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sabato 5 febbraio 2022

Avanti con le Olimpiadi

dal web

Bene di Sanremo ne abbiamo già parlato abbastanza, tutto secondo le previsioni, scandaletti, pippozzi, bravi e meno bravi, personaggi e pesonaggetti, inclusi i fustigatosri di costumi che sembrano pagati dai dissacratori stessi per aumentare ancora l'audience, già altissima. Tutti contenti dunque, manca solo la serata finale che non aggiungerà nulla di piu', credo, a quanto già raccontato, vediamo solo se vince Elisa o Mahmood o a "sorpresa" Morandi, trionfo della vecchia guardia che domina Facebook. Ma noi dobbiamo passare oltre, ormai sono partite le Olimpiadi invernali, momento che interesserà gli sportivi certamente, ma evento che dominerà comunque gli equilibri geopolitici al momento molto in fibrillazione. Già, le olimpiadi cinesi, 奥运会 - ào yùn huì, con caratteri che significano Fare bene lo sport, come dicono loro. Xi Jin Ping ci ha puntato moltissimo e le considera una enorme vetrina per il mondo in cui mostrare le mirabilia a cui è arrivata la tanto vituperata e sottostimata Cina. Vuole farsi considerare, capire, temere. Così lo sfarzo e assieme la perfezione da mostrare in mondovisione, gli imponenti mezzi messi in goco, sono state fatte dal nulla montagne artificiali, neve dove non nevica, intere  foreste trapiantate per fare boschi alpini. Treni a 300 all'ora per raggiungere le località, Bolla e rigore antcovid estremo. Insomma la voglia di dimostrare che il loro sistema è migliore e soprattutto più efficace del nostro, che ormai dalla loro gente comune, il signor Wang pieno di orgoglio nazionale insomma, è ormai anche un po' deriso e visto con una certa sufficienza. 

Noi possiamo fare tutto più in fretta e meglio, possiamo costruire tutto, le macchine più moderne, andare nello spazio e anche, tanto per capirci, produrre le armi migliori. Ci avete sempre dato dei soltanto buoni a copiare e degli inquinatori seriali, ecco qua, tutto è innovativo, questo è il nostro design, questa è la nostra attenzione ormai morbosa, anche nella popolazione, al "green". Presto saremo i primi nella motorizzazione elettrica, dato che avete detto che è green. Da noi basta deciderlo per farlo e subito. Ma attenzione, vogliamo dimostrarvi anche che mica buttiamo via i soldi. Ecco qua che riutilizzamo stadi e strutture, rimettendo a nuovo e migliorando quanto serve e quindi in fondo queste saranno anche Olimpiadi, grandiose certo come si confà ad un paese che è il secondo (presto il primo) del mondo, al risparmio. Boicottate quel che vi pare, qui si fa così perché è il paese dell'armonia, della pace e della tranquillità e se proprio vuoi essere tra quello 0,1% o anche meno a cui non sta bene, ti isoliamo, ti diamo qualche bastonata in testa per avvertimento e poi ti rieduchiamo per qualche anno, così capisci meglio e non turbi l'armonia. Presto, capisci ammé, riuniremo anche quei pezzi di paese che ancora sono separati, anche se non nel cuore, con le buone, meglio come dice Sun Tzu, o se no con le cattive, anche se ci dispiace perché è meno armonioso. Chi vuole venga qui a imparare, ma non ci venite a spiegare come dobbiamo fare, non urbateci l'armonia. Comunque guarda, tanto per farvi capire che qui, con l'armonia tutto funziona bene, il bracere lo facciamo accendere dall'ultimo tedoforo che è Uiguro, ed è pure donna e musulmana, tanto per metterci il carico da 11, visto che ce l'avete menata tanto sull'argomento, che considereremmo definitivamente chiuso, cari preziosi ospiti.



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lunedì 2 agosto 2021

Citius, altius, fortius

da ilcorriere.it

Una giornata davvero incredibile ieri. In una decina di minuti il nostro paese davvero in cima al mondo. Quello che credi impossibile possa capitare, quello che non succede sicuro, ma se succede... Le medaglie più prestigiose delle Olimpiadi, quelle che raccontano lo stesso motto latino delle stesse, più veloce, più alto e anche più forte se ci mettiamo anche l'oro del Taekuando, sport di combattimento in fondo. Davvero in cima al mondo con due ragazzi che questo posto se lo sono davvero conquistati con la forza di volontà assoluta, superando difficoltà che avrebbero messo a terra  chiunque. Un simbolo dell'Italia più bella che dovrebbe fare impallidire di vergogna quella misera che sta in basso, l'Italia dei distinguo, dei furbastri, di quelli che dichiarano solo a favore di telecamere per piatire qualche voto in più, quelli pronti a saltare sul carro. Ragazzi che non odiano nessuno e diciamola tutta, quello che hanno conquistato se lo meritano tutto, inclusa l'ammirazione di tutto il paese e di tutto il mondo, compreso lo sguardo stupito del campione USA arrivato secondo che girandosi verso di lui, dice: Ma chi è questo qua? Anche queste  cose ti portano a dire che il nostro paese ce la può fare, se vuole. Vedere Tamberi che solleva il gesso del suo calvario e Jacobs con lo sguardo smarrito che si avvolge nella bandiera e i due che si abbracciano diche che davvero forse basta volerlo e spingere la barca tutti nella stessa direzione. Che bella giornata!


