Visualizzazione post con etichetta Ngorongoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ngorongoro. Mostra tutti i post

lunedì 10 marzo 2014

Taste of Tanzania 29




La zanna rotta
eppur vuoi combattere.
Vecchio rissoso.

sabato 23 febbraio 2013

Nel cratere di Ngoro Ngoro.


 
Ho ridato un'occhiata ai post di questi ultimi giorni e mi accorgo che continuo a essudare un seguito di sentimenti di esaltazione che potrebbero apparire un tantino esagerati. D'accordo che è il mio stile, questo sbrodolamento continuo di melassa, ma anche se cerco di trattenermi, mi sembra di debordare continuamente, dando una sensazione di coinvolgimento forzato e fuori dalle righe. E' più forte di me, ma che volete che vi dica; forse l'anziano, invece di essere più scafato e cinico, si lascia coinvolgere più facilmente, oppure sarà soltanto il fatto di voler riempire la pagina, decidete voi. Intanto oggi vi tocca la discesa nel cratere e qui dovrei davvero esagerare, ma voglio tentare di porre una qualche misura all'entusiasmo. Sono le sei del mattino e la nostra deve essere la prima macchina che si presenta al gate di ingresso della principale pista che scende lungo i ripidi fianchi della immensa caldera. La strada per arrivarci percorre tutto il crinale, ma il buio della notte che stenta a dissolversi  ti impedisce di apprezzarne la vastità e le dimensioni del catino quasi perfetto. Poi, come accade vicino all'equatore, la luce arriva quasi di colpo a illuminare la foresta e la grande conca appare dal basso, come se un velo nero che nasconde un'opera d'arte, fosse tolto con un gesto secco per svelare la meraviglia al pubblico che non riesce a trattenere un oh, scontato ma obbligatorio. 

Probabilmente questo è lo spettacolo più eccezionale che la Tanzania offre nei suoi pur straordinari scenari naturali. Ben conosciuto e raccontato, rimane tuttavia il sito imperdibile che chi avvicina questo paese per la prima volta, non può assolutamente lasciare da parte. La macchina scende adagio lungo la discesa resa scivolosa dalla fanghiglia rossa di una breve pioggia caduta durante la notte, che aumenta la visibilità e rende più brillanti contorni e particolari. I colori stessi, pur omogenei alla prima luce, si saturano maggiormente ed aumentano la gamma delle differenze. Questi primi momenti attraverso la foresta pluviale del bordo, sono una immersione all'interno di un Pantone di sfumature di grigi azzurrati, che si affannano a mutarsi in verde pallido, in attesa dei primi raggi del sole che forano la nuvolaglia. Poi la pista si fa più piana, gli alberi si diradano lasciando spazio ai cespugli, alle radure sempre più aperte fino al mare di erba che ricopre il piano. Dietro, la parete che da quaggiù appare ancor più diritta, quasi un muro che, nascosta alla vista la stradina, si mostra come apparentemente invalicabile. E subito alle ultime balze, nel lucore del mattino, i punti neri che scorgevi dall'alto, mostrano il loro essere invece mandrie di animali che si muovono alla ricerca dell'erba più fresca, più tenera, più verde che è sempre un pochino più in là, cosa che fa sì che tutto appaia continuamente come un lento muoversi disordinato in ogni direzione. Dopo un breve falsopiano ecco subito l'animale forse più raro del parco, ma che grazie alla sua mole, si fa individuare senza fatica. 

Una coppia di rinoceronti neri pascola in un grande prato cosparso di piccoli fiori bianchi. Ti avvicini lentamente, cercando di disturbare il meno possibile, ma i due, senza parere, si spostano adagio, alla tua stessa velocità, mantenendo la famosa distanza, il criterio etologico fondamentale che domina i rapporti tra gli esseri viventi. Di tanto in tanto alzano il muso dal labbro superiore appuntito e i due lunghi corni per controllare, poi ricominciano a brucare spostandosi diagonalmente. Vogliono attraversare la strada, evidentemente dall'altra parte l'erba è molto più saporita, ma la nostra presenza non li fa decidere. Poi, forse consci della loro possanza fisica, caracollano decisi, trotterellando sulle corte gambotte e passano al di là, tenendoci d'occhio. Che animale antico! La sua corazza abnorme con le pieghe nette, gli assurdi corni, i piccoli occhietti mal funzionanti, te lo mostrano davvero come un residuo di un'era lontana popolata di mostri giganti ormai scomparsi per sempre. Li lasciamo mentre si spostano dietro una collinetta, sempre vigili e timorosi, nonostante la loro stazza. Più lontano, gruppetti di elefanti sparsi approfittano dalla temperatura del mattino ancora fresca per strappare le erbe alte che crescono più vicine ai piccoli corsi d'acqua che serpeggiano verso la superficie del lago centrale, la cui superficie è quasi tutta ricoperta di flamingos, che hanno relegato ai suoi bordi tutte le altre varietà di uccelli. 

Alcune iene spaiate trotterellano a testa bassa, di fianco alla strada in cerca di cibo mentre gru, zebre e gazzelle si tengono prudentemente al largo. Centinaia di bufali invece stazionano lungo i ruscelli pronti a sguazzare nel fango prima che arrivino gli elefanti a cacciar via tutti quanti, non appena farà più caldo. E' un brulicare di vita che si alterna in scenari sempre uguali e sempre diversi e che la luce ancora radente, evidenzia e scandisce magnificando i colori, evidenziando i particolari. Distingui nitidamente la fitta peluria delle barbe bianche degli gnu, la rugosità nella scala di grigi della proboscide dei pachidermi, le piume d'oro delle gru coronate, le froge tremanti dei piccoli di zebra ansiosi di latte che danno leggeri ma insistenti  colpi al ventre materno, i nodi delle corna ritorte dei maschi di impala dominanti, immobili a tutelare il loro gruppo di femmine, l'intensità dello sguardo scuro di un babbuino seduto nell'erba. E' davvero il momento ideale per catturare immagini, operazione obbligatoria, un affannato agitarsi nel mettere a fuoco, zoommare, cambiar di obiettivi che ti toglie parte di quel piacere impagabile che avresti nel rimanere immobile ad osservare e basta; ad assorbire con gli occhi o con le orecchie un quadro perfetto; a generare quella sindrome di Stendhal che abbisogna di tempi e modi ormai inusuali alla nostra cultura. 

Quasi non sai più dove guardare, ad ogni tratto, un quadro nuovo e meritevole di attenzione: due facoceri che si spingono cercando di conquistare territorio; un gruppetto di alcefali quasi immobili in posa, con quei musi così stretti ed innaturali all'apparenza; quei grossi eland laggiù, le più grandi tra le antilopi che si muovono lentamente e poco più in là, un maschio di otarda maggiore che si gonfia d'improvviso, distende il piumaggio della coda, lancia uno strido e compie la sua danza di corteggiamento a nostro beneficio, visto che non ci sono femmine nelle vicinanze. Ti fermi un po' vicino ad una grande pozza ad ammirare decine di aironi bianchi in volo e quasi non ti accorgi che il sole è ormai alto e che le sei ore di permanenza consentita all'interno del cratere sono già passate. E' ora di risalire la ripida erta, poi, compiendo la strada che sorre lungo l'orlo superiore, continuare a guardare in basso, senza riuscire a staccare gli occhi, prima di prendere, quasi con dispiacere, la lunga via diritta che porta fino a Karatu, una piccola cittadina, sorta, come di solito avviene, lungo la strada e sviluppatasi con la consueta virulenza e confusione di piccoli commerci e baracche che impone l'aumento dei passaggi. Qui mi aspetta, inattesa, l'esperienza più forte del viaggio. Ma non voglio anticiparvi nulla, se ne parla la prossima volta.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 22 febbraio 2013

Traversando la Rift Valley.




Lasciare Serengeti ti dà una stretta al cuore; vorresti rimanere ancora a lungo. Non ti rassegni ad abbandonare la grande pianura verdeggiante che si perde in colline lontane, gli ammassi di pietre , i cespugli bassi tra i quali vorresti aggirarti a lungo e poi stare fermo per ore ad osservare quel brulicare di vita. Ma ancora una volta i tempi del viaggiatore sono molto diversi dalle scadenze del turista, che ha un triste programma da rispettare. Mentre scorre la pista e la nuvola di polvere si alza dietro di te come la scia di una imbarcazione, cerchi di fermarti almeno ancora un poco tra le mandrie di animali che continuano a spostarsi verso nord. Poi la strada risale verso la zona dei crateri per attraversare la spaccatura della Rift Valley, la grande ferita inferta al continente milioni di anni fa, dove si è generata la nostra specie. Accoppiare la storia dell'uomo ad una terra così antica è inusuale per chi è abituato a considerare la storia in migliaia di anni invece che in milioni. Tu pensi a chi ti ha preceduto e subito vedi daghe romane alla conquista del mondo, epiche guerre al centro del Mediterraneo, imperi orientali e amerindi che si perdono nella notte dei tempi erigendo templi di pietra; al più risali ad antichi cacciatori che riconoscono la possibilità di piantare un seme nella terra o di migrare per conquistare nuovi spazi non popolati.

Ma qui è diverso, sotto i tuoi piedi un mondo così antico da non riuscire ad immaginarlo. Lungo queste valli corrose dal tempo, devi riportare la mente al momento in cui questa terra si spaccava per centinaia di chilometri e le montagne crescevano dal basso tra fuoco e lava. Crateri enormi che cambiavano lo spazio e sotto, tra nubi di polvere e la cenere dei vulcani, piccoli gruppi di esseri in fuga, come quelli le cui impronte vedi ancora scolpite nel fango diventato roccia della gola di Olduvai, quando una famiglia di cacciatori cercava riparo verso nord agli sconvolgimenti che accadevano intorno a loro quasi due milioni di anni fa.  E ancora trovi resti di ominidi che già camminavano in piedi, che maneggiavano bastoni, che si organizzavano in gruppi per sopravvivere e trovare riparo nelle spaccature delle rocce. Proprio qui è scoccata la scintilla primigenia che ha imposto una specie sulle altre e le sue tracce antiche sono sparse in questo spazio in cui perdi i riferimenti del tempo. Non puoi rimanere indifferente a questo senso di infinitamente antico che ti circonda, mentre la strada continua a salire tra i pascoli presidiati da armenti e da greggi. Una donna avvolta in un grande mantello rosso a righe si gira al bordo della strada per ripararsi dalla polvere; le ripe intorno hanno radure sempre più strette e la vegetazione si muta in foresta mentre stai per raggiungere il bordo superiore del cratere di NgoroNgoro. I pochi animali che vedi si nascondono subito nel folto, intimiditi dal rumore dell'auto, solo qualche giraffa non riesce a celare il lungo collo tra gli alberi. 

Poi dopo un'ultima curva, in fondo ad una salitella, sbuchi di colpo su una piccola radura aperta e lo spazio si squarcia al di là del crinale in una vista attesa, ma che ti lascia comunque senza fiato. Sei ad oltre duemila metri, l'aria è solo leggermente frizzante e quasi non ti accorgi di avere il fiato corto mentre ti affacci alla balconata naturale. Davanti, l'immensa bocca del cratere si spalanca come un inghiottitoio colossale, uno spazio chiuso ermeticamente da erte pareti, una prigione naturale in cui si entra e si esce a fatica per conquistarsi la libertà. La grande distanza, il crinale opposto è lontano quasi venti chilometri, ottunde i particolari. Le pareti vicine che scorgi calare ripidissime e coperte di fitta foresta pluviale si addolciscono asindoticamente verso il fondo in una sequenza di variazioni di verde che culminano, mutandosi in azzurro nello specchio centrale del lago Magadi. Al centro di questo, pur così lontano, indovini la grande macchia biancorosata  di migliaia di flamingos con le zampe appena coperte dall'acqua. Solo aguzzando di molto la vista riesci a scorgere l'infinità di puntini neri che ricoprono gli spazi aperti, le grandi mandrie di animali, gnu, zebre, gazzelle, antilopi, bufali, che lo popolano. Qualcuno potrebbe immaginare questa come una raffigurazione del giardino dell'Eden, un sogno da raccontare, mentre invece sta lì, incredibilmente reale, lì davanti agli occhi per essere guardato a lungo, nel tentativo di fissare questa immagine unica e cercare di portarla con te per sempre. 

Ecco perché è bene, se si ha la possibilità di pernottare in uno dei vari siti posti sull'orlo del cratere, arrivare un paio d'ore prima che cali la sera. Gettati frettolosamente i bagagli nella stanza, non devi perdere neppure un minuto e correre alla grande balconata, sederti su una comoda poltrona e rimanere lì a guardare in silenzio, a vedere la luce che cambia a poco a poco, mutando le intensità di verde che man mano ingrigiscono, la superficie del lago che brilla sempre di più, la foresta che diventa verde cupo, poi viola, poi infine nera, mentre il cielo abbassa le luci, il chiarore diffuso si spegne e d'improvviso compaiono le prime stelle fino a quando ogni cosa diventa velluto nero in attesa dell'uncino argentato dalla curvatura inusuale, verso il basso, che sale oltre il crinale opposto. Finisci appena la tua birra schiumosa e corri a nutrirti in fretta, che il digiuno è dannoso alla lucidità della mente, ma sbrighi rapidamente la pratica senza fare gran feste alle sapide carni croccanti di un delizioso maialino arrosto, perché hai una premura indiavolata di non arrivare tardi ad un altro appuntamento imperdibile. Corri in camera, spalanca le grandi tende della vetrata affacciata sul grande giardino e spegni la luce, siedi sul letto e aspetta, non rimarrai deluso. 

Ecco che sotto le luci fioche dell'esterno del lodge, dopo un poco qualcosa si muove. Una piccola femmina di bushbuck zampetta incerta tra i cespugli ma si perde subito nel nero delle fronde basse; poi un enorme bufalo, seguito da un altro maschio, passo dopo passo bruca l'erba a pochi centimetri dal tuo vetro. Si sono appena allontanati, quando la sagoma preistorica di un rinoceronte nero, segue la stessa via. Trattieni il fiato, di certo non riescono, almeno così dovrebbe essere, ad avvertire la tua presenza, ma che emozione. Poi un movimento veloce, qualcosa passa quasi di corsa sul davanzale, strusciando lungo il vetro, due occhi gialli, mezzo metro di coda grossa e pelosa, piccole zampette simili a mani. E' un galagone, una proscimmia notturna che ama frequentare le vicinanze degli insediamenti in cerca di cibo. Si ferma un attimo annusando l'aria e poi scompare dietro la siepe. Non ti deciderai ad andare a letto, ma intanto chi riesce a dormire? Sarà l'altitudine o forse le troppe costine di maialino che appesantiscono lo stomaco rendono lunga la digestione. O forse è l'eccitazione dell'attesa, domani all'alba, alla prima luce, scenderai sul fondo del cratere.

NgoroNgoro dal Wildlife lodge.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

martedì 19 febbraio 2013

La storia di Kosumba, guerriero Masai di secondo grado.


Un boma masai.



Kosumba si sveglia presto al mattino, appena il sole, spuntando dietro la cresta di Ngorongoro rischiara il cielo di lampi rosati. E' abituato così fin da bambino, quando ancora dormiva con sua mamma, nella quinta capanna di destra del boma dell'Acacia gialla. E' stato un bambino coraggioso come tutti i Masai del resto e già a cinque anni portava al pascolo il gregge di capre del padre, senza paura di incontrare animali selvatici pericolosi, anche se in verità di leoni non ne ha mai visto nessuno. D'altra parte lui è figlio del capo del villaggio e, anche se non ha per questo meriti particolari, si è sempre sentito un po' più importante degli altri ragazzini del boma. Quando, con gli altri giovani è stato mandato fuori dal villaggio per i sei mesi che hanno preceduto la sua iniziazione a guerriero giovane, ha affrontato la prova con divertimento. E' stato bello vagare per la savana assieme agli altri Moran con la faccia dipinta di bianco, cantando canzoni e facendo il verso alle ragazze che andavano a prendere l'acqua e poi, quando ha affrontato la circoncisione, non ha tradito neppure con un piccolo lamento, il dolore che provava, come deve fare un vero uomo. 


Anche quando l'oloibon, l'anziano che li iniziava, gli scarificò gli zigomi e le spalle e gli perforò i lobi delle orecchie non uno spillone, inserendovi prima spine di acacia e poi oggetti sempre più grandi per formare il grande lobo penduto da ornare di begli orecchini eleganti, non mostrò paura o sofferenza. Ma Kosumba non è soltanto coraggioso, è anche piuttosto intelligente, lo hanno capito subito alla missione; quasi tutti i villaggi del circondario sono ormai cattolici, anche se poi al mattino appena alzati si rivolge sempre un pensiero a Enkai, l'unico dio vero dai molti colori, che in verità però, non si occupa molto del mondo degli uomini. Lì infatti, ha rapidamente imparato un poco di inglese, la lingua dei wazungu che arrivano sempre più spesso alle falde della montagna. Tutte razze inferiori certo, come le cento tribù della pianura che addirittura si piegano a coltivare la terra o a lavorare per altri, tutte cose impensabili per un Masai, ma questi poi sono in genere pallidi e bruttissimi, bassi e grassi, anche se portano con sé un sacco di cose interessanti e soprattutto il denaro, che ha presto imparato a conoscere come veicolo per avere tutto quello che si può desiderare. 

Il padre di suo padre, anche lui capo del villaggio, otteneva le cose di cui aveva bisogno solo barattando carne e pelli e quando la grande siccità aveva ucciso quasi tutta la sua mandria non era stato in grado di evitare che la maggior parte della tribù morisse di fame. C'era voluta tutta la vita di suo padre per rimettere insieme bestiame e ricchezza, tanto che non era riuscito a comprare che altre due mogli oltre a sua madre. Ma adesso se vuoi un bel mantello rosso a quadretti o hai bisogno di un paio di ciabatte di copertone (non si gira più a piedi nudi come un tempo) devi andare al mercato con un po' di soldi in tasca per comprarle. Già, il denaro dei wazungu, con tutte quelle macchine fotografiche appese al collo, che non vogliono fare altro che scattare e scattare. Quando era moran aveva capito che farsi fotografare era il modo più semplice per ottenere denaro, poi tornato al villaggio ha convinto il padre a fare come aveva sentito dire come cosa comune per diversi villaggi lontani. I bianchi, vogliono venirci a vedere, guardare cosa facciamo, fotografare i nostri bambini? 

Bene, apriamo il villaggio, chi vuole venga, gli facciamo fare un bel giro nelle capanne, le donne cantano in circolo, li facciamo saltare un po' coi ragazzi e loro pagano una bella tariffa fissa senza fiatare e facciano tutte le foto che vogliono e le ragazze venderanno anche un po' di collanine che tanto farle non costa niente. Il padre di Kosumba è anziano di secondo grado e toccherebbe a lui prendere le decisioni, anche per il fatto che è capo di villaggio, ma ha capito subito che il suo ragazzo ha buone idee, così tutti i giorni, per lo meno nelle stagioni secche, ogni tanto si ferma una macchina davanti alla siepe spinosa del villaggio dell'Acacia gialla, da cui scendono incerti certi ciccioni ridicoli bardati di tutto punto. Kosumba e gli altri ragazzi devono farsi forza per non ridere troppo, ma vanno loro incontro, fanno loro chiedere formalmente il permesso al padre, poi lui li accompagna al di là della siepe, le donne pronte in fila fanno un bel canto di benvenuto e i ragazzi ballano la danza dei salti, quella che si fa per mettersi in mostra davanti alle ragazze; chiama nel cerchio qualcuno di loro a partecipare, c'è da morir dal ridere, riescono appena a fare qualche saltino con tutta quella ciccia traballante tanto che ridono anche le donne; mostra le mazze yawara, il bastone di legno duro, il lungo coltello che porta al fianco fin da ragazzo, qualcuno glielo vuole addirittura comperare. 

Poi ognuno si prende un mzungu e se lo porta in giro nelle capanne. Pili, il suo amico del cuore, se li porta sempre in quella di Yapori, la sua moglie più bella, alta e con le ciglia lunghe che gli ha già dato un maschio e che è davvero la più bella del villaggio, in fondo gli piace dire che è sua moglie e che le facciano tutte quelle fotografie, a lei e al bambino che è di certo il più bello del mondo. Poi li portano a vedere la capanna, appena fuori dal boma dove da un po' hanno aperto una piccola scuola, ci sono le panche e anche una lavagna e una ragazza del villaggio che insegna a scrivere e a leggere. Quelli si inteneriscono sempre davanti ai bambini e lasciano anche una donazione, poi se ne vanno contenti. Suo padre è molto soddisfatto di come vanno le cose, il villaggio prospera e le mandrie sono sempre più numerose, si possono comprare n sacco di cose al mercato con tutti quei soldi; il suo ragazzo ha dato buoni consigli anche se è così giovane.

Di certo sarà lui, il prossimo capo. Adesso che è guerriero di secondo grado con buone sostanze a disposizione, investirà presto una ventina di vacche per comprarsi una seconda moglie, anzi ha già adocchiato Pambira, due begli occhi in un villaggio vicino, che ha visto ad una festa ed ha già saltato davanti a lei. Certo è un po' vanesio come tutti i guerrieri; sa di appartenere alla razza il cui modo di vivere è l'unico degno di essere vissuto e alla fine gli piace tanto mettersi in posa davanti agli ospiti e farsi fotografare. Gli piace esibire con sguardo fiero le collane di osso, i bracciali di perline coloratissime, segno del clan, il mantello rosso fuoco con le sottili righe blu appena comperato. Sta lì fermo e diritto appoggiato al lungo bastone da pastore, poi si gira appena mostrando il suo gioiello più prezioso che gli pende dal lungo collo elegante, un iPhone nuovo in una custodia di plastica rosa. Poi Kosumba si siede davanti al villaggio con gli altri, ad aspettare la prossima macchina.




Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!