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venerdì 19 giugno 2026

Pam 3 - Il Pamir di Marco Polo

 


Come vi ho detto il tracciato di questo itinerario non nasce solamente dai racconti degli amici e dalla voglia inconfessata di riempire ultimi spazi bianche della mia personale cartina dell'Asia Centrale, voglia un po' sciocca, lo capisco, ma comprensibile per chi ha presente quale siano le manie collezionistiche dell'anziano. Ma a tutto questo si aggiunge anche quell'interesse grande che ho per il seguire con fanatica attenzione le pagine del Milione, visto che ne ho percorso la via descritta con minuzia dal Veneziano e che mi mancavano appunto solamente questi capitoli che vorrei segnalarvi in modo che se qualcuno volesse andare a dare un'occhiata li possa trovare senza difficoltà. Siamo nel capitolo 32 del Milione, edizione antica, da dove comincia il nostro itinerario e già qui potrete notare come la carovana dei tre Polo, in questo loro secondo viaggio non stiano percorrendo il tratto nord della Via della seta, arrivando al Pamir dopo aver attraversato l'Uzbekistan, come faremo noi arrivando alla valle di Fergana da Taskent, ma passando per la via del sud, giungendo quindi dall'Iran e traversando la parte nord dell'Afghanistan (maledizione, questo pezzo, benché breve, mi mancherà per sempre?). Questo tratto nord lo avevano invece percorso il padre e lo zio nel loro primo viaggio e noi lo seguiremo pedissequamente. Ma vediamo cosa racconta Marco:

"Quando l'uomo si parte di Baudascia si va dodici giornate tra Levante e Greco su per un fiume, ove à castella e abitazioni assai, la gente è prode e adorano Malcometto...E quando l'uomo va tre giornate innanzi, va pure per montagne e questa si dice la più alta montagna del mondo. E quando l'uomo è su quella, truova un piano tra due montagne (l'altopiano del Pamir tra Hindukush e Karakorum) ov'è molto bello pasco e havvi un fiume molto bello grande (il fiume Oxus nel corridoio di Wakhan) e sì buona pastura che una bestia magra vi diventa grassa in dieci dì. Quivi hae tutte selvaggine e havvi montoni salvatichi assai e grandi, e hanno lunghe le corna sei ispanne, o almeno quattro o tre e in queste corna mangiano li pastori che ne fanno grandi iscodelle; e per questo piano si va bene dodici giornate senza abitazione e non si truova che mangiare. Niuno uccello non vi vola, per l'alto luogo e freddo, e il fuoco non v'à lo colore ch'egli hàe in altre parte, non è sì cocente colà suso...  Qui la gente dimora nelle montagne molto alte, adorano idoli e son salvatica gente e vivono delle bestie che pigliano, loro vestitura è di pelle di bestie e sono uomini malvagi. E or lasciamo questa contrada e diremo della provincia di Kasciar." (cap. 36)

E certo in questo racconto si leggono cose di grandissimo interesse e dovrebbero far vergognare quei detrattori che dubitavano che il nostro conterraneo avesse davvero effettuato questo viaggio. Si comincia con la descrizione puntuale, quale solo un uomo che l'abbia vista con i suoi occhi può fare e bisogna meravigliarsi, a mio parere della acutezza delle osservazioni riportate che si può dire ragionevolmente che sfuggirebbero ai più. Parliamo infatti della zona dell'odierna Badakshan, situata nella parte nord orientale dell'Afganistan, la cui giurisdizione allora si estendeva fino al Tagikistan, raccontando delle ricchezze dei suoi allevamenti e precedentemente delle sue miniere che davano rubini magnifici (i balasci) e lapislazzuli (il blu). Inoltre è interessante il cenno che fa alle greggi di grandi pecore selvatiche dalle corna enormi, che furono poi battezzate anche dal mondo scientifico col suo nome, le Pecore di Marco Polo (Ovis ammon polii), che popolano queste quote da tempo immemorabile. Interessanti anche le osservazioni sulla mancanza di uccelli in volo a causa della estrema altitudine e sugli effetti che questa altezza ha sul fuoco, che non riesce a cuocere bene gli alimenti. 

