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venerdì 11 febbraio 2022

Le cinque pietre

dal web

La foto è saltata fuori da facebook, come un amo irresistibile nella pesca dei ricordi. In fondo anche a questo può servire il web e chissà che non venga proposta, nella prossima serie, se ci sarà, di Squid games, in fndo i giochi dei ragazzini son simili in tutto il mondo. Ed eccomi subito ragazzino, nel paesello dove stavo nelle mie estati bambine. Queste non erano ancora gli anni delle nuove esplosioni ormonali che portavano gli occhi a cercare quelle irreristibili falene che popolavano le notti di sogni irrealizzati e irrealizzabili, ma quelli che venivano subito prima, precedendo di poco le puberi delusioni, quelli delle infinite ore di gioco col gruppetto di ragazzotti che si trovavano sulla piazza del paese in cerca di qualche cosa da fare. Avevo capito subito (che mente intelligentissima!) che la mia manualità era del tutto deficitaria, come sarebbe rimasta per tutto il resto della mia vita. Nei vari giochi di abilità in cui non aveva la prevalenza la testa, risultavo sempre tra gli ultimi, per non parlar delle attività sportive, dove avevo avuto l'onta di essere stato relegato a paraspigolo nella palestra dove si giocava a pallacanestro, dopo aver constatata la mia percentuale infima nei tiri liberi e la mia assoluta inettitudine al palleggio e nei giochi di coppia non venivo mai scelto se eravamo dispari o preso per ultimo con un sospiro di delusione da parte del capitano del caso, se eravamo pari. A biglie un disastro, un furbacchione addirittura piu' piccolo di me, me le  aveva fregate quasi tutte, sul sagrato della chiesa ed io ero rimasto lì con la montata di lacrime che faticavo a trattenere, a rimuginare sulla mia incapacità, rivangando nellamente le strategie perdenti che avevo adottato, mentre il piccolo infingardo se ne andava col mio tesoretto vinto che io non avrei piu' potuto ricostituire. 

Non parliamo dei vari gochi con le figurine, quelle che si tiravano contro il muro, nelle varie versioni, o ad arrivarci piu' vicino o a coprirle con l'ultimo lancio. Qui non partecipavo neanche per non farmi divorare le poche doppie che avevo, da tenere con cura per poter partecipare al classico celo-manca fuori della scuola. Certo inquesta attività andavo molto meglio, utilizzando quelle tecniche contrattuali, che imparai subito con successo al fine di aumentare il mio scarso mucchietto. Ma in questo gioco delle cinque pietre della foto, devo dire che ero veramente negato. Per chi non lo conoscesse, consisteva nel lanciare le cinque pietre, cercando di mantenerle a terra in una posizione favorevole, poi se ne sceglieva una, quella caduta piu' lontana, la si lanciava in alto e poi mentre scendeva se ne raccoglieva una a terra, prendendo al volo quella lanciata, fino a raccoglierle tutte, il gioco proseguiva poi raccogliendone due, poi tre, poi quattro. Se nel corso della routine te ne cadeva qualcuna dalla mano, passava il turno al tuo avversario e tu dovevi ricominciare da capo. Vinceva chi non sbagliava mai fino alla fine. Bene io non ci sono mai riuscito, infatti per qualche oscuro impedimento di coordinazione, non riuscivo mai a riacchiappare la pietra lanciata che mi cadeva ingloriosamente a terra, condannandomi  alla consueta ignominiosa sconfitta. Devo dire che, anche per chi, come me, si comportava in maniera manifestamente inetta, non c'erano bullistiche messe alla berlina, bastava la soddisfazione di manifesta superiorità. Però faceva parte di quell'amarognolo in bocca che spesse volte ha colorato la mia verde età.  


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martedì 12 novembre 2013

Giocare al pallone in cortile.

Sono passato l'altro giorno davanti alla casa dove abitavo quando ero piccolo e dove sono nato. Nato in casa, come capitava a quei tempi; era da poco finita la guerra e si vociferava che andando all'ospedale ti cambiassero i bambini con quelli nati grazie alla presenza delle truppe occupanti (di colore naturalmente, forse già c'era la paura dell'uomo nero). E poi lì, sul pianerottolo c'era la vicina che dava una mano in caso di bisogno. Era un pianerottolo grande con quattro porte. Forse allora c'era più comunità tra vicini, almeno così si dice. Però mio papà, la bicicletta se la portava in casa tutte le sere per paura che gliela fregassero come era già successo a quella della mia mamma, una Maino nuova che le aveva regalato il nonno quando si era sposata. Mah, non so mica se erano tutte rose e fiori. Però quello che mi ha colpito è stato il constatare quanto fosse piccolo quel cortile tra le case. Un po' tutto rifatto, certo, forse lo avranno ristretto. Ma allora mi pareva enorme al confronto. Per lo meno visto dalla finestra attraverso le persiane di legno verde, dove buttavo l'occhio di tanto in tanto, desideroso di scendere a giocare con la folla degli altri bambini dei caseggiati vicini. 

