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martedì 19 marzo 2013

La corrente fangosa del Rufiji.


Fiume Rufiji - Selous N.P. - Tanzania



Il Selous Mbega Camp, non è certamente dello stesso livello del precedente Sable Mountain lodge, con la sua aria di struttura lasciata un po' a se stessa, alle ingiurie della natura e dell'incuria dell'uomo. Tutto all'apparenza è un po' malandato, soprattutto i bungalow, che hanno davvero un'aria un po' sgarruppata e, proprio perché collocati su alte palafitte, con gradini malfermi o mancanti, scale cigolanti e malmesse, ti danno la sensazione di un'Africa lasciata a se stessa, dove la manutenzione è un'arte sconosciuta e tutto sommato inutile. Tutto, prima o poi deve ritornare alla natura secondo i cicli biologici, il legno deve marcire, i metalli arrugginire ed il bosco finalmente riprenderà il sopravvento. E' filosoficamente corretto. Anche questo però ha il suo fascino perverso. Se ti siedi sull'alta veranda dagli assi sconnessi senza far troppo caso agli scarafaggi giganteschi, alle torme di gechi ed a qualche topolino di campagna, ma piccolo piccolo, ti senti avvolto dalla foresta e nel varco tra i rami davanti a te, scorre veloce la corrente limacciosa e scura del grande fiume. Di tanto in tanto, piroghe ricavate da immensi tronchi d'albero, compiono la dura traversata o si lasciano andare ai vortici cupi che mulinano al centro. Senti rami spezzati dalle molte scimmie che li abitano, l'aria è popolata di farfalle colorate, piccoli uccelli tessitori fanno la spola e costruir nidi e più lontano, nel folto, rumori più sordi, più carichi di mistero, che ti fanno considerare il tuo essere intruso al sistema. 

Selous è l'area sterminata in cui fiumi e acque fanno da padrone, presentando così un aspetto diverso dagli altri parchi dominati dalle savane e col fiume bisogna convivere e del fiume vivere al tempo stesso.  Non puoi venire qui e non profittare dell'occasione. La barca a motore, con assi e copertura in linea col resto del campo, raccoglie un altro paio dei rari ospiti, una coppia nord europea, che di certo maledice la spensierata dissolutezza dei mediterranei crapuloni e dissipatori di altrui risparmi; riservato e pensoso lui, lattea e metereopatica lei, la cui pelle appena sfiorata dal refolo di luce solare, pur filtrata da nubi, è già irrimediabilmente vermiglia e rorida, promettendo future sofferenze epidermiche notturne. Disperatamente si copre con ogni genere di foulard, ma un po' l'aria, un po' la temperatura, troppo fredda o troppo calda, le renderanno queste due ore in barca, certamente penose e difficili da sopportare. Io e i miei sodali, invece, balziamo garruli oltre la murata, come ci è consentito certo dalla vigoria e dalla atleticità tipica per età e struttura fisica. Infatti ancor prima di prendere posizione sul mio panchetto, squarcio subito ed irrimediabilmente i pantaloni, cosa che viene sottolineata dai  nordici con una piega sarcastica della bocca. Ma, alla fin fine, pazienza, l'essenziale è non caderci dentro al fiume, come è già capitato l'anno scorso, solo che laggiù avevo trovato solo i batteri fecali di qualche centinaio di milioni di cinesi che stavano a monte, qui invece pare che la popolazione di coccodrilli sia la più densa di tutto l'East Africa. 

Quindi è meglio fare attenzione. Kassim, il nocchiero, avvia con fatica il motore e si porta al centro della corrente, lasciando poi scivolare il vascello lungo la riva scoscesa di terra rossa, dove indovini le violente erosioni delle piene. Gruppi di capanne di fango emergono tra gli alberi; qualche donna è scesa lungo la scarpata a lavarsi sulla riva con i piedi nel fango o a far acqua in catini e taniche. I bambini sguazzano immersi fino al collo. Kassim dice che i coccodrilli ogni tanto se ne prendono uno, ma mi sembra un po' esagerato. Dietro un isolone ricoperto di erba alta, l'acqua è meno profonda e nell'ansa sono immersi a mollo una trentina di ippopotami, che brontolano agitati. Una piroga carica di bimbi con zaini e borse traversa il fiume. Stanno tornando da scuola. Il barcaiolo procede con molta attenzione, cercando di tenersi al largo dalle schiene viola, che però ogni tanto scompaiono sotto la superficie; sembra che gli animaloni, molto territoriali, siano assai infastiditi dall'intrusione dei natanti nel loro spazio e si dilettino nello scivolare sotto le chiglie, per rovesciarli con tutto il loro contenuto, dando poi delle belle zannate a casaccio, ma cercando soprattutto di staccare qualche arto ai naufraghi, tanto perché capiscano che è bene stare alla larga. In effetti bufali e ippopotami sono i maggiori indiziati di incidenti mortali, da queste parti. 