Ricordiamo che man mano che la quota aumenta l'acqua bolle a temperature sempre più basse, qui nei punti più elevati si raggiungono a stento gli 80°C, con le conseguenti difficoltà di cottura. Tuttavia non manca di sottolineare l'estrema salubrità dell'aria e ricordiamo che proprio in queste zone a carovana si fermò per quasi un anno a causa di una grave malattia che colpì proprio Marco. Ma credo malignamente che la lunga sosta fu messa a frutto col commercio dei meravigliosi balasci che dicerto venivano via a poco. Tra le altre osservazioni, il buon Marco non manca di rimarcare la combattività e la assoluta decisione nel non sopportare alcuna signoria straniera da parte degli Afgani, cosa che evidentemente è rimasta costante attraverso i secoli. La strada per arrivarci procedeva attraverso il famoso corridoio di Wakhan, lungo il fiume Oxus, che a lungo segna il confine tra Tagikistan e Afganistan, che anche noi percorreremo per alcuni giorni, prima di salire definitivamente sull'altopiano del Pamir, tra vette di incommensurabile bellezza, che se non sono davvero le più alte del mondo del vicino Himalaya, superano spesso i 7000 metri e si distinguono per essere assolutamente fuori dalle rotte più inflazionate degli scalatori della domenica che oramai si fanno portare quasi a braccia fino in cima alle più note, pur di poter dire di esserci arrivati, perdendoci magari la pelle. 

Ma si sa che oggi, basta pagare e ti portano pure al polo Sud a cavalcioni. Lungo questo itinerario lui, da bravo estensore di quella che era anche una vera e propria guida turistica, il primo vero Baedeker che dava consigli di viaggio attraverso le terrae incognitae del tempo, suggerisce di portare sempre con sé cibo e bevande, perché non si trova nulla in quelle lande spopolate; nel nostro caso invece, speriamo che ci pensi l'amico Chamsid che si dovrà anche preoccupare di trovare qualche yurta accogliente o qualche homestay di altura dove trovare riparo per la notte, per non far schiattare i vecchi lungo la strada, sperando che non ci si debba rapportare con salvatica gente, come diceva lui. Insomma credo proprio che ci sarà da divertirsi, anche se, pensandoci bene, come vi ho detto, dato che queste note sono state scritte prima della partenza e voi le leggerete dopo quello che dovrebbe essere lo sperato arrivo, in caso di deprecabile risultato avverso come si dice, al rientro della salma, del quale dovreste essere avvertiti, potrete leggere queste parole, con un altro atteggiamento e con un leggero senso di cordoglio, anche se preferirei anche in questo caso strapparvi una risata. A presto.


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lunedì 5 dicembre 2011

Il Milione 58: Ritorno a casa.


Marco Polo - Immagine dal web


Eccoci qua, dopo più di un'anno che abbiamo cominciato questo viaggio, siamo tornati a casa. E' sempre allo stesso modo, quando un viaggio finisce, si è sempre un po' tristi, mentre si cerca di metabolizzare l'esperienza. Così immagino anche voi, che l'avete seguita, spero con interesse, avendo capito quanto mi ha appassionato. Credo che gli stessi sentimenti li covasse nel profondo anche il nostro amico Marco Polo, che è diventato ormai anche un po' vostro, anche se per lui il viaggio è durato più di 23 anni. Così ce lo immaginiamo, mentre la galea si avvicina a Venezia, partito ragazzo e di ritorno uomo maturo e con quale esperienza dentro di sé, sul ponte di legno, mentre gli unici rumori sono lo sciabordio dell'acqua ferma, smossa dai remi e le grida dei vogatori, ad osservare le prime isole della laguna che si avvicinano, a indovinare le prime case lontane di quella città già allora straordinaria, come le tante che ha visto nel suo peregrinare. 

Basilica di San Marco
Una bella tempesta di sensazioni, di certo; l'appagamento orgoglioso del ritorno a casa di chi ha ottenuto successo, il lenirsi di una nostalgia che pure lo avrà smosso nei decenni di lontananza, la curiosità di vedere i tanti cambiamenti, la voglia di emettere a frutto, di far conoscere e di monetizzare le sue incredibili esperienze e di certo anche quel sottile filo di rammarico per tutto quello che si è lasciato alle spalle, esperienze non completate, occasioni rinunciate, cose ancora da vedere e ormai perdute per sempre. Chissà se avrà messo piede a terra proprio all'approdo di piazza San Marco, entrando orgoglioso e bardato di tutto punto, come si conviene al mercante di successo che sbarca al mattino, con le sue vesti migliori, per mostrare la riuscita dei suoi affari. Avrà guardato con stupore l'avanzamento dei lavori della basilica, ormai ricca e avviata a mostrare tutto il suo splendore con le tante ricchezze arrivate coi commerci e con le razzie avvenute in Oriente e seguite alla IV crociata e alla caduta di Costantinopoli; avrà osservato il campanile ormai grande dalla cupola di legno, faro che guidava i mercanti che arrivavano a questa città dei commerci da tutto il mondo; si sarà predisposto a raccontare con orgoglio la sua grande avventura, forse già supponendo che le sue storie sarebbero state troppo grandi e fantastiche per essere completamente credute e maturando il progetto di dare a tutta la storia una forma scritta che rimanesse nel tempo a ricordo della sua impresa e ad utilità di chi ne avesse bisogno, riconoscendone comunque l'importanza e l'unicità. 

