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lunedì 30 aprile 2018

Etiopia 7 - Nella valle dell'Omo




Le notti africane sono sempre tranquille e buie. Questo mondo è più vicino al ritmo della natura, non tanto per volontà, ma per  condizioni oggettive. Il calare del sole segna comunque condizioni di oggettiva difficoltà, le luci sono fioche, quando non scompaiono del tutto ed anche le voci tendono automaticamente ad abbassarsi. Così le attività tendono poco alla volta a limitarsi fino a chiudersi con qualche sbadiglio, inattesa che le condizioni ne consentano la ripresa. I mercati si fermano, qualcuno comincia il lungo cammino sui bordi delle strade per tornare al proprio villaggio; le donne, dopo aver pensato all'acqua, nei doveri del pomeriggio, siedono accanto al fuoco per aggiustare la cena agli uomini della famiglia, prima di gettarsi stanche su un giaciglio preparato sulla nuda terra o nel retro dei bugigattoli dove hanno offerto durante il giorno delle povere merci. Anche i rumori sono fiochi, quasi un borbottio di un organismo che ha rallentato i borborigmi che digeriscono la giornata. Il respiro della notte africana è pesante; dove fa troppo caldo avrai la dannazione altalenante tra il sudore che ti fa rivoltolare continuamente e gli insetti che la popolano, dove la quota la rendono fresca, troppo fresca, l'insaccarti in stracci e coperte non ti salverà da una tossetta catarrale continua e fastidiosa. E' ancora buio pesto quando il canto del muezzin rompe la tregua non dichiarata; dura poco, ma basta a metterti in quel dormiveglia antipatico che prelude l'attesa della prima luce rosata che colora l'oriente. 

Il falegname
Man mano che si procede verso sud le cittadine si diradano fino a scomparire, lasciando il posto a paesi o alle case sparse degli allevatori. La strada ormai è diventata una pista piena di buche che la pioggia della notte ha riempito di fanghiglia rossa. Ormai il confine con il Sud Sudan è vicinissimo, non più di una ventina di chilometri. Solo un paio di decenni fa queste zone erano quasi prive di popolazione, tranne le tribù che vivevano negli impervi villaggi della valle dell'Omo. Ora diverse aree si sono trasformate in grandi campi profughi che circondano la pista quasi soffocandola. Decine di migliaia di persone in fuga dalla guerra fuggite nella povertà assoluta, arrivando da una povertà ancora maggiore sulla quale, per buon peso, aveva su di sé anche il gravame delle violenza delle armi. Tutto questo ha creato insediamenti di baracche ammucchiate in cui la gente sopravvivendo ha creato una economia di sopravvivenza che comunque consente di vivere. L'adattabilità dell'essere umano è qualcosa di straordinario e ad ogni incrocio, ad ogni traccia di sentiero che entra nella boscaglia, vedi attività di ogni tipo che muovono merci povere e prodotti di una agricoltura miserevole. Si vende la carbonella, il carburante africano per eccellenza, la legna che fornisce il bosco, quella a pezzi da ardere e quella in lunghi pali, per fare case o elevare costruzioni. In un cortile tra le baracche dai tetti di lamiera, un embrione di falegnameria ha preso vita; tutta una famiglia è all'opera per squadrare assi, tagliare tavole e poi qualcuno che si adopera nei lavori più fini, intagliando fregi e ornati, su frontali di porte o testiere di letti. 

Il mercato di Megganteo
Lalo esamina il lavoro con interesse personale. Visti i prezzi, che sembrano piuttosto convenienti e la qualità del legno, quasi quasi prenota le sei porte che gli servono. Eh già, col lavoro di guida, qualche soldino riesce a metterlo via e la sua nuova casa sta vedendo su bene, anzi si può dire che il più è fatto, mancano appunto le porte e quando passeremo dalla sua città, ci porterà a  vedere a che punto sono i lavori. A Megganteo, un po' più avanti, è il giorno del mercato del bestiame, uno dei più affollati della zona. La parte centrale dedicata agli animali, a metà mattina è ormai piena di bovini dalle corna maestose che muggiscono ammucchiati in un recinto dentro il quale si affollano i pastori proprietari ed i compratori. Li distingui subito, i primi stanno fermi in capannelli appoggiati ai loro lunghi bastoni mentre i secondi si aggirano qua e là guardando con occhio critico gli animali, qualcuno tasta i punti critici per capire se la quantità di grasso assicuri la buona salute e il valore del capo; altri sono già nella fase di contrattazione con i consueti stilemi del dispregio o della magnificazione della merce in oggetto che si accoppia subito al tira e molla del prezzo, che quando comincia a trasformarsi in numeri, già capisci che si concluderà pressappoco nel mezzo, a quella cifra a cui non bisogna mai arrivare affrettatamente pena il fallimento della trattativa. Da un lato le cose sono già concluse e occhi attenti seguono la conta delle banconote sudice e quasi illeggibili che alla fine passeranno di mano. 