Detto fatto, appena snocciolata la spiegazione, il nostro Kassim si dirige giusto verso la pozza, talmente gremita di pachidermi da occupare buona parte del ramo del fiume. Ma ci sei o ci fai? No, hakuna matata, assicura il nostro tanto per mostrarsi originale, il rumore del motore dà un sacco di fastidio ai nevrotici animali, che, "generalmente" si spostano in aree più tranquille. Va bene, ma li vediamo abbastanza anche da qui senza la necessità di passar loro quasi al fianco, no? Niente da fare, anzi, per meglio godere dell'esperienza, nel momento in cui siamo più vicini, il motore viene messo al minimo per prolungare la sofferente preoccupazione. Per fortuna gli ippopotami saranno stati preavvisati dall'Ente parco, per cui, bofonchiando e spruzzando sterco con il mulinare della coda, in tutto il liquido circostante, per indicare comunque la supremazia sul territorio, il gruppo lentamente si sposta verso l'altra riva del fiume. Santo cielo, meno male che non ci sono coccodrilli. In che senso? E allora, tutti quegli occhietti sporgenti a pelo d'acqua con la feritoia nera sul giallo, il dorso rugoso, marmorizzato e chiaro? Non sono rospi né raganelle, non ce ne sono di così grandi. Stanno lì in paziente attesa lungo la riva, che qualcuno commetta imprudenze; mi raccomando, anche se fa caldo, niente mani in acqua per rinfrescarsi. Eccone lì uno fuori, mimetizzato nel fango tra le erbe. E' piccino e sta immobile come imbalsamato con la bocca leggermente aperta e la membrana dell'occhio a mezz'asta. 

Pare morto, ma basta uno sciabordio dell'acqua e subito saetta il muso appuntito verso il basso, poi si lascia andare alla corrente. Poi due iguane di almeno un metro si lasciano scivolare in basso. Risaliamo la corrente; gli alberi a cui l'erosione ha lasciato scoperte le radici, disperatamente abbarbicati alla riva per non cadere, sono affollati di uccellini minuscoli. E' tutto un pigolar di nuovi nati, dai nidi a penzoloni che oscillano sulla punta dei rami; il martin pescatore testa di martello rimane invece immobile, su un lungo stelo, scrutando lo specchio della superficie, prima di lasciarsi cadere come una lancia verticale a carpire la sua preda. Si ritorna infine al campo, in salvo anche se sdruciti, mentre l'acqua del fiume diventa cupa vinaccia, al calar definitivo della sera. Dopo una parca cena, anche con le pile è difficile ritrovare il sentiero che riporta al bungalow isolato nel bosco. Sono già le nove, è buio pesto; lontano odi il grufolare degli ippopotami che risalgono sulla riva per il sabba notturno tra le frasche, qui il ronzare cupo dello stuolo di zanzare che, incuranti di ogni pur sofisticato prodotto chimico, si preparano al loro banchetto; è arrivata la carne fresca. 




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lunedì 18 marzo 2013

Il parco di Selous.



Parco Selous - Kudu maggiore.