Voglia continuamente vanificata. Mia mamma non mi lasciava scendere in cortile, non gli piaceva evidentemente che stessi con quel gruppo. Piuttosto, tutti i giorni mi portava a giocare, sotto il suo controllo, ai giardinetti di piazza Genova o allo stadio, dove evidentemente riteneva l'ambiente più adatto. Istinto di protezione esagerato, scelta sociale di promozione, preoccupazione materna e ansia di un futuro migliore, chissà? Certo in quel grande cortile col fondo di terra, dove l'erba non faceva a tempo a crescere tra la ghiaietta trituratrice di tenere ginocchia infantili, ce n'era una bella squadra che correva vociando e mi sembra che nessuno protestasse perché si disturbava facendo troppo rumore o giocando al pallone, il mitico n.5 che non ho mai posseduto, in quell'enorme cortile tra le case con tanti fili che vi correvano attraverso, tra ogni finestra e quella di fronte, con la biancheria stesa. Adesso pare così piccolo, così ben lastricato di pietra con le macchine parcheggiate, che occupano tutto lo spazio. Neanche un bambino in giro. Tanto non sono mai stato capace di giocare al pallone.


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domenica 1 aprile 2012

Decisioni controverse.

dal web

La verità è che sono un tradizionalista. Come tutti coloro che avanzano con gli anni, a poco a poco rimango turbato dalle novità, che magari portano efficienza e migliorie, ma turbano irrimediabilmente quel senso di rassicurazione che ti dà il sistema vecchio, ben conosciuto, sul quale ti sei adagiato nel tempo. Certo è un errore, ma come è facile lasciarsi andare in questo mare di piacevole adagiarsi su letti comodi e conosciuti, con cui ripercorrere strade senza imprevisti. Così quando questa mattina percorrendo la rassegna stampa ho letto la notizia sparata dalla rivista sportiva neozelandese Hunting and fishing, ci sono rimasto male. Intanto devo premettere che io, tiepido cultore dell'arte pedatoria che affascina la maggioranza degli Italiani, rimanendo legato al massimo alle raccolte di figurine degli anni 60, per poter avere Nordhal e Rivera, sono invece appassionato di rugby. Mi piace davvero questo sport da camionisti, giocato da gentiluomini, in cui si rispetta la decisione arbitrale senza discutere, arbitro che ha comunque avuto l'umiltà di sottomettersi all'uso della moviola, che peraltro viene usata pochissimo. I giocatori poi, rappresentano  l'archetipo della mascolinità classica, nell'aspetto fisico e nella determinazione, rimandano a sfide antiche, fatte di forza e di intelligenza allo stesso tempo. Un gioco che può funzionare, vero insegnamento sociale, solo se la squadra agisce come se fosse un unico organismo pulsante, dove la tattica e la disposizione degli uomini, il movimento della palla, gli schemi applicati sono parte di una strategia complessa e indispensabile per vincere propria di sfide apparentemente lontane come il gioco degli scacchi.

Arrivare alla meta è risultato di un lungo avvicinamento in cui la determinazione e la spinta devono accoppiarsi all'obbligo di passare la palla solo all'indietro, gesto dalla pregnanza filosofica che fa riflettere. Già proprio la palla, così strana ed anomala, che lo diversifica così profondamente dagli altri sport. Ebbene, proprio in conseguenza di ciò, pare che proprio la forma ovale della palla, a causa dei suoi rimbalzi irregolari, sia responsabile della maggior parte degli incidenti gravi, come quello che ha interrotto la carriera del mediano di mischia Sudafricano Jeffrey Cod, che ha provocato la rottura di una vertebra all'avanti irlandese Chubby O' Tuna e che ha distrutto nella scorsa stagione il ginocchio del più forte calciatore di tutti i tempi, il francese Ferdinand S. Pierre. Così pur destando molte perplessità nell'ambiente, arriva la notizia, non inattesa per la verità in quanto da qualche mese se ne vociferava nell'ambiente, comunicata oggi ufficialmente al board dal presidente della Federazione Internazionale Gioco Rugby (vedere qui nel sito, la notizia ufficiale), l'australiano Sea Bass, che dalla prossima stagione  la tradizionale palla ovale che ha accompagnato per oltre un secolo questo nobile gioco, sarà sostituita da un banale pallone rotondo, se pur un poco più piccolo di quello del calcio. Per carità, rimbalzerà meglio, non ci sono dubbi ma mi sembra che il fascino del rugby ne perderà di molto. Non vorrei che molti appassionati, cambiassero rete. Non siete d'accordo? Fatemi sapere.
Dal web (per le mie lettrici)

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giovedì 11 febbraio 2010

Andare al massimo.

