovo ad osservare tutte quelle erbe verdi che erano cresciute piuttosto fitte le une vicine alle altre. Già Gundar gli aveva fatto notare che erano uguali a quelle che sulla cima portavano i granelli raccolti. Lui non le aveva dato molto retta, per la verità, tutto intento com'era a prenderla per portarsela nel bosco  e unirsi a lei, ma ora che guardava bene si ricordò che quello era lo stesso punto dove diverse lune prima, le donne avevano litigato furiosamente per una questione di spartizione della carne e tutti i granelli che aveva raccolto Gundar erano caduti a terra e si erano sparsi attorno, infilandosi nelle fenditure. Ora le erbe erano lì, verdi e alte e guardandovi bene già vedevi sulla cima un grumo di quei granelli, ancora piccoli certo, ma che potevano crescere ancora e diventare come quelli buoni da mangiare. Prese una decisione. Avrebbe detto alle donne di tenere i piccoli lontano da lì e a Gundar di tenere d'occhio l'erba. Se i granelli fossero diventati grandi e buoni da mangiare, glieli avrebbe fatti tenere da parte e quando sarebbe tornato il freddo, lo stesso tempo del litigio tra le donne, li avrebbe fatti gettare a terra in tutta quella parte davanti al bosco. Ce ne sarebbero stati molti e molti di più in questo modo. La tribù non avrebbe avuto più fame, grazie a lui. Con questo motivo il vecchio lo avrebbe certo indicato come capo del gruppo fin che le forze glielo avrebbero concesso. 

Avrebbe potuto avere tutte le donne della tribù e forse, e qui i pensieri si accavallavano, se i granelli fossero stati tanti e ancor di più di quelli che avrebbero potuto mangiare, li avrebbero potuti dare alla tribù che stava nelle grotte rosse a una luna di cammino da lì, in cambio di buona carne. Così magari non avrebbe dovuto andare a caccia rischiando di prendersi una cornata da un bisonte. Mentre camminavano nel bosco assieme a Hummah, gli spiegò l'idea. Ci volle un po' perché Hummah capisse la faccenda, ma quando arrivò il punto in cui si sarebbero potute avere tutte le donne della tribù a disposizione, senza grandi lotte e prove di coraggio, assentì a lungo col capo e si misi a ridere forte, tanto che la piccola gazzella che avevano visto se la filò via veloce. Non parlò per un poco, rimuginando la cosa tra sé e sé, apprezzandone sempre meglio i contenuti e le finalità, poi, mentre Ungh si era acquattato basso basso tra i cespugli per fare la posta ad un grosso tasso grigio che non voleva uscire dalla tana, gli arrivò quatto quatto alle spalle come aveva imparato a fare nelle lunghe cacce a cui partecipava da bambino e diede un gran colpo con la mazza sulla testa dell'amico. Sentì subito il rumore secco delle ossa che si spaccavano. Ungh cadde a terra senza un grido, riverso su un fianco, con il cranio spaccato quasi in due metà nette. Hummah si sedette a fianco e visto che sarebbe stato sciocco lasciare tutto lì agli animali, infilando le dita nella cavità aperta tirò fuori tutta quella deliziosa materia grigia, morbida e grassa, davvero succulenta. Poi satollo, si avviò nel bosco per tornare indietro. L'idea era buona. Le donne sarebbero state tutte sue.


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mercoledì 23 ottobre 2013

L'ultimo campo di mais.



Sento profumo della zuppa di ceci che mi faceva la mia mamma. E' quasi novembre. Sento nell'aria quell'umidità spessa che che c'è attorno ai campi di mais quasi secchi, quelli che non hanno ancora trebbiato, stocchi a volte duri, altre fragili, isolati in mezzo alla campagna scura dei campi ormai scoperti, pronti alla nuova semina o o già incubatori di nuova vita. Loro sembrano dimenticati dal contadino, in altre cose preso; lasciati lì a seccare completamente, a morir soli. Se passi loro accanto, senti un innaturale connubio tra secco e umido. Un odor di muffe che stan lì ad aspettare il loro turno prima di prender possesso di tutti quegli organismi che stanno terminando la vita, indeboliti, corrosi, con le parti più importanti ormai vizze, incartapecorite, insensibili alla brezza. Quando un refolo più forte le spinge le une contro le altre avverti un ciangolio secco, come di legnetti che si frangono, foglie sfinite, senza linfa quasi prone, arresesi al tempo che è arrivato alla fine; brattee spesse un poco aperte in alto, boccheggianti in un tentativo di lasciare andare qualche seme, in un istinto di propagazione impossibile per via naturale. Le barbe ormai seccate, quasi nere, già morte da tempo si sbriciolano al tocco, lascian spazio all'introdursi di nuova vita che non aspettava che questo momento per infilarsi, scavando gallerie protettive nel ventre dell'agonizzante, diventato ricovero solido, ambìto. 

