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martedì 3 novembre 2020

Luoghi del cuore 81: Incontri namibiani

 

Duna 45 Sussuvlei - Namibia - agosto 2003


Spitzkoppe

Ci sono storie che sembrano barzellette, casualità che anche a ricercarle, non possono materialmente avvenire, come quella volta che incontrammo sulla salita che conduceva all'Amber fort vicino a Jaipur, una compagna di scuola di V elementare di mia moglie, che non aveva mai più visto da allora e che dopo non risentì mai più. Eppure capita. L'Africa poi, è luogo di tale selvatica dimensione, di spazi infiniti e spesso deserti che queste cose rende ancora meno probabili. La Namibia è uno spettacolare scatolone di sabbia che regala emozioni ineguagliabili, le dune forse più belle e grandi del continente e paesaggi smisurati che si stagliano in orizzonti di cristallina purezza. La solitudine assoluta di questo spazio gigantesco popolato da un così esiguo numero di umani, la rende ancor più particolare ed attraente, La tua auto percorre chilometri per giorni  senza incontrare nessuno solo quadri astratti alla tua vista, smisurati canyon di rocce senza nome, monti corrosi da eoni di vento e sabbia, in montagne ondulate che cambiano colore ad ogni ora del giorno. Anche il mare, con quella Skeleton coast che ti fa credere di essere su un pianeta lontano, priva com'è di riferimenti al di là delle carcasse scheletriche delle navi naufragate, è una anomalia unica e pervasiva. Viaggiavamo da giorni verso nord dopo aver lasciato il vertice spoglio dello Spitzkoppe, una montagna che potevi immaginare facilmente come base nascosta degli UFO, alle cui pendici avevamo campeggiato un paio di notti. L'incontro, lungo la pista polverosa,  con due donne Himba ci aveva lasciato le camicie sporche di rosso proveniente dall'impasto di grasso e sangue animale con la terra, di cui le donne si spalmano il corpo per proteggere la pelle dai parassiti e renderla più morbida, attraente ed odorosa. 

Deserto del Namib

Da qualche ora la Toyota seguiva una pista bianca che da sabbiosa si era mutata nel deserto ciottoloso del nord della Namibia. Il confine angolano non era molto lontano, quando la notte ci piombò addosso in pochi minuti, silenziosa come un commando, buia e senza stelle, senza avvertire. Cercavamo un campo tendato che ci aspettava, forse, a un centinaio di chilometri a nord di Opuwo, sulle rive di un fiume in secca, non lontano dalle cascate di Epupa. Questo per lo meno, è quanto ci aveva fatto capire il nostro autista, un Botswaniano dalla pelle rugosa e cappellaccio da cacciatore bianco, poco loquace e quel giorno ancor più parco di parole e del quale vi ho già raccontato la storia qui. Mentre le due lame di luce fioca dei nostri fari, cercavano la strada, girava la testa qua e là stringendo le fessure degli occhi per interrogare il deserto, cercando indizi, segnali, risposte difficili da interpretare. Non riuscivamo a procedere a più di 20/30 all'ora, sia per la difficoltà della pista, che per l'oscurità che ci avvolgeva. Dopo un paio d'ore di caligine nel nowhere, la preoccupazione inespressa dei terzi trasportati, non usi alle incertezze africane, si faceva spazio con colpi di tosse, spostamenti nervosi e occhiate interrogative scambiate con sguardo dubbioso. Non appariva chiaro se era la pista a zigzagare nel bush o la macchina che tentava di trovare un appiglio conoscitivo tra le rocce tutte uguali, tra i bordi ripetitivi. Ad un ennesimo tentativo di interrogazione muta, l'autista bofonchiò un no problem per nulla rassicurante. 