C'è un sacco di gente che dice che i vari Facebook, Twitter, Skype e compagnia, siano una gran perdita di tempo per ragazzini o per gente che ha voglia di cazzeggiare in ufficio. Sarà pur vero, ma l'altro giorno, dalle nebbie del passato, proprio grazie a questi strumenti, hanno bussato alla mia porta due vecchi amici che non vedevo, né sentivo, più o meno da 40 anni. Eccoli lì, al di là dello schermo davanti ad una webcam, non molto diversi da allora, a chiacchierare di cosa è successo in tutti questi anni a prometterci di fare la rimpatriata, che tanti cinici sostengono di essere cosa tristissima (vedi il verdoniano Compagni di scuola) e che io invece trovo sempre molto piacevole e rilassante, come tutti i vecchi che si lasciano andare all'onda del passato in un dolce naufragio. Certo eravamo ragazzini, io quantomeno ero uno dei più piccoli e quindi non avevo neanche ancora ben chiaro cosa sarebbe stato della mia vita, in quelle estati in campagna. C'era in compagnia, un amico ricco, che passava l'estate dalla nonna, in una splendida villa d'apoca, almeno così appariva ai miei occhi di ragazzino che ben poche cose aveva visto e che mi sembrava enorme e bellissima, con grandi saloni in cui perdersi e che oggi, un po' svaniscono nel ricordo. Quella che mi affascinava era la sala del biliardo che rappresentava per me uno status talmente elevato da incutere una specie di reverenza, in particolare verso la vecchia nonna che si vedeva di rado. I suoi genitori non li vedevamo mai, sempre impegnati altrove, mentre lui ci ospitava, nei caldi pomeriggi estivi, complice la piscina. Era particolarmente estroso e determinato, il nostro amico. Un po' più vecchio di me, di certo la sua posizione sociale gli aveva fatto accumulare esperienze che lo mettevano su un piano di predominanza assoluta rispetto a noi, che pur paritariamente gravitavamo presso quella corte. Era sempre pronto a ideare nuovi giochi avventurosi e coinvolgenti nel grande giardino che circondava la casa. Un pomeriggio lo trovammo che aveva appena terminato, credo grazie all'aiuto di un suo fratello maggiore, alcuni carrettini su cui misurarsi in una corsa giù per la discesa che conduceva all'ingresso della villa. Allora, questo era un gioco comune ai ragazzini arditi; la sofisticatezza del mezzo dipendeva solo dalle possibilità dei concorrenti nel costruirsi questa specie di veicolo basso sui cui assi venivano montati dei grossi cuscinetti che fungevano da ruote, mentre lo sterzo si otteneva mediante una corda che tirava verso di sé la destra o la sinistra dell'asse anteriore durante la discesa. L'abbrivio, se l'inizio della discesa non era sufficientemente ripida, era ottenuto dalla spinta potente di un compagno assistente, poi la pendenza della strada faceva il resto. Una specie di skateboard ante litteram su cui si viaggiava seduti in equilibrio instabile, seguito sempre da rovinose cadute al termine della discesa quando i piedi non bastavano a frenare la velocità. Il nostro amico era particolarmente spericolato e anche quel giorno si lanciò senza paura, dopo la mia spinta, lungo il vialetto di bassi alberi, prendendo sempre maggiore velocità, mentre gli altri dietro, più moderati cercavano di rallentare la marcia lasciando strisciare i piedi sulla ghiaietta fine e pericolosa. Lui no, non gli piaceva frenare, voleva sempre andare al massimo e anche quella volta, arrivato al termine della corsa, quando la stradina terminava sulla strada provinciale, tentò inutilmente di fermarsi con una sterzata decisa ma inutile. Il carrettino attraversò la strada, dove per fortuna non passava nessuna auto (com'erano poche le macchine in giro allora) capottandosi su un mucchio di ghiaia dall'altra parte. Solito seguito di ginocchia sbucciate che erano una specie di marchio di fabbrica di cui nessun ragazzino riusciva a fare a meno. Senza lacrime o lamentazioni particolari, volle subito ripetere la discesa, anche stavolta senza controllo. Si leggeva nei suoi occhi una forte determinazione ad osare, a cercare il suo limite, quello che si vorrebbe oltrepassare; si capiva già che avrebbe cercato una vita spericolata. Finito quel periodo, quando tutti ci perdemmo di vista, affrontando quelle che sarebbero state le sfide del nostro futuro, per parecchio tempo non seppi quasi più nulla di lui, se non parecchi anni dopo, quando saputolo essere diventato importante, lessi che era morto di AIDS.

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