Cap. 209

Venezia - L'approdo di piazza S. Marco
Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessoro sapere le cose che sono per lo mondo, ché, secondo ch'avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e non fu mai uomo, né cristiano, né saracino, né tartero né pagano, che mai cercasse tanto nel mondo quanto fece messer Marco, figliuolo di messer Niccolò Polo. nobile e grande cittadino della città di Vinegia.

Chissà se sarà stato accolto dalla famiglia con un grande banchetto, come quello che ci aveva preparato Acquaviva e a cui vi rimando per non ripetermi (e se volete tutte le ricette qui) e chissà se già in quella occasione avrà cominciato  a raccontare agli astanti, un po' increduli, un po' interessati, quanto la sua esperienza di mercante viaggiatore poteva dargli credito e assicurargli una vecchiaia onorata e dignitosa. Forse già preparava l'incipit delle sue memorie, ma gli ci vorrà ancora qualche anno e una nuova avventura  per dare loro una forma concreta, grazie a quel Rustichello conosciute in altre circostanza difficili, preoccupandosi di essere convincente e inattaccabile.

Cap. 1
Signori imperadori, re e duci e tutte l'altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverete tutte le grandissime maraviglie  e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo vi conterà ordinatamente Messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia come egli medesimo le vide. Ma ancora v'à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà per veduta e l'altre per udita, acciò che il nostro libro sia veritiero e sanza niuna menzogna.

Così nel racconto, ricomincia l'avventura, che coinvolge lettore e narratore, l'uno ansioso di conoscere e affascinato dalla capacità affabulatoria di chi spiega, l'altro in un misto di piacere provocato dal ricordo e dall'orgoglio di render pubblica la sua vicenda affinché serva ad altri l'esperienza. E' nato così un nuovo filone, il libro di viaggi, ma anche la guida turistica, ma ancora il manuale di commercio. Puoi essere contento Marco, dopo 800 anni, ti ricordano ancora tutti e molto bene, ad oriente e ad occidente, con ammirazione e sicuramente con invidia, per quanto hai provato e per quanto hai saputo insegnare a chi ha dentro quella voglia di conoscenza, quel desiderio di vedere, di imparare ma soprattutto quella bramosia di capire, che forse è il segreto di una convivenza civile tra le genti.



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sabato 29 ottobre 2011

Il milione 57: Racconti attorno al fuoco.

Samara - Il Volga ghiacciato.



Siberia - Mercanti di pelli.
Marco Polo è ormai arrivato al Mediterraneo, ormai anziano, secondo i canoni dell'epoca e reso ricco dalle esperienze di una vita unica e straordinaria. Siamo nel 1295 e mentre il secolo sta finendo in una sorta di globalizzazione piena di navi che vanno e vengono per i mari, di carovane che trasportano beni preziosi, di mercanti che gioiscono per il periodo relativamente calmo che da libertà ai commerci, per l'assenza di frontiere che permettono gli scambi dalle terre più lontane, questo mare è ormai piccolo e da ogni parte si sente aria di casa. Rimane ancora un tratto di Turchia da traversare perché ormai le terre sono meno pericolose dei mari dove la natura può sempre giocare brutti scherzi. Una Turchia che nella parte orientale, quella devastata dal recente terremoto, era chiamata Grande Armenia, mentre la parte occidentale Grande Turchia, entrambe sotto il controllo del Gran Khan, terre quindi assolutamente sicure per chi come Marco viaggiava con i salvacondotti e e le lettere imperiali. Terra di contatto tra i due mondi un tempo esattamente come oggi, dove due modi di vivere, di pregare e di pensare, che già allora gli uomini di intelligenza capivano essere una grande opportunità di arricchimento scambievole. Io la percorsi in lungo ed in largo per più di due mesi negli anni 80 e vi trovai una accoglienza ed una disponibilità rara e spesso commovente. Proprio sulle rive del lago Van un ragazzo ci accolse nella sua tenda di pastore, ci offrì lo yogourth delle sue bestie e ci precisò con orgoglio che quella terra era Kurdistan, dicendoci di andare tranquilli che dovunque avremmo avuto ospitalità. Lì vicino mangiammo i pesci del lago, in piccole polpettine (vedi la ricetta da Acquaviva) , specchio azzurro con la gemma della piccola isola dova anche dalla riva vedevi il cono ottagonale della piccola chiesa armena che si alzava al centro. Un paese bellissimo i cui contrasti tra gli uomini sono sempre stati forti così come quelli contenuti nelle viscere della sua terra, pronti a scatenarsi all'improvviso, senza avvertire, con una violenza che lascia senza fiato. Anche Marco Polo la percorre tutta e mentre la carovana si muove raccoglie notizie di terre lontane, a nord, informazioni che si scambiano i mercanti nei caravanserragli come quello splendido ancora oggi di Sultanhani, dove mi fermai a dormire anch'io tra suggestioni antiche.
Mosca - San Basilio.

Cap. 204
Dalle parti di verso  tramontana della grande Turchia sì à un re chiamato Conci, della schiatta di Ginghis Kane. E sono Tartari e sono genti molto bestiali. Questa gente non à città ne castella ma sempre istanno in piani e in tende. Sono grande gente e vivono di latte di bestie e di carne, biade non ànno. Non fanno mai guerra altri e stanno in grande pace. Anno orsi che son tutti bianchi e lunghi 20 palmi e volpi e asini salvatichi assai. Ancora ànno giambelline (zibellini)  donde si fanno le care pelli che una per uomo vale ben mille bisanti; vài (rat musqué) ànno assai. In questa contrada i cavagli non possono andare, perciò che v'à grandi laghi e fontane e sonvi ghiacci sì grandi e fango la state che non si puote menare cavallo. E alle poste v'ànno cani per portare li messaggi da una posta a l'altra.Egli sì ànno ordinate tregge sanza ruote (slitte), perciò ch'elle si ficcarebbero nel fango e per lo ghiaccio scivolarebbero. Su questa treggia si pongono uno cuoio d'orsa e vannovi menati da 6 di questi cani che sanno bene la via infino all'altra posta. Li uomini sono cacciatori di molte buone bestiole e ne fanno molto guadagno sì come sono giambellini e vài e ermellini e coccolini (scoiattoli) e volpi e altre care pegli.

Chi può resistere all'offerta dei colbacchi caldi e gonfi dei mercati siberiani. Io a Ekaterinburg lasciai il cuore per un cappello di zibellino nero che faceva parere Putin nella sua dacia di campagna. Ma di questa terra selvaggia ed infinita sono pieni i racconti vicino al fuoco, tra i mercanti di lungo corso che hanno visto ghiacci gelati e deserti infuocati.

Cap. 205
L'antica cattedrale a Trabzon (Trebisonda)
Andando più innanzi a tramontana trovamo una contrada chiamata Iscurità (la Siberia)e certo sì à lo nome bene a ragione, ch'ella è sempre iscura e qui non v'apare mai il sole. La gente che v'è vi vive come bestie e sono gente pallida e di malo colore. Anno pelli molto care perché sono maravigliosi cacciatori. E Rossia è grandissima provincia verso tramontana e son cristiani a la manera dei Greci e rendono trebuto a' tartari. La gente è molto bella e le femmine alte e bionde. Quivi si à molte argentiere e confina a mezzodì con la provincia di Lacca (Daghestan) che son cristiani e saracini, mentre più a settentrione si à grandissimo freddo che a pena si puote campare  e dura insino al mare Ozeano e ad Orbeche  (Norvegia) e no v'à grande via che per lo grande freddo non si può bene andare.
Istambul - La cupola di santa Sofia.

Come si vede non solo le pelli colpivano Marco, ma la proverbiale bellezza delle donne russe, anche a quei tempi doveva essere registrata.  Ma la strada corre lungo la costa del Mar Nero allora ben tenuto dalle varie Repubbliche Marinare e il nostro si trova ormai in terra amica a due passi da casa. 

...e se ne vennero quindi a Trapisonda e poscia a Costantinopoli e poscia a Negroponte prima di arrivare a Vinegia.

Istambul - Il ponte di Galata 


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lunedì 17 ottobre 2011

Il Milione 56: Pesci secchi.

Seppie a seccare ad Hodeida (Yemen)

Chissà se anche Marco Polo, mentre si avvicinava la fine del suo viaggio quasi trentennale, sarà stato pervaso da quella sottile malinconia che prende il viaggiatore quando comincia a sentire l'aria di casa, in quella guerra di sentimenti che si svolge tra il piacere di ritrovare cose ed affetti e di lasciare la strada ricca di scoperte e di conoscenza che tanto gli ha dato. Però il nostro amico sta ancora risalendo il Mar Rosso dalle coste yemenite e il profumo del Mediterraneo è ancora lontano. Tuttavia, questo Yemen ancora oggi così turbolento e misterioso deve averlo colpito assai se per diversi capitoli ne racconta le lotte intestine tra le diverse fazioni di mussulmani e infine non manca di segnalarne il clima terribile e le abitudini più curiose.

Cap. 191

Pescatore al mercato di Hodeida (Yemen)
Qui si ànno molti dattari e pesci assai, che per uno viniziano si averebbe due grandi tonni. E sapiate che a' buoi e a' camegli e a' montoni ed a' ronzini piccoli, danno a mangiare pesci; e questa è la vivanda che danno a loro bestie. Questo è per cagioni che in loro contrada sì non à erba, perciò che ella è la più secca contrada che sia al mondo e si à grandissimo caldo ch'a pena vi si puote campare. E li pesci di che si campano queste bestie, si pigliano di marzo e d'aprile e di maggio  in sì grande quantità ch'è una maraviglia. E seccagli e ripongogli per tutto l'anno e così li danno a loro bestie e mangialli anco loro. Veritade si è che le bestie loro vi sono oramai avvezze che altra vivanda non danno a lor bestie. Ancora vi dico che di molti buoni pesci fannone biscotto; ch'elli tolgono questi pesci e tagliali a pezzuoli d'una libbra il pezzo e poscia sì li appiccano e fannoli seccare al sole. Così li mangiano tutto l'anno come biscotto.

Questo gran caldo, a noi insopportabile mi aveva quasi steso, quando, stolidamente avevo scelto proprio il mese di agosto per passeggiare lungo la fascia costiera yemenita sul mar Rosso, la Tihama. C'erano oltre 50 gradi e proprio al porto di Hodeida, davanti a queste infinite serie di pesci secchi distesi, mi sentii quasi mancare, non so se a causa del caldo o dell'odore. Ma la forte fibra della gioventù mi fece raggiungere l'ombra rovente dei cannicciati che proteggevano le stradine strette del mercato dove i grandi pentoloni roventi dei piccoli ristoranti, aiutavano ad aumentare la temperatura già insopportabile e servivano pesci in ogni forma e sapore, incluso il famoso makbous (più o meno una cernia) con il riso speziato che di certo avrà assaggiato anche il nostro viaggiatore. Ma l'interesse del brano è appuntata su questo uso della farina di pesce come mangime per animali, di cui qui si certifica l'abbondante uso in quel lontano passato, quasi a smentire tutte le giaculatorie di quanti, puristi della domenica, pontificano sulle proteine animali che vengono date negli allevamenti agli erbivori, quasi fosse un'operazione contronatura inventata dalla avidità dell'uomo moderno. L'alimentazione nell'allevamento (pratica che, come l'agricoltura, è ontologicamente contronatura, questo sì) ha sempre seguito la logica di fornire all'animale  allevato dall'uomo, il cibo a disposizione più economico ed allo stesso tempo più valido dal punto di vista nutrizionale, anche se allora tutto questo era calcolato empiricamente. Ma non voglio essere polemico, continuiamo dunque la risalita verso nord.
Carico dei cammelli al mercato di Sana'a (Yemen)

Cap. 190
Qui nasce lo 'ncenso in grande quantità e fassine molto grande mercatantia. Ed in questo porto (Aden)  li mercatanti traggono da le barche le loro mercatantie e càricalle in su camelli e vanno 30 giornate per terra infino ad Alexandria e in questo modo ànno li saracini d'Alexandria lo pepe e le altre ispezie delle isole d'India.

Viene così confermata la rotta delle spezie e dell'incenso che percorreva le rive del Mar Rosso fin dai tempi dei romani, rendendo ricco e potente il regno della regina di Saba  e che aveva avuto come punto di arrivo, prima Petra, poi Palmira ed infine Alessandria. Quando arrivai in quella Marib, capitale dei Sabei, ormai inghiottita dalle sabbie del deserto arabico, non più contenuto e coltivato come allora quando la grande diga, i cui resti mi impressionarono per le loro dimensioni, che permettevano tremila anni fa la vita ai margini del Rub-al-Khali, mi colpirono soprattutto quelle 5 colonne del tempio sacro, 5 dita lugubri che emergevano a stento dalla sabbia, l'unico segno rimasto della grandezza di quel regno, fondato sul commercio di quella globalizzazione ante litteram. I centri di potere passano ed i grandi imperi cedono la mano facilmente. Bastano pochi mutamenti e il centro del mondo si sposta in un attimo, ma bisogna considerare che è sempre stato il commercio e la finanza a condizionare questi mutamenti. Difficile farsi illusioni, già con il baratto, quando l'uomo ha incorporato nel suo genoma il senso dello scambio di cose, l'economia ha segnato il destino della nostra specie. Meditate gente, meditate.

Una carovana in Egitto.

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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domenica 2 ottobre 2011

Il milione 55: Bestie feroci.


Kenia - Elefanti.