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martedì 15 ottobre 2013

International Kendo Trophy City of Alessandria 2013.

Alessandria - Coppa internazionale di Kendo 2013 - Finali
Il kendo (la via della spada) è una attività (o se volete chiamarla in altro modo, sport, via spirituale) di straordinaria bellezza. Poche sono le cose che accomunano esercizio fisico, concentrazione mentale, ricerca di un benessere ed equilibrio come questa. La fatica la senti subito, appena entri in un palazzetto o in una palestra dove si stanno svolgendo gare o anche una semplice seduta di allenamento. E' un odore di sudore sano che certifica le energie spese, che vivifica la vitalità interna degli atleti, dei praticanti e degli amatori. Poi è uno sport dove non girano neanche un soldino bucato, ogni atleta si paga di tasca sua la trasferta e questo contribuisce notevolmente a mantenerne la correttezza e la serenità. Eppure c'erano ragazzi che venivano dalla Sicilia, da Roma, e da tutta Europa. Dà sfogo all'aggressività insita nell'uomo (e nella donna naturalmente) verso un avversario senza nome, coperto, quasi nascosto, che rappresenta in fondo l'archetipo delle forze del male, ciò che va vinto anche moralmente. Lo scopo finale del kendo è insegnarti a vincere le tue paure e la parte oscura che è dentro di te, attraverso la perfezione del movimento, dell'attitudine e della precisione. Se vi capita andate a vedere qualche gara di kendo. Troverete le gradinate vuote, non ci vanno nemmeno le fidanzate degli atleti a vederle, credo che sia un unicum tra gli sport, ma forse vi farete convincere da queste figure scure che davanti alle decisioni dell'arbitro, chinano il capo con rispetto, che ogni volta che subiscono una sconfitta, riconoscono il valore e la superiorità dell'avversario. 

Lo scorso weekend, qui da noi, si è svolta la 10° edizione dell'International , una occasione unica per vedere i migliori atleti d'Europa in una competizione davvero di altissimo livello. Alessandria è una città che ha dato e continua a dare moltissimo al kendo italiano, con un gran numero di campioni italiani e che continua a fornire diversi atleti alla nazionale, tanto per dire, che mica siamo solo dei mangianebbia rancorosi e falliti, qui tra Tanaro e Bormida. Due giorni di gare con oltre 200 atleti provenienti dalle più importanti palestre d'Italia e con squadre di Francia, Spagna, Inghilterra, Svizzera, Belgio, Ungheria, Polonia, comprendenti anche come sempre molti giapponesi e per la prima volta, due squadre di una Università coreana, con il fortissimo capitano Jin che ha vinto anche l'individuale di sabato, e che, come previsto, hanno fatto il vuoto, mostrando un kendo di una levatura assolutamente superiore. Come previsto si sono presi i primi due posti nella gara a squadre lasciando il terzo alla squadra di Parigi e al Kendo Club di Messina del fortissimo Giuseppe Giannetto, campione europeo 2013 ad aprile. Gli alessandrini, con il campione italiano Mandia, quest'anno  si sono fermati ai quarti. Medaglia d'oro nella gara femminile, Serena Ricciuti del Kendo CUS Verona. Un kendo comunque di levatura mondiale, come si è visto solo lo scorso anno al XV Campionato del mondo di Novara. Credo che gli spettatori me compreso, non superassero le dita di una mano, per fortuna le gradinate erano occupate dagli atleti stessi. 


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Yi Quan

mercoledì 8 agosto 2012

Doping o sconfitta?

Oggi ho ascoltato la conferenza stampa di Schwazer e vorrei fare anch'io alcune considerazioni, per quello che possono valere. Dato per scontato che non ci sia stata sceneggiata, che sarebbe davvero troppo, la tremenda prova a cui si è sottoposto il ragazzo può insegnare molto su cosa è, e probabilmente è sempre stato, l'inestricabile connubbio, tra sport, soldi e voglia disperata di affermazione. Chi non è mai salito su un gradino, meglio se il più alto, sentendo pronunciare il suo nome di fronte alla folla forse può solo immaginare l'insieme di sconvolgimento di sentimenti che questo può provocare in chi sa di non potercela mai fare ad arrivarci con le proprie forze ed anche in chi ci è arrivato, ma poi per mille motivi ha capito che non ce la può più fare e viene preso da uno sgomento ed una deprivazione insopportabile che lo porta di conseguenza ad accettare qualunque cosa pur di riprovare quelle sensazioni perdute, non solo mettendo in gioco tutto quello che ha fatto fino a quel momento, ma spesso anche a rischiare la vita per riaverlo. 

