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venerdì 15 marzo 2013

Attraversare Mikumi.


Ragazza di etnia Hehe.


Lasciamo Iringa all'alba con il suo clima di montagna africana. Oggi ci aspetta una lunga strada per arrivare attraverso Morogoro fino al parco fluviale di Selous. Forse è la più bella strada della Tanzania, la nazionale A7 che collega Dar allo Zanbia, al Congo e al Malawi fino al lago Niassa. Lasciando i 1600 metri di Iringa, ci si avventura lungo il Ruaha river, in una serie di meandri stretti tra dirupi di montagne aspre, ma coperte di foresta rigogliosa e apparentemente impenetrabile. Il traffico e notevole, infinite teorie di camion che arrancano a fatica sulle salite ripide e tortuose, lasciando dietro di sé scie di fumo nero e pezzi di copertoni sfilacciati. Dietro ogni curva può apparire improvvisa la sagoma di un autobus o un mezzo pesante in avaria che blocca tutta la carreggiata, malamente segnalato da qualche ramo di albero che attraversa l'asfalto, un costante pericolo di incidenti, aumentato dalla guida piuttosto allegra dei vari conducenti. Anche Ernest guida piuttosto teso e mantiene una velocità di crociera piuttosto prudente, timoroso di incidenti in agguato. Rimane così tutto il tempo per gustarsi il paesaggio, davvero avvincente. Ma dopo l'ennesima curva, ecco anche noi in panne con una gomma a terra ed allora è tutto un correre indietro a buttare rami e frasche in mezzo alla strada per avvisare chi arriva; per questo nei mercati di Dar c'era una grande offerta di triangoli per auto, evidentemente un oggetto di consumo ancora nuovo e di grande avvenire. 

Risolto il problema senza perdite,  riprendiamo la strada che costeggia tutte le montagne Udzungwa, ricoperte di boscaglia fitta che nasconde animali e piante rare; sembra che di notte sia frequante vedere qualche leopardo che tenta di attraversare la strada. I paracarri sono spesso occupati da babbuini che controllano il territorio con aria attenta e si girano al nostro passaggio con aria sospettosa, mentre sbocconcellano bacche e altri frutti selvatici. Quando si arriva al piano, uscendo dalle gole scoscese, si può procedere con maggiore tranquillità, anche se di tanto in tanto ci sono pattuglie di polizia in agguato con dei rudimentali autovelox, pronti ad accalappiare i malcapitati di turno. Per la verità tutti ne segnalano la presenza con gran lampeggiamento di fari, la solidarietà degli automobilisti tartassati è uguale in tutto il mondo. Poi la strada diventa rettilinea e per decine di chilometri, taglia perfettamente in due il parco Mikumi. Un vero scempio ecologico, questa violenza ad un'area protetta che dovrebbe rappresentare uno dei migliori sistemi per creare reddito e lavoro in aree non industrializzate, però anche qui sembra che a certi problemi si pensi solo dopo avere rotto le uova. Pare che si stia cercando di fare una cosa analoga, tagliando in due il parco di Serengeti per poter collegare meglio il Kenya con il nord del paese, ma per il momento questa tragica eventualità è stata bloccata da una sollevazione delle popolazioni locali che traggono dal parco e dal turismo collegato, la loro primaria fonte di reddito. 