Pastori
A fianco la frutta e la verdura. Questo è un mercato abbastanza povero e non ci sono neppure i banchi, ma le merci sono esposte a terra su stracci e stuoie. Le donne che arrivano dai villaggi vicini le hanno disposte in mucchietti ordinati, che anche l'occhio vuole la sua parte e la merce meglio esposta ha più probabilità di essere comprata. Fasci di canna da zucchero attirano soprattutto i bambini che ne ottengono sempre qualche pezzo da rosicchiare. Il mercato è affollato soprattutto di genti delle tribù che hanno camminato per ore nella boscaglia per arrivare fin qui e qui si mescolano in un bailamme di dialetti diversi e acconciature che ne distinguono i tratti caratteristici. Karo, Mursi, Aninak, Minat, Hamer, Nyangatom e molti altri mescolano i colori delle loro pelli, in tutte le sfumature che arrivano fino al nero più cupo, con le acconciature dei capelli, e le vesti di pelli di animali. Naturalmente quello che più colpisce sono i segni del corpo che la tradizione impone alle donne, dalle scarificazioni rituali, ai labbri o ai lobi delle orecchie enormemente deformati. Anche i capelli e gli ornamenti distinguono nettamente una popolazione dall'altra che in questi punti di incontro si mescolano sfiorandosi, ma senza avere mai un vero contatto, marcando anzi una rigida separazione etnica. Le donne si affollano di più attorno alle zone dove vengono offerte magliette, scarpe e ciabatte, oltre ai monili artigianali che qualche imbonitore mostra con il piglio di un Dulcamara da paese. 

Giovane Surma
Vanno molto le croci ortodosse, quadrate, di legno o di metallo, coi quattro bracci uguali che molte portano legate al collo con un piccolo laccio nero. I prodotti offerti sono davvero poveri e minimali, oltre a parecchio usato, rivedo i tarocchi più ingenui che potevi trovare qualche decennio fa nell'Oriente più misero. Magliette e scarpe griffate Daidas o Abidas e addirittura profumi coi nomi storpiati. Che tenerezza! Ci fermiamo a Dimma a mangiare un'injera, tanto per cambiare. Sotto la tettoia tra le sedie di plastica colorata, una panca con una tovaglietta a quadretti sostiene il gran piatto di alluminio su cui è stesa la piadina ricoperta di fagioli in salsa rossa, molto piccante, le lenticchie in salsa gialla sanno di curcuma e zenzero e sono più mangiabili, un po' meno aggressive al palato. Ancora un'oretta di pista e arriviamo a Tulkit, un gruppo di case lungo la strada principale in terra battuta che sta al centro della regione popolata dai Mursi, una delle popolazioni più interessanti della valle dell'Omo. Qui scendono in parecchi dai villaggi e un giorno alla settimana si svolge anche un affollato mercato. Di norma il paese è poco popolato e costituito soprattutto di locali, negozietti, osterie e altre attività commerciali che si sono concentrate qui proprio per servire ai tanti villaggi che sono sparsi tra le colline. Un ragazzo Surma ormai in jeans e maglietta ci accompagna per il paese, per scoprirne i punti più particolari. 