Qualche sportivo ha detto che se avesse saputo che le sostanze usate lo avessero portato infine anche alla morte, per essere per una volta il primo del mondo, le avrebbe assunte ugualmente e per qualcuno è stato davvero così. Non è soltanto una questione di soldi, almeno non sempre; è quella necessità di competizione assoluta che forse abbiamo nel genoma da sempre e che forse è responsabile del successo della nostra specie; quel bisogno indiscutibile di vincere, di arrivare primi che regala sempre e solo disperazione e dolore, ai vinti sempre ed al vincitore di quella volta anche, perché il destino lo ha già comunque designato come lo sconfitto di domani. Così l'uomo non ce la fa a resistere e se non ci riesce o se non ci riesce più, cerca il modo artificale per riavere l'illusione che ha perduto. Questo è sempre accaduto, oggi molto più di un tempo, perché la nostra società ti spinge ad essere sempre più competitivo, perché emargina il "perdente", perché gli interssi che gravitano attorno sono fortissimi, perchè uno stuolo di personaggi, lenoni senza scrupoli, mestatori della peggiore specie, strisciano all'interno dell'ambiente, tollerati da tutti, perché tutti sanno, pronti a prendere le distanze appena viene alla luce il marcio, per blandire, convincere, attirare nel baratro chi, debole, è per primo pronto a cedere. 

Perché in fondo tutti lo fanno, perché se non lo fai non si può vincere, perché vedrai che non ti prendono, è facile credere e cedere alle sirene, specialmente se sei giovane e se hai già assaggiato il miele del successo. A questo si aggiunge la pressione mediatica che vuole sempre il mito, il mostro, il cannibale, lo osanna, lo innalza per poi gettarlo via appena iene avanti il prossimo, gettarlo nel pattume in cui finisce il foglio spiegazzato del giornale di ieri. Poi quando si alza la pietra e compare il verminaio, eccoli tutti a scostarsi dal lebbroso, a chiamarsi fuori per non subire il contagio dell'appestato che subito nega, grida al complotto, grida disperato la sua innocenza ferita. In questo caso almeno non si è ceduto a questo aspetto della farsa, esponendo tutta la disperazione della vicenda, della presa di coscienza, credo sincera, di chi è caduto, dopo aver capito di non potercela più fare con le sue forze, ma che in fondo non ha potuto sopportare comunque questa situazione per lui innaturale, in un crescendo di disperazione di chi ha ormai ben chiaro, di aver perduto tutto, di aver sprecato tutti quegli anni di fatiche disumane, di ore e ore di allenamenti infiniti, tutto gettato via in un attimo, compreso la stima e l'affetto di chi gli ha voluto bene. 

E tutto intorno le insopportabili iene pronte a nuitrirsi del dolore e della disperazione, ieri striscianti per incensare e portare sugli altari l'italiano vero che sudava per il suo paese, vero alfiere della bandiera patria, oggi pronte ad azzannare sbocconcellandone malamente il nome, come altoatesino, anzi diciamo pure tedesco, tanto per distinguersi, per chiamarsi fuori, luridi monatti in cerca di cadaveri da gettare nella fossa comune. Caro Alex, provo pena per te, ma ti auguro che il sipario scenda in fretta su questo primo atto della tua vita e che riesca a trovare dentro di te la forza che ti è mancata, la determinazione che ti è venuta meno e che dovrebbe invece essere la caratteristica principale dell'uomo vero. Per l'uomo vero, la vita non finisce per queste cose, anzi forse è proprio qui che si può ripartire non più per "vincere" ma per essere utili a sé stessi e agli altri.




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Jun Shi.
Tai Ji.

mercoledì 1 agosto 2012

Il segno di Olimpia.

Cosa avranno queste Olimpiadi per tenere tanta gente incollata al televisore, alle pagine dei giornali, per tenere impegnati attorno ai tavolini dei bar improvvisati tecnici di ogni sport? Eppure senti discutere con apparente competenza di differenza tra Ippon e Wazari nella presa che eliminato il nostro nel judo o della parata di quarta che ci ha fatti fuori nel fioretto, roba che poi per quattro anni non ne parla più nessuno. Quei poveracci che si sono fatti un mazzo tanto, qualcuno sacrificando le ferie per pagaiare in qualche impianto straniero o tendere le corde dell'arco fino allo spasimo, se ne torneranno nelle loro palestre, alla loro fatica anonima che non desterà più la gola degli sponsor miliardari e tutti si tornerà al calcio e ai capricci di Balotelli e Cassano. Che volete siamo fatti così, eppure questo appuntamento quadriennale ha davvero un qualche cosa di inspiegabilmente magico. Anche le vecchie lenze come me, che vogliono fare tanto i cinici, si commuovono a vedere un Nigeriano improbabile canottiere che arriva quando tutti gli altri sono già andati a fare la doccia o il judoka che non molla e pur fasciato tira fino alla fine per vincere la sua gara personale con sé stesso o quell'altro africano che nella scorsa edizione aveva appena imparato a nuotare e nei 100 stile libero a momenti annega nella piscina. Le facce di chi ha lavorato tanto e benché favorito, esce sconfitto da chi ha indovinato la giornata della vita, l'exploit di quelli che inattesi stupiscono gli avversari, le lacrime di chi non ce la fa o di chi non crede di avercela fatta; di chi con sincerità si batte per il proprio paese, di chi sgomita per fare il portabandiera, di quelli che finalmente conta l'onore. 