Cicogna dal becco a sella.
L'alba sorge piena nella boscaglia del Sable Mountain Lodge. Ho ancora nelle orecchie i fruscii della notte, il grattare curioso di ciò che si muoveva tra i cespugli bassi sotto le palafitte del bungalow isolato, gli stridori chiocci tra i rami più alti. Mentre nell'oscurità indovinavi il baluginare di occhi gialli nascosti tra le frasche, adesso che la luce penetra e rischiara l'aria gradualmente, tutto sembra addormentato e silenzioso come in un eden dopo la cacciata. Bisognerebbe fermarsi, almeno un po' a meditare, a riflettere, ripensare a Rilke quando diceva: "Ascolta, ascolta l'ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea. Ecco fruscia qualcosa e viene a te". Davvero una stretta al cuore, lasciare la collina e il bosco. La pista malandata taglia in due il parco di Selous, il più grande dell'Africa, una immensa superficie solcata da torrenti ed enormi stagni stagionali in cui si insinuano i meandri marroni del fiume Rufiji. Si attraversa anche una vasta area in cui viene praticata la caccia. E' davvero incredibile la differenza del comportamento degli animali che ci vivono rispetto a quelli che popolano gli altri parchi. Intanto, se ne stanno tutti ben lontani dalla strada, in gruppi sparsi, zebre, gnu, antilopi e gazzelle. Quando l'auto corre lungo la pista, gli animali che i vari branchi lasciano di vedetta, la seguono con la coda dell'occhio, le giraffe tra i rami alti e spinosi delle acacie ed i bufali con le zampe ben piantate nel fango, ma appena rallenti o ti fermi per scattare una foto, ecco che, come percorsi da una scossa elettrica, ogni branco, anche quello più lontano si butta in una fuga precipitosa e impaurita, le gazzelle saltando sugli arbusti più bassi, gli animali più corpulenti al galoppo tra i tronchi caduti, lasciandosi alle spalle solo una nuvola di polvere rossa.

Quando sono così lontani da diventare puntini confusi all'orizzonte, finalmente si fermano girando i musi ancora dubbiosi se quella sia la distanza di sicurezza per metterli al sicuro dal colpo fatale. I comportamenti ritornano normali, non appena superi i confini del parco vero e proprio, quasi che un cartello scritto come una sorta di salvacondotto ben chiaro, sia esposto a dirimere le aree e che ogni animale ne sia a conoscenza. Ecco infatti che dopo pochi chilometri anche i kudu, le più timide tra le antilopi, rimangono ferme ad osservarti a pochi metri, il maschio dalla gigantesche corna a torciglione, col capo eretto ed orgoglioso a guardarti fisso negli occhi. Le femmine con i piccoli brucano senza paura pochi metri più in là, mentre una famigliola di facoceri, indaffaratissima, coi codini dritti al cielo come misirizzi, attraversano la strada di corsa. Dove il verde è un po' più fitto gruppi di elefanti devastano i tronchi con la consueta noncuranza o sguazzano nelle pozze di fango scacciando i bufali. Ma lo spettacolo più bello di Selous, dove puoi vedere un'avifauna ricchissima e diversificata, va in scena nei grandi stagni al di là della pista. E' un ecosistema mutevolissimo, a seconda dell'intensità delle piogge e delle stagioni, che crea un' area umida continuamente diversa, che ti costringe ogni volta a ricercare nuovi punti di osservazione. Riesci ad arrivare fino a pochi metri dall'acqua e a distinguere chiaramente gli occhi sporgenti dei tanti coccodrilli in attesa di qualche animale più ingenuo all'abbeverata, mentre più al centro dove l'acqua è appena un po' più profonda i dorsi violacei degli ippopotami sono così fitti da non riuscire a contarli. 

Solo di tanto in tanto qualcuno si agita per trovare uno spazio migliore, alza la testa, spalanca l'enorme bocca per mostrare i canini assassini, poi ricade con un tonfo sotto la superficie e tutto ritorna alla calma. La superficie grigia torna uno specchio che riflette solo i tronchi contorti delle piante che affogano nell'acqua. Sui bordi estremi invece, è tutto un brulicare di ali, di zampe che affondano nella mota, di becchi che scavano il fango della riva alla ricerca affannata di cibo. Gruppi di cicogne bianche, nere, qualcuna isolata dal becco a sella, altre dagli strani becchi ritorti, se ne stanno un po' più al largo con l'acqua fino al ginocchio; più vicini alla riva, aironi bianchi, grigi, egrette candide, zampettano facendosi largo tra le spatole che dragano il fondo  con i becchi a cucchiaio, tra i flamingos che invece lo strusciano lungo una linea verticale o tra i cavalieri d'Italia sulle sproporzionate zampe arancio, tese a compasso per coprire maggiore spazio. Grandi pellicani beccheggiano come idrovolanti alla fonda e neri cormorani infilano il lungo collo sott'acqua per riemergerlo rivolto al cielo in goffi scuotimenti, tesi ad ingollare di fretta il pesce appena inghiottito. Proprio sulla riva un minuscolo airone nero, ha invece un suo modo particolare di nutrirsi. Fa qualche passettino in diverse direzioni, zampetta qua e là come un ubriaco che ha perso la strada di casa, poi si acquatta d'improvviso e allarga le ali come a formare una campana attorno al capo. Così nascosto si ciba dei pesciolini che, improvvisamente al buio non riescono più a scorgere la minaccia incombente. Puoi rimanere a guardare per ore, rapito da uno spettacolo sempre nuovo e diverso, dietro di te un gruppo di impala tra i cespugli, si ripara dal calore che ormai diventa sempre più intenso e penoso.

Parco Selous - Airone nero.


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mercoledì 13 marzo 2013

Ruaha, il grande parco solitario.


Baobab a Ruaha
Gruppo di femmine di impala
Un amico commentatore, ha detto che sono stato intervistato sulla situazione politica italiana, perché il mio cognome è già la risposta, capisco quindi che è ora di ritornare in Africa, per lo meno con le chiacchiere, tanto ormai siamo quasi alla fine (del mio viaggio intendo). Dunque eravamo rimasti alle ondulate colline degli altipiani del sud della Tanzania, un territorio aspro e verdeggiante, punteggiato di capanne di terra rossa con rare figure immobili a presidiarle, nelle ore più calde della giornata. Siamo a quasi mille metri comunque e il sole che occhieggia tra le nuvole non ha lo stesso morso cattivo della pianura. E' la terra delle tribù Gogo e Hehe, quelle che più combattivamente si opposero alla colonizzazione tedesca alla fine dell'800, ma negli occhi dei rari pastori che incontri lungo la strada, non riesci più a leggere bellicosità particolari, anche se al fianco portano appesi lunghi machete e robuste mazze jawara di mogano. Donne e ragazzine continuano il loro cammino infinito che le porta ogni giorno a far provvista d'acqua nelle pozze o nelle buche scavate nella sabbia fangosa dei letti dei fiumi in secca, personaggi eterni da oleografia vedutista per pittori di altri tempi, oggi per sciamannati da reflex sempre lancia in resta. Certo un paesaggio molto fotogenico, ancor di più in questa stagione magnifica, in cui le piccole piogge sono ormai finite e non hai l'assillo del fango, mentre puoi godere del rigoglio della natura che esplode grazie al connubio di calore e umidità. 

Cucciolo di giraffa.
Fiori, foglie, alberi, anche i baobab, qui presenti in veri e propri boschi, paiono camuffarsi da altre piante, così come sono ricoperte inusualmente di verzura, anche se i loro tronchi, devastati dal passaggio degli elefanti, barbari sognatori, incuranti dell'altro, del diverso da sé, che li sventrano, li offendono, li crocifiggono fino ad ucciderli, con la violenza del più forte, denunciano tuttavia irrimediabilmente il loro essere, la loro sustanziale entità di simbolo africano. Un altro punto coinvolgente dell'arrivare di prima mattina all'ingresso del parco di Ruaha in questa stagione, è nel trovarsi quasi sempre soli, unici fruitori a perdersi in questa immensa area di 40.000 chilometri quadrati, più o meno la dimensione della Lombardia e del Piemonte messi assieme, di un territorio selvatico in cui perdersi in un percorso accidentato di piste non battute, tra collinette ricoperte di bush, alberi isolati, letti di fiumi in secca, grandi pozze popolate di ippopotami invadenti che mettono ai margini delle stesse le miriadi di coccodrilli, quasi fossero ospiti fastidiosi a casa loro. Una sorta del predominio del più ingombrante, di chi fa la voce più grossa. Dappertutto una gran quantità di animali, elefanti, bufali, zebre,  ogni genere di gazzelle e di antilopi, ma che si disperdono in un territorio così vasto da rendersi indipendenti l'un l'altro. Anche i leoni, di cui puoi trovare famiglie che ronfano tranquille all'ombra, non paiono infastidire più di tanto i timidi kudu dalle lunghe e imponenti corna ritorte, puntate verso il cielo, mentre con occhio languido seguono il tuo passare lento. 