Leoni in Botswana.
Il nostro amico Marco Polo è ormai in pieno Oceano Indiano. Il fulcro dell'area era il porto di Aden nello Yemen, tappa obbligata prima di risalire il Mar Rosso. Evitati i pirati che da quelle parti sono sempre stati come pesci in barile e, al sicuro in quella città cosmopolita, avrà potuto dedicarsi all'osservazione delle occasioni di affari e del flusso di mercanzie che girava da quelle parti. Ma si sa che i posti di mare sono pieni di marinai che si scambiano le loro esperienze ed ecco che non perde occasione di farsi raccontare cosa c'è più a sud, i fatti e le cose meravigliose che si raccontavano di quella terra di Africa lontana e misteriosa della quale aveva soltanto sentito parlare. Puntuale e giornalistico riporta le cose, precisando di non averle viste personalmente come quando racconta del favoloso uccello ruc, così grande da poter sollevare i piccoli di elefante e poi lasciarli cadere da grandi altezze.
Balena in Sud Africa

Cap. 186

Mandegascar si è un'isola verso mezzodì di lungi da Scara (Socotra) intorno da 1000 miglia e qui vengono molte navi e recano e portano molta mercatantia. Ancora sappiate che quelle isole son cotanto verso mezzodie che le navi non vi vanno volentieri per l'acqua che corre così forte che fan fatica a tornare  e a quell'isole vanno in dieci giorni e quand'elle ritornano, penano tre mesi. Diconmi certi mercatanti che vi sono iti che v'à uccelli grifoni, ma non come si dice qua mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguile come vi dirò. E ancora dicono quelli che li ànno viduti che le ale sue son così grandi che coprono 20 passi e pigliano lo piccolo liofante e poscia il lasciano cadere e quelli si disfa tutto e poscia si pasce sopra di lui e chiamano quello uccello Ruc.

Come si vede più volte rimarca la poca credibilità di queste esagerazioni dicendo con serietà di non averle viste di persona, ma poi il suo racconto plana su ciò che tutti quelli che vanno in Africa riportano con sé al loro ritorno, l'emozione straordinaria per una fauna selvatica e inusuale, che allora nessuno poteva avere l'occasione di vedere se non in fantasiose riproduzioni di novellisti e amanuensi medioevali. 

Cap. 186
Babbuini
Qui à grandissimi albori di sandali rossi e grandi boschi. Qui si à ambra assai, perciò che in quello mare àe assai di balene e capodoglie e ne pigliano assai.. Elli ànno leoni e tutte bestie da prendere in caccia e uccelli molto divisati dai nostri. Qui nasce più leofanti che in ogne parte del mondo e in tutto l'altro mondo non si vende né compera tanti denti di leofanti quanto da qui infino all'isola di Zanghibar ov'è leoni d'altra fatta che li altri e si v'à lonze e leopardi assai. Nel reame d'Abasce  (Veniva chiamata Abissinia tutta l'Africa orientale dall' odierno Sudan in giù) àe poi pappagalli bellissimi e di più fatte e gatti mamoni (i babbuini) e iscimmie assai e bellissime giraffe e istruzzoli grandi quasi come asini.

Che meraviglia la fauna africana e chi può vederla nel suo ambiente naturale, ne riporta una immagine indimenticabile, per la sua bellezza ed eleganza da fargli desiderare di tornare ancora ed ancora a rivederla come quella delle balene gigantesche ed eleganti che mi sono godute sulle coste sudafricane o le giraffe del Masai Mara o della Botswana. Io nelle mie scorribande da quelle parti ho queste foto da mostrarvi e per oggi non indulgo nel cibo, ché se vai laggiù da turista difficilmente riesci a mangiare qualche cosa di locale. Per questo aspetto non perdetevi la ricetta di Acquaviva al riguardo. 

Cap. 187
Giraffe al parco Kruger.

E sì ànno giraffe molto belle e sono fatte come io vi dirò. Elle ànno coda corta e sono alquanto basse dirietro, chè le gambe di drieto sono picciole e quelle dinanzi e il collo sì è molto grande e alto da terra ben tre passi. E la testa è piccola e non fanno niuno male; ell'è di colore rosso e bianco a cerchi ed è molto bella a vedere.

Si è mai sentita una descrizione più tenera e appassionata? Invece degli abitanti abbiamo un racconto più timoroso, quale doveva essere all'epoca la visione di una razza somaticamente così diversa.

Cap. 187
Popolazione di Zanzibar - (Foto Palmucci)
Zanghibar (Zanzibar) è una isola grande e bella e son tutti idolatri  e ànno loro linguaggio. La gente è grande e grossa che son sì grossi e li uomini sì vembruti (questo particolare colpisce sempre) che paiono gioganti e vanno tutti nudi e no si ricuoprono lor natura. E sono tutti neri e sono li capelli tutti ricciuti. Elli ànno grande bocca e naso tutto rebbuffato in suso e le labre e le nari grosse ch'è maraviglie, che chi li vedesse in altri paesi parrebbero diavoli. Qui si à le più sozze femmine del mondo ch'elle ànno la bocca e il naso grosso e corto, le mani grosse quattro cotante le altre.