Certo ci sono i miliardi sotto, lo so, non sono nato ieri, però c'è di certo qualcosa di più. I simboli sono ancora importanti per fortuna in questa umanità smagata e menefreghista e una medaglia, per cui hai lavorato duramente per quattro anni non te la può togliere più nessuno per tutto il resto della vita. Ci sono comunque i simboli che a poco a poco smuovono montagne, come la prima volta ai giochi per le donne di certi paesi e se pure con un hijab speciale, che piacere sarà vedere quella pacioccone saudita che si farà pure sbatacchiare per terra da qualche imperturbabile nipponica, ma avrà comunque vinto per tante sue amiche e connazionali. Che volete sono un semplice, così quando più di trenta anni fa mi aggiravo tra le colonne cadute ed i marmi corrosi di Olimpia, che qui sono le radici vere di Europa, non ho saputo resistere ai simboli e anche io mi sono fatto il giro di corsa di quello stadio così antico, dove gli uomini (sì solo gli uomini lo so, ma correvano nudi, santa polenta, chi sa se avevano un qualche tipo di sospensorio) si riunivano da tutto il mondo conosciuto e si fermavano le guerre e ci si batteva anche allora per arrivare primi e chi lo faceva, aveva certo solo una corona di alloro, ma poi viveva a pappa e ciccia per tutto il resto della vita, non vi preoccupate.


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Jun Shi.
Tai Ji.

sabato 30 giugno 2012

Bravo Mario!

Bravo Mario! Mi sei piaciuto. Mi piacevi prima e adesso mi piaci ancor di più. Ma è così, chi è bravo, nel momento difficile, dà il meglio, come si dice, porta a casa il risultato. Così tutti quelli che fino al giorno prima, lo insultano, lo minacciano, lo ridicolizzano e lo sbeffeggiano, con un piccolo movimento, così umano per carità, saltano o per lo meno cercano di saltare sul carro del vincitore, accreditandosi il merito di avere dato i consigli giusti, di avere guidato, di essere, insomma, i veri artefici meritevoli della vittoria. Invece no. Il merito è di chi le cose le fa. Di chi sopporta, anche magari avendo ogni tanto qualche momento di fastidio, ma al momento opportuno tira diritto e vince. Bravo Mario, continua così, fai il tuo lavoro, come lo sai fare, non stare a sentire nessuno, tanto, lo sai già, non appena qualche cosa andrà storto, tutti (gli stessi che oggi fanno i titoloni) saranno pronti a crocifiggerti, a dire che loro lo sapevano che eri un bluff, che loro sapevano bene come si sarebbe dovuto fare, chi si doveva mettere al posto tuo, più capace e affidabile. Che vuoi, devi capire, siamo italiani.


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domenica 1 aprile 2012

Decisioni controverse.

dal web

La verità è che sono un tradizionalista. Come tutti coloro che avanzano con gli anni, a poco a poco rimango turbato dalle novità, che magari portano efficienza e migliorie, ma turbano irrimediabilmente quel senso di rassicurazione che ti dà il sistema vecchio, ben conosciuto, sul quale ti sei adagiato nel tempo. Certo è un errore, ma come è facile lasciarsi andare in questo mare di piacevole adagiarsi su letti comodi e conosciuti, con cui ripercorrere strade senza imprevisti. Così quando questa mattina percorrendo la rassegna stampa ho letto la notizia sparata dalla rivista sportiva neozelandese Hunting and fishing, ci sono rimasto male. Intanto devo premettere che io, tiepido cultore dell'arte pedatoria che affascina la maggioranza degli Italiani, rimanendo legato al massimo alle raccolte di figurine degli anni 60, per poter avere Nordhal e Rivera, sono invece appassionato di rugby. Mi piace davvero questo sport da camionisti, giocato da gentiluomini, in cui si rispetta la decisione arbitrale senza discutere, arbitro che ha comunque avuto l'umiltà di sottomettersi all'uso della moviola, che peraltro viene usata pochissimo. I giocatori poi, rappresentano  l'archetipo della mascolinità classica, nell'aspetto fisico e nella determinazione, rimandano a sfide antiche, fatte di forza e di intelligenza allo stesso tempo. Un gioco che può funzionare, vero insegnamento sociale, solo se la squadra agisce come se fosse un unico organismo pulsante, dove la tattica e la disposizione degli uomini, il movimento della palla, gli schemi applicati sono parte di una strategia complessa e indispensabile per vincere propria di sfide apparentemente lontane come il gioco degli scacchi.

