sabato 10 gennaio 2015

Comunque diversi






C'è un piccolo paese sulla strada per Taungoo di cui non ricordo più il nome, pochi chilometri prima di arrivare alla periferia della città. Alle prime non noti alcuna differenza con i tanti che hai incontrato lungo la via, un gruppo di capanne che a poco a poco si concentrano, diventano case basse in muratura o in assi di legno, mentre la vita si raggruma e il traffico diventa ancora più caotico, tra motorini, biciclette, rickshò a pedali e carrettini spinti a mano. Poi, se ti si fermi ad uno dei tanti "bar ristoranti", fatti di un salone chiuso da tre lati da assi di legno, la cucina costituita da un paio di pentoloni fumanti sul retro e un grande dehors pieno di tavoli e sedie di plastica scompagnate, ti accorgi che i volti di chi ti circondano sono decisamente diversi dai visi paffuti dei birmani e che le ragazze non hanno più le guance e la fronte cosparse di thanaka. I profili si fanno più affilati e le vesti delle donne sono decisamente diverse. Si tratta di una comunità indiana, una delle tante che hanno attraversato il golfo del Bengala nei secoli passati, per trasferirsi qui a cercare migliori condizioni di vita. Migranti insomma, spinti dal bisogno o dalle guerre o semplicemente richiamati dagli occupanti del luogo come bacino di manodopera a più basso costo. Se ti soffermi a cogliere commenti e battute da parte dei birmani, cogli subito quel senso di sottile disprezzo, di senso di superiorità che in ogni parte del mondo esiste verso il diverso, anche nel caso in cui i contrasti reali non siano duri  e violenti, ma tutto sommato non esistono condizioni di concreto attrito, se non quando, di tanto in tanto, non esplodano di colpo e violentemente. 

Al bar
Allora, anche i credi che a noi sono noti per la più grande mitezza e tolleranza, diventano di colpo duri e violenti  e le lotte vengono compiute con la consueta spietatezza che c'è tra nemici giurati e storici, in cui la volontà di prevaricare in qualunque modo supera ogni altro concetto di civile convivenza. Così queste comunità rimangono da sempre circoscritte e separate, potremmo dire identificate e loro stesse per prime non fanno assolutamente nulla per omologarsi, mantenendo i loro tratti caratteristici, anzi se possibile accentuandoli. Se entri nel mercato, nelle vie laterali, tra i banchi, se possibile ancor più poveri e confusionari, vedi sari colorati di poliestere che avvolgono capi di donne magre col segno rosso tra i capelli e la tikka sulla fronte, ornamenti sul naso e alle orecchie, volti di uomini scavati e con le barbe lunghe, bambini che che corrono tra le immondizie. Le altre caratteristiche del mercato, confusione, grida, derrate e masserizie ammonticchiate e bugigattoli suddivisi per genere di commercio, non cambiano di certo, solo la gente appare diversa anche se decisa nella propria identità. Deve essere un tarlo interno della nostra specie. C'è un contrasto insanabile tra desiderio di omologazione verso le civiltà dominanti e mantenimento delle tradizioni ancestrali. La prima ridurrebbe i contrasti senza dubbio ma viene vista sempre come una perdita di valori e ha una connotazione in generale negativa, l'altra è spesso inneggiata e mantenuta in vita con sforzo quando viene meno e la si piange se non vien tenuta in conto, però quando c'è, contribuisce all'isolamento ed al sorgere di contrasti insanabili, impedendo una integrazione che poi, in totale contraddizione, viene auspicata. 