Ragazza Himba

La notte sconosciuta genera paure dimenticate, di altri tempi e di altri luoghi, raccontati o soltanto letti, di incubi lontani. Passò altro tempo, silenzioso e denso, quando d'un tratto in lontananza parvero comparire delle fioche luci tremolanti, come di fuoco da campo. Con un largo giro, la macchina si diresse decisa verso la speranza, assopendo il timore di uno sconfinamento in Angola, cercando comunque un punto fermo, per comprendere dove eravamo finiti, se ci eravamo persi o ritrovati. Man mano che ci avvicinavamo, scrutavamo lo sguardo del cacciatore, che rimaneva inespressivo o forse dubbioso, così almeno ce lo faceva apparire la paura. I fuochi erano più vicini e scoprivano masse scure inquietanti. Arrivammo vicini senza capire; era un campo e da un varco uscirono due sagome nere che si avvicinarono alla macchina, guadagnando terreno verso di noi che eravamo scesi titubanti, tenendo in mano un lungo oggetto minaccioso, forse un mitra o un machete. Guerriglieri, predoni? Uno dei due mi puntò una torcia in faccia e subito sentii una voce strozzata che diceva: - Ma, dottore, cosa ci fa qui? - Appena la luce scoprì anche il suo volto, rimasi interdetto. Lo sguardo sorpreso di un importante fornitore della nostra azienda che brandiva una lunga pinza da barbecue, mi colse nella situazione di "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico disperso in Africa?". Annaspai alla ricerca di una spiegazione e mi uscì soltanto un: - Ingegnere, avevamo urgente bisogno di una pressa da 200 tonnellate e la stavo cercando dappertutto! - Era proprio il nostro campo e finì a spiedini di kudù e sidro namibiano attorno al fuoco a festeggiare quell'incontro così inatteso ed improbabile. I leoni avrebbero aspettato almeno fino all'alba per attaccare.

Skeleton coast - colonia di otarie

Ghepardi
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mercoledì 12 dicembre 2012

Nel deserto del Namib.

Popolazioni Himba - Namibia 2003

Il discorso esasperato di ieri, forse è frutto di un attimo di insopportabilità che può capitare a tutti quando devi sentire delle cose che fanno arricciare i peli e raggrinzire la pelle e pertanto ve ne chiedo venia. Senti come l'alito gelato del ritorno della mummia, del mago perfido delle favole che lusinga i bimbi con le caramelle colorate per trascinarli nell'Averno e allora le parole, anche prive di misura ti salgono così, da sole e anche oltre le righe. Però a folata di neve passata, ti rimane l'amaro in bocca. Soprattutto quello che mi fa male è questo odio terribile che i vecchi hanno verso i giovani. Questo trascurare e annichilire le loro potenzialità, negando loro un futuro normale, come quello avuto da noi. E' una sorta di cattiveria davvero perfida e sottile, che da un lato fa sì che vengano coccolati, mantenuti e  resi certi di avere alle spalle qualcuno che li fa sopravvivere comunque, anche a prezzo delle perdita di una dignitosa indipendenza, dall'altra tarpando loro qualunque possibilità di entrare nella società civile ad "agire". Quanto disprezzo sento continuamente verso questi ragazzi che sono ignoranti, fannulloni, privi di impegno e di idee, svogliati e buoni a nulla, assieme choosy e bamboccioni da un lato, fancazzisti e rompiballe dall'altra. A parole tutti pronti a dire che bisogna fare qualcosa per il loro futuro, nei fatti determinati a mettere barriere invalicabili per impedire che vadano a scalzare posizioni privilegiate, posti di comando sicuri, spesso rubati o conquistati per stanchezza e diventati sine curae comode e ghiotte. 

Non parlo dei fenomeni o dei bravissimi, quelli se la cavano comunque in qualche modo grazie alle loro capacità e riescono a penetrare la barriera, ma quello che fa pena è la massa dei normali, o anche dei mediocri che certo ci sono per forza di cose e sono maggioranza, e non è giusto che siano condannati alla cancellazione, una o due generazioni da eliminare dalla società civile, segnati a sopravvivere alle spalle di parenti per tutta la vita senza nulla costruire di proprio, finché ce ne saranno, poi abbandonati al nulla che si ritroveranno tra le mani. Voi mi direte, ma è un atteggiamento mammistico tipicamente italiano e latino che aiuta a provocare tutto questo? Forse sì. E' davvero completamente male tutto ciò? Bisognerebbe discuterne. Sappiamo che i paesi di matrice anglosassone la pensano diversamente ed il distacco dalla famiglia è visto come un banco di prova obbligato per entrare nella vita a piedi uniti. Forse questo atteggiamento di base, alla fine provoca però un sentiment generale in cui il sociale in un paese, è visto come un fastidioso e negativo orpello da limitare il più possibile. Chi non ce la fa da solo si aggiusti, così la società diventa darwinianamente più competitiva e forte.  Sta di fatto che quando si comprime in questo modo una generazione, anche edulcorandone i problemi con una assistenza familiare di certo esagerata e negativa, prima o poi i problemi esplodono in tutta la loro furia ed alla fine Giove finisce per uccidere Crono per prendere il suo posto, visto che non c'è altra possibilità e 'sto vecchio schifoso che si divora i figli (o era Saturno) non vuol proprio saperne di togliersi dalla balle.  

