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martedì 17 maggio 2011

Il Milione 42: La carezza della seta.


Oggi mi sento più leggero e non so se è soltanto l'aria frizzante della primavera che si gira in estate. Levità serena, assieme ad un senso di freschezza come solo sa dare la seta sulla pelle, una carezza lieve quasi inattesa. Ma sì, lasciamo stare e parliamo di seta, questo materiale meraviglioso che era uno dei principali interessi, come ricorderete, del nostro Marco Polo che avevamo lasciato proprio in una delle zone più famose allora e oggi, nella produzione di questa meraviglia dell'ingegnosità umana. Intanto, puntualmente nel libro, sfata le leggende che circondavano la sua produzione, avvolta nel mistero, sebbene il tessuto fosse noto e apprezzatissimo in Europa fin dai tempi dei romani, parlando di una città su cui voglio ritornare, anche se ne abbiamo già detto.

Cap. 147

Sugni (Su Zhou) è molto nobile città. Ella è sì grande che gira ben 60 miglia e v'à tanta gente che neuno potrebbe saper lo novero. Quivi à bene 6000 ponti di pietre che vi passerebbe sotto una galea. E' città di molta mercatantia e arti e quivi si fae molta seta e la migliore, ch'ànno molti albori ch'ànno nome gelso, albore le cui foglie mangiano li vermi che fanno la seta e molti drappi ne fanno e d'oro e sono per questo ricchi mercatanti.

Questa città di ponti e di canali, così bella da ispirare la frase "in cielo c'è il paradiso, in terra c'è Su Zhou", così simile alla sua Venezia, emozionò sicuramente Marco, con i suoi giardini stupendi dove anche oggi è così dolce riposare, mentre l'ombra degli alberi dà ristoro al calore soffocante della Cina del sud. Allo stesso modo di allora la produzione della seta continua fiorente. La fabbrica n.° 1 è così oggetto di interesse di turisti e operatori. Io ci andai per vedere le macchine per trattare i bozzoli, essendo la Cina rimasta l'unica produttrice di queste attrezzature, per una triangolazione che si doveva fare in Turkmenistan, di cui già vi ho detto; ma che bellezza vedere i quasi invisibili fili che si svolgono delicati, poi tesi e dipanati a poco a poco, infine raccolti in crocchie, lavati e preparati a diventare tessuto, dove poi interverrà l'ingegno italiano con altrettante macchine per rivestirle dei colori più belli e perfetti in un connubio già nato qui otto secoli fa, fatto di affari certo, ma anche di rispetto e di ammirazione reciproca. Anche la cucina quaggiù par più leggera e delicata quasi ad armonizzarsi con la serica levità del prodotto chiave della zona. Così vicino ad uno dei ponti in pietra su cui aveva appoggiato lo sguardo nostalgico Marco, sceglierete un piccolo ristorante dove seduti a un tavolo esterno, nella calura del meriggio, sorseggiare una zuppetta leggera di zucchine con qualche piccola polpetta di pesce arrivato forse proprio dal canale che vi sta di fronte, dove passa lenta una barca lunga e nera, quasi quasi una gondola.


