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mercoledì 12 dicembre 2012

Nel deserto del Namib.

Popolazioni Himba - Namibia 2003

Il discorso esasperato di ieri, forse è frutto di un attimo di insopportabilità che può capitare a tutti quando devi sentire delle cose che fanno arricciare i peli e raggrinzire la pelle e pertanto ve ne chiedo venia. Senti come l'alito gelato del ritorno della mummia, del mago perfido delle favole che lusinga i bimbi con le caramelle colorate per trascinarli nell'Averno e allora le parole, anche prive di misura ti salgono così, da sole e anche oltre le righe. Però a folata di neve passata, ti rimane l'amaro in bocca. Soprattutto quello che mi fa male è questo odio terribile che i vecchi hanno verso i giovani. Questo trascurare e annichilire le loro potenzialità, negando loro un futuro normale, come quello avuto da noi. E' una sorta di cattiveria davvero perfida e sottile, che da un lato fa sì che vengano coccolati, mantenuti e  resi certi di avere alle spalle qualcuno che li fa sopravvivere comunque, anche a prezzo delle perdita di una dignitosa indipendenza, dall'altra tarpando loro qualunque possibilità di entrare nella società civile ad "agire". Quanto disprezzo sento continuamente verso questi ragazzi che sono ignoranti, fannulloni, privi di impegno e di idee, svogliati e buoni a nulla, assieme choosy e bamboccioni da un lato, fancazzisti e rompiballe dall'altra. A parole tutti pronti a dire che bisogna fare qualcosa per il loro futuro, nei fatti determinati a mettere barriere invalicabili per impedire che vadano a scalzare posizioni privilegiate, posti di comando sicuri, spesso rubati o conquistati per stanchezza e diventati sine curae comode e ghiotte. 

Non parlo dei fenomeni o dei bravissimi, quelli se la cavano comunque in qualche modo grazie alle loro capacità e riescono a penetrare la barriera, ma quello che fa pena è la massa dei normali, o anche dei mediocri che certo ci sono per forza di cose e sono maggioranza, e non è giusto che siano condannati alla cancellazione, una o due generazioni da eliminare dalla società civile, segnati a sopravvivere alle spalle di parenti per tutta la vita senza nulla costruire di proprio, finché ce ne saranno, poi abbandonati al nulla che si ritroveranno tra le mani. Voi mi direte, ma è un atteggiamento mammistico tipicamente italiano e latino che aiuta a provocare tutto questo? Forse sì. E' davvero completamente male tutto ciò? Bisognerebbe discuterne. Sappiamo che i paesi di matrice anglosassone la pensano diversamente ed il distacco dalla famiglia è visto come un banco di prova obbligato per entrare nella vita a piedi uniti. Forse questo atteggiamento di base, alla fine provoca però un sentiment generale in cui il sociale in un paese, è visto come un fastidioso e negativo orpello da limitare il più possibile. Chi non ce la fa da solo si aggiusti, così la società diventa darwinianamente più competitiva e forte.  Sta di fatto che quando si comprime in questo modo una generazione, anche edulcorandone i problemi con una assistenza familiare di certo esagerata e negativa, prima o poi i problemi esplodono in tutta la loro furia ed alla fine Giove finisce per uccidere Crono per prendere il suo posto, visto che non c'è altra possibilità e 'sto vecchio schifoso che si divora i figli (o era Saturno) non vuol proprio saperne di togliersi dalla balle.  

Ma vi voglio raccontare una storia. Eravamo sulle piste rosse di polvere e di sabbia del deserto del Namib. La nostra Toyota arrancava cercando di non finire nei punti di sabbia più morbidi o traballava penosamente nei tratti liberi tentando di adattarsi al tremolio della tole ondulée. Paul, l'autista, era sudafricano che le rughe profonde del volto e la pelle bruciata dal sole facevano apparire forse più vecchio di quello che era. Parlava pochissimo, solo le parole necessarie e avresti detto che gli occhi grigi, attenti a tutto quello che c'era intorno, per indovinarne in anticipo i pericoli, avevano una certa sfumatura di tristezza consapevole che veniva di lontano. Quando, un po' forzato, ci raccontò qualche episodio della sua storia, capivi subito che la sua non era stata una vita facile in quella terra selvatica, piena dei contrasti di una società ricca di tensioni, accoppiata ad una natura severa ed impegnativa. Era nato nella ex-Rhodesia da genitori africaans, in una piccola fattoria circondata dal bush, imparando da solo a conoscere il mondo rude che lo circondava e frequentando le scuole della vicina cittadina. Quando ebbe compiuto diciotto anni, il padre lo richiamò in casa, mentre era nella stalla a strigliare il cavallo. Capì subito dal suo sguardo che non era stato chiamato per la cena. Con poche parole chiare gli disse che era ormai un uomo, gli mise in mano l'equivalente di un mese di stipendio e un vestito nuovo che la madre aveva lasciato steso e ben stirato su una sedia. - Adesso vattene, trovati un lavoro e una casa e non tornare indietro. - Poi se ne andò sulla veranda a fumare la vecchia pipa di radica che aveva ereditato dal nonno. Paul prese la sua piccola valigia e se ne andò in città a cominciare la sua vita di adulto. Non ce lo disse, ma credo che non li abbia mai più rivisti. Io non so se questo è bene, ma vi dico chiaramente che non mi piace, non mi piace affatto.