Aquila pescatrice
Gruppi di facoceri, aspiranti politici dal codino sempre ritto in aria a chiamare attenzione, dall'aria così indaffarata e seriosa da nascondere il fatto che stanno solo mangiando, occupano ampi spazi tra i cespugli. Puoi aggirarti tutto il giorno, convinto di aver fatto un lunghissimo percorso, fatto di estatici incontri di cuccioli di giraffa che a testa bassa strappano arbusti di acacie ricoperte di spine, di voli planati di aquile pescatrici, di becchettare di gru dal becco a sella con la loro curiosa escrescenza arancio davanti al capo e poi verificare sulla carta di aver percorso solo un piccolo circuito, un assaggio minore di questo immenso territorio che varrebbe davvero la pena di una visita prolungata. Probabilmente non avrai incontrato nessuno durante tutto il giorno, cosa che ancor di più avrà contribuito alla soddisfazione e al crearsi di questo senso di avventura africana, così ricca di emozione. Così quasi non ti accorgi dell'arrivare della sera, bisogna ripercorrere carrarecce sassose e boschi ormai resi azzurri dal calar della luce. Esci dal parco con il rammarico di non aver visto abbastanza, col dispiacere di aver lasciato il meglio, almanaccando dentro di te le scarse probabilità di poter ritornare sotto questo cielo, almeno in questa vita. Iringa, la città del sud a quasi 2000 metri, fresca e speri accogliente è ancora lontana un paio d'ore.


Sciacallo dalla gualdrappa.

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sabato 23 febbraio 2013

Nel cratere di Ngoro Ngoro.


 
Ho ridato un'occhiata ai post di questi ultimi giorni e mi accorgo che continuo a essudare un seguito di sentimenti di esaltazione che potrebbero apparire un tantino esagerati. D'accordo che è il mio stile, questo sbrodolamento continuo di melassa, ma anche se cerco di trattenermi, mi sembra di debordare continuamente, dando una sensazione di coinvolgimento forzato e fuori dalle righe. E' più forte di me, ma che volete che vi dica; forse l'anziano, invece di essere più scafato e cinico, si lascia coinvolgere più facilmente, oppure sarà soltanto il fatto di voler riempire la pagina, decidete voi. Intanto oggi vi tocca la discesa nel cratere e qui dovrei davvero esagerare, ma voglio tentare di porre una qualche misura all'entusiasmo. Sono le sei del mattino e la nostra deve essere la prima macchina che si presenta al gate di ingresso della principale pista che scende lungo i ripidi fianchi della immensa caldera. La strada per arrivarci percorre tutto il crinale, ma il buio della notte che stenta a dissolversi  ti impedisce di apprezzarne la vastità e le dimensioni del catino quasi perfetto. Poi, come accade vicino all'equatore, la luce arriva quasi di colpo a illuminare la foresta e la grande conca appare dal basso, come se un velo nero che nasconde un'opera d'arte, fosse tolto con un gesto secco per svelare la meraviglia al pubblico che non riesce a trattenere un oh, scontato ma obbligatorio. 

Probabilmente questo è lo spettacolo più eccezionale che la Tanzania offre nei suoi pur straordinari scenari naturali. Ben conosciuto e raccontato, rimane tuttavia il sito imperdibile che chi avvicina questo paese per la prima volta, non può assolutamente lasciare da parte. La macchina scende adagio lungo la discesa resa scivolosa dalla fanghiglia rossa di una breve pioggia caduta durante la notte, che aumenta la visibilità e rende più brillanti contorni e particolari. I colori stessi, pur omogenei alla prima luce, si saturano maggiormente ed aumentano la gamma delle differenze. Questi primi momenti attraverso la foresta pluviale del bordo, sono una immersione all'interno di un Pantone di sfumature di grigi azzurrati, che si affannano a mutarsi in verde pallido, in attesa dei primi raggi del sole che forano la nuvolaglia. Poi la pista si fa più piana, gli alberi si diradano lasciando spazio ai cespugli, alle radure sempre più aperte fino al mare di erba che ricopre il piano. Dietro, la parete che da quaggiù appare ancor più diritta, quasi un muro che, nascosta alla vista la stradina, si mostra come apparentemente invalicabile. E subito alle ultime balze, nel lucore del mattino, i punti neri che scorgevi dall'alto, mostrano il loro essere invece mandrie di animali che si muovono alla ricerca dell'erba più fresca, più tenera, più verde che è sempre un pochino più in là, cosa che fa sì che tutto appaia continuamente come un lento muoversi disordinato in ogni direzione. Dopo un breve falsopiano ecco subito l'animale forse più raro del parco, ma che grazie alla sua mole, si fa individuare senza fatica. 