Ernest ce lo racconta con aria affranta e arrabbiata al tempo stesso. I mezzi sfrecciano lungo la strada e ogni tanto si vedono sull'asfalto tracce di animali che hanno tentato l'attraversamento, falciati durante la notte. E' davvero incredibile transitare su questo rettilineo infinito, mentre nel bush rado attorno a te, pascolano liberi branchi di gazzelle, antilopi, zebre, gnu. Poco più in là, un'area più umida che ancora mostra la presenza di residui di pozze fangose, dove tutto intorno si ammassano numerosi elefanti, interi gruppi di bufali, gruppetti di giraffe sparse. Davvero uno spettacolo inconsueto. Un gruppetto di case interrompe la strada, un villaggio, un piccolo mercato, banchi di pomodori e patate, un punto di ristoro. Mentre Ernest se ne va a riparare la gomma forata, restiamo al bar a mitigare la sete con una birra Kilimanjaro. Al tavolo vicino una coppia araba sbocconcella un sandwich con le uova. Lei enorme, fasciata in un khanga colorato, lascia emergere da un velo preziosamente bordato di oro, una pelle lattea su cui spiccano occhi pesantemente bistrati di kajal viola e lunghe ciglia che sbatte continuamente; le mani gonfie che sminuzzano piccoli bocconi alla volta sono ricoperte di fitte volute di henné, un disegno complesso e barocco che mette in sottordine le lunghissime unghie colorate. Lui, con una galabeja bianca e lo sguardo annoiato, annuisce distrattamente al chiacchiericcio basso ma costante, un vero rumore di fondo, sorbendo lentamente un tazzone di thé. Poi, come improvvisamente esaurito dalla continua lamentela, si alza di colpo, seguito a qualche passo di distanza dall'ingombrante fagotto ballonzolante, con i tacchi che affondano nella ghiaia del cortile e la coppia sale un un pesante SUV nero che presidiava l'ingresso e se ne va rombando verso Dar. 

Un gruppo di pastori masai sul bordo della strada li segue con gli occhi, commentando. Subito dopo Morogoro, lasciamo la nazionale. La strada diventa un tortuoso sterrato che si inerpica sulle colline. Mancano ancora un centinaio di chilometri duri, per arrivare all'ingresso del parco. Appena finita la periferia della cittadina, entri subito nella foresta che le abbondanti piogge della costa rendono alta, fitta, rigogliosissima. Ogni specie di albero, in continua competizione, chiude tutti i sentieri di accesso e quasi hai l'impressione che il verde voglia invadere la strada. Grandi mogani assediati da basse acacie, gruppi di banani mescolati a cespi di jacarande blu, ficus e felci gigantesche, stelle di natale che quasi non riconosci a 4 metri di altezza ed una infinita serie di altre piante sconosciute che si affollano sulle ripe che fiancheggiano la pista. Eppure il bosco è popolatissimo. Dovunque tra le frasche, indovini capanne, piccoli gruppi di casupole di fango e non appena si crea uno spazio tra le piante, ecco un orto, un campicello, un recinto per armenti. Sul bordo della pista continuamente, gruppi di bambini, di donne in cerca di acqua, o uomini con una zappa sulla spalla in cammino. Ancora vesti colorate e sorrisi larghi al passaggio, ad ogni curva istantanee di vita, offerte di ortaggi, cespi di banane in vendita al passante. Su un piccolo rilievo nudo, una figura isolata, ritta ed immobile, quasi una statua di ebano avvolta in una orifiamma rossa, appoggiata al lungo bastone, lo sguardo perduto lontano, non sai se per controllare la greggia o per seguire pensieri perduti. Passandogli più da vicino non puoi far a meno di guardare gli orecchini barocchi che gli deformano i lobi delle orecchie, le bande di perline attorno al cranio nudo e ricadono eleganti sulla fronte, la pesante mazza di mogano che gli pende al fianco, le magnifiche collane colorate che gli circondano il collo, da cui pende, immancabile, la lunga fettuccia del telefonino. 