Non c'è dubbio, il nostro Marco preferisce il tipo orientale e da queste poche righe si capisce bene che la diversità ha sempre fatto paura in tutti i tempi.


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mercoledì 21 settembre 2011

Il Milione 54: Pirati e Saracini.

Yemenita col Jambja a Sana'a (1975).

Le navi di Marco Polo hanno fatto vela definitiva per l'Occidente, sono sfuggite definitivamente ai pirati che si trovano lungo la rotta, come oggi del resto e davanti a Marco sfilano tutti quei paesi a quel tempo ricchi per il flusso ininterrotto di merci preziose, oggi per il carburante che muove il mondo e che lui aveva intravisto già all'andata sulle sponde del Mar Caspio. Questa via di mare viene descritta con minuzia dallo stretto di Ormuz a Socotra, fino ad Aden.

Cap. 185-194 

Mercante di Hodeida (1975).
Qormons (Ormuz) sì è una grande città come Calatu (Qalhat sul golfo di Oman), ed è in su la bocca del golfo sì che veruna nave non vi puote né passare né uscire senza la volontà di questa città.  Qui non à biada ma per lo buono porto che àe, sì vi capitano molte navi, le quali vi ne recano molta biada e molte altre cose... e partendosi per 500 miglia per mezzodì trovasi l'isola di Scara (Socotra)  ov'à molta ambra  e drappi di bambagia buoni  e altre mercatantie. Qui sonvi molti cristiani e vengono molti corsari a vendere loro prede e vendolle bene e costoro le comprano perché sanno che questi corsari no rubano se non saracini e idolatri e non cristiani.

Socotra dipendeva allora dal influsso cristiano che teneva tutto l'est Africa, con tanto di arcivescovo locale ad alimentare le leggende sul famoso Prete Gianni. Come si vede il contrasto tra le religioni, terminate le crociate, aveva lasciato strascichi ideologici sulle vie commerciali, potremmo dire ad etica variabile a seconda della direzione verso cui pendevano le azioni. Contrasti che non hanno trovato pace per mille anni, con i loro alti e bassi, ma che sono rimasti una costante della storia, di popoli condannati a voler essere diversi, ma a vivere dipendendo dalle economie reciproche. Eccoci dunque sull'altra sponda.

Cap. 190

La provincia di Aden sì à uno signore ch'è chiamato soldano. E sono tutti saracini, i quali adorano Malcometto e sono grandi nemici dei cristiani.  E sappiate che quando il soldano di Babilonia venne sopra ad Acri li fece grande aiuto, ma non per bene che egli li volesse, ma per lo grande male che egli vole ai cristiani, chè al soldano di Babilonia, egli non vole anche bene. In questa provincia sì à molte castella ed è porto ove capitano tutte le navi de l'India con le loro mercatantie che sono molte.

La scala di accesso ad Haggara (1975)
Qui compare con chiarezza la costante di questo mondo e di come lo Yemen sia sempre stato baluardo di uno degli Islam combattenti più radicali ed al tempo stesso della litigiosità reciproca presente nel mondo arabo. Ma soprattutto il riferimento ai castelli colpisce tutti coloro che hanno avuto il privilegio di vedere questa terra incantata dove ancora oggi hai la sensazione di vivere nel mondo di Sherazade. L'architettura assolutamente originale di Sana'a o dei piccoli paesi vicini con le case grattacielo strette ed altissime, torri arabescate di pietra vicine le une alle altre, case fortezza, veri castelli familiari, con i vetri di alabastro colorato a chiudere le piccole finestre bordate di bianco. Muoversi per le strette stradine tra profumi di pitta araba e uova strapazzate, il tradizionale fatout, offerte dalle bancarelle dove puoi fermarti per cercare riparo dal sole opprimente a fare colazione, circondati da frotte di figure completamente velate, ti fa vivere in un altro tempo. O ancora al paese murato di Haggarà dove arrivammo a sera a piedi dopo una lunga scarpinata e per accedervi dovemmo chiede il permesso al consiglio degli anziani, accordato in base al diritto di ospitalità. Dove tutti girano armati e hai sempre l'impressione di basti un nulla per accendere una battaglia. Dove puoi sentirti ancora e completamente nel medioevo; dove davvero nulla, vestiti, case, cibo, modo di vivere è cambiato dai tempi di Marco. Un viaggio indietro nel tempo che non si può dimenticare, dove una bellezza irresistibile vuole, come una maledizione, coesistere con la violenza.