Una coppia di rinoceronti neri pascola in un grande prato cosparso di piccoli fiori bianchi. Ti avvicini lentamente, cercando di disturbare il meno possibile, ma i due, senza parere, si spostano adagio, alla tua stessa velocità, mantenendo la famosa distanza, il criterio etologico fondamentale che domina i rapporti tra gli esseri viventi. Di tanto in tanto alzano il muso dal labbro superiore appuntito e i due lunghi corni per controllare, poi ricominciano a brucare spostandosi diagonalmente. Vogliono attraversare la strada, evidentemente dall'altra parte l'erba è molto più saporita, ma la nostra presenza non li fa decidere. Poi, forse consci della loro possanza fisica, caracollano decisi, trotterellando sulle corte gambotte e passano al di là, tenendoci d'occhio. Che animale antico! La sua corazza abnorme con le pieghe nette, gli assurdi corni, i piccoli occhietti mal funzionanti, te lo mostrano davvero come un residuo di un'era lontana popolata di mostri giganti ormai scomparsi per sempre. Li lasciamo mentre si spostano dietro una collinetta, sempre vigili e timorosi, nonostante la loro stazza. Più lontano, gruppetti di elefanti sparsi approfittano dalla temperatura del mattino ancora fresca per strappare le erbe alte che crescono più vicine ai piccoli corsi d'acqua che serpeggiano verso la superficie del lago centrale, la cui superficie è quasi tutta ricoperta di flamingos, che hanno relegato ai suoi bordi tutte le altre varietà di uccelli. 

Alcune iene spaiate trotterellano a testa bassa, di fianco alla strada in cerca di cibo mentre gru, zebre e gazzelle si tengono prudentemente al largo. Centinaia di bufali invece stazionano lungo i ruscelli pronti a sguazzare nel fango prima che arrivino gli elefanti a cacciar via tutti quanti, non appena farà più caldo. E' un brulicare di vita che si alterna in scenari sempre uguali e sempre diversi e che la luce ancora radente, evidenzia e scandisce magnificando i colori, evidenziando i particolari. Distingui nitidamente la fitta peluria delle barbe bianche degli gnu, la rugosità nella scala di grigi della proboscide dei pachidermi, le piume d'oro delle gru coronate, le froge tremanti dei piccoli di zebra ansiosi di latte che danno leggeri ma insistenti  colpi al ventre materno, i nodi delle corna ritorte dei maschi di impala dominanti, immobili a tutelare il loro gruppo di femmine, l'intensità dello sguardo scuro di un babbuino seduto nell'erba. E' davvero il momento ideale per catturare immagini, operazione obbligatoria, un affannato agitarsi nel mettere a fuoco, zoommare, cambiar di obiettivi che ti toglie parte di quel piacere impagabile che avresti nel rimanere immobile ad osservare e basta; ad assorbire con gli occhi o con le orecchie un quadro perfetto; a generare quella sindrome di Stendhal che abbisogna di tempi e modi ormai inusuali alla nostra cultura. 

