La zanna rotta
eppur vuoi combattere.
Vecchio rissoso.
Ho ridato un'occhiata ai post di questi ultimi giorni e mi accorgo che continuo a essudare un seguito di sentimenti di esaltazione che potrebbero apparire un tantino esagerati. D'accordo che è il mio stile, questo sbrodolamento continuo di melassa, ma anche se cerco di trattenermi, mi sembra di debordare continuamente, dando una sensazione di coinvolgimento forzato e fuori dalle righe. E' più forte di me, ma che volete che vi dica; forse l'anziano, invece di essere più scafato e cinico, si lascia coinvolgere più facilmente, oppure sarà soltanto il fatto di voler riempire la pagina, decidete voi. Intanto oggi vi tocca la discesa nel cratere e qui dovrei davvero esagerare, ma voglio tentare di porre una qualche misura all'entusiasmo. Sono le sei del mattino e la nostra deve essere la prima macchina che si presenta al gate di ingresso della principale pista che scende lungo i ripidi fianchi della immensa caldera. La strada per arrivarci percorre tutto il crinale, ma il buio della notte che stenta a dissolversi ti impedisce di apprezzarne la vastità e le dimensioni del catino quasi perfetto. Poi, come accade vicino all'equatore, la luce arriva quasi di colpo a illuminare la foresta e la grande conca appare dal basso, come se un velo nero che nasconde un'opera d'arte, fosse tolto con un gesto secco per svelare la meraviglia al pubblico che non riesce a trattenere un oh, scontato ma obbligatorio.
Probabilmente questo è lo spettacolo più eccezionale che la Tanzania offre nei suoi pur straordinari scenari naturali. Ben conosciuto e raccontato, rimane tuttavia il sito imperdibile che chi avvicina questo paese per la prima volta, non può assolutamente lasciare da parte. La macchina scende adagio lungo la discesa resa scivolosa dalla fanghiglia rossa di una breve pioggia caduta durante la notte, che aumenta la visibilità e rende più brillanti contorni e particolari. I colori stessi, pur omogenei alla prima luce, si saturano maggiormente ed aumentano la gamma delle differenze. Questi primi momenti attraverso la foresta pluviale del bordo, sono una immersione all'interno di un Pantone di sfumature di grigi azzurrati, che si affannano a mutarsi in verde pallido, in attesa dei primi raggi del sole che forano la nuvolaglia. Poi la pista si fa più piana, gli alberi si diradano lasciando spazio ai cespugli, alle radure sempre più aperte fino al mare di erba che ricopre il piano. Dietro, la parete che da quaggiù appare ancor più diritta, quasi un muro che, nascosta alla vista la stradina, si mostra come apparentemente invalicabile. E subito alle ultime balze, nel lucore del mattino, i punti neri che scorgevi dall'alto, mostrano il loro essere invece mandrie di animali che si muovono alla ricerca dell'erba più fresca, più tenera, più verde che è sempre un pochino più in là, cosa che fa sì che tutto appaia continuamente come un lento muoversi disordinato in ogni direzione. Dopo un breve falsopiano ecco subito l'animale forse più raro del parco, ma che grazie alla sua mole, si fa individuare senza fatica.
Una coppia di rinoceronti neri pascola in un grande prato cosparso di piccoli fiori bianchi. Ti avvicini lentamente, cercando di disturbare il meno possibile, ma i due, senza parere, si spostano adagio, alla tua stessa velocità, mantenendo la famosa distanza, il criterio etologico fondamentale che domina i rapporti tra gli esseri viventi. Di tanto in tanto alzano il muso dal labbro superiore appuntito e i due lunghi corni per controllare, poi ricominciano a brucare spostandosi diagonalmente. Vogliono attraversare la strada, evidentemente dall'altra parte l'erba è molto più saporita, ma la nostra presenza non li fa decidere. Poi, forse consci della loro possanza fisica, caracollano decisi, trotterellando sulle corte gambotte e passano al di là, tenendoci d'occhio. Che animale antico! La sua corazza abnorme con le pieghe nette, gli assurdi corni, i piccoli occhietti mal funzionanti, te lo mostrano davvero come un residuo di un'era lontana popolata di mostri giganti ormai scomparsi per sempre. Li lasciamo mentre si spostano dietro una collinetta, sempre vigili e timorosi, nonostante la loro stazza. Più lontano, gruppetti di elefanti sparsi approfittano dalla temperatura del mattino ancora fresca per strappare le erbe alte che crescono più vicine ai piccoli corsi d'acqua che serpeggiano verso la superficie del lago centrale, la cui superficie è quasi tutta ricoperta di flamingos, che hanno relegato ai suoi bordi tutte le altre varietà di uccelli.