Ma vi voglio raccontare una storia. Eravamo sulle piste rosse di polvere e di sabbia del deserto del Namib. La nostra Toyota arrancava cercando di non finire nei punti di sabbia più morbidi o traballava penosamente nei tratti liberi tentando di adattarsi al tremolio della tole ondulée. Paul, l'autista, era sudafricano che le rughe profonde del volto e la pelle bruciata dal sole facevano apparire forse più vecchio di quello che era. Parlava pochissimo, solo le parole necessarie e avresti detto che gli occhi grigi, attenti a tutto quello che c'era intorno, per indovinarne in anticipo i pericoli, avevano una certa sfumatura di tristezza consapevole che veniva di lontano. Quando, un po' forzato, ci raccontò qualche episodio della sua storia, capivi subito che la sua non era stata una vita facile in quella terra selvatica, piena dei contrasti di una società ricca di tensioni, accoppiata ad una natura severa ed impegnativa. Era nato nella ex-Rhodesia da genitori africaans, in una piccola fattoria circondata dal bush, imparando da solo a conoscere il mondo rude che lo circondava e frequentando le scuole della vicina cittadina. Quando ebbe compiuto diciotto anni, il padre lo richiamò in casa, mentre era nella stalla a strigliare il cavallo. Capì subito dal suo sguardo che non era stato chiamato per la cena. Con poche parole chiare gli disse che era ormai un uomo, gli mise in mano l'equivalente di un mese di stipendio e un vestito nuovo che la madre aveva lasciato steso e ben stirato su una sedia. - Adesso vattene, trovati un lavoro e una casa e non tornare indietro. - Poi se ne andò sulla veranda a fumare la vecchia pipa di radica che aveva ereditato dal nonno. Paul prese la sua piccola valigia e se ne andò in città a cominciare la sua vita di adulto. Non ce lo disse, ma credo che non li abbia mai più rivisti. Io non so se questo è bene, ma vi dico chiaramente che non mi piace, non mi piace affatto.


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sabato 17 ottobre 2009

Dune.

Vi piace il deserto? Attenzione perchè oggi ho voglia di sbrodolare, quindi la faccio lunga, siete avvertiti. Sarà questo inverno precoce, ma parlare di deserto, una delle mie passioni, mi consola. Per carità è velleitario parlare di un argomento di cui si è già sommersi di libri di poeti, foto di grandi maestri, pubblicazioni avvincenti. Si è già detto di tutto, anzi già troppo, per cui se uno parte per una traversata ha già la testa piena di spazi infiniti, paesaggi disperanti, tramonti struggenti a cui ogni persona di buon senso deve soccombere di schianto. Quindi prepararsi alla delusione del troppo sognato. Macché , è tutto come avevi letto , sognato, anche di più. Quello di cui ti illudevi di poter dire:"tutte balle per i gonzi" è proprio lì a schiacciarti con la sua evidenza. Pensavi ad immaginette oleografiche da legione straniera, frasi fatti di mediocri scrittori, coloriture di aspiranti esploratori che si travestono da eroi, eppure ce le hai lì davanti da toccare, da vedere, per poter dire goffamente: è impossibile che sia così bello. A questo punto, come avevi letto nel libro, che ti aveva fatto un po' sorridere per la sua ingenuità, ti devi lasciare avvolgere dal nuovo pianeta che ti circonda, devi assimilarne il ritmo per sperimentare sensazioni nuove e grandi. Frasi fatte, però è così che succede. Ne ho visto solo qualcuno di deserto, dalle propaggini cespugliose del Taklamakan cinese a quelle di Gibson, le dune grige del Rub-alKhali yemenita, quelle rosso fuoco del Namib, quelle giallo ocra del grande erg occidentale, le sassosità egiziane, l'infinito viola di Timimoun, il tenue rosa del Tar indiano o il giallo pallido della Death Valley fino alle piccole dune islandesi e altri ne vorrei vedere. Certo frasi fatte. L'immensità del deserto. Si viaggia per ore per raggiungere un posto "vicino". Parli del prossimo paesino ed è come dire Venezia se sei a Torino. Dopo giorni di viaggio controlli la carta e vedi che hai fatto un trattino piccolissimo e allora scatta la seconda frase fatta. La disperazione e l'annichilimento del deserto. Se dopo trecento kilometri sei ancora tra le stesse dune di sabbia sottile che il vento porta a cancellare la pista, se dopo ore o giorni, la pietraia del serir continua implacabile battuta dal vento, ti senti davvero piccolo ed estraneo per sconfiggere questo universo e allora per sopravvivere devi allearti con esso, assumerne il suo ritmo. Allora basta poco per fare diventare possibile e vincere quella che credevi solo una espressione letteraria. Tutto diventa più naturale, quasi familiare. Fermarsi ad una tenda beduina, senza lingua comune, bere assieme un thé alla menta scambiandolo con un piccolo dono; scandire i momenti della giornata secondo il movimento del sole; percorrere il deserto secondo piste antiche e approdare alle oasi, isole che galleggiano nel mare sabbioso e godere un riposo tranquillo sotto i palmeti tra un gorgoglìo di canaletti. Nutrirsi col Deglet Ennour, il dito di luce che pende a cascata dalle palme, il dattero, frutto di un'agronomia secolare su cui si è fondata una grande civiltà fatta di tolleranza e allearsi con l'animale che sconfigge il deserto, il dromedario dallo sguardo scostante ma fiero, perchè è l'unico a conoscere il centesimo nome di Hallah. Mi avete fatto venire sete, ma molto ancora vorrei dire per cui riprendo domani.