Quasi non sai più dove guardare, ad ogni tratto, un quadro nuovo e meritevole di attenzione: due facoceri che si spingono cercando di conquistare territorio; un gruppetto di alcefali quasi immobili in posa, con quei musi così stretti ed innaturali all'apparenza; quei grossi eland laggiù, le più grandi tra le antilopi che si muovono lentamente e poco più in là, un maschio di otarda maggiore che si gonfia d'improvviso, distende il piumaggio della coda, lancia uno strido e compie la sua danza di corteggiamento a nostro beneficio, visto che non ci sono femmine nelle vicinanze. Ti fermi un po' vicino ad una grande pozza ad ammirare decine di aironi bianchi in volo e quasi non ti accorgi che il sole è ormai alto e che le sei ore di permanenza consentita all'interno del cratere sono già passate. E' ora di risalire la ripida erta, poi, compiendo la strada che sorre lungo l'orlo superiore, continuare a guardare in basso, senza riuscire a staccare gli occhi, prima di prendere, quasi con dispiacere, la lunga via diritta che porta fino a Karatu, una piccola cittadina, sorta, come di solito avviene, lungo la strada e sviluppatasi con la consueta virulenza e confusione di piccoli commerci e baracche che impone l'aumento dei passaggi. Qui mi aspetta, inattesa, l'esperienza più forte del viaggio. Ma non voglio anticiparvi nulla, se ne parla la prossima volta.


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venerdì 22 febbraio 2013

Traversando la Rift Valley.




Lasciare Serengeti ti dà una stretta al cuore; vorresti rimanere ancora a lungo. Non ti rassegni ad abbandonare la grande pianura verdeggiante che si perde in colline lontane, gli ammassi di pietre , i cespugli bassi tra i quali vorresti aggirarti a lungo e poi stare fermo per ore ad osservare quel brulicare di vita. Ma ancora una volta i tempi del viaggiatore sono molto diversi dalle scadenze del turista, che ha un triste programma da rispettare. Mentre scorre la pista e la nuvola di polvere si alza dietro di te come la scia di una imbarcazione, cerchi di fermarti almeno ancora un poco tra le mandrie di animali che continuano a spostarsi verso nord. Poi la strada risale verso la zona dei crateri per attraversare la spaccatura della Rift Valley, la grande ferita inferta al continente milioni di anni fa, dove si è generata la nostra specie. Accoppiare la storia dell'uomo ad una terra così antica è inusuale per chi è abituato a considerare la storia in migliaia di anni invece che in milioni. Tu pensi a chi ti ha preceduto e subito vedi daghe romane alla conquista del mondo, epiche guerre al centro del Mediterraneo, imperi orientali e amerindi che si perdono nella notte dei tempi erigendo templi di pietra; al più risali ad antichi cacciatori che riconoscono la possibilità di piantare un seme nella terra o di migrare per conquistare nuovi spazi non popolati.

Ma qui è diverso, sotto i tuoi piedi un mondo così antico da non riuscire ad immaginarlo. Lungo queste valli corrose dal tempo, devi riportare la mente al momento in cui questa terra si spaccava per centinaia di chilometri e le montagne crescevano dal basso tra fuoco e lava. Crateri enormi che cambiavano lo spazio e sotto, tra nubi di polvere e la cenere dei vulcani, piccoli gruppi di esseri in fuga, come quelli le cui impronte vedi ancora scolpite nel fango diventato roccia della gola di Olduvai, quando una famiglia di cacciatori cercava riparo verso nord agli sconvolgimenti che accadevano intorno a loro quasi due milioni di anni fa.  E ancora trovi resti di ominidi che già camminavano in piedi, che maneggiavano bastoni, che si organizzavano in gruppi per sopravvivere e trovare riparo nelle spaccature delle rocce. Proprio qui è scoccata la scintilla primigenia che ha imposto una specie sulle altre e le sue tracce antiche sono sparse in questo spazio in cui perdi i riferimenti del tempo. Non puoi rimanere indifferente a questo senso di infinitamente antico che ti circonda, mentre la strada continua a salire tra i pascoli presidiati da armenti e da greggi. Una donna avvolta in un grande mantello rosso a righe si gira al bordo della strada per ripararsi dalla polvere; le ripe intorno hanno radure sempre più strette e la vegetazione si muta in foresta mentre stai per raggiungere il bordo superiore del cratere di NgoroNgoro. I pochi animali che vedi si nascondono subito nel folto, intimiditi dal rumore dell'auto, solo qualche giraffa non riesce a celare il lungo collo tra gli alberi. 

