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sabato 7 giugno 2014

Attività varie in Cittadella?

Piccola pausa, dato che è sabbath e non si dovrebbe lavorare, anche se io non lavoro neanche negli altri giorni per la verità. Ma oggi volevo solo comunicarvi una perplessità che vorrei condividere con gli alessandrini che mi leggono. Ma, la nostra bella Cittadella, non doveva essere stata finalmente aperta per una fruizione da parte della cittadinanza? Uno spazio pubblico libero e finalmente a disposizione di tutti, dove poter passeggiare, correre, fare attività all'aria aperta e così via? Un nuovo polmone verde da godersi nella suggestione delle antiche mura? Per lo meno io così l'avevo capita. Così un gruppetto di amici, adesso che c'è bel tempo, invece di sudare in attività ginniche per fare andar giù la pancia nel chiuso soffocante di una palestra, potrebbe decidere di passare un paio d'ore nel grande prato centrale della Cittadella, facendo per esempio Tai Ji o qualunque altra cosa; si trova lì ad una certa ora e pratica quello che gli pare in lieta compagnia senza alcun fine lucrativo, sempre senza offendere la morale pubblica naturalmente. 

Allora accade che il gruppo di amici, per scrupolo, che non si sa mai, chiede in Comune se nulla osta a questo tipo di attività e riceve la risposta inaspettata che guai, attenzione a quello che si fa, in quanto qualunque attività di gruppo organizzata, si configura come occupazione di suolo demaniale e pertanto necessita di autorizzazione e naturalmente di pagamento di una quota da regolarizzare con apposito F24. Trasecolo e basisco! In sostanza, allora forse per andare sul prato della Cittadella a prendere il sole o a far correre il cane, se si è in tre o quattro bisogna pagare? Mi sembra strano davvero e comunque mi farebbe piacere se qualcuno mi desse una qualche conferma di quanto riferito in via ufficiosa oppure, e mi farebbe piacere assai, che mi smentisse. In ogni caso attenzione a quanti ho visto in pericolosi assembramenti a correre sui bastioni o sugli argini, mi sa che questa gente deve essere perseguita e quantomeno pagare un ticket.

venerdì 11 aprile 2014

Il profumo dei fiori di Hué



Pagoda di Thien Mu


Hué - L'imbarcadero
Hué è forse la città dall'apparenza più aristocratica del Vietnam. La storia non si può cancellare e qui senti il peso degli imperatori che sono passati, delle dinastie che l'hanno fatta capitale per secoli, riempiendola di palazzi e templi. Tutte cose che non ci sono ormai più, che i bombardamenti a tappeto e le guerre hanno spazzato via, costruzioni di cui rimangono solo tracce smozzicate certo, la cui presenza psicologica non si è persa ma vaga nell'aria, come se questa ne avesse memoria. Il fiume dei Profumi che l'attraversa, accentua ancora di più questa sensazione. Niente a che vedere con la concitazione affannosa che anima le acque del Mekong, niente dimensioni fuori misura per adeguarsi quasi ai tempi nuovi ed alle loro opportunità, ma calma placida, acqua percorsa da una corrente leggera e quasi inavvertibile, dove le barche dalla prua a testa di drago giallo, scivolano leggere senza quasi sollevare onda. Forse le rive non sono più coperte di giardini fioriti come nei secoli passati, ma tutto ti lascia intendere che questa doveva essere una città di splendida bellezza. Le bombe hanno fatto appassire i fiori e nell'aria, dei loro profumi è rimasto così solo il ricordo. Devi attraversarlo il fiume per provare queste sensazioni, arrivando fino alla pagoda di Thien Mu. La sua posizione che domina dall'alto di una collinetta un'ansa boscosa, è davvero perfetta. Gli ampi spazi che la circondano, i cortili solitari, le statue consumate dal monsone rimangono lì testimoni del tempo. Anche se frotte di turisti affluiscono e invadono gli spazi, si ammassano per le foto di rito sulla scalinata alla base dei sette piani della torre ottogonale, ti puoi ritirare in qualche punto solitario sulla balconata che domina il fiume dall'alto, rimanere lì un poco ad assorbire l'impronta lasciata nel tempo da chi questa terra ha vissuto, che qui è venuto ad onorare i suoi dei oppure, in tempi diversi, a farne punto di riferimento per manifestare il suo dissenso nella lotta tra le due ideologie. 

Il lago della Luna nuova - Tomba di Minh Mang
Ombre di palanchini che nascondevano fanciulle bardate di vesti di broccato o gruppi di studenti coi pigiami neri che brandivano cartelli di lotta, i passati si confondono tra di loro, mentre il profumo dei fiori dei frangipane attutiscono tutto e li rendono uguali. La grande campana i cui rintocchi si sentivano fino in città forse non suona più, ma quando passi vicino alla torre che la contiene, ne senti le vibrazioni leggere che quasi smuovono l'aria, ancora forse quelle dell'ultima volta che ha suonato. Qui sei già fuori dai rumori della città che vive lontana sullo sfondo. Le strade si inoltrano tra campi e risaie punteggiati di cappelli a cono gialli e di bufali grigi e pelosi. E' un paesaggio delicato e poetico dove il tempo è immobile. Perdute tra rilievi e collinette, le tombe degli imperatori rimangono isolate e nascoste dai piccoli muriccioli che le circondano, quasi negandosi alla vista. Quando ne superi le porte, rimani sorpreso dalla loro misura e vastità. Gli stessi imperatori le hanno progettate per viverci ancora per anni all'interno prima di farne la dimora per il loro riposo eterno. Un isolamento cercato con puntigliosa e vietnamita determinazione. Palazzi, cortili, statue, laghetti artificiali, disegnati con cura tra alberi secolari, punteggiati di piccoli gazebi, dove sostare, forse dove leggere o comporre poesie in un silenzio pesante, in una solitudine già presaga e complice dello scopo effettivo per cui il luogo era stato preparato. Il mausoleo di Tu Duc è sfarzoso e imponente, anche se cupo a riflettere le paure di questo sovrano triste, rimasto senza figli pur essendosi circondato da cento e più mogli, che faceva perquisire prima di consentire loro di accedere al suo talamo. Quello di Minh Mang, armonicamente fuso col paesaggio circostante, con la sua serie di terrazze e il bellissimo lago attraversato da ponticelli di pietra. 

Restauri nella cittadella
La Cittadella
E' fatica tornare a Hué lasciando questi luoghi e perdersi negli spazi infiniti della cittadella. Cammini sotto i bastioni imponenti lunghi quasi dieci chilometri dopo aver sorpassato il largo fossato e ti perdi nei cento cortili della Città Purpurea. L'area è talmente vasta che non senti mai la pressione degli altri visitatori, puoi camminare libero tra i porticati, lungo i muri, nelle sale dei vari palazzi ed ambienti, sentendoti sempre quasi solo, con la libertà di fermarti a guardare un piccolo fregio, una ceramica colorata in cui riconosci una sbrecciatura lasciata dalle bombe o forse semplicemente dall'ingiuria del tempo. Ogni tanto dietro un telo di plastica, ecco due o tre uomini che restaurano un pezzo di portico, un tetto, una colonna, stendendo lì una mano di lacca rossa, lassù ricoprendo di un velo d'oro una trave di un soffitto di legno che vedi ancora sfondato al margine. Qui la devastazione della guerra è stata importante, ma sono talmente numerose le costruzioni, i monumenti, le statue che qualche cosa è riuscito a sfuggire alle esplosioni, intatto completamente o anche solo in parte, così da servire come modello per ricostruire, far tornare in vita un passato che merita davvero di essere visto e sentito. Quando la giornata finisce hai le gambe doloranti, non te ne eri accoro mentre giravi per cortili e giardini, adesso diventano ad ogni passo più pesanti, ma il  mercatino della notte sulla riva del fiume, è attrazione irresistibile. Tutte quelle fioche luci su panni stesi a terra alla meglio per esporre cose, formano quasi un sentiero obbligato. Certo sono jeans, magliette, giocattoli e paccottiglia, ma la brezza che viene dal fiume li confonde, le ombre della notte ne mescolano i margini come fiori nei giardini delle fate. Come doveva essere bella Hué!

Hué - Il ponte Trang Tien

SURVIVAL KIT

Hotel Asia 17 Pham Ngu Lao St. - Hue City - Thua Thien Hue .   Sicuramente il migliore hotel che ho avuto in Vietnam e a soli 33$ per una camera spaziosa, nuova, moderna, con Wifi free, colazione eccellente. In pieno centro vicino al fiume e all'imbarcadero per i giri in barca. Molto comodo. Consigliatissimo. 

Cittadella e Città imperiale - (55.000 dong) Appena dall'altra parte del fiume. Vastissima, calcolate quasi un pomeriggio

Tombe reali - (ingr . 55.000 dong cad.) - Visitatene almeno un paio. meglio prendere un giro organizzato oppure anche in bicicletta ma non è facile trovare la strada per le diverse tombe (ce ne sono almeno 6 visitabili). In questo caso si può dedicare un'intera giornata al giro facendo una scampagnata vera e propria.

Pagoda Thien Mu - (free) - Arrivarci facendo il giro in barca sul fiume dal centro città.

Mercato notturno - Sulla riva del fiume in pieno centro davanti all'imbarcadero.

Mercato Dong Ba - Di fronte al centro dall'altra parte del fiume sulla destra appena attraversato il ponte Trang Tien . Classico e coloratissimo mercato di frutta, verdure, carni, pesce e merci locali.




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sabato 9 novembre 2013

Pescare in Tanaro.

Il ponte Cittadella nel 2006

Pensate che una volta nei due fiumi alessandrini c'erano i pesci! Cose che un ragazzo di oggi stenterebbe a credere. Erano di tre tipi, che il nostro dialetto sghembo faceva suonare come: i quajaster, i stric' e 'l cipii. C'era sempre qualche pescatore che con delle piccole reti si appostava vicino al ponte della ferrovia al Bormida o dopo il ponte Cittadella (abbattuto indecentemente nel cuore della notte ad agosto) sul Tanaro e passavano la giornata a calare e tirare su. Mio papà mi portava ogni tanto, quando ancora non andavo a scuola, dopo avermi appollaiato su un sellino che aveva montato sulla canna della bicicletta, sul ponte. C'era una specie di balconcino che si estendeva verso il fiume e ti dava la sensazione di essere sull'acqua. Io mi godevo quella vertigine improvvisa, come una sorta di piacere, di brivido, mitigato dalla mano sicura che mi teneva avvolto. Guardavo giù e aspettavo che l'uomo sul barcé, la tozza barca da fiume su cui stava seduto, si scuotesse dal suo apparente torpore e con uno sforzo di braccia che appariva potente, sollevasse il bastone che teneva tra le mani. Questo si fletteva, ogni volta quasi fino a spaccarsi; guardavo il filo appeso che si tendeva, alzandosi a poco a poco, poi i quattro angoli della rete emergevano a fatica dal flusso della corrente. C'era come una forza maligna che la tratteneva verso il basso; quasi ci volevi indovinare qualcosa di grosso e pesante, una pesca miracolosa che quella volta avrebbe riempito la barca. Allegavo gli occhi nello stupore gioioso della cattura, forse l'istinto del predatore alberga nel fondo di ogni uomo. Invece era solo il gran peso dell'acqua che a poco a poco sfuggiva verso il basso, liberando la rete dallo sforzo, finché con un ultimo strappo l'ultimo punto si liberava del fiume con un piccolo strappo che la  faceva quasi schioccare. 

Al centro, invece del tesoro atteso, tre o quattro sottili fettucce d'argento saltellavano impazzite. Erano gli stric',  gli "stretti"  appunto, piccoli pesciolini dai ventri magri e allungati.  Il pescatore, inclinava la rete verso il centro della barca e li faceva scivolare all'interno sul fondo, dove finivano la loro agonia disperata contorcendosi a lungo a ricercare l'acqua. Quando tornava a riva, a volte il mio papà andava a contrattare un po'. Parlavano a lungo in dialetto, prima di trovare un accordo; io me ne stavo lì, zitto ad ascoltare, forse è anche da lì che mi sono appassionato all'arte della contrattazione. Poi ce ne tornavamo a casa con il cartoccio nella borsa nera di pelle finta trapuntata. La mia mamma, che già lo sapeva, si era tenuta pronta una pentolina di smalto bianco con due manici, un po' scheggiata da una parte; ci metteva le cipolle che aveva già tagliato a fettine sottili e preparava il carpione, dopo aver pulito i pesci. Io assistevo a tutta l'operazione toccando ogni tanto col dito, i dorsi argentati per provarne la consistenza. Poi mica li mangiavo, non mi piaceva, allora, il gusto forte dell'aceto e avevo una paura terribile delle spine; negli stric' ci sono più spine che carne, in verità. Mio papà invece ne andava matto e se li mangiava di gusto, facendo grandi mugolii di soddisfazione e magnificandone la bontà con larghi gesti della mano, ma forse lo faceva per invogliarmi all'assaggio, come si fa con i bambini inappetenti. Per decenni non ho visto più nessuno pescare nel Tanaro. Chissà, o erano spariti i pesci o era scomparsa la fame. Mi dicono che adesso ci sono diversi extracomunitari che pescano dalla riva, ma di nascosto, forse è proibito farlo, ci vorrà la licenza. Forse devono essere ricomparsi sia i pesci che la fame.


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lunedì 1 luglio 2013

Cittadella e Tai Ji.



Bisogna dire che la Cittadella è ridiventata davvero una realtà fruibile per i cittadini. E' davvero una delizia, spazi sconfinati, vibrazioni di calma ed allo stesso tempo carica di energia. Luogo ideale ad esempio per praticare Tai ji nel grande prato centrale. Sta finendo il profumo dei tigli, l'estate reclama la sua parte imponendoti l'afa della piana, ma sotto l'ombra densa delle piante che circondano la piazza respiri profondamente ed i piedi si muovono nell'erba spessa come mai potrebbero in nessuna palestra, radicandosi alla terra. Certo il luogo è ormai pieno di gente e di manifestazioni, ma in realtà, vuoi per gli spazi, vuoi per la maestosità del luogo non si danno fastidio le une con le altre. Ieri c'era un raduno di macchine da amatori, credo con scambio di parti e gadget vari. Su di una era stato installato un impianto stereo, che di certo per propagandarne la potenza, veniva dispiegando a pieno volume musica house et similia. Certamente qualcuno era in ascolto sulle alture di Pietramarazzi per valutare se il suolo arrivava bene fino là. Pur stando dall'altro lato del piazzale i timpani fungevano da membrane percosse violentemente dalle percussioni e il tumpf tumpf dei bassi martellavano impietosi, eppure anche questo è servito al perfezionamento della pratica. 

Il Tai Ji ti spinge a svuotare il te stesso, a porti fuori dalla corporeità, a lasciar scorrere sul corpo e nel corpo lo stimolo esterno. La violenza aggressiva dei watt sparati al massimo entra dentro di te come in un tubo vuoto e scorre giù fino a terra disperdendosi come una scarica di un fulmine la cui potenza devastante viene assorbita e annichilita, come l'olio scorre sul corpo di un lottatore mongolo per vanificare le prese, come le proteste dei condomini nell'orecchio dell'amministratore durante le prime ore della riunione stessa. La violenza e l'aggressività, assecondata e lasciata scivolar via lungo le tangenti  senza ostacolarne il flusso, anche questo è Tai Ji. Così non nutri neppure più pensieri aggressivi verso chi ha, inopinatamente e con motivazioni arzigogolate, abbattuto il ponte che permetterebbe di accedere a questo straordinario spazio pubblico con comodità, così non hai pensieri di odio verso chi ti ha obbligato a lunghi giri per arrivare, ma ti abbandoni al fluire lento della tecnica ed ai suoi ritmi respiratori. Inutile schiumare rabbia, Alessandria è sempre la stessa, non negli anni, ma nei secoli. Sentite un po' cosa è successo nel 1848 e proprio in questo stesso luogo, dove allora c'era l'antico ponte coperto. Ecco la puntuale relazione nei Cartolari del Conte Civalieri, testimone dell'epoca: 

...ordinò che si discoprisse il nostro caro antico e maestoso ponte sul Tanaro, ch'era una maraviglia per la sua costruzione, per la sua antichità; ciò che si eseguì in fretta, in pochi dì, fino gittandone le tegole ed i materiali nel Tanaro piuttosto che donar il brevissimo tempo necessario per condurli altrove, siccome tanti se n'erano offerti. Tutti gli alessandrini ne furono afflitti e tutta l'Armata rientrando in patria biasimò quell'atto vandalico ed inutile...

Niente di nuovo sotto il sole, tutto si è svolto con la stessa indegna modalità prevaricatrice, quasi due secoli fa lo stesso atto distruttivo compiuto sullo stesso ponte che sarà sostituito da uno nuovo e dallo stesso triste destino. Una nemesi storica che si è abbattuta sul manufatto, forse punizione divina proprio per i cittadini, primi colpevoli di non sapere mai scegliere i propri amministratori, salvo lamentarsi dopo sui successivi. La sindrome mandrogna dell'Avucat Truncòn, cul c'là sfac' la cà per vendi i mòn, si ripete anche a distanza di secoli.


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lunedì 10 giugno 2013

Tai Ji solitario in Cittadella.


Lan Que Wei


Tutto cambia, tutto si rivoluziona. Mi crollano anche i miti. Avevo detto qui l'altro giorno, ero sicuro, avevo sperato, mi ero illuso. La parola aggratis, non funziona più neppure per gli alessandrini. Questo, vi assicuro è cosa davvero incredibile. Pensavo che con questa premessa, oltre al fatto di passare una mattinata in un luogo quasi magico come la Cittadella di Alessandria, a praticare o anche solo a guardare un valido maestro di Tai Ji Quan in azione, Damiano Doria, fosse un richiamo irresistibile, invece il numero totale di coloro che di primo mattino (alle 9:30) in una giornata fresca e deliziosa si sono presentati all'appuntamento è stato di tre persone, inclusi naturalmente me ed il maestro stesso, cioè una praticante e zero spettatori. Ora tutto questo potrebbe essere classificato come un insuccesso, ma visto dal punto di vista zen, vorrei sottolineare che raramente ho potuto godere di un momento di pratica così intenso e piacevole. In mezzo al pratone centrale, nel verde, circondati dagli alberi, si sentiva davvero scorrere libera l'energia, la respirazione fluiva libera e leggera, i movimenti venivano fluidi e naturali. Un lasciarsi andare di grande piacevolezza. Chi volesse approfittare, però è sempre in tempo. Condizioni meteorologiche permettendo, si continuerà a replicare tutte le domeniche mattina, sempre alle 9:30 (e sempre aggratis, non vi preoccupate).

Xia Shi Du Li


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giovedì 6 giugno 2013

Tai Ji in Cittadella.

La nostra cittadella diventa sempre più fruibile e adesso che il tempo diventerà più clemente, può essere veramente uno spazio di respiro per una città asfittica. Certamente se l'ansia distruttiva dell'alessandrinità (detta sindrome dell'avucat Truncòn, c'là sfac la cà per vendi i mòm) non avesse abbattuto il ponte che la collegava alla città, con un colpo di mano, un'azione di commando durante la settimana di agosto in cui la città era assente per ferie (ma in un altro momento non se ne sarebbe fregata allo stesso modo?), collegamento che ad onta di una macchina lasciata lì a marcire davanti al fantasma del nuovo ponte costruendo che di certo io non vedrò più, sarebbe stata ben più accessibile e popolata. Comunque per chi lo desidera, ogni domenica mattina, tempo permettendo, sul verde dal grande cortile centrale, un gruppo di amici, guidati dal maestro Damiano Doria, dimostrerà varie forme di Tai Ji Quan dalle 9:30 alle 10:30. Tutti coloro che desiderano sono invitati a vedere e soprattutto a partecipare. Venite in tuta e scarpette da ginnastica e buttatevi a scoprire una delle discipline orientali che hanno dimostrato maggiore efficacia nel proteggere fisico e mente dai processi di invecchiamento. E soprattutto, la parola magica che fa popolare davvero le manifestazioni alessandrine: Tutto aggratis!





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