Arrivare alla meta è risultato di un lungo avvicinamento in cui la determinazione e la spinta devono accoppiarsi all'obbligo di passare la palla solo all'indietro, gesto dalla pregnanza filosofica che fa riflettere. Già proprio la palla, così strana ed anomala, che lo diversifica così profondamente dagli altri sport. Ebbene, proprio in conseguenza di ciò, pare che proprio la forma ovale della palla, a causa dei suoi rimbalzi irregolari, sia responsabile della maggior parte degli incidenti gravi, come quello che ha interrotto la carriera del mediano di mischia Sudafricano Jeffrey Cod, che ha provocato la rottura di una vertebra all'avanti irlandese Chubby O' Tuna e che ha distrutto nella scorsa stagione il ginocchio del più forte calciatore di tutti i tempi, il francese Ferdinand S. Pierre. Così pur destando molte perplessità nell'ambiente, arriva la notizia, non inattesa per la verità in quanto da qualche mese se ne vociferava nell'ambiente, comunicata oggi ufficialmente al board dal presidente della Federazione Internazionale Gioco Rugby (vedere qui nel sito, la notizia ufficiale), l'australiano Sea Bass, che dalla prossima stagione  la tradizionale palla ovale che ha accompagnato per oltre un secolo questo nobile gioco, sarà sostituita da un banale pallone rotondo, se pur un poco più piccolo di quello del calcio. Per carità, rimbalzerà meglio, non ci sono dubbi ma mi sembra che il fascino del rugby ne perderà di molto. Non vorrei che molti appassionati, cambiassero rete. Non siete d'accordo? Fatemi sapere.
Dal web (per le mie lettrici)

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domenica 6 febbraio 2011

Italia ovale!

Siamo arrivati ad un soffio. Per un pelo non ce l'abbiamo fatta. Ma che grande partita quella di ieri dell'Italrugby contro la tosta Irlanda! E che sport il rugby! Certo sapete tutti che sono un grande sportivo, ma è pur vero che lo sport fa male e fa soprattutto ingrassare, di certo ieri, affondato per un'ora e mezza in poltrona, per il nervosismo avrò trangugiato un vagone tra dolcini e frappe di carnevale che da noi si chiamano bugie o chiacchiere (ne parlerò prossimamente) e sarò ingrassato almeno di un chilo. Il rugby è il vero archetipo dell'antico sport maschile, rude ma intelligente, muscoloso e veloce, tanto è vero che piace un sacco anche alle donne, al contrario del lezioso calcio da fighette e da furbetti, tipico dell'italianità. Solo apparentemente rozzo, è in realtà lo sport che più si avvicina al gioco degli scacchi o al Go giapponese.


Un insieme di tattica, preparazione, strategia e fisicità da esercitare in un continuum spaziotemporale per arrivare alla partita perfetta. Grandi emozioni dunque per noi sportivi da divano. Attenzione, accusatemi pure di essere un modaiolo, ma io sono vicino a questo mondo da tempi non sospetti e come mi impone la tuttologia ho dovuto pormi di fronte anche a questa esperienza diretta. Provare e mettersi in gioco per capire. Facevo la terza media e la mia fisicità era prossima a quella di un budino alla vaniglia, quando non ricordo chi, trascinò me e un gruppetto di compagni di scuola al campo dei ferrovieri, detti i Feroci, dove già allora ci si dedicava alla palla ovale. Alessandria è sempre stata antesignana nelle novità, salvo poi lasciarle andare, perchè nessuno ci crede fino in fondo. Comunque sia, un volenteroso istruttore ci spiegò alla meglio le regole e poi ci dispose in fila sul campo, dove, essendo fine marzo c'era più fango che erba. Eravamo attrezzati come durante l'ora di ginnastica a scuola, scarpa Superga, pantaloncini blu con l'elastico e maglietta bianca come il latte, per il resto mi ricordo solo un freddo cane.


Ci passammo l'un l'altro quello strano oggetto ovale tra le mani tanto per familiarizzare, poi il tipo ce lo lanciò una volta per uno per capire se eravamo in grado di afferrarlo, infine decise di introdurci direttamente nella mischia. Appunto. Capimmo solo che lo spirito era quello di tenere ben stretto l'oggetto e di correre il più velocemente possibile verso la meta, mai parola era stata più significativa, mentre gli altri dovevano cercare di fermarti. Così ci muovemmo un po' qua e là inzaccherandoci per bene di mota. Sembrava divertente, ma se devo dire la verità io ero già distrutto dalla fatica. Ad certo punto, non so come mi ritrovai l'ovale in mano e sentii qualcuno che mi gridava "corri". Correre per me è sempre stata una parola grossa, ma deciso, chiusi gli occhi e mi avviai lemme lemme nella giusta direzione. Non mi accorsi di nulla, ma dopo un istante fui come investito da un treno in corsa (eravamo appunto ai Ferrovieri) che si era schiantato contro il mio stomaco in modo inusuale e violento. Precipitai verso il suolo al rallentatore, come un baobab stroncato dalle seghe.

L'accetta di uno o più boscaioli mi avevano abbattuto con una spietatezza a me sconosciuta. Precipitai senza un grido come un tronco morto, scivolando nell'umida palude a braccia avanti, la faccia piena di fango. Neppure il tempo di alzare un lamento, incapace al tempo stesso di sputare il misto di terra e di erba fangosa, che di liberarmi della montagna di corpi che mi seppelliva. Ero ormai una maschera sporca quando cercai di alzarmi, senza neppure udire poco lontano il mister che spiegava al gruppo di ragazzini eccitati i segreti del placcaggio. Mi faceva male da tutte le parti. Lasciai il campo dolente e intristito, così coperto di schifezza dalla testa ai piedi che quando arrivai a casa, la mia mamma non riusciva a capire dove fossi caduto. La domenica successiva non mi chiesero neanche più se volevo andare al campo. Io feci finta di niente, intanto imparai a giocare a scacchi.