martedì 10 febbraio 2009

Il mondo è piccolo

L'incontro con le due donne Himba ci aveva lasciato le camicie sporche di rosso proveniente dall'impasto di grasso e sangue animale con la terra, di cui le donne si spalmano il corpo per proteggere la pelle dai parassiti e renderla più morbida,attraente ed odorosa. Da qualche ora la Toyota seguiva una pista bianca che da sabbiosa si era mutata nel deserto ciottoloso del nord della Namibia. Il confine angolano non era molto lontano, quando la notte ci piombò addosso in pochi minuti, silenziosa come un commando, buia e senza stelle, senza avvertire. Cercavamo un campo tendato che ci aspettava, forse, a un centinaio di chilometri a nord di Opuwo, sulle rive di un fiume in secca. Questo per lo meno, è quanto ci aveva fatto capire il nostro autista, un Botswaniano dalla pelle rugosa e cappellaccio da cacciatore bianco, poco loquace e quel giorno ancor più parco di parole. Mentre le due lame di luce fioca dei nostri fari, cercavano la strada, girava la testa qua e là stringendo le fessure degli occhi per interrogare il deserto, cercando indizi, segnali, risposte difficili da interpretare. Non riuscivamo a procedere a più di 20/30 all'ora, sia per la difficoltà della pista, che per l'oscurità che ci avvolgeva. Dopo un paio d'ore di caligine nel nowhere, la preoccupazione inespressa dei terzi trasportati, non usi alle incertezze africane, si faceva spazio con colpi di tosse, spostamenti nervosi e occhiate interrogative scambiate con sguardo dubbioso. Non appariva chiaro se era la pista a zigzagare nel bush o la macchina che tentava di trovare un appiglio conoscitivo tra le rocce tutte uguali, tra i bordi ripetitivi. Ad un ennesimo tentativo di interrogazione muta, l'autista bofonchiò un no problem per nulla rassicurante. La notte sconosciuta genera paure dimenticate, di altri tempi e di altri luoghi, raccontati o soltanto letti, di incubi lontani. Passò altro tempo, silenzioso e denso, quando d'un tratto in lontananza parvero comparire delle fioche luci tremolanti, come di fuoco da campo. Con un largo giro, la macchina si diresse decisa verso la speranza, assopendo il timore di uno sconfinamento in Angola, cercando comunque un punto fermo, per comprendere dove eravamo finiti, se ci eravamo persi o ritrovati. Man mano che ci avvicinavamo, scrutavamo lo sguardo del cacciatore, che rimaneva inespressivo o forse dubbioso, così almeno ce lo faceva apparire la paura. I fuochi erano più vicini e scoprivano masse scure inquietanti. Arrivammo vicini senza capire; era un campo e da un varco uscirono due sagome nere che si avvicinarono alla macchina, guadagnando terreno verso di noi che eravamo scesi titubanti. Guerriglieri, predoni? Uno dei due mi puntò una torcia in faccia e subito sentii una voce strozzata che diceva:-Ma, dottore, cosa ci fa qui?- Appena la luce scoprì anche il suo volto, rimasi interdetto. Lo sguardo sorpreso di un importante fornitore della nostra azienda mi colse nella situazione di "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico disperso in Africa?". Annaspai alla ricerca di una spiegazione e mi uscì soltanto un:- Ingegnere, avevamo urgente bisogno di una pressa da 200 tonnellate e la stavo cercando dappertutto!- Era il nostro campo e finì a spiedini di kudù e sidro namibiano attorno al fuoco. I leoni avrebbero aspettato almeno fino all'alba per attaccare.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!