Tutto è pronto per l'assalto saprofitico di una natura ferina, dove ogni vivente sopravvive e si propaga solo a spesa di altri viventi, per essere poi a suo tempo, a sua volta, sopraffatto da nuovi e più feroci predatori. Il campo di mais sta lì, quadrato, denso e fitto come un corpo solido, una barriera invalicabile in cui tu non puoi penetrare, a meno che tu non sia viscido, piccolo, invisibile o strisciante. Un blocco unico apparentemente forte che invece odora di materia in disfacimento, della corruzione che solo il tempo produce, di senso di morte. E' novembre, neanche la pioggia ha voglia di scendere decisa, sincera. L'aria però ti bagna, tanto è umida e si fa acqua per pervadere gli stocchi moribondi e aiutarli a morire. Chissà se ancora avevano desiderio di vivere, di rinnovare l'ansia di crescita, quando nella calda estate ergevano le foglie diritte e orgogliose verso l'alto a carpire l'abbraccio del sole, per crescere ancora, per sentire quel rigonfiarsi sereno dentro di sé, quella promessa di vita, che poi altri avrebbero sfruttato, ma che pareva ragione di esistere, motivo filosofico di essere vivo. Niente sembrava potesse fermare quello slancio potente di ferace affermazione di vita. Adesso eccole lì, le piante, gialle, deboli, alcune già irrimediabilmente spezzate, il pennacchio non più orgoglioso e ritto al cielo, ma spento e fiacco, privo ormai di pollini vivi; le spighe gonfie abbandonate sul fianco, il peso della loro grassezza pronto a spezzarle; il terreno ormai ricoperto di scorie morte in decomposizione. Che terribile metafora della vita.


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sabato 29 giugno 2013

Campi di grano.



Ho voglia di andar per campi. Chissà, l'estate col suo caldo duro e un po' soffocante dovrebbe indurre alla meditazione sotto il pergolato, che noi chiamiamo topia, un dialettismo colto, visto che il governar la forma delle piante vien detta appunto arte topiaria; invece ho nostalgia di campi riarsi di sole crudo, che picchia sul collo e impone una qualche sorta di cappelluccio. Tutto quel mare di spighe dorate e riarse, leggermente ritorte nella direzione del vento o rosse, quasi bruciate, se d'altra cultivar senza pruina protettiva, immobili e ferme quando non tira più nemmeno un refolo di vento. Dappertutto è quasi giunto il tempo, addirittura nella Fraschetta, terra seccagna e povera, qualcuno ha già cominciato a mietere. Come una puerpera al compimento dei suoi giorni, stan lì in attesa della grande macchina che verrà ad ingoiarle, ingorda, a mangiare tritando il tutto, a battere, a scuotere, a sgranare e poi a separare tutto il possibile, la granella dalla paglia, lasciata cadere così quasi con disprezzo a terra in lunga e umile fila, ad aspettare che altri con calma raccolgano anche quello, che nulla vada perduto. Ho amato quei campi, mi han sempre dato un senso di ricco, di opimo, di fianchi larghi e robusti, icone corrette di una Cerere creata con giusta ragione, quadro esplicativo dell'ingordigia affamata del contadino, perennemente in bilico, sempre sul crinale tra abbondanza bramata e temuta carestia, da allontanare con gli scongiuri di una religiosità sincretica più prossima alla superstizione, assai blandita o tollerata comunque da un clero sapiente che conosceva i suoi polli. 