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lunedì 12 luglio 2010

Sportivo è una parola grossa.


Si fa presto a dire: non sei sportivo. Intanto se uno è grasso, diciamo leggermente sovrappeso, non più di una trentina di chili certo, questa menata dello sport come metodo per consumare calorie, oltre che terribilmente noioso e privo di interesse, diventa anche una sorta di stress psicofisico che non fa bene, anzi è di certo foriero di più gravi problematiche. Se poi anche lo sport come spettacolo diventa delusione e noia, allora andiamo a goderci una serata al fresco tra le frasche, con una fetta di anguria in mano che è meglio.


Aver visto un campionato del mondo mediocre, con una finale tra squadre mediocri, buone solo a tirarsi calcioni nello stomaco, le migliori comunque tra tanta mediocrità, con partite condizionate da errori di arbitri mediocri, mentre la tua nazionale è stata cacciata come ultima del girone più debole e scalcagnato, è sintomo chiaro di un mondo che si è adagiato e si crogiuola nella crisi e nell'impotenza, nell'incapacità di reagire al sopruso e all'arroganza, con l'intelligenza, la ragione, la bellezza; piegandosi all'oscurantismo, alle religioni, all'immobilismo del potere più becero. Siamo diventati tutti grassi nel cervello, ci siamo adagiati in comode nicchie di benessere in cui la mancanza di fame, ha fatto nascere la pseudocultura dello slow food.


Eppure nel dopoguerra eravamo tutti bei bambini che parevano volenterosi di fare, figli di un baby boom che sembrava voler cambiare il mondo. Veramente io, magro magro non lo sono mai stato, anche quando, piccino, la mia mamma mi portava dal fotografo con la maglietta che mi aveva fatto ai ferri con relativo fiocco di palline al collo (ero peraltro un bellissimo bambino, come si può ben vedere, e tale sono rimasto), salvo un brevissimo periodo servito ad intortare quella poverina della mia GS (gentile signora) che evidentemente, obnubilata dall'amore, avrà creduto che sarei rimasto bellissimo per sempre; diciamo che ero un bambino grassoccio, anche se molto carino. Un po' molle in verità, che non riusciva ad arrivare in cima alla pertica e per questo motivo tentava sempre di farsi esentare dalle lezioni di educazione fisica, per evitare la derisione dei malevoli compagni.


Allora andava di moda la pallacanestro nelle scuole, i maschi erano una quindicina per classe e anche coi cambi qualcuno doveva rimanere fuori giocoforza. La palestra del nostro liceo era una cantina piuttosto vecchia e piena di spigoli, pericolosi anche per giovani dalla vitalità prorompente. Così era necessario che qualche allievo a caso venisse messo a protezione delle esuberanze liceali. Così toccava sempre a me fare da paraspigoli, dopo che alla prova dei fondamentali tre passi, non riuscivo mai a buttarla nel cesto. In effetti, però, non provavo alcuna frustrazione. Forse da lì nasce la mediocrità di una nazione.





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giovedì 1 luglio 2010

Cronache di Surakhis 30: Sport e politica.

Era proprio di cattivo umore. Paularius si forbì la bocca con la manica del mantello di raso rosso della confraternita e spinse da parte con rabbia il piatto ancora colmo delle rosee carni di un giovane knut, un tripode delle paludi, quasi estinto, che pure gli piaceva moltissimo e che gli procurava un cacciatore di frodo dell'est. I bocconi saporiti che la crema spessa rendeva ancora più morbidi, continuavano ad andargli di traverso e nemmeno il prezioso vino invecchiato nelle antiche botti di un domaine, che aveva appena confiscato ad un piccolo imprenditore che non voleva pagare il pizzo, stabilito dall'ultima legge, riusciva a mandarglielo giù. I giornali si erano scatenati.
Dopo che la squadra di Surakhis era stata eliminata dal campionato galattico di spaddikh, non la smettevano più di battere la grancassa. D'accordo, erano arrivati ultimi del girone più facile e a niente era servito giustiziare il capitano subito dopo l'ultima partita. Nonostante robuste stecche arrivate direttamente dal ministero della corruzione, gli avversari non si erano piegati e tutto era andato storto. Anche gli altri allenatori surakhiani sparsi nella galassia erano stati giudicati in modo pessimo ed addirittura gli otto arbitri che rappresentavano il pianeta, dopo l'ennesima svista, abbastanza veniale per la verità, in quanto non avevano segnalato la coltellata data da un giocatore di Rigel VI al portiere avversario, affermando che si era suicidato per la vergogna di non aver fermato la palla su un facile tiro avversario, mentre sugli schermi si vedeva chiaramente che il giudice di porta lo tratteneva per un piede, erano stati rispediti a casa.
Tutto il movimento era allo sfascio, ma da qui a dire che questo era lo specchio del pianeta, una civiltà morente basata sulla corruzione, priva di slanci vitali, in cui erano state anche chiuse le scuole, inutili per la verità, dato che i pochi giovani prodotti venivano per la maggior parte dati in schiavitù su altri pianeti, un impero ad un passo dal crollo definitivo, ce ne correva. Quei maledetti giornalisti, pagati dai nemici dell'imperatore, facevano a gara per stravolgere le cose. Certo quasi tutte le aziende avevano chiuso, ma loro lo attribuivano alla mancanza di provvedimenti contro la crisi universale, invece che al fatto che gli schiavi si erano rifiutati di lavorare cibandosi a settimane alterne e rinunciando ad almeno tre delle sei ore di sonno che avevano estorto nei tempi delle vacche grasse. Quei dormiglioni.
Adesso potevano dormire in pace. Lui aveva chiuso la miniera sigillandoli dentro, così aveva evitato anche tanti clamori e proteste inutili. Pero non era giusto continuare a dire che questo pianeta era in mano ad una classe di vecchi corrotti e corruttori che non volevano cedere, mandando tutto in malora. Allontanò con un gesto il servo che gli portava i fanciulli per il suo sollazzo serale, si cambiò il mantello e uscì. Quella sera c'era la cerimonia di insediamento del nuovo governatore. Arrivò disteso sulla barella, con i tubi delle macchine che lo tenevano in vita che scendevano graziosamente di fianco a lui. Aveva 146 anni e aveva vinto facilmente l'elezione; intanto era più anziano di quattro mesi del suo concorrente e poi era bastato promettere un giro di vite sui clandestini andromediani con una stretta sulla sicurezza, così avrebbero potuto far tacere, applicando la norma, anche tutti quei fastidiosi giornalisti alfieri del pessimismo.
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martedì 8 dicembre 2009