La carriola
Dai dintorni arrivano pastori isolati e uomini nudi coperti soltanto da un lungo mantello blu nel quale si avvolgono durante la notte. Il lungo bastone li identifica come allevatori anche se non sono assieme alla loro mandria, che pascola da qualche parte nei dintorni. Qualcuno ha a tracolla un kalashnikov, arma consueta da queste parti. Finiamo in un locale affollato di ragazzi giovani che bevono vino di miele e birra locale. Sono tutti piuttosto gentili e ci fanno spazio sulle panche, chiedendo da dove veniamo ed i nostri nomi. Qualcuno offre da bere. Sembra che nei prossimi giorni in paese ci sarà un combattimento coi bastoni, lo sport di questo popolo che consente ai giovani di mostrare il loro coraggio e scatenare un po' la propria aggressività, anche le ferite che vengono provocate dalle bastonate, specialmente sulle gambe possono essere piuttosto profonde e gravi. Ma nessuno si sottrae a questo rito, sarebbe davvero una cosa disdicevole e le gambe rotte non si contano. Un ultimo brindisi poi prendiamola strada della collina verso il villaggio a qualche chilometro dove è previsto di fermarci per la notte. Le nuvole sono grigie e piuttosto gonfie, se pioverà molto potremmo anche rimanere bloccati lassù. Il terreno non è permeabile e si formano subito grandi pozze di fango in cui la macchina rischia di impantanarsi. Lalo guarda il cielo con occhio esperto e assicura che non dovrebbe piovere, per lo meno non troppo. Se non lo sa lui che è di queste parti!
Mangiando l'injera

SURVIVAL KIT

La valle dell'Omo - Questa area a sud del paese al confine sudoccidentale tra Sud Sudan e Kenia, è particolarmente isolata e priva di strutture, pur avendo un certo flusso turistico (non illudetevi di arrivare in luoghi dove l'uomo bianco è sconosciuto, dopo Bottego e da quando ci è venuta Leni Riefenstahl, la regista delle parate hitleriane a fare foto, è cominciata la processione) è area in cui bisogna avere un certo spirito di adattamento. In ogni caso è una zona che non è possibile visitare in autonomia, intanto perché non si saprebbe dove andare, i villaggi sono sparsi sulle colline e raggiungibili con piste praticabili sono con 4x4 e in ogni caso bisogna essere accompagnati da qualcuno appartenente alla tribù per essere ammessi nei villaggi. In ogni paesetto c'è una specie di ufficetto dove stazionano le "guide locali" obbligatorie. In alcuni casi è obbligatorio l'accompagnamento da parte di una guardia armata, non è ben chiaro per quale motivo, ma potrebbe essere per dare un po' di lavoro in più. Nella vasta regione vivono decine di tribù e gruppi etnici, che mantengono tradizioni antiche di particolare interesse, sia per quanto riguarda le cerimonie che le pratiche per l'ornamento del corpo, dalle pitture, alle scarificazioni o ad altre pratiche cruente e che rappresentano l'interesse primario che conduce ad esplorare questi luoghi.

Mizan - Tulkit - 170 km

Canna da zucchero



sabato 27 ottobre 2012

Acciughe e bagnetto.


Il tempo uggioso e le probabilità che si scateni la tempesta meteorologica perfetta (ormai i previsori si dovranno pure parare il c*** considerata la galera prevista per le previsioni sbagliate), giusto in tempo per il 21 dicembre, Maya docent, mi spingono lontano nel tempo, quello cosiddetto felice, alla rimembranza dei gusti dell'infanzia, per permettere anche a me di sparare un po' di banalità in coincidenza con la kermesse marketinghettara di Terra madre. Nelle mie estati di ragazzo a Valle San Bartolomeo, c'era un rito abbastanza frequente per riempire i lunghi pomeriggi assolati, resi più pesanti dall'afa che arrivava dalla bassa. Inforcate le biciclette ci si spingeva lungo la salitella della Falamera, fino ad arrivare ad una cascinotta riadattata ad osteria che stava assonnata alla base del Bricco dell'Olio. Mai saputo la motivazione di questo nome, non vorrei che fosse Bricco dal Loglio, ma non credo, dato che in dialetto locale suonava Bric dl'oli. Qui c'era una fantastica pergola di vite americana, dalle foglie fittissime che ricoprivano non solo la parte superiore, ma che la saggezza del proprietario aveva fatto correre lungo tutta la parete esposta a sud, impedendo ai raggi feroci di penetrare quell'opera mirabile di arte topiaria, (curiosamente il nostro dialetto definisce questi pergolati come topie). 
dal web

Ci stravaccavamo stanchi sulle sedie di ferro, all'ombra fresca, occupando ogni tavolo, che al pomeriggio era deserto di clienti. Quelli che mi sembravano vecchissimi 50/60enni venivano più tardi a bersi un bicchiere di vino, mentre solo dopocena si aveva il vero affollamento per lo spettacolo televisivo offerto al popolo in quei tardi anni '50, solo da alcuni locali pubblici. Il parterre era dunque completamente in nostra balia e lì potevamo passare anche l'intero pomeriggio. Il fatto è che come in ogni locale pubblico, bisognava consumare e qui veniva a galla l'apoteosi dell'osteria di campagna, il panino con le acciughe e bagnetto. Non so se la carta prevedesse anche qualche cosa di altro, non certo più sofisticato, ma quella era l'unica scelta che facevamo sempre. I panini erano grandi e rotondi, col piccolo bozzo in testa e gli spicchi che scendevano ai lati. La più comune pezzatura di queste parti detta vianeisa, forse un lascito lombardo-veneto; benché piemontesi infatti, la nostra natura di abitanti del confine, ci ha sempre spinto verso il milanese. 

Chissà come, me li ricordo freschi e croccanti quei grandi panini, anche se eravamo verso la metà del pomeriggio. Tagliatili in due, l'oste astuto (tale Pidrinu, che però non aveva niente a che fare con la Sardegna), li riempiva generosamente di quell'impasto aggressivo e sapidissimo (al fine di invogliare al consumo abbondante di bevande) costituito dalle acciughe intere lasciate a macerare per giorni in uno spesso bagnetto di prezzemolo, aglio e olio, fino a che i sapori si amalgamassero completamente in una sinfonia di cui potevi apprezzare appieno la complessità pur senza riconoscerne il suono isolato dei singoli strumenti. Una poesia di sapori che non facevano caso al fatto che le gocce di unto potessero macchiare i pantaloncini corti. Alle ciabattate punitive ci si sarebbe pensato dopo, al ritorno a casa. In quel momento potevi solo godere di quell'effondersi morbido e salato nella bocca ancora bambina e non usa ai sapori ricercati ed esotici. Oltre al sapore, poi, anche la sete indotta ti rimaneva fino a sera. Il ricordo è nitido, il gusto ineguagliato anche, non mi è più chiara invece la possibilità tecnica del fatto in sé. Non riesco infatti a focalizzare il mistero di come mi ritrovassi i soldi necessari, dato che a quel tempo nessuno usciva di casa con una, se pur minima dotazione monetaria. L'unica spiegazione è che fosse prevista una merenda da acquistare o al negozio tuttofare della piazza o appunto alla Villetta. 
dal web

Il panino, mi sembra costasse o 70 o forse 100 lire (chissà se qualche compagno di allora mi sa aiutare), come la moneta che serviva per suonare 3 canzoni nel rutilante jukebox che faceva mostra di sé sul fondo. Le ragazzine propendevano ovviamente per quello, per me non ci fu mai scelta, neanche mi passava per la mente; sarà stato proprio questo il motivo per cui non avevo alcuna speranza presso l'altra metà del cielo. Certo, ero tra i più piccoli e meno interessanti del gruppo, ma anche le potenti zaffate di aglio che rimanevano come danni collaterali, non aiutavano di sicuro, ma pazienza ci sarebbe stato un altro tempo. A qualcuno poi rimanevano anche i soldi per le canzoni, i più grandi ovviamente, che poi agguantavano le ragazzine bramose di ballare la bamba e il rock. La Villetta la chiusero qualche tempo dopo; sembra che alla sera tardi, dopo che il monoscopio della TV, un vecchio mobilone in legno di radica, veniva spento e gli anziani se ne erano andati a casa, circolassero delle "ragazze" piuttosto spigliate che non avevo capito bene cosa facessero in giro a quell'ora. Ma certe case erano state appena chiuse per legge e in qualche modo bisognava pur fare.


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sabato 25 aprile 2009

Acciughe salate.

