venerdì 28 maggio 2010

Il Milione 14: Datteri e pesce secco.

Accidenti ragazzi, è quasi un mese che abbiamo abbandonato la carovana dei Polo negli sconfinati deserti persiani e credevo di averli ormai persi di vista, invece sono ancora da quelle parti (e quindi li raggiungiamo affannosamente, seguiti a breve distanza tra le dune dalla nostra vivandiera che ha già le casseruole fumanti -andate a dare un'occhiata, mi raccomando-, mentre loro procedono al ritmo lento della camminata del dromedaro), perchè in effetti a quel tempo, laggiù, c'era parecchio da curiosare e da valutare e la strada si calcolava a giornate di cavallo. Ricordiamoci che i nostri amici erano lì per cercare opportunità, si direbbe oggi, mica per fare i turisti e perdere tempo. Dunque proprio per questa ragione, invece di prendere subito la strada verso nord, che li porterà alla meta, vanno a dare un'occhiata sulla costa del mare arabico, che doveva essere piuttosto affollata, crocevia di strade che, via mare o via terra, portavano le merci da oriente verso occidente. Sulla strada certo si guardano attorno, rimanendo attoniti, credo, al vedere le mura di Bam.
Cap. 34/35
...in questo piano àe castella e città murate di terra per
difendersi......a Kreman (Kirman) sonvi le pietre che chiaman turchese in gran quantità che si cavan dalle montagne e hanno andanico (sorta di acciaio noto come ferro indiano) assai. ...In questo reame suoi frutti son dattari e pistacchi, frutti del paradiso (le banane) e altri che no son di qua. Avvi buoi grandi, bianchi come nieve, le corne grosse e ànno uno gobbo alto due palmi, son forti oltre misura e sono la più bella cosa da vedere.

Le sue osservazioni, ovviamente sempre calibrate a valutare quali siano le cose più preziose e commerciabili, non possono fare a meno di registrare la meraviglia che coglie tutti coloro che arrivano alle coste dell' oceano indiano, al vedere la quantità di frutta, i grandi zebù e in generale le differenze di vita causate da un clima assai difficile.
Cap. 36
...Passate due giornate, è lo mare Ozeano e un porto ch'à nome Cormons (Hormuz, già allora gli stretti avevano una posizione strategica) e quivi vegnono d'India per nave tutte ispezierie, drappi d'oro e denti di leofanti e altre mercatantie assai e da qui le portano per tutto lo mondo e da qui portano in India li più begli cavagli.

Ecco in due parole valutato l'import-export di questo snodo chiave del commercio del XIII secolo. Ma il problema comune a queste areee di tutta la penisola araba fino allo Yemen, è il caldo incredibile a cui il nostro Marco non era certo abituato.
Cap. 36
...quivi è gran caldo e inferma la terra molto...e da marzo innanzi non si truova niuna cosa viva e verde sopra la terra se non lo dattaro....qui si fa vino di dattari e altre ispezie e chi non è uso a berne o a mangiar queste cose, 'l fa andare a sella e purgalo. Non usano nostre vivande che infermarebbero incontanente ; anzi usano per loro sanità pesci salati e dattari e con essi dimorano sani....essi adorano Malcometto e èvi sì gran caldo che se no fosse li giardini co molta acqua , ch'egli hanno, non camperebbero.

Questa sensazione di impossibilità a vivere non può non cogliere chiunque visiti questi paesi, assieme alla frequenza della maledizione di Montezuma (o sindrome del Faraone) così ben accennata nel caso di uso improvvido della cucina locale. Io ci casco sempre, come recentemente ho avuto modo di relazionare, ma proprio leggendo queste righe sono tornato per incanto ad un tremendo pomeriggio in cui attraversavo con fatica le stradine del mercato di Hodeida, un porto yemenita, già un tempo importante sulla costa del mar Rosso. Era agosto e oltre 50°C, l'aria ferma e spessa, quasi collosa, rendeva difficile il respiro. Tentavo inutilmente, in quel paese dalle ombre corte, di camminare a filo dei muri che nascondevano i bei giardini a cui faceva cenno il nostro, nella inutile ricerca di una protezione. Tra i banchi di pesce secco (lo stesso di certo che aveva visto Marco otto secoli prima) e di montagne di datteri accorpati in un'unica massa zuccherosa, attraversai la strada per spostarmi da una tenda all'altra, per raggiungere un piccolo ristorante che serviva spiedini e zuppe di pesce. A metà del cammino sentìi quasi un mancamento e solo grazie all'appoggio di Tiziana (donna di ferro che non soffre né il caldo, né il freddo, mio unico sostegno anche in giovinezza) raggiunsi una delle sedie scalcagnate, dove mi abbandonai sfinito anche se allora avevo trenta chili in meno di fardello da trasportare. Ci nutrimmo alla meglio sotto gli occhi sonnacchiosi di un tale che esibiva una grande jambia (il pugnale yemenita che tutti gli uomini devono portare) dal manico in corno di rinoceronte alla vita ed un gran bolo di foglie di qat nella guancia che continuava a masticare con aria sognante. Le osservazioni di Marco sull'effetto dei cibi locali trovarono conferma a partire dalle dodici ore successive.


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1 commento:

acquaviva ha detto...

... pesce e datteri non ce l'ho fatta, pollo e hawaij a Marco Polo andranno bene lo stesso?! http://acquavivascorre.blogspot.com/2010/05/diamoci-una-mossa.html

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