Puzza di fogna.

Che odore strano nell'aria. Ve lo dico chiaro, ho la luna storta. Oggi la nebbiolina è ancora bassa, non si capisce se vuol piovere o fa solo finta, per bagnare la voglia di ridere. Un tempo inventato apposta per il cattivo umore, per guardare il bicchiere mezzo vuoto, per leggere solo le notizie pessime, cioè godersi completamente tutto il gornale. Ma come si fa a ridere. Domenica un allenatore ha ordinato alla sua squadra di fermarsi e lasciar segnare gli avversari, perchè il gol che avevano appena fatto non era sportivamente corretto. Che fairplay! Seguire una legge non scritta che ti fa sentire in obbligo di non approfittare di qualche cosa per semplice "lealtà". C'è da farsi venire le lacrime agli occhi, come sono di certo venuti ai tifosi di quella squadra, che infatti hanno assediato per circa due ore allenatore e giocatori negli spogliatoi per menarli, o al presidente della squadra stessa che ha dichiarato che tocca all'arbitro giudicare cosa è corretto, mentre il dovere di chi è pagato da lui è vincere in ogni modo, forse voleva aggiungere anche segnando con le mani che magari poi vai ai mondiali, sempre che l'arbitro non veda. Ma cosa ci sta succedendo? Per carità, lo so bene, che certe schifezze ci sono sempre state e sono presenti, forse geneticamente in fondo ad ogni animo umano. Forse proprio questo è il segreto del trionfo della nostra specie, la cattiveria che c'è dentro ognuno di noi, la voglia di prevaricazione, la paura di essere deboli e quindi, oltre ad avere paura di tutto quello che non conosciamo, che ci è ignoto, anche l'autogiustifuicazione ad utilizzare tutti i mezzi, meglio se sono scorretti, per ottener ciò che vogliamo, che riteniamo un nostro prevaricante ma irrinunciabile diritto o semplice voglia. Però fino a non molto tempo fa questo sentimento, questo odio verso l'altro, era tenuto in fondo all'anima, quasi sconosciuto a noi stessi, emergeva dalle fogne del nostro scontento solo di tanto in tanto, ad alcuni con più frequenza che ad altri, certo, ma sempre occasionale e vissuto con una sorta di vergogna, di pudore. Veniva fuori un negro di m. e tutti erano inorriditi e chi lo aveva pronunciato veniva guardato con dispregio; corruzione era una cosa sporca, ti macchiava irrimediabilmente. Il fallimento per una azienda era talmente vergognoso, che qualche commerciante non osava neppure pronunciarla la parola, per non esserne contaminato per sempre. Poi qualcosa è cambiato, forse l'aria, forse si è esaurito l'afflato di ricostruzione che segue tutte le grandi tragedie storiche, forse soltanto qualcuno che ha preso in mano la tastiera della giostra e della comunicazione ha saputo tirare fuori il peggio di noi e lo ha nobilitato. Non sono stati necessari molti anni, segno che eravamo ben predisposti. Essere ignoranti non è più una vergogna; puoi esser un puttaniere, andare a trans, corrompere, rubare, usare tutti i mezzi più illeciti per avere quello che vuoi, intorno a te faranno spallucce, anzi ti invidieranno, vorranno essere al tuo posto. Se, potente, ti pescavano nel letto sbagliato, eri squalificato per sempre, oggi anche le signore , si dan di gomito, e dicono:- Almeno gli piacciono le belle donne- e sognano di essere loro in quel letto a godere di quei privilegi. Corrompi? Tutti cercan di capire come hai fatto per imitarti ed ottenere i tuoi risultati. Sdogani di fatto il razzismo? Stuoli di vecchietti terrorizzati dall'uomo nero ti adoreranno e ti pregheranno di far le ronde sotto casa loro. Si presenta la famiglia come un punto fermo, per averne col plauso di tutti almeno due o tre. Personaggi che si sposavano con riti pagani e inneggiavano ai druidi con le ampolline, ora brandiscono i crocifissi come clave, pur di attizzare il già caldo fuoco dei fondamentalismi. Non ci credono certo, chè il cristiano è altra cosa, del tutto contraria, ma porta voti. Più ne fai e più il risultato nell'urna ti darà ragione. Ogni tanfo mefitico, prima chiuso nella cloaca dell'io profondo, incoffessato, diventa profumo con cui adornarsi con orgoglio. Ormai sdoganata, non è immoralità, non è amoralità, è soltanto la nuova morale a cui bisogna adeguare i comportamenti per non essere guardati male. Coraggio, povero allenatore, hai fatto un errore, adesso lo hai capito anche tu e probabilmente, come tra l'altro hai già dichiarato, non lo rifaresti, ma non puoi pensare che finisca così. Ogni buona azione non resterà impunita. In arrivo un deferimento dalla Lega (Calcio, ben si intenda) e probabilmente il licenziamento nelle prossime settimane.