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sabato 1 settembre 2012

Bamboccioni e bamboccini.


Mi sembra di sentirvi. Come farà il mondo ad andare avanti con una gioventù di questo tipo (a parte che già lo diceva Plinio il vecchio, appunto, un paio di millenni fa e il mondo è andato avanti lo stesso). Viziati, nullafacenti, quando non mammoni, ignorantissimi e incolti, tutto il giorno attaccati a feisbuc e al telefonino. Siete proprio dei vecchiacci biliosi. Perché ce ne saranno pure tanti come dite voi, ma anche tanti normali come quelli di una volta (e ci siamo di nuovo, noi anziani siamo fatti così). E poi ce ne sono anche di quelli, come potremmo dire, un po’ speciali. Ve ne voglio presentare uno. E’ Emanuele, il figlio di una amica, che si diverte come tutti i bambini della sua età a giocare con la palla o con il computer indifferentemente, ma  ti  ringrazia quando gli offri qualche cosa o se gli fai i complimenti. Poi ha una passione particolare, suona l’arpa celtica, strumento mica tanto facile, anzi direi piuttosto impegnativo. Se gli chiedi se gli va di farti sentire qualche cosa, ti risponde: “Con piacere, preferisci Vivaldi o qualche cosa del ‘600?”. 
Il fatto è che ha soltanto 8 anni e quando si issa sul seggiolino e prende tra le mani lo strumento che sembra più grande di lui, ti intenerisce vederlo con quelle ditine che tendono con forza le corde e si muovono veloci nell’arpeggio più ardito, Ma non ti fanno male i polpastrelli con le corde così dure? No, e ti lancia un sorrisetto arguto, ormai ho i calli. Attacca una caccia medioevale e accetta l’applauso con la consapevolezza consumata dell’artista conscio delle sue qualità. Poi quando ha finito, si mangia una fetta di tiramisù della mamma (molto buono tra l’altro, ma questo non c’entra) e ti racconta che alla fine dell’anno andrà a fare un concerto con altri ragazzi a Barcellona. Però non ha ancora deciso se farà il musicista da grande, anche se suonerà sempre perché è troppo bello; è ancora incerto tra lo scienziato e l’astronauta, come molti altri ragazzini della sua età, vedremo. Ve l’ho detto un bambino del tutto normale, anche se un po’ speciale.  Ascoltatelo comunque in questa marcia seicentesca: Braian Boru March di Kercher, poi mi direte.




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domenica 13 maggio 2012

Una promessa di estate.

Anche nel cielo di oggi, prosegue l'eterna lotta tra nuvole bigie, rigurgito di un passato che non vuole arrendersi al naturale trascorrere del tempo e i raggi di sole che, giovani e forti, cercano di aprirsi varchi, di riscaldare almeno un poco. Sembrano arrendersi certo e magari per qualche giorno tornerà qualche brivido invernale, ma il destino naturale prima o poi li farà emergere, anche per naturale consunzione di nonno inverno. Che stagione difficile questa primavera, fatta di alti e bassi in fondo così fastidiosi. Avverti sempre o troppo tepore, quasi una novità a cui non sei abituato e che ti fa sudacchiare con fastidio e subito dopo raggeli per i ritorni di tramontana di un passato prossimo che non vuole arrendersi. Ma allora esistono ancora le mezze stagioni. Sono difficili da gestire, certo, non sai come vestirti, sempre troppo o troppo poco, per ripararti da questa pioggia ancora gelata che vuole affermarsi dicendoti: eh no, mio caro da questa situazione non si esce, devi fare i conti in ogni caso con questo tempo cupo e micranioso. Negli attimi in cui, invece paiono affermarsi le forze fiere e vitali della giovane estate in arrivo, anche qui un senso di disagio per la mutazione, comunque inevitabile. Animale delicato l'uomo che non vuole arrendersi ai cambiamenti. 

Un prodotto di nicchia geneticamente conservatore. Eppure basta andare per la campagna e vedi lo specchio della vita. E' già una settimana e i meravigliosi gialli limone dei campi di colza che parevano tappezzerie infinite tra gli ocra scuri della terra bagnata, lucida di brine dissolte, con le file infinite delle due foglioline delle pianticelle di mais appena nato, sono tutti sfioriti e hanno lasciato spazio al grigioverde pallido della foglia umile e dei fusti che cominciano ad indurirsi, consapevoli, loro sì almeno, del loro breve destino. Il verde nero del frumento, ormai non è più erba. Preso da quella smania che sentono gli adolescenti, senza capire ancora bene di cosa si tratta, si è lanciato verso l'alto, in una levata prepotente e ambiziosa, tutti i giovani vogliono dimostrare almeno di esistere; e già  intravedi le prime spighe che fuoriescono dall'ultima foglia lanceolata diritta, puntata verso il cielo come una sfida orgogliosa, che sale qua e là, ancora flebile, ma decisa a gridare: vedrete che ce la faremo. Si aiuteranno da sole a farcela, a trasformarsi in spighe mature e piene, perché comunque l'estate verrà. 


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