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giovedì 29 gennaio 2009

Cocoons

Gospadin Bulik era un Karachaijevo allampanato, sempre stretto in un cappottino liso e leggero, anche in gennaio. Aveva una barbetta rada ed i capelli corti sotto un cappello di pelle nera di antico uso, al di sotto del quale, due occhietti da faina ti esaminavano, sempre un po' in tralice. Andrej assicurava che avesse potenti contatti in Asia centrale, ma quando eravamo andati nel suo ufficio, un buchetto scuro in una specie di conteiner di compensato, non ci aveva fatto una grande impressione. Si occupava soprattutto di trading di cotone dai paesi di lingua turchesca che dominava assai bene, parlando sempre con voce cupa e bassissima. Era un affare grosso quello che aveva per le mani. In Turkmenistan venivano prodotte grosse quantità di bozzoli da seta che, per la mancanza di macchine adatte andavano per la maggior parte perduti. Un progetto ambizioso, da almeno 5 milioni di dollari. Avevamo lavorato per mesi all'idea, con una interessante triangolazione che lo rendeva molto competitivo. La prima parte delle macchine per trattare i bozzoli venivano acquistate in Cina (l'unico posto dove venissero ancora prodotte), mentre quelle più sofisticate della seconda parte dell'impianto, le avremmo ordinate a Como, centro della lavorazione della seta. Noi saremmo stati i main contractors del progetto e del commissioning. Bulik ci confermò con mezze ammissioni che l'offerta era molto piaciuta. Era quindi venuto il momento di chiudere il contratto. In una gelida mattina di gennaio, ci ritrovammo quindi nel cadente stanzone di attesa (sala è un po' troppo) dell'aeroporto di Mineralnije Vady nel Caucaso, con Stefania, Andrej e Bulik, seduti sulle panche di faesite scrostata, prima di salire sul gigantesco Iljiushin per Ashgabad. Saremo stati al massimo una trentina e le hostess (nessuna di peso inferiore ai cento chili netti) ci fecero sedere tutti in fondo all'aereo, in una tremenda puzza di gatto morto, in quanto pare che quel modello decollasse meglio se ha tutto il peso in coda. In qualche modo il volo si concluse positivamente, depositandoci in Turkmenistan in condizioni igieniche deprecabili. Pensavamo di rassettarci alla meglio in albergo, ma l'orrenda bicocca scelta da Bulik, a suo dire il meglio che offriva la piazza, ci depresse ulteriormente. Come di consueto, il figuro al bancone fece un sacco di problemi; infine riuscimmo ad ottenere almeno due stanze col pavimento coperto di scarafaggi morti e bucce secche di mandarino . Demmo la migliore, se così si può dire, a Stefania, già molto innervosita, io mi presi l'altra, mentre i nostri due, adducendo varie scusanti, si arrangiarono nel ricovero della dejurnaija, una matrona imbellettata che esibiva una nona sotto una maglietta pelosa di angora cinese. Mi rinchiusi, dopo che un topo, ma piccolo, era sgusciato nel corridoio, vagamente illuminato da fioche lampadine, in maggioranza bruciate o mancanti del tutto. Una notte difficile, circondati dalle orde dei germi dell'Asia Centrale, ultimo rifugio della peste bubbonica. Fu un risveglio doloroso, essendo poco praticabili le toilettes, con un tentativo di colazione con cetrioli in composta, pane cementizio e smietana. Alle dieci ci aspettava il cliente per illustrare il progetto. Era in ritardo, ma quando arrivò, la delusione ci fece quasi cadere tutta la documentazione che avevamo accuratamente preparato. Ci si parò innanzi una specie di pastore asiatico leopardiano, male in arnese, con una dubljionka spelacchiata da cui spuntava una giacchetta stazzonata, che spiegò a Bulik come il progetto andasse benissimo, mentre alla mia insistente e dubitosa domanda - Dienghy iest? - (ma i soldi ci sono?) fece spallucce, dicendo che dovevamo andare in banca per il finanziamento. Stefania mi lanciava occhiate interrogative, io cercavo assicurazioni da Andrej che a sua volta le chiedeva ad un sempre più impenetrabile Bulik. Giungemmo alla banca prima di mezzogiorno ed il nostro pecoraio, che per tutto il tragitto ci aveva illustrato le montagne di bozzoli in attesa di essere trattati, fu ricevuto con Bulik in direzione. Dopo un quarto d'ora, i due uscirono a testa bassa, cercando di guadagnare l'uscita con lo sguardo bastonato del cane a cui è scappato il gregge. Il direttore si avvicinò a noi con aria di scusa e ci spiegò che il nostro cliente non aveva ben chiaro come funzionassero i finanziamenti e che aveva creduto che, complice la perestroijka, fosse sufficiente andare in banca a chiedere il denaro (5 milioni di dollari) per ottenerlo! Era assai spiaciuto perchè riteneva il progetto molto interessante, ma come tutti i banchieri, in mancanza di garanzie... allargò le braccia. Inseguimmo i due e caricammo di contumelie il pastore, che se la filò in fretta promettendo futuri e certi finanziamenti, magari in miliardi di tenghé, la valuta locale, Bulik che ci aveva trascinato in quella sciocchezza, costataci tanto impegno e Andrej che non aveva controllato la serietà della cosa. Lasciammo Bulik al suo destino e quando tempo dopo ci contattò per proporre un ricco baratto di venti chili di veleno di api e bile di orso in cambio di impianti, staccammo il fax per non sprecare carta.

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