Cammini adagio lungo il fosso che delimita il campo, immensa tavola piana, meraviglia dell'ingegno umano, espressione innaturale e magnifica com'è l'agricoltura nella sua essenza profonda, artificio inesistente nato da considerazioni millenarie, miglioramenti così lenti e graduali da sembrar frutto di naturali cambiamenti. Pur nella sua immobilità, par di sentire un lievissimo clangore, quando milioni di ariste, rese ormai dure e quasi metalliche dal loro seccume, nella rigidità della morte, paiono sbattute tra di loro dal piccolo spostamento dell'aria quasi ferma. Un suono inavvertibile di cembali pagani, che frangono il silenzio spesso del mezzogiorno. Le spighe turgide, se le guardi attento, fanno fatica a rimanere in alto sui culmi esili e secchi anch'essi, induriti ma fragili, pronti a frangersi come vetri al primo impatto del nemico. Eppure son lì, piene all'inverosimile di cariossidi gonfie e dure, al cui interno il latte della primavera ha lasciato per strada umidità ed umori per mutarsi in glutine denso e quasi vetroso a formare un chicco dalle rotondità piene, divise dal taglio centrale deciso, sensuale e categorico al tempo stesso. E' un quadro come non potrebbero essercene altri a rappresentare l'abbondanza, in ogni tipo di cultura partita dalla terra, non quella fasulla di chi la campagna l'ha letta sul libro e se la raffigura come un'Arcadia dai toni sfumati tesa a ricercar solo sfumature di sogni, di mani nodose e di teste basse, di rimpianti di un passato mai esistito, di esaltazione di ipotesi parateologiche e di rovinevoli economie del niente. E' immagine di concretezza che valuta positivamente il solido, il concreto, rifuggendo da mode che appena si diraderà il fumo del nulla che le ha create, si accartocceranno sulla loro stessa fuffa. Come scalda l'animo un campo di frumento maturo per la trebbia! Non fosse altro per quanto picchia il sole e son senza cappello.    


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mercoledì 11 luglio 2012

Mietitura.

Stoppie di frumento.


Era rimasto l'ultimo. Ancora una decina di giorni fa, si confondeva nell'oro ramato degli altri campi di grano che lo circondavano nel falsopiano prima delle colline. Spesse, dense coltri di spighe, così vicine da tenersi in piedi l'un l'altra nonostante il carico di granella di cui erano orgogliose portatrici. Anche se col passare dei giorni, il capo chinava sempre di più, in quella fatica di vivere che sapeva essere vicina alla fine. Ma una fine gloriosa, ricca e ferace, piena di promesse e di orgoglio. Ogni campo, con una sua sfumatura leggermente diversa, con tutte le componenti dell'oro, a seconda delle varietà, così tante e differenti che l'intelligenza dell'uomo ha saputo creare in barba a chi, non conoscendo, pensa che il miglioramento genetico produca perdita di diversità. Qualcuna chiara, quasi bianca come la carta preziosa, altre del rosso acceso che la secchezza ha ormai avvinto, altre ancora quasi rosate per il sottile strato di pruina che avvolgeva le glume. Lunghe ariste a formare un tappeto sconfinato o corte spighe tozze e quasi nude, con la punta squadrata o invece aguzza ed elegante, altre ancora quasi deformi al centro per le cariossidi soprannumerarie che ne rigonfiano la parte centrale. Ma ormai il tempo era arrivato al termine ed i miliardi di cariossidi erano ormai pronte, secche al punto giusto per permettere di essere conservate, asciutte ma non avvizzite, anzi rotonde grasse, ricche e pesanti. Così ad uno ad uno, la grande macchina gialla, li ha ingoiati, quei campi rigogliosi. Con metodica ma implacata lentezza la larga bocca dalle lunghe zanne ingorde, è entrata impietosa a compiere il suo dovere. 

Taglia aspira frantuma dividi e poi ancora sgrana separa vaglia ripulisci ammucchia e avanza sempre alla stessa velocità, guadagnando terreno e spazio, facendo scomparire nel grande ventre la messe e lasciando dietro di sé soltanto l'andana diritta della paglia sminuzzata. Poi quando la grande bestia si sente piena, eccola correre al limitare del campo come un commensale della mensa di Trimalcione, mai sazio di piaceri, enfio di cibo, ma voglioso di averne ancora, a liberarsi vomitando quanto ingoiato ingordamente nel carro in attesa. Così a poco a poco se le è divorate tutte, le immense tavole gialle di spighe arcuate dalla canicola estiva. Era rimasto solo lui, quel grande campo quadrato al limitare della strada lunga e diritta, lontano da case e da capannoni fastidiosi. Dietro, una vigna verde e giovane risaliva la collina con promesse autunnali. Sembrava quasi che se lo fossero dimenticato, così isolato, sebbene ricco e gremito di spighe chiare dalle lunghe ariste che fremevano alla brezza, forse Centauro, forse qualche nuova varietà che io più non conosco. Ieri sono passato e quasi non l'ho riconosciuto il posto. Il destino si era compiuto. Il campo spoglio era disegnato dalle andane gonfie di paglia tagliata, infinite strisce regolari che disegnavano la geometria del lavoro, la perfezione del progetto. La terra ormai secca e dura che il calore estivo ha reso crostosa e resistente è rimasta ricoperta degli spuntoni gialli degli steli mozzati, duri come spine puntate verso l'alto. Ancora intravedi le file ordinate della semina tra la stoppia puntuta. Un taglio severo che lascia la coperta di una spazzola pungente, come quel barbiere dove mi portava la mia mamma da bambini, che brandiva la macchinetta in una mano e ti afferrava la testa deciso con l'altra, per il taglio estivo all'Umberta. Lontano, in un angolo del campo il grande mostro ormai fermo, ebbro per l'ordalia compiuta. I carri pieni se ne sono già andati al Consorzio Agrario a scaricare, assieme al resto, nel grande mucchio comune. Ricchezza, abbondanza, promesse di farine e di pane e molto altro. La carestia è ancora lontana.


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giovedì 21 giugno 2012

Orzo dorato.

Orzo Marchigiano.
E' il solstizio d'estate, fai un giro tra i campi e vedi che la stagione è cambiata, precipitosamente, come presa da un ansia di arrivare, di finire, di compiere il proprio destino. Tutto si gonfia, si appesantisce; un senso così diverso da quella fresca brama di vita e di esperienza che è la primavera, quando tutto sboccia, si apre, cerca nuova esperienza. Adesso invece, il destino pare compiuto, carico di conoscenza e in cerca di quell'ultima dimostrazione di potere. Ecco cosa sono riuscito a fare, dove sono arrivato, come sono stato bravo, ho ancora qualche tempo per mostrarvelo, poi si avvicinerà la fine, inevitabile ma soddisfatta di cose fatte bene. Avete mai guardato un campo di orzo in questa stagione? Non c'è uguale, se volete raffigurare la bellezza piena, ricca ed opulenta, soddisfatta di sé stessa. Già per sua natura più debole del legnoso frumento dallo stelo rigido e impettito, la piantina di orzo, più alta ma fragile nella sua smaniosa voglia di vivere ed affermarsi, si piegava ai venti anche deboli della primavera, dipingendo i campi col suo verde pallido, gentile. 

Quasi vergognandosi di essere giovane e povera, figlia di un dio minore con destini meno importanti, alimento animale, ma speranzosa invece di trasformarsi in malto e poi birra, per dare gioia e fresco piacere, fine gloriosa. Poi tutto ad un tratto, in pochi giorni, ecco che il campo si trasforma di colpo. Il forte calore, spietata cappa che avvolge la terra, le dà un segno e, tutto a un tratto, come avesse ricevuto  un ordine non derogabile, ecco che il pallido verde si muta in oro. Un oro intenso, carico, ricco, luccicante, che non ha uguali e ti abbacina lo sguardo; così diverso, dal suo parente ricco e orgoglioso, un po' rosso, quasi bruciacchiato che par terminare in agonia non voluta, la sua vita comoda di benestante. In quello splendore senza eguali, tutte le spighe con le lunghissime ariste, più languide di ciglia di odalisca, piegano assieme il capo, reclinandolo verso il basso in un inchino gentile ed umile, ma non vergognoso, conscio della propria malia, come una damina del 700 veneziano prima di sedersi all'arpicordo. Eccola, assieme a milioni di sorelle, uguali nel fulgore, ondeggiare tremula alla carezza delle brezze del mattino, quasi immobile nella calura afosa del meriggio che ne accelera il destino finale. Un campo di orzo che si muove ad onde lente all'albeggiare. Mare dorato come poche volte potrete vedere. Non perdete questo spettacolo di bellezza, prodigio dell'ingegno e della creazione umana.


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