Tema difficile da esaminare, tuttavia punto comune di ogni parte del mondo e foriero della maggior parte dei contrasti. Su tutto, sempre il cappello asfissiante e fatale delle religioni, causa prima e scusa ultima per ogni nefandezza che viene perpetrata da sempre nella storia dell'uomo. Accidenti, vedo che oggi abbiamo preso una strada traversa che potrebbe portare lontano e condurci fuori da nostro cammino. Ritorniamo invece alla nostra via di Taungoo, un'altra delle antiche capitali sulla via del nord. Ma quante capitali ha avuto questa Birmania nei secoli. Ogni re, aveva questo vezzo di spostarla, la capitale, sembra per ragioni scaramantiche e anche il sovrano di questa città non fu da meno, come sembra voler dimostrare nella statua, naturalmente dorata che, nella piazza principale brandisce orgoglioso la spada del potere. D'altra parte gli attuali governanti non sono stati mica da meno. La capitale di oggi, infatti non è mica più Yangon (la ex-Rangoon degli inglesi), ma la sconosciuta e per il momento poco frequentata è Nawpyidaw, fatta sorgere in mezzo alla piana centrale, proprio di fianco alla nuova e semideserta autostrada che corre perfettamente diritta tra Yangon e Mandalay, nel pieno rispetto della tradizione degli antichi regnanti. Taungoo invece è una distesa di case che non mostrano quasi nulla della antica grandezza, sparse attorno alla larga via nazionale che la attraversa. Nuvole di polvere sollevata dai grandi camion che passano, confusione di traffico locale e poi appena cala la notte, la calma obbligata del buio senza luci, rotto solo dall'abbaiare dei cani e dalle fiammelle dei fornelli e delle lampade a petrolio che alimentano ancora qualche scampolo di vita sociale tra le capanne prima che scenda definitivamente la notte, in attesa che i galli, verso le quattro del mattino, comincino a cantare.

Mercato indiano

SURVIVAL KIT

Taungoo è una città di tappa se procedete in macchina o in autobus verso nord dove comunque si trovano sistemazioni accettabili. 

Mother's house Hotel - 501-502 Yangon-Mandalay Highway35 $ -Proprio sulla strada principale, un paio di chilometri prima del centro, è una sistemazione comoda e confortevole. Un recinto con molti bungalow da 4 camere ognuno.Camere enormi con mobili di legno scolpito pesantissimi, AC, free wifi , che prende però solo vicino alla reception o nel ristorante. Grandi spazi interni popolati di galli che vi sveglieranno al mattino. All'ingresso sulla strada il ristorante dell'albergo dove si fa la colazione ricchissima soprattutto di frutta e molti piatti cinesi, in pratica un pasto completo.

Mother's house Restaurant - Come ho detto sopra, all'interno dell'hotel, molto frequentato dai locali, cucina cinese e birmana di buona qualità. Piatti di noodles , pollo al limone (un po' troppo dolce) e soprattutto birra ghiacciata, particolarmente apprezzabile dopo una giornata faticosa. Piatti principali attorno ai 3/4000 K.

La statua del re di Taungoo

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venerdì 9 gennaio 2015


Oggi mi è passata la voglia di scrivere.

giovedì 8 gennaio 2015

Recensione : O. Farinetti - Storie di coraggio

Libro intervista a dodici vignaioli italiani del nostro ineguagliabile maestro del marketing che trasforma in oro tutto quello che tocca.  Farinetti ha un dono prezioso. Riesce a intuito a riconoscere dove sta andando il mondo, cosa sta diventando di moda e, sfruttando la debolezza e il vento del momento, ci costruisce sopra della strepitose macchine da soldi. Da quando ha avvertito che il bisogno disperato di ritorno al passato, alla natura, al new age, al teobiolisticodinamicoecologico, sia diventato necessità insopprimibile in una società sempre più tecnologica, ci si è buttato a pesce, ben comprendendo che seguire un fiume in piena è molto più facile che andare controcorrente. Così ha inventato Eataly, una macchina da soldi straordinaria che pur basandosi moltissimo sulla fuffa (sapete bene come la penso sul bio e tutto il circo fasullo che c’è intorno) ha il grandissimo merito di valorizzare uno dei settori in cui il nostro paese è fortissimo e quasi senza rivali e sul quale certamente si deve puntare, con probabilità di successo per crescere. Farinetti ha ben compreso che in giro per il mondo, il nostro modo di vivere e di mangiare è invidiato e non ha bisogno neppure di pubblicità o di lancio, perché i futuri clienti sono già convinti a priori che i nostri prodotti siano tra i migliori in assoluto, basta saperglieli presentare nel giusto modo e con una corretta cornice. 

Certo che, a mio modo di vedere, puntare tutto sul biomionchioKmzerologico, presentandolo come il vero futuro dell’agricoltura per sfamare il modo, invece di essere una ricerca di eccellenze produttive che anche se contenitori di plus minimi, per le loro rarità e gradevolezza, trovano sicuramente una fetta corposa di clientela di gastrofighetti disposta a strapagarle, presenta il rischio che nel momento in cui passerà questa moda insensata e basata sul falso, tutto si smonti, ma io penso che questo non accadrà molto presto e che come si avvertirà un minimo cambiamento di vento, il nostro salterà su di un altro cavallo. Le doti per capirlo le ha sicuramente. Nel libro in questione, in cui si parla in toni estatici di vino, emerge bene la sua impostazione di marketing: far pagare e bene a chi vuole permettersi rarità e differenze qualitative pur minime, al di là dell’ottimo, per il raggiungimento delle quali la crescita dei costi diventa esponenziale.  D’altra parte ci sarà sempre chi vuole una Ferrari e può permettersela. Dalle chiacchierate coi vignaioli, anche qui una magnifica e perfetta marchetta pubblicitaria (ti verrebbe voglia di correre subito a comprarli tutti, i vini descritti, avendone i dané naturalmente),  traspare bene quanto il nostro autore vuole mostrare di sé e del suo business. Quale sia davvero la sua statura di uomo e non di mercante, molto discussa da qualcuno che ha modo di averci a che fare direttamente, questo non è dato di saperlo e forse non è neppure importante.


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martedì 6 gennaio 2015

La strada per Taungoo

Lavorazione del bambù

Sdraio di bambù
La strada che lascia lo stato Mon e risale a nord verso Taungoo passa attraverso un’area rurale popolosa e piena di attività che puoi vedere in atto  continuamente. Le bancarelle delle venditrici di pomelos, sono cariche di frutti mostruosi, quasi dalle dimensioni di zucche gialloverdi, palle giganti disposte in ordinate piramidi che la massa dei pellegrini che tornano dalla Golden rock, acquista volentieri a prezzi di affezione, sia perché dovremmo essere nel pieno della stagione, sia in quanto questa è una delle zone più rinomate di produzione. Anche qui i concetti di  km zero ed eccellenze si insinuano nelle menti. E’ la globalizzazione figliolo, fattene una ragione. Dove c’è materia prima fioriscono le attività. Sulle colline sono infatti presenti veri e propri boschi di bambù, i cui fusti, l’umidità del monsone rende grossi e rigogliosi. Il signor Wata per esempio, ha messo in piedi una attività che coinvolge diversi suoi vicini di casa. Attorno alla sua capanna, dove vengono portate le grandi canne verdi, appena tagliate, si formano grandi piramidi dove il bambù rimane per i mesi della stagione secca a perdere umidità, prima di venire spaccato per il lungo, poi tagliato a misura e ridotto in strisce e stecche a seconda del bisogno. Poi un altro gruppo di artigiani provvede a montare, intrecciando, forando, incastrando e legando, sedie, poltrone, sdraio e letti veri e propri di grande robustezza e comodità, non disgiunti da un certo stile. L’esposizione è direttamente sulla strada e la vendita si svolge dal produttore al consumatore diremmo noi.

Essiccazione del caucciù
Quando ancora le colline non sono finite, ma la boscaglia selvatica comincia a diradarsi, noti subito l’ordine artificiale della presenza umana. Lungo i fianchi ormai dolci della terra, si dispongono ordinate file di alberi; cominciano qui le piantagioni di tek e di alberi della gomma, una selvicoltura  che si sta allargando,  data la ripresa della richiesta di materie prime e che, se da un lato cambia lo stato selvatico di un territorio, dall’altro lega la gente alla campagna impedendone il rapido inurbamento. Si potrebbe anche obiettare ai puristi del naturale, sempre meglio del disboscamento selvaggio che ha interessato tante zone di questa parte del pianeta. La famiglia Khanet, ha circa quattro ettari di collina proprio al limite della statale. Tutto il suo terreno, a parte qualche piccolo spazio dedicato all’orto per le esigenze della sua numerosa famiglia, è impiantato  con alberi della gomma già in piena produzione. Il padre mi accompagna a fare un giro nella proprietà. Il ciclo produttivo è piuttosto semplice e può essere seguito bene anche a livello familiare. Accanto ad ogni tronco è appesa una scodelletta fatta con una mezza noce di cocco. Con un coltello affilato si esegue sulla corteccia un taglio curvo in discesa in modo che la linfa bianca e gommosa che l’albero secerne in seguito alla ferita scivoli verso il basso e si raccolga nella ciotola, riempiendola quasi completamente nel corso delle 24 ore.

Colatura del caucciù
Il contenuto rappreso di una ventina di queste tazze, viene impastato assieme e successivamente fatto passare a manovella tra due cilindri che riducono la massa ad un foglio grossolanamente rettangolare, spesso qualche millimetro, di circa mezzo metro quadro, che viene quindi disteso ad asciugare al sole su tralicci di legno. Quando il signor Khanet ne riempie il cassone della sua moto agricola, li porta al grossista in paese che glieli paga attorno ai 4 dollari l’uno. Anche senza fargli i conti in tasca si vede che non se la passa male, lui, i tre figli e relative nuore, tutti al lavoro nell’azienda. Si sono costruite case di mattoni, dove non mancano le parabole, in luogo di quelle di stuoia che si vedono di norma lungo la strada; sotto il portico ci sono motorini, la pompa del pozzo sembra nuova e c’è anche un generatore e un grosso pannello solare. Nel cortile non razzolano né maiali, ne anatre, forse conviene ormai comprarle al mercato. A prescindere dalla puzza, il caucciù che si asciuga al sole, non ha la fragranza della rosa, il volto del signor Khanet è disteso e sereno. I bambini tornano da scuola e le divise bianche e verdi sono nuove e linde di bucato, la nonna, l’anziana signora Khanet ride dalla panca del cortile, mentre ti saluta con la mano. In paese, suoni di tamburelli, sotto una tettoia di frasche un gruppo di volontari raccoglie offerte per restaurare il vicino tempio che innalza una guglia dorata sulla collina. Uno striscione disteso attraverso la strada ed i ragazzi che sporgono le ciotole di metallo, la benedizione è garantita. Poi la strada diventa diritta e taglia all’infinito la pianura ricoperta di risaia.

Una trebbiatrice
Anche qui vedi una agricoltura non completamente arretrata. Benché la maggior parte del lavoro sia svolto a mano, cominci a scorgere qualche macchina rudimentale di origine cinese, addirittura una piccola mietitrice all’opera. In generale però, le vaste camere delle risaie sono invase da gruppi numerosi di mietitori che tagliano il riso con piccole falci ricurve, raggruppandolo in covoni, ammucchiati poi ad essiccare al sole. In qualche caso vedi anche l’arcaico sistema dello sgranare a mano, sbattendo il mazzo di spighe secche a terra su uno spiazzo ricoperto da un telo; ma sempre più spesso  al bordo del campo sosta una piccola trebbiatrice che due o tre uomini alimentano coi forconi, che sputa da dietro ciuffi di culmi strappati e privati delle preziose cariossidi. Queste vengono poi stese lungo la strada e infine quando l’essiccazione è completata, sono raccolte in grandi mucchi in attesa di essere insaccate e caricate sui camion dei grossisti che le porteranno alle riserie. Vedi addirittura qualche campo sperimentale con tanto di paline e parcelle delle diverse varietà; se hai l’occhio attento, spunta qualche sacco con marchi  di produttori di sementi o concimi. Mi immagino già qualche bioamatore, agricoltore della domenica che griderebbe subito di certo al subdolo strapotere delle bieche multinazionali, rappresentate dalla Monsanto in testa, icona del male assoluto. Intanto, girando per questi paesi di campagna, vedi povertà ma di certo non malnutrizione, la gente appare ben pasciuta e non pare avere problemi dal punto di vista alimentare, casomai le carenze sono di tipo sanitario. I produttori, grazie ad un clima tutto sommato favorevole all’agricoltura, hanno di che nutrirsi e possono vendere il surplus, a seconda della dimensione dei loro terreni e procurarsi quanto serve loro per vivere.

Mietitura del riso

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Recensione: Dan Brown - Inferno



Volevo evitare assolutamente di dare altro grano a questa macchina da soldi, ma siccome mi è stato regalato, non ho potuto fare a meno di perdere qualche ora del mio preziosissimo tempo per leggerlo, almeno nelle vacanze di Natale, anche perché appartiene a quel genere maledetto di libri che quando ti ci attacchi, vuoi arrivare alla fine in qualche modo, perlomeno io sono  fatto così. Dunque il nostro furbo autore ha scritto per la quinta volta lo stesso libro, dato che probabilmente ha notato che fare il serial writer paga e anche questa volta assassina i suoi lettori sempre nello stesso modo, almeno fino a quando questi continueranno a comprare. Così, si cambia solo l’ambientazione, come nei cinepanettoni, ogni volta in qualche famosa città, cosa assai utile per l’eventuale futura riduzione cinematografica e si organizza la caccia al tesoro dell’ormai famoso professore, studioso di simboli, che viene tirato per i capelli  nel disperato quanto apparentemente impossibile tentativo di salvare il mondo dalla malefica invenzione del malvagio di turno. 

Questa volta si tratta di un terrificante virus che il cattivissimo vuole diffondere per sterminare l’umanità intera, lasciando la consueta catena di indizi che solo la mente superiore del prof potrà capire e risolvere. Il filo conduttore di questa volta è Dante ed i suoi luoghi, che, oltre a Firenze come è ovvio, viene basato sul suo esilio posizionato, non si capisce se per ignoranza dell’autore o per esigenze di facilità di conoscenza per il suo parco lettori, a Venezia invece che a Ravenna, città che probabilmente in America non hanno mai sentito nominare. Gran finale a ritmo incalzante e corsa contro il tempo a Istambul con colpo di scena consueto come nei precedenti volumi. Nel libro sono presenti tutta una serie di svarioni anche divertenti come la descrizione dello stile del duomo di Firenze definito incrocio tra “gotico e neogotico” o il battistero descritto con un po’ di sprezzo come una torta a strati, forse ricordando le schifezze della pasticceria pannuta del suo paese. Comunque se avete del tempo da perdere sapete già cosa aspettarvi, cercate almeno di farvelo prestare e non dargli altri soldi.


lunedì 5 gennaio 2015

Golden Rock

La golden rock



Sul camion
I grandi santuari ed i luoghi di culti famosi sono uguali in tutto il mondo, qualunque sia la religione in questione. Il monte Kyaiktiyo non fa eccezione. Quello che conta, dal punto di vista ontologico, nel pellegrinaggio è l’ascesi, la sofferenza fisica e spirituale per prepararsi al bagno finale di estasi religiosa nel momento in cui si raggiunge la meta, dove compiere le devozioni di rito. Per fare la giusta penitenza, non è sufficiente la preghiera, ma bisogna soffrire, avere i piedi gonfi, le ginocchia indolenzite, la schiena spezzata, bisogna sudarsela insomma. Non per nulla, la maggior parte di questi luoghi sono posti sulla sommità di luoghi difficili, quando non pericolosi da raggiungere. In questo caso. La salita alla cosiddetta Golden Rock è dunque un lungo trekking di sei o sette ore attraverso una foresta incantata di alberi fronzuti e boschetti di bambù, che, attraverso sentieri scoscesi e scivolosissimi durante la stagione delle piogge, conduce all’empireo in cima alla montagna, spesso avvolta dalle nebbie al mattino, cosa che aggiunge una certa dose di magia e di mistero fino a che non si diradano, lasciando una magnifica vista sulle più basse colline circostanti, fino ad arrivare al mare nelle giornate di buona visibilità. Con le temperature dei mesi estivi, certamente considererete la pena della salita sufficiente a farvi meritare uno sconto notevole sulle reincarnazioni future.

Una monaca
Per gli amanti delle camminate sarà invece un godimento unico, considerata anche la piacevolezza del paesaggio. Ma il buddhismo non è una religione punitiva e quindi, considerando anche che, una simile tortura ridurrebbe in maniera considerevole il numero dei pellegrini e quindi in diretta proporzionalità, le relative offerte, si è pensato, come dire, di facilitare l’ascesa, da compensare di certo con un adeguato numero di recitazioni degli adeguati mantra o in sostituzione di queste, di una maggiorazione di offerta, con la costruzione di una tortuosa strada, percorribile da camion attrezzati all’uopo, che, in un primo momento conduceva ad un terminal da cui era necessaria ancora un’oretta di cammino, poi, aumentandone giustamente il costo, oggi porta fino in cima al monte. Rimane quindi solo più da percorrere la corta e non ripida scalinata. Se a qualcuno fa difetto anche quest’ultima tribolazione ecco pronte delle apposite lettighe di bambù con quattro portatori per l’ultimo balzo. Per la verità queste ultime sono appannaggio di chi ha qualche importante problema fisico e nessuno dei normali pellegrini  ha la faccia di servirsene. Ecco dunque che di prima mattina, ci presentiamo alla enorme tettoia costruita al bordo del paese, dove si assiepano un numero impressionante di camion, decine e decine, su cui, con ripide scalette, si issano  i penitenti. Lunghe code di centinaia di persone si assiepano per salire, qualcuno borbotta, i più spintonano all’impazzata per guadagnare posizioni, forse anche questo fa parte della penitenza, infine si riesce a salire sul cassone di uno dei mezzi, dove sono disposte otto panche da sei posti cadauna, calcolati però sulla dimensione dei culi orientali, notoriamente minuti.



La lettiga
Inutile aspettarsi clemenza dimensionale, fino a che il mezzo non ha caricato i 48 passeggeri regolamentari non si parte. Il camion non parte a vuoto. L’imbarco è comunque veloce, data la folla che preme alle spalle ed il camion si getta all’impazzata per lo stradino tutto a curve cieche. Serti il motore ruggire per prendere di infilata le rampe più ripide, mentre, tenendoti alla meglio alla sbarra apposita, vieni sballottato contro il vicino, la cui eventuale morbidezza, provvede ad evitare urti pericolosi. E’ un po’ come andare sull’ottovolante, considerate anche le improvvise discese e le ripide risalite. Quasi un’oretta di percorso, durante la quale hai poco tempo per godere della foresta tropicale rigogliosa che ti scorre attorno. Qualche sosta per far passare i mezzi che fanno la strada inversa. Ma il tempo non va perduto. Ogni momento del pit stop viene impegnato da gruppi di volontari che con altre apposite scalette salgono al tuo livello con grandi ciotole di metallo a raccogliere offerte in cambio di generose benedizioni, la cui durata e complessità è proporzionata al denaro versato. Naturalmente nessuno fa cenno di scendere alla stazione intermedia e tutti arrivano felicemente all’ingresso del tempio, dove è imponente la quantità di bancarelle che offrono generi di ristoro, cibi, frutta, bevande e articoli religiosi, rosari, campanelle, statuette, incensi e necessari per formare la puja da offrire nei vari tempietti.

Venditrice di manghi
Non mancano le bancarelle di giocattoli che vendono soprattutto le pistole e fucili di bambù di cui vi ho già parlato ieri, apprezzatissime soprattutto dai monaci. Qui la folla scesa dai camion si avvia compatta e a piedi nudi verso la cima della montagna. Incroci gente di ogni tipo, dai semplici turisti e curiosi, a frotte di fedeli che arrivano da tutto il paese, unendo la devozione per il compimento di un dovere religioso, comprendente come è giusto la richiesta di grazie per i propri problemi, alla semplice gita di piacere con tutta la famiglia. Ci sono poi, a gruppi e isolati, monaci e monache, alcuni compiti e assorti nelle loro preghiere, con un cammino rallentato e meditativo, altri molto più scanzonati che badano di più a fotografarsi l’un l’altro o a farsi selfie con i telefonini. Non mancano eremiti con alto cappello a cono di cuoio e monache dal capo coperto per difendersi dal sole, che solitari e in preghiera, camminano lentamente verso il cuore del santuario. Lungo la via grandi terrazzi permettono di gettare l’occhio sulle valli circostanti e sui monti coperti di verde scuro, un paesaggio davvero mozzafiato. Dopo qualche costruzione recente, sono gli alberghi costruiti a picco sui precipizi circostanti per coloro che vogliono trascorrere qui la notte in preghiera, ma tranquilli, ci sono anche le parabole per la televisione satellitare, si arriva allo spiazzo piastrellato sulla cima della montagna.

Incollando le foglie d'oro
Qui su una roccia isolata, il punto di arrivo di tutto il movimento. Un grande masso di granito tondeggiate, miracolosamente in bilico sulla pietra sottostante con un piccolo stupa in cima. Sembra che l’unica ragione che lo manterrà per l’eternità in quel miracoloso equilibrio, sia un capello di Buddha contenuto nello stupa e a cui il masso sarebbe  appeso. Vera o no la leggenda il masso se ne sta lì senza precipitare da tempo immemorabile resistendo ad ogni sollecitazione. Un piccolo ponticello permette di arrivare  fino a toccare la pietra, ma questo privilegio è giustamente riservato ai soli uomini; le loro compagne, impure in quanto donne, possono eventualmente rimanere al di là della vicina balaustra a fotografarli mentre incollano le sottili foglie d’oro alla base della pietra, oramai dopo secoli, completamente ricoperta da uno spesso strato prezioso. E’ davvero una lotta per guadagnarsi una posizione e compiere la propria incombenza. Bisogna senz’altro unirsi a questa manifestazione collettiva di furore religioso e, dopo averla acquistata alla vicine bancarelle, incollare il proprio quadratino di sottilissima foglia d’oro, evitando che se ne voli via nel vento. Volano via solo i pezzetti di carta in cui è racchiusa, che vanno miseramente a raccogliersi alla base della rocca. Molti pregano, altri conversano come si conviene in una gita tra amici, altri ancora si godono l’atmosfera o prendono posto nei porticati per prepararsi a trascorrervi la notte.

La golden rock
L’atmosfera è abbastanza scanzonata anche se avverti un minimo di compunzione religiosa nei molti inchini che i fedeli rivolgono alla pietra sacra, dopo aver posto gli incensi e le offerte. Un paio di coppie di facoltosi turisti thailandesi, gli uomini con spessi occhiali neri e camicie immacolate, le donne biondissime, ingioiellate, con svolazzanti vestitini alla moda ed accessori griffati, si mettono in pose plastiche davanti ai punti di devozione per portarsi a casa la prova del pellegrinaggio. E’ ora di scendere, se non vuoi fare a pugni per scavalcare la ressa del pomeriggio. Scivoli tra le bancarelle che offrono fragranti fritti e samosa di verdure. Butti un occhio ai lavori in legno di sandalo o ai tronchetti di thanaka, da cui le donne ricavano la spessa crema con cui coprirsi le guance e la fronte per evitare il bacio rovente del sole e recuperi le scarpe lasciate all’ingresso. Prima di salire sul camion per affrontare la turbinosa discesa, fatichi a lasciare con lo sguardo la grande palla dorata di pietra in bilico sulla cima del monte, la cui sagoma è riportata in tutte le iconografie in giro per il paese, che la raffigurano per la devozione di chi non ci può venire o che la vuole ricordare dopo aver compiuto il pellegrinaggio, come la sommità ultima della montagna, il punto più elevato a cui deve anelare lo spirito umano per pretendere la liberazione dell’anima. Forse per questo, dipinti e foto evitano di riportare l’antenna della telefonia cellulare che da qualche tempo la supera decisamente.


SURVIVAL KIT


Turisti di classe
Golden Rock – Questo pellegrinaggio è il più famoso e frequentato della Birmania. Conviene dormire alla base del monte Kyaiktiyo, a meno che non si voglia scegliere una soluzione, molto più costosa degli alberghi del santuario, in questo caso potrete però godervi alba e tramonto, molto suggestivi. Ingresso 6000 K + ticket per macchina fotografica 1000 K. Salita a piedi 6/ ore. Dal terminal 1 ore. Consigliato il camion andata e ritorno 3000K. Durante la stagione delle piogge l’escursione è impraticabile, evitare la discesa a piedi alla sera, piuttosto pericolosa al buio anche con la pila. I souvenir religiosi e altro che si trovano sulla cima sono gli stessi che altrove, ma costano giustamente il doppio, bevande incluse. 

La salita sui camion per il ritorno

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sabato 3 gennaio 2015

Lo stato Mon



Essiccazione del pesce

Venditrice di pesce
Lo stato Mon è una sottile striscia che si protende lungo il confine thailandese a sud di Yangon. Terra misteriosa e tribolata, sede di continue lotte tra il governo e la combattiva etnia locale che aspirava all’autonomia, è un rigoglio  di verde  tra colline dolci ricoperte di boschi e rami di fiume, circondate da palmeti di ogni tipo. E’ un continuo susseguirsi di gruppetti di capanne di pescatori che gettano reti nell'acqua generosa dei larghi canali. Gli enormi pesci catturati sono poi subito aperti e ripuliti, infine stesi su grandi cannicciati di bambù a seccare al sole, quindi i lunghi filetti vengono tagliati e avvolti a treccia e infine ammonticchiati in cataste in attesa dei grossisti che li porteranno a lontani mercati o nella capitale oppure offerti alle rare auto di passaggio o alle fermate dei tanti bus e baracchini stracarichi, nei banchetti lungo la strada. Anche se non li vedi subito, l’odore ti guiderà.Qualche ragazza dal viso esangue, ricoperto da uno spesso strato di thanaka, dalle narici ormai aduse ed insensibili, ti lancerà occhiate distratte buttando continuamