| Lago Karakul - Pamir, giugno 2026 |
A questo punto penso che sarebbe bello raggiungere la riva di questo lago, un luogo così strano che fatichi a collocarlo anche solo nella tua mente. Ma non è così semplice. Il terreno delle ultime decine di metri prima della riva, diventa molle e intriso di acqua. E' coperto di erba alta e cesposa, a formare monticelli tondeggianti che sembrano reggere il peso, ma che quando ci metti il piede sopra, diventano molli e fangosi, tali da farti sprofondare immediatamente. Vicino alla riva ci sono due yak pelosissimi, sanno come difendersi dall'inverno le bestie; brucano contenti, qui il pascolo è insolitamente ricco e nessuno in vista che voglia approfittare di quanto producono, anche se il pelo è così lungo e folto da impedirti di capire se si tratta di maschi o di femmine.
| Il cranio |
Il lago è assolutamente immobile come morto; l'isola in centro ha solo un piccolo rilievo come se volesse nascondere la carcassa di un'astronave precipitata su questo pianeta alieno di cui nessuno conosce il nome e chi lo abita, sempre che qualcuno lo abiti naturalmente. La superficie cupa del lago ti attira morbosamente, come tutti i laghi ha quel qualcosa che istiga al suicidio, con le sue acque ferme ed esse stesse per prime senza vita. A parte il fatto che basta ragionarci un attimo, la densità salina sarebbe così alta da impedire a qualunque corpo di affondarci, insomma niente suicidi al Karakul, almeno per affogamento nelle sue acque gelide. Ecco forse per congelamento. Infatti con un lungo giro riesco ad arrivare a toccare l'acqua, perfettamente immobile, ferma, neppure quel minimo ricciolo dell'acqua sulla rena spoglia di una riva giallastra, che il minimo refolo di vento provochi per il contrasto. Tra le rocce e le pietre disseminate sul bagnasciuga che poi, date le caratteristiche di cui vi ho detto, bagnasciuga non è, troneggia un grande teschio. Dalle colossali dimensioni delle corna, lo direi un ariete o una sorta di muflone locale. Provo a sollevarlo, ma è pesantissimo. Ecco un'altra raffigurazione della morte, una simbologia costante che pervade questo ambiente e che non mi abbandona da quando siamo arrivati a vedere la linea blu del lago.
| La strada per arrivare al lago |
Solo in mezzo al bacino un leggero tremolio ne rende la superficie viva. Eppure la vicina valle di Markansu, uno dei luoghi più aridi della terra, che si stende verso oriente stringendosi man mano verso il bacino cinese del Tarim, è nota per i suoi venti fortissimi che si alzano con la regolarità dell'incontro dell'aria fredda che scende dalle montagne e per le masse di aria calda che sale dal deserto del Taklamakan. Qui si racconta di tornado che sollevano per aria persino i cammelli carichi delle yurte smontate, quando tornano verso i pascoli bassi, ma saranno di certo favole per spaventare viandanti solitari. Non c'è nessuno all'orizzonte. Che misteriosa sensazione di solitudine perfetta. Qui puoi misurarti solamente con te stesso e le tue paure, i punti oscuri della tua anima, bui come queste acque. Facciamo ancora qualche chilometro ed ecco apparire tra strada e riva, un paesino di basse case bianche, sparse come a caso, ma anch'esse senza nessuno che ci giri intorno, come fossero anche queste abbandonate e prive di vita. In effetti durante la brutta stagione questo insediamento estremo viene lasciato dalla maggioranza dei pochi abitanti, mentre d'estate, la presenza ormai costante di turisti di passaggio, ha fatto crescere qualche locale che fornisce cibo e riparo per la notte.
| La signora dell'homestay |
Certo il nostro Marco quando racconta di questo luogo, è tassativo e consiglia di portare cibo e acqua per sé e per gli animali per almeno 12 giorni, se si voleva attraversare sani e salvi queste che erano a suo parere le montagne più alte del mondo. Ci fermiamo ad un homestay, da cui emerge una signora segaligna, dagli zigomi incavati, in linea certamente con il posto e le sue caratteristiche. E' una vecchia conoscenza tajika di Jamshed e da almeno 15 anni ha aperto qui la sua casa, per nutrire la gente che passa e anno dopo anno il suo eremo si è ingrandito, segno da un lato che non ci si sta male e anche che il business del turismo cresce ormai anche qui con una tendenza inarrestabile. La signora ride mentre ci serve una chorba calda e poi noodles e patate. Le sue rughe si fanno sempre più vicine, intorno agli occhi, forse pensando alla stagione brutta che arriverà tra qualche mese, ma ormai la gente passa di qui anche quando non lo si crederebbe possibile, sono matti questi turisti diciamo la verità. I suoi bambini, paffuti e rossi del freddo, corrono nel cortile intabarrati di tutto punto, e vengono a guardare lo spettacolo quotidiano di questa strana gente, che parla lingue sconosciute, che arriva, si guarda intorno e poi se ne va in direzione opposta a quella dalla quale è venuta. Dopo il pranzo riprendiamo la strada. Non abbiamo avuto la possibilità di scambiare molte parole con la signora o altri del luogo, il silenzio sembra essere l'unico carattere assoluto di questo angolo di universo prospiciente a quello che potrebbe, a buon titolo essere uno degli ingressi dell'Averno.
| L'isola |
Quando finalmente ce ne andiamo, compiamo quasi il giro completo del lago; a metà appare anche l'altra parte quella di minore profondità delimitata dalla penisola che divide tutto lo specchio d'acqua. Il colore è cambiato, diventando adesso di un azzurro più terso e meno capace di provocare incubi. Dopo un poco un altro cimitero kirghiso, all'apparenza più antico e poi una delle più notevoli curiosità di questo luogo, detto come se questo fosse un luogo del tutto "normale". Nel tratto di piana assoluta che si estende dalle colline vicine all'acqua, ecco che se guardi con attenzione noti una stranezza che ti invita a controllare di cosa si tratti. Siamo a circa 8 km dalla stazione di servizio e a poca distanza della strada infatti si vede una disposizione di pietre chiaramente artificiale. Si tratta di piccoli menhir dall'altezza inferiore al mezzo metro, ma disposti con molta regolarità a formare alcuni grandi cerchi dell'ampiezza di molte decine di metri, al centro dei quali si notano i resti di alcune tombe, piccoli tumuli e riquadri rettangolari ricoperti di pietre. Sono necropoli di guerrieri Sciti o Saka, nome già citato da Erodoto, come vengono denominati da queste parti, con residui di cumuli funerari che proteggevano le tombe di guerrieri importanti e dei loro famigliari. Il più famoso di questi ritrovamenti è stato quello del kurgan di Esik, un tumulo di circa 6 metri di altezza, risalente al IV sec. a.C. che racchiudeva uno scheletro di sesso incerto di circa 18 anni, con una straordinaria corazza accompagnata da altri oggetti di oro, un corredo di circa 4000 pezzi!
| I cerchi delle tombe Scite |
Ritrovato nel Kazakistan orientale racconta bene la storia di questo popolo semisconosciuto che ha popolato le steppe dell'Asia centrale dai Carpazi alla Mongolia, dal 1000 a.C. fino al IV sec. d.C. Una popolazione seminomade di origini iraniche, assolutamente misteriosa, che veniva già raccontata come pericoloso e battagliero confinante già dai tempi dell'impero di Alessandro e poi dai Romani i cui imperi arrivavano proprio al confine di queste genti, note solamente a noi per l'uso dell'arco composito e per gli straordinari oggetti d'oro e d'argento che ci hanno lasciato, di una incredibile raffinatezza ed eleganza, che raccontano di un popolo evidentemente molto più avanzato di una semplice accozzaglia di pastori delle steppe. Ricorso solamente a titolo di informazione, la straordinaria mostra tenutasi a Milano nel 2001 intitolata Oro - Il mistero degli Sciti, che presentava centinaia di straordinari oggetti dell'oreficeria scita, provenienti per lo più dall'Ermitage di San Pietroburgo. Queste tombe, sebbene appena accennate e lontane dalle più famose, testimoniano comunque l'estensione di quello che fu a quei tempi forse il primo impero nomade asiatico e dimostrano fin a quali terre estreme, sono riuscite ad arrivare queste popolazioni. Davvero incredibile trovare in luoghi così sperduti e lontani dalla nostra civiltà, queste antiche tracce, ancora una volta testimonianza di cosa è capace l'uomo e della sua capacità di adattamento.
| Il ciclista austriaco |
La strada di qui in avanti è tutto un saliscendi, in una alternanza di passi senza nome sopra i 4000 metri, mentre il lago, scompare alle nostre spalle come fosse stato un sogno, un pensiero solamente immaginato nelle nostre menti. Mentre saliamo su una erta sassosa, non siamo più molto lontani dalla frontiera kirghiza, ecco un altro ciclista solitario che arranca sulla sua bici stracarica di quelle sacche che caratterizzano subito il viaggiatore di lungo corso. Alla fine cede alla fatica e deve scendere ad uno slargo, da cui si scorge ancora, forse per l'ultima volta un frammento del Karakul. E' un signore austriaco, non più giovanissimo mi sembra, che è partito da Vienna, non dice quanti mesi fa ed ha il programma di andare a Singapore, girato l'angolo insomma. Ci confessa di temere di non arrivare a seguire completamente il suo programma, visto che ha una data limite per il ritorno, e meno male, quindi probabilmente. quando arriverà a Urumqi in Cina, e da qui, non siamo molto lontani, si farà in treno il tratto fino a Chengdu, nel sud del paese, per poi proseguire in bici verso la meta finale. Tanti auguri e tanta invidia naturalmente. Noi proseguiamo invece, mentre alla nostra destra continuano a correre i reticolati cinesi, anche se in realtà la frontiera vera è ancora molto lontana da qui, poi a destra si apre l'ampia valle di Markansu, è quella che condurrebbe direttamente a Kashgar, chissà se Marco aveva preso questa strada per arrivarci, oggi il valico non è più aperto e per raggiungere la città cinese bisogna passare dall'autostrada in Kirghizistan.
| Marmotta frontaliera |
Proseguiamo per un tratto sempre più desolato e dopo un'ultima decina di chilometri eccoci alla frontiera tajika, che una volta, quando ancora c'erano attriti tra i due stati, si dice fosse piuttosto rognosa. Ci avevano parlato di procedure doganali interminabili e di tempi biblici. In realtà il doganiere con occhio apparentemente burbero, ci apre il bagagliaio e noi, obbedienti, cominciamo a tirar giù le valige. Ma subito dopo la prima, tutto si facilità, non c'è bisogno di nessun controllo, anzi ricarichiamo subito e si riparte senza perdita di tempo. Era solo una finta insomma. Invece l'unico intoppo è che, al controllo passaporti, non funziona internet e quindi bisogna aspettare una decina di minuti che riparta il collegamento; il mondo cambia in fretta e tutto si adegua alla velocità e alle necessità del mondo moderno, altri dieci minuti e siamo entrati nella zona di passaggio. Un ultimo passo, il Kizil Art a 4280 m., dove c'era il vecchio posto di frontiera, poi la strada comincia a scendere lungo una bellissima valle dei monti Trans-Alaj, fino a percorrere per quasi 14 km di terra di nessuno, prima di arrivare al nuovo punto di ingresso. Anche qui tutti gentilissimi, in pochi minuti, timbro e benvenuti in Kirghizistan. Ormai sembra che il turista portatore di soldi, sia benvenuto ovunque. Osh è lontana ormai solamente una cinquantina di chilometri.
| La frontiera con la Cina |
SURVIVAL KIT
| Yak |
Nessun commento:
Posta un commento