Alcune iene spaiate trotterellano a testa bassa, di fianco alla strada in cerca di cibo mentre gru, zebre e gazzelle si tengono prudentemente al largo. Centinaia di bufali invece stazionano lungo i ruscelli pronti a sguazzare nel fango prima che arrivino gli elefanti a cacciar via tutti quanti, non appena farà più caldo. E' un brulicare di vita che si alterna in scenari sempre uguali e sempre diversi e che la luce ancora radente, evidenzia e scandisce magnificando i colori, evidenziando i particolari. Distingui nitidamente la fitta peluria delle barbe bianche degli gnu, la rugosità nella scala di grigi della proboscide dei pachidermi, le piume d'oro delle gru coronate, le froge tremanti dei piccoli di zebra ansiosi di latte che danno leggeri ma insistenti colpi al ventre materno, i nodi delle corna ritorte dei maschi di impala dominanti, immobili a tutelare il loro gruppo di femmine, l'intensità dello sguardo scuro di un babbuino seduto nell'erba. E' davvero il momento ideale per catturare immagini, operazione obbligatoria, un affannato agitarsi nel mettere a fuoco, zoommare, cambiar di obiettivi che ti toglie parte di quel piacere impagabile che avresti nel rimanere immobile ad osservare e basta; ad assorbire con gli occhi o con le orecchie un quadro perfetto; a generare quella sindrome di Stendhal che abbisogna di tempi e modi ormai inusuali alla nostra cultura.
Quasi non sai più dove guardare, ad ogni tratto, un quadro nuovo e meritevole di attenzione: due facoceri che si spingono cercando di conquistare territorio; un gruppetto di alcefali quasi immobili in posa, con quei musi così stretti ed innaturali all'apparenza; quei grossi eland laggiù, le più grandi tra le antilopi che si muovono lentamente e poco più in là, un maschio di otarda maggiore che si gonfia d'improvviso, distende il piumaggio della coda, lancia uno strido e compie la sua danza di corteggiamento a nostro beneficio, visto che non ci sono femmine nelle vicinanze. Ti fermi un po' vicino ad una grande pozza ad ammirare decine di aironi bianchi in volo e quasi non ti accorgi che il sole è ormai alto e che le sei ore di permanenza consentita all'interno del cratere sono già passate. E' ora di risalire la ripida erta, poi, compiendo la strada che sorre lungo l'orlo superiore, continuare a guardare in basso, senza riuscire a staccare gli occhi, prima di prendere, quasi con dispiacere, la lunga via diritta che porta fino a Karatu, una piccola cittadina, sorta, come di solito avviene, lungo la strada e sviluppatasi con la consueta virulenza e confusione di piccoli commerci e baracche che impone l'aumento dei passaggi. Qui mi aspetta, inattesa, l'esperienza più forte del viaggio. Ma non voglio anticiparvi nulla, se ne parla la prossima volta.
Lasciare Serengeti ti dà una stretta al cuore; vorresti rimanere ancora a lungo. Non ti rassegni ad abbandonare la grande pianura verdeggiante che si perde in colline lontane, gli ammassi di pietre , i cespugli bassi tra i quali vorresti aggirarti a lungo e poi stare fermo per ore ad osservare quel brulicare di vita. Ma ancora una volta i tempi del viaggiatore sono molto diversi dalle scadenze del turista, che ha un triste programma da rispettare. Mentre scorre la pista e la nuvola di polvere si alza dietro di te come la scia di una imbarcazione, cerchi di fermarti almeno ancora un poco tra le mandrie di animali che continuano a spostarsi verso nord. Poi la strada risale verso la zona dei crateri per attraversare la spaccatura della Rift Valley, la grande ferita inferta al continente milioni di anni fa, dove si è generata la nostra specie. Accoppiare la storia dell'uomo ad una terra così antica è inusuale per chi è abituato a considerare la storia in migliaia di anni invece che in milioni. Tu pensi a chi ti ha preceduto e subito vedi daghe romane alla conquista del mondo, epiche guerre al centro del Mediterraneo, imperi orientali e amerindi che si perdono nella notte dei tempi erigendo templi di pietra; al più risali ad antichi cacciatori che riconoscono la possibilità di piantare un seme nella terra o di migrare per conquistare nuovi spazi non popolati.
Poi dopo un'ultima curva, in fondo ad una salitella, sbuchi di colpo su una piccola radura aperta e lo spazio si squarcia al di là del crinale in una vista attesa, ma che ti lascia comunque senza fiato. Sei ad oltre duemila metri, l'aria è solo leggermente frizzante e quasi non ti accorgi di avere il fiato corto mentre ti affacci alla balconata naturale. Davanti, l'immensa bocca del cratere si spalanca come un inghiottitoio colossale, uno spazio chiuso ermeticamente da erte pareti, una prigione naturale in cui si entra e si esce a fatica per conquistarsi la libertà. La grande distanza, il crinale opposto è lontano quasi venti chilometri, ottunde i particolari. Le pareti vicine che scorgi calare ripidissime e coperte di fitta foresta pluviale si addolciscono asindoticamente verso il fondo in una sequenza di variazioni di verde che culminano, mutandosi in azzurro nello specchio centrale del lago Magadi. Al centro di questo, pur così lontano, indovini la grande macchia biancorosata di migliaia di flamingos con le zampe appena coperte dall'acqua. Solo aguzzando di molto la vista riesci a scorgere l'infinità di puntini neri che ricoprono gli spazi aperti, le grandi mandrie di animali, gnu, zebre, gazzelle, antilopi, bufali, che lo popolano. Qualcuno potrebbe immaginare questa come una raffigurazione del giardino dell'Eden, un sogno da raccontare, mentre invece sta lì, incredibilmente reale, lì davanti agli occhi per essere guardato a lungo, nel tentativo di fissare questa immagine unica e cercare di portarla con te per sempre.