Nel bel seminario "Mestieri e Migrazioni" organizza-to dall'associazione del Museo d'agricoltura del Piemonte che si è tenuto ieri a Torino, si sono succeduti una serie di interventi di grande interesse, che al di là della illustrazione degli specifici argomenti hanno dato anche, a chi lo desiderasse, degli spunti di riflessione molto attuali. In particolare le relazioni sulle figure dello Spazzacamino, quella sui Colporteurs e l'intervento finale di Riccardo Abello sugli acciugai della Val Maira. Supportato da una splendida iconografia, ne è emerso un tratteggio a tinte forti di questi bambini, nati nelle nostre valli alpine poverissime, che a fine ottocento, tra i 6 e 7 anni, venivano venduti a padroni che li portavano in giro per l'Europa a pulire camini, incitandoli a sporcarsi bene la faccia di nerofumo, sia per mostrare la loro capacità lavorativa che per impietosire i clienti; mentre di pari intensità è il personaggio del colporteur, un mercante di sogni e girava per il mondo con una cassetta appesa al collo e sulla schiena, piena di piccole cose da vendere nei paesi, nelle fiere, nei luoghi dove si radunava gente. Si faceva anche 20 o 30 chilometri al giorno a piedi, illustrando le proprie povere cose, invitando all'acquisto; se ne partiva dal suo povero paese alpino o dalla Lunigiana e magari tornava a casa dopo due o tre anni. Anche ad Alessandria c'era memoria di questi personaggi che giravano per le cascine dei paesi gridando: "strenghi, frisa, buton da camisa". Nei paesi anglosassoni era conosciuto come "Will you buy", come possiamo tradurlo, così sui due piedi mi viene in mente solo vu' cumprà. Ma la storia degli acciugai è ancor più interessante. Come nasce l'acciuga salata ed in montagna, poi? Sembra dal fatto che il sale, nella repubblica di Genova fosse gravato da una forte gabella. Per aggirarla, oggi diremmo una via di mezzo tra evasione ed elusione, si riempivano botticelle piene a metà di sale, di pesce povero, le acciughe. Con la scusa di conservarle e col fatto che non pagavano gabella, si poteva tranquillamente contrabbandare il sale stesso oltre i monti verso la pianura. Alla fine anche le acciughe venivano vendute e queste presero un posto importante nella gastronomia del Piemonte e non solo. Molti abitanti della Val Maira si sparsero così per tutta la pianura padana ed oltre. Quale la mia sorpresa, chiacchierando col relatore Riccardo Abello, scoprire che il famoso Anciuè di piazza Marconi proveniva proprio da quella valle. Era costui, con la compagna, un altro dei personaggi iconici del panorama alessandrino del dopoguerra. Per decenni, dal suo banco malandato, distibuì agli alessandrini che si affolavano spintonandosi, acciughe, olive, baccalà e il miglior tonno sott'olio che abbia mai mangiato. Ovviamente si dice sempre così dei sapori che hanno caratterizzato la tua giovinezza, ma questo tonno era altro che insuperabile, era l'anciuè che lo rendeva tale. Potrebbe ancor oggi, essere oggetto di una tesi sullo studio del mercato e delle metodologie di marketing in generale. Come tale lo sottopongo all'attenzione degli studenti interessati. In breve, il suo tonno era noto oltre che per essere il migliore del mondo anche per essere in assoluto il più caro, costava infatti circa il doppio di tutti gli altri tonni della piazza. Nulla ci sarebbe da eccepire nel senso che la qualità si paga, direte voi, ma bisogna considerare i tempi e la particolarità della piazza di Alessandria e degli alessandrini, che sono poco inclini a questo ragionamento ed in ogni caso poco disposti a pagare di più per un aspetto immateriale della merce, sospettando sempre un sotterfugio, un qualche inganno al loro presunto acume intellettuale, direbbe Eco. Come aveva risolto allora la difficile sfida socioeconomica il nostro? Intano, con grande capacità affabulatoria, attirava, lui le femmine e lei i maschi, attorno al banco e quando era il tuo turno, tu chiedevi due etti di tonno e lui, forbitosi la manona sul grembiule di colore incerto, affondava nella latta la forchetta, cavandone un bel pezzo trattenuto dal pollicione bisunto e lo deponeva assieme alla doppia carta oleata sulla bilancia che segnava invariabilmente dai 3 ai 3 etti e mezzo. Ti diceva con un sorriso, via, buon peso e tu te ne andavi a casa con quasi il doppio del peso, pagato per due etti a prezzo doppio del tonno normale. Sì, la gente riconosceva che quello era migliore degli altri, ma la molla che faceva scattare l'acquisto era proprio il fatto di averne pagato una quantità molto inferiore. Ricordo bene gli occhi soddisfatti di mio papà, quando arrivato a casa, si pesava il pacchetto e si compiaceva di aver portato a casa un malloppo ben più pesante del dichiarato, ridendo di gusto. Psicologia e teoretica della vendita, ecco la disciplina giusta in cui si sarebbe dovuta conferire una laurea onoris causa. Si ritirarono una quindicina di anni fa, accusando improbabili malattie, mentre la diceria popolare, che li faceva ricchissimi, ancorchè apparissero molto male in arnese, li dava in Liguria in mezzo alle innumerevoli proprietà immobiliari accumulate in una vita di tonno ed acciughe salate. Che però, così buone, non ho mai più mangiato.

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