martedì 20 ottobre 2009

Due ruote.

Che giornata bigia. Magari tra un po' piove, così tarpa definitivamente le velleità degli sportivi, siano essi runner (ormai in partenza per la grande mela) che ciclisti (vista la fine delle grandi classiche). Che si appendano le biciclette al piolo in cantina. Beh mica tutti lo fanno. Certo Angelo non lo faceva. Chi è della mia città e frequentava il cenacolo (nel senso che era frequentato da un certo Ceni) del Bar Baleta, non può dimenticarselo certo. Da anni, aiutava, se pur già anziano pensionato, il buon Gino nei vari servizi del bar, curando con occhio benevolo le schiere di giovani sfaticati e gli studenti poco diligenti che, marinando le lezioni (che vocabolo di sapore antico!), passavano le mattinate ai biliardi. Ma Angelo aveva una passione smisurata e gli occhi, un po' tristi quando serviva le gazzose, si accendevano improvvisamente di viva luce, quando qualcuno gli allungava una battuta sulle biciclette e il ciclismo. Aveva corso forse un paio di stagioni tra i professionisti in gioventù e la bici e le gare gli erano rimaste nel sangue e in fondo al cuore aveva un grande sogno, forse simile a quello che tutti coltivano quando si appassionano ad uno sport: diventare campione del mondo. Certo detta così suona un po' velleitario e pietistico, ma quell'idea che stava in cima ai suoi pensieri non era poi così folle. Benchè ormai ultrasessantenne, partecipava infatti ogni anno ai campionati del mondo di ciclismo per amatori che si svolgevano in Austria e che erano divisi per categorie di cinque anni in cinque anni. Questa gara mondiale era un appuntamento autunnale a cui dedicava tutto il suo tempo libero nel corso dell'anno. Allenamenti scientifici alle sei di mattino sulle colline intorno a Novi che a suo dire avevano caratteristiche del tutto simili al circuito salisburghese, ore di fatica e sudore per preparare il fisico alla prova annuale. Aveva un grande nemico, un belga fortissimo, di un anno più giovane, che era stato un buon professionista e che tutte le volte lo fregava in volata. Quando lo sollecitavamo sull'argomento, storceva la bocca con un sorriso amaro e diceva: " Sì, sì va forte, ma io lo so che roba prende prima della corsa" e se ne andava borbottando col vassoio dei bicchieri vuoti, meditando contromisure e bombe miracolose per la successiva stagione. Si sa, il doping è sempre stato parte integrante del ciclismo di tutti i tempi ed un aiutino viene giustificato con connivenza negli ambienti delle due ruote e la sua bomba era il Vov di cui faceva grande uso prima di ogni allenamento perchè gli dava a suo dire grande energia. Quell'anno però era diverso. Aveva, credo appena superato i settantacinque e ci raccontò che sarebbe passato nello scaglione di età successiva, lasciando l'arcinemico nella categoria 70-74. Quell'anno ce l'avrebbe fatta sicuramente a diventare campione del mondo. Era il più forte e cominciò già in inverno una preparazione forsennata in un crescendo continuo fino all'estate. Ma il destino aveva mescolato diversamente il mazzo di carte anche quella volta. La discesa che affrontava senza paura, era sempre stata la sua grande forza. Ma un camion o forse da solo, spinto dalla sua sola voglia di vincere, fermò il suo sogno e il suo sorriso amaro lungo le strade amiche della sua fatica, quando al termine di una di quelle velocissime discese, lo trovarono, dopo l'ultima curva, in fondo ad una scarpata. Chissà se qualcuno conserva ancora una foto di Angelo da mandarmi.



Ecco qua, la foto è arrivata, Grazie Gino, anche il nostro Forrest Gump aveva i suoi momenti di gloria.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!