Poi dopo un'ultima curva, in fondo ad una salitella, sbuchi di colpo su una piccola radura aperta e lo spazio si squarcia al di là del crinale in una vista attesa, ma che ti lascia comunque senza fiato. Sei ad oltre duemila metri, l'aria è solo leggermente frizzante e quasi non ti accorgi di avere il fiato corto mentre ti affacci alla balconata naturale. Davanti, l'immensa bocca del cratere si spalanca come un inghiottitoio colossale, uno spazio chiuso ermeticamente da erte pareti, una prigione naturale in cui si entra e si esce a fatica per conquistarsi la libertà. La grande distanza, il crinale opposto è lontano quasi venti chilometri, ottunde i particolari. Le pareti vicine che scorgi calare ripidissime e coperte di fitta foresta pluviale si addolciscono asindoticamente verso il fondo in una sequenza di variazioni di verde che culminano, mutandosi in azzurro nello specchio centrale del lago Magadi. Al centro di questo, pur così lontano, indovini la grande macchia biancorosata  di migliaia di flamingos con le zampe appena coperte dall'acqua. Solo aguzzando di molto la vista riesci a scorgere l'infinità di puntini neri che ricoprono gli spazi aperti, le grandi mandrie di animali, gnu, zebre, gazzelle, antilopi, bufali, che lo popolano. Qualcuno potrebbe immaginare questa come una raffigurazione del giardino dell'Eden, un sogno da raccontare, mentre invece sta lì, incredibilmente reale, lì davanti agli occhi per essere guardato a lungo, nel tentativo di fissare questa immagine unica e cercare di portarla con te per sempre. 

Ecco perché è bene, se si ha la possibilità di pernottare in uno dei vari siti posti sull'orlo del cratere, arrivare un paio d'ore prima che cali la sera. Gettati frettolosamente i bagagli nella stanza, non devi perdere neppure un minuto e correre alla grande balconata, sederti su una comoda poltrona e rimanere lì a guardare in silenzio, a vedere la luce che cambia a poco a poco, mutando le intensità di verde che man mano ingrigiscono, la superficie del lago che brilla sempre di più, la foresta che diventa verde cupo, poi viola, poi infine nera, mentre il cielo abbassa le luci, il chiarore diffuso si spegne e d'improvviso compaiono le prime stelle fino a quando ogni cosa diventa velluto nero in attesa dell'uncino argentato dalla curvatura inusuale, verso il basso, che sale oltre il crinale opposto. Finisci appena la tua birra schiumosa e corri a nutrirti in fretta, che il digiuno è dannoso alla lucidità della mente, ma sbrighi rapidamente la pratica senza fare gran feste alle sapide carni croccanti di un delizioso maialino arrosto, perché hai una premura indiavolata di non arrivare tardi ad un altro appuntamento imperdibile. Corri in camera, spalanca le grandi tende della vetrata affacciata sul grande giardino e spegni la luce, siedi sul letto e aspetta, non rimarrai deluso. 

Ecco che sotto le luci fioche dell'esterno del lodge, dopo un poco qualcosa si muove. Una piccola femmina di bushbuck zampetta incerta tra i cespugli ma si perde subito nel nero delle fronde basse; poi un enorme bufalo, seguito da un altro maschio, passo dopo passo bruca l'erba a pochi centimetri dal tuo vetro. Si sono appena allontanati, quando la sagoma preistorica di un rinoceronte nero, segue la stessa via. Trattieni il fiato, di certo non riescono, almeno così dovrebbe essere, ad avvertire la tua presenza, ma che emozione. Poi un movimento veloce, qualcosa passa quasi di corsa sul davanzale, strusciando lungo il vetro, due occhi gialli, mezzo metro di coda grossa e pelosa, piccole zampette simili a mani. E' un galagone, una proscimmia notturna che ama frequentare le vicinanze degli insediamenti in cerca di cibo. Si ferma un attimo annusando l'aria e poi scompare dietro la siepe. Non ti deciderai ad andare a letto, ma intanto chi riesce a dormire? Sarà l'altitudine o forse le troppe costine di maialino che appesantiscono lo stomaco rendono lunga la digestione. O forse è l'eccitazione dell'attesa, domani all'alba, alla prima luce, scenderai sul fondo del cratere.

NgoroNgoro dal Wildlife lodge.


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