Ecco che sotto le luci fioche dell'esterno del lodge, dopo un poco qualcosa si muove. Una piccola femmina di bushbuck zampetta incerta tra i cespugli ma si perde subito nel nero delle fronde basse; poi un enorme bufalo, seguito da un altro maschio, passo dopo passo bruca l'erba a pochi centimetri dal tuo vetro. Si sono appena allontanati, quando la sagoma preistorica di un rinoceronte nero, segue la stessa via. Trattieni il fiato, di certo non riescono, almeno così dovrebbe essere, ad avvertire la tua presenza, ma che emozione. Poi un movimento veloce, qualcosa passa quasi di corsa sul davanzale, strusciando lungo il vetro, due occhi gialli, mezzo metro di coda grossa e pelosa, piccole zampette simili a mani. E' un galagone, una proscimmia notturna che ama frequentare le vicinanze degli insediamenti in cerca di cibo. Si ferma un attimo annusando l'aria e poi scompare dietro la siepe. Non ti deciderai ad andare a letto, ma intanto chi riesce a dormire? Sarà l'altitudine o forse le troppe costine di maialino che appesantiscono lo stomaco rendono lunga la digestione. O forse è l'eccitazione dell'attesa, domani all'alba, alla prima luce, scenderai sul fondo del cratere.![]() |
| NgoroNgoro dal Wildlife lodge. |
![]() |
| Un boma masai. |
Il padre di suo padre, anche lui capo del villaggio, otteneva le cose di cui aveva bisogno solo barattando carne e pelli e quando la grande siccità aveva ucciso quasi tutta la sua mandria non era stato in grado di evitare che la maggior parte della tribù morisse di fame. C'era voluta tutta la vita di suo padre per rimettere insieme bestiame e ricchezza, tanto che non era riuscito a comprare che altre due mogli oltre a sua madre. Ma adesso se vuoi un bel mantello rosso a quadretti o hai bisogno di un paio di ciabatte di copertone (non si gira più a piedi nudi come un tempo) devi andare al mercato con un po' di soldi in tasca per comprarle. Già, il denaro dei wazungu, con tutte quelle macchine fotografiche appese al collo, che non vogliono fare altro che scattare e scattare. Quando era moran aveva capito che farsi fotografare era il modo più semplice per ottenere denaro, poi tornato al villaggio ha convinto il padre a fare come aveva sentito dire come cosa comune per diversi villaggi lontani. I bianchi, vogliono venirci a vedere, guardare cosa facciamo, fotografare i nostri bambini?
Poi ognuno si prende un mzungu e se lo porta in giro nelle capanne. Pili, il suo amico del cuore, se li porta sempre in quella di Yapori, la sua moglie più bella, alta e con le ciglia lunghe che gli ha già dato un maschio e che è davvero la più bella del villaggio, in fondo gli piace dire che è sua moglie e che le facciano tutte quelle fotografie, a lei e al bambino che è di certo il più bello del mondo. Poi li portano a vedere la capanna, appena fuori dal boma dove da un po' hanno aperto una piccola scuola, ci sono le panche e anche una lavagna e una ragazza del villaggio che insegna a scrivere e a leggere. Quelli si inteneriscono sempre davanti ai bambini e lasciano anche una donazione, poi se ne vanno contenti. Suo padre è molto soddisfatto di come vanno le cose, il villaggio prospera e le mandrie sono sempre più numerose, si possono comprare n sacco di cose al mercato con tutti quei soldi; il suo ragazzo ha dato buoni consigli anche se è così giovane.
Di certo sarà lui, il prossimo capo. Adesso che è guerriero di secondo grado con buone sostanze a disposizione, investirà presto una ventina di vacche per comprarsi una seconda moglie, anzi ha già adocchiato Pambira, due begli occhi in un villaggio vicino, che ha visto ad una festa ed ha già saltato davanti a lei. Certo è un po' vanesio come tutti i guerrieri; sa di appartenere alla razza il cui modo di vivere è l'unico degno di essere vissuto e alla fine gli piace tanto mettersi in posa davanti agli ospiti e farsi fotografare. Gli piace esibire con sguardo fiero le collane di osso, i bracciali di perline coloratissime, segno del clan, il mantello rosso fuoco con le sottili righe blu appena comperato. Sta lì fermo e diritto appoggiato al lungo bastone da pastore, poi si gira appena mostrando il suo gioiello più prezioso che gli pende dal lungo collo elegante, un iPhone nuovo in una custodia di plastica rosa. Poi Kosumba si siede davanti al villaggio con gli altri, ad aspettare la prossima macchina.