D'altra parte di tanto in tanto, sulle colline più lontane, perdute nel nulla, vedi ergersi una lunga antenna metallica, in modo che ogni bravo Masai che si rispetti non possa lamentarsi che non c'è campo. Dopo qualche curva più tortuosa, la pista arriva ad un crinale ricoperto di capanne, un piccolo villaggio dove pare riunita una gran folla. Ci fermiamo al bordo ed ecco che la gente avanza verso di noi. Pare una processione; davanti, gente che grida, o piange, forse prega. Subito dopo, molti uomini giovani che accosciati fanno scorrere un lungo cofano di legno chiaro seguito da una croce con un nome scritto sul braccio orizzontale. Dietro un gran numero di donne che recitano giaculatorie cantilenanti. Qualcuno piange. E' un funerale, che ha richiamato evidentemente una gran folla anche dalle colline vicine. La gente sembra in preda ad un furore dionisiaco. Grida, lacrime, canti, sguardi severi verso gli inconsapevoli intrusi. Rimaniamo immobili al lato della strada, mentre passa il feretro. Poi quando tutto è finito, riprendiamo la via, sollevando polvere fastidiosa. Solo a sera, mentre il cielo è ormai completamente viola, arriviamo al Sable Mountain Lodge, un paradiso nascosto nel bosco sulla cima di una collina. Sulla terrazza del tuo bungalow isolato e solo tra gli alberi, puoi allora rimanere, bevendo lentamente un thé, ad aspettare il buio che scende sulla foresta, ascoltandone in silenzio i rumori e gli stridii, nell'illusione di capire il segreto della magia dell'Africa.

Un turista al Sable Mountain lodge.


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giovedì 14 marzo 2013

Iringa, perla del sud.

Iringa


La strada per Iringa corre dritta sull'altopiano, poi d'un tratto comincia a salire sulle colline e senza accorgetene arrivi a quasi 1600 metri. Adagiata su una serie di rilievi arrotondati, la città sembra una serie infinita di baracche di lamiera che foderano ogni superficie senza lasciare spazi liberi e anche il centro ha solo poche case con strutture in muratura a più piani. Una gigantesca favela attraversata da strade con gli ondulati ammucchiati gli uni sugli altri e quasi impossibili da raggiungere se non a piedi. Sulla collina più alta domina la cattedrale. L'Hotel MR è un po' malandato, ma la sua posizione centralissima vicino alla stazione degli autobus, permette di partecipare alla intensa vita di quartiere e al fervore del vicino mercato. Qui puoi avere un'idea realistica dell'Africa di oggi. Povertà e confusione, ma anche una enorme serie di attività varie che nascono e si sviluppano affastellate le une alle altre, in una miscela di tradizione e modernità assolutamente viva. I banchi di alimentari, frutta, verdura, riso e cereali traboccano di prodotti; poi, la serie infinita di banchi ricoperti di mucchi di merci poverissime, ciabatte, vestiti, giocattoli, magliette, scarpe di plastica, utensili già vecchi, attrezzi agricoli, pentolame acciaccato, tutta roba cinese che ingolosisce una folla di compratori, magari a loro volta venditori poco vicino. 

Dalle lamiere delle baracche invece sulla strada, fanno capolino attività più complesse, saloni di bellezza, fotocopiatori, scuole di computer, improbabili consulenti di investimenti e telefonini, tanti telefonini, telefonini dappertutto, in particolare uno in mano ad ogni persona che passa, siano essi Hehe con il mantello e il machete al fianco o grassi pelati e incamiciati di bianco, dall'aria da businessmen dei poveracci. Il bar dell'albergo, che essendo probabilmente di proprietà mussulmana, non serve birra, ha una terrazza che dà direttamente sulla via principale ed è uno straordinario punto di osservazione della vita che scorre sotto di te. E' come stare al cinema. Ecco che passa un matrimonio; davanti, un camioncino con gli altoparlanti che suona musica africana a tutto volume; il cassone è tutto gremito di ragazzi e ragazze che cantano vestiti a festa, quasi tutte con parrucche barocche e truccatissime; dietro, la camionetta con la sposa a bordo, vestita di bianco che sprizza felicità e dispensa sorrisi alla folla. Tutti i mezzi al seguito, macchine sgangherate, moto o camioncini sono ricoperti di nastri e ritagli di stoffa colorata. Il corteo passa tra gli applausi degli astanti, poi si allontana lungo il mercato. Il café Zanjabil, dall'altra parte della strada è affollatissimo; serve al banco una sorta di thé al latte in grandi bicchieroni, allegato a una specie di samosa indiano. 

C'è la coda, deve essere davvero buonissimo per come se lo sorbiscono di gusto dopo aver buttato qualche moneta sul bancone, appoggiati al palo della luce con gli occhi socchiusi di piacere. Ragazzi, fa i soldi a palate quel tizio, a volte ci vuol poco per gli affari, una posizione giusta, all'angolo di due strade principali, roba buona e giù grana come se piovesse. Il padrone grassoccio sta in un angolo appollaiato su un trespolo come un marabù dalla testa spelacchiata, crogiuolandosi con soddisfazione nell'andirivieni tumultuoso del locale. Già te lo immagini alla sera, nel retro, su un materasso unto, mentre conta le banconote bisunte raccolte nella giornata. Poi passa un camion carico di militanti del partito di governo. Bandiere gialloverdi che garriscono all'aria. Tra pochi giorni ci saranno le elezioni e l'opposizione sta rimontando e il partito agricolo tradizionale fondato da Nyerere, per la prima volta se la vede brutta. In fondo al viale in un ampio spiazzo ci deve essere stata una specie di festa dell'Unità, coi banchetti che, a vedere dal fumo, invece delle salamelle danno banane fritte e costine di montone alla griglia. Dai megafoni escono slogan preelettorali. Chissà se promettono di abbassare le tasse? Scende la notte, di colpo, come sempre all'equatore, ma il fervore e la confusione non diminuisce di intensità. Di tanto in tanto qualche corriera sgangherata che va verso la stazione, intasa la strada ed è subito circondata da stuoli di gente, venditori di anacardi, bevande e frutta. 

La temperatura è quasi piacevole e non ci sono neppure zanzare in giro. Mi tocca ingollare una Mirinda al gusto di chewing gum, veramente disgustosa, ma è la bevanda preferita qui. Ognuna delle signorine steatopigie sedute distrattamente al bar, con le lunghe unghie laccate e le parrucche castane di treccioline fitte, ne sorbisce una simile, mentre si balocca con l' i-phone; deve essere la bibita di moda. Chissà che lavoro fanno? Poi entra un tizio grasso con l'occhio porcino, in camicia bianca e pesanti aloni sudaticci. Ha un anello d'oro vistoso e orologio pesante. Butta lì qualche parola alle ragazze; due suggono dalla cannuccia un ultimo sorso, poi si alzano con aria annoiata ed escono in strada dove una Toyota bianca le aspetta col motore acceso. Quasi quasi me ne vado in camera; faccio  lo slalom tra le macchie della moquette slabbrata e mi butto sul letto, l'aria condizionata non serve, tanto non funziona, così come il piccolo televisore in bianco e nero, appoggiato al tavolinetto traballante. La voce cantilenante del muezzin, mi sveglia prima delle cinque, tra il susseguirsi dei chicchirichì che arrivano dalle baracche dietro le buganvillee rosse e le siepi di agavi.




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mercoledì 13 marzo 2013

Ruaha, il grande parco solitario.


Baobab a Ruaha
Gruppo di femmine di impala
Un amico commentatore, ha detto che sono stato intervistato sulla situazione politica italiana, perché il mio cognome è già la risposta, capisco quindi che è ora di ritornare in Africa, per lo meno con le chiacchiere, tanto ormai siamo quasi alla fine (del mio viaggio intendo). Dunque eravamo rimasti alle ondulate colline degli altipiani del sud della Tanzania, un territorio aspro e verdeggiante, punteggiato di capanne di terra rossa con rare figure immobili a presidiarle, nelle ore più calde della giornata. Siamo a quasi mille metri comunque e il sole che occhieggia tra le nuvole non ha lo stesso morso cattivo della pianura. E' la terra delle tribù Gogo e Hehe, quelle che più combattivamente si opposero alla colonizzazione tedesca alla fine dell'800, ma negli occhi dei rari pastori che incontri lungo la strada, non riesci più a leggere bellicosità particolari, anche se al fianco portano appesi lunghi machete e robuste mazze jawara di mogano. Donne e ragazzine continuano il loro cammino infinito che le porta ogni giorno a far provvista d'acqua nelle pozze o nelle buche scavate nella sabbia fangosa dei letti dei fiumi in secca, personaggi eterni da oleografia vedutista per pittori di altri tempi, oggi per sciamannati da reflex sempre lancia in resta. Certo un paesaggio molto fotogenico, ancor di più in questa stagione magnifica, in cui le piccole piogge sono ormai finite e non hai l'assillo del fango, mentre puoi godere del rigoglio della natura che esplode grazie al connubio di calore e umidità. 

Cucciolo di giraffa.
Fiori, foglie, alberi, anche i baobab, qui presenti in veri e propri boschi, paiono camuffarsi da altre piante, così come sono ricoperte inusualmente di verzura, anche se i loro tronchi, devastati dal passaggio degli elefanti, barbari sognatori, incuranti dell'altro, del diverso da sé, che li sventrano, li offendono, li crocifiggono fino ad ucciderli, con la violenza del più forte, denunciano tuttavia irrimediabilmente il loro essere, la loro sustanziale entità di simbolo africano. Un altro punto coinvolgente dell'arrivare di prima mattina all'ingresso del parco di Ruaha in questa stagione, è nel trovarsi quasi sempre soli, unici fruitori a perdersi in questa immensa area di 40.000 chilometri quadrati, più o meno la dimensione della Lombardia e del Piemonte messi assieme, di un territorio selvatico in cui perdersi in un percorso accidentato di piste non battute, tra collinette ricoperte di bush, alberi isolati, letti di fiumi in secca, grandi pozze popolate di ippopotami invadenti che mettono ai margini delle stesse le miriadi di coccodrilli, quasi fossero ospiti fastidiosi a casa loro. Una sorta del predominio del più ingombrante, di chi fa la voce più grossa. Dappertutto una gran quantità di animali, elefanti, bufali, zebre,  ogni genere di gazzelle e di antilopi, ma che si disperdono in un territorio così vasto da rendersi indipendenti l'un l'altro. Anche i leoni, di cui puoi trovare famiglie che ronfano tranquille all'ombra, non paiono infastidire più di tanto i timidi kudu dalle lunghe e imponenti corna ritorte, puntate verso il cielo, mentre con occhio languido seguono il tuo passare lento. 

Aquila pescatrice
Gruppi di facoceri, aspiranti politici dal codino sempre ritto in aria a chiamare attenzione, dall'aria così indaffarata e seriosa da nascondere il fatto che stanno solo mangiando, occupano ampi spazi tra i cespugli. Puoi aggirarti tutto il giorno, convinto di aver fatto un lunghissimo percorso, fatto di estatici incontri di cuccioli di giraffa che a testa bassa strappano arbusti di acacie ricoperte di spine, di voli planati di aquile pescatrici, di becchettare di gru dal becco a sella con la loro curiosa escrescenza arancio davanti al capo e poi verificare sulla carta di aver percorso solo un piccolo circuito, un assaggio minore di questo immenso territorio che varrebbe davvero la pena di una visita prolungata. Probabilmente non avrai incontrato nessuno durante tutto il giorno, cosa che ancor di più avrà contribuito alla soddisfazione e al crearsi di questo senso di avventura africana, così ricca di emozione. Così quasi non ti accorgi dell'arrivare della sera, bisogna ripercorrere carrarecce sassose e boschi ormai resi azzurri dal calar della luce. Esci dal parco con il rammarico di non aver visto abbastanza, col dispiacere di aver lasciato il meglio, almanaccando dentro di te le scarse probabilità di poter ritornare sotto questo cielo, almeno in questa vita. Iringa, la città del sud a quasi 2000 metri, fresca e speri accogliente è ancora lontana un paio d'ore.


Sciacallo dalla gualdrappa.

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