Facciate del centro di Sana'a (1975)



Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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lunedì 8 agosto 2011

Il Milione 52: Stoffe e roghi.

Stampa di tessuti a Mumbay.


Come è lunga la strada che da Cap Comorin risale tutta la costa del Malabar, arriva a Goa e poi su su fino a Bombay. Io la feci parte in battello, parte in auto ed infine l’ultimo migliaio di chilometri in autobus notturno. Quando si fermò nel cuore della notte per una sosta idraulica e si accesero le luci fu un fuggi fuggi di blatte marroni di dimensioni gigantesche. Il Sigh che dormiva davanti a me era così cotto che neanche si accorse delle due che, per mettersi in salvo, correvano disperate sul suo braccio che gli faceva da cuscino. Marco Polo non le cita neppure, probabilmente alle blatte e non solo, gli uomini del medioevo erano talmente abituati da non porvi troppa attenzione. Anche a lui però, il porto di Bombay, che allora si chiamava Tana, destò grande impressione per la quantità di navi e di commerci che vi giungevano da ogni parte.

Cap. 181
Tana è uno grande reame e similiante a tutti quelli dell’India e ànno loro re. Qui àcci incenso e fassine grande mercatantia, e bucherame e bambagia assai e stoffe co’ più bei disegni. Li mercanti recano qui oro e ariento, rame e cavalli e di quelle cose che bisogna e portane via delle loro.

Non ci sono dubbi, ancora oggi questa città è la più vivace dal punto di vista mercantile ed ogni volta che ci sono stato, non vi racconto le ore passate nei tanti mercati a comprare proprio quelle meravigliose stoffe dai colori bellissimi, i sari di seta con fili d’oro e d’argento, le dupatte leggere e quasi trasparenti, i salwar kamiz di cotone colorato. Ordinavo la stoffa e prese poche misure, mi fermavo ad uno dei tanti banchetti di street food a mangiare un panino al latte, i pav di Bombay, ripieno di qualche cosa su cui è meglio non porsi troppe domande, un fast food che lì è vecchio di secoli ed ecco che da una delle tante bottegucce dove decine di sarti pedalano con le loro vecchie Singer, accorreva un ragazzo con la camicia o i pantaloni pronti, fatti su misura per poche rupie. Il settore del tessile è ancora estremamente importante in India. Ma attenzione a contrattare prima, ché i Maharatti, ben lo sottolineava anche il nostro Salgari, son gente con cui è bene chiarire le cose per tempo e in ogni caso la cautela è comune ai mercanti di ogni epoca.

Cap. 180
Una barca nel Kerala.
Lor navi ànno una vela, timone e uno albero e con queste escon di qui molti corsari per mare, che sono li peggiori e più maliziosi. E quando pigliano alcuno mercante, sì li danno a bere li tamerindi con l’acqua salsa (un noto purgante) per farli andare a sella (non sto a spiegare il significato di questa espressione tipicamente medioevale) e poscia sì cercan all’uscita se lo mercante avesse mangiato perle o altre care cose per ritrovarle. Ora vedete se questa è bene una grande malizia, che dicono che li mercatanti sì le trangugiano quando sono presi, perché no sian trovate da’ corsari.

Evidentemente le astuzie dei mercanti erano sempre controbattute da pari astuzie dei pirati, che come riportato hanno sempre infestato, come oggi, le acque del mare arabico e chi batteva quei mari, già allora tendeva a prendere le sue precauzioni. Un altro costume indiano colpì significativamente Marco ed è quindi di origine antica nel subcontinente, mentre in genere, si tende ad associarlo all’arrivo dei Moghul ed ai guerrieri Rajput.

Cap. 173
I ghat di Varanasi
…e questi ardono li corpi morti perché dicono che se non s’ardessero se ne farebbero vermini e poscia quelli vermini si morrebbero quando non avessero più di che mangiare e questo non è bene perché dicono che anche li vermini ànno un anima. E così quando l’uomo è morto li parenti lo portano in un luogo divisato e l’ardono con grande allegrezza. Ancora v’à un altro costume, che quando un uomo s’arde, la moglie si gitta nel fuoco e arde con lui; e le femmine che fanno questo sono molto lodate da le genti e molte donne il fanno.

Questo passo bene illustra la condizione della donna indiana, oggi non molto diversa da otto secoli fa, anche se il sati, l’estremo sacrificio delle spose Rajput è ufficialmente bandito dalle legge e nessuna moglie, che pure in vedovanza è condannata ad una specie di morte civile, segue il cadavere del congiunto a Benares dove i roghi illuminano l’alba lungo il Gange, per immolarsi con lui; tuttavia l’India è uno dei posti del mondo dove nascere donna è ancora una bella grana, ve lo assicuro.

Un sati da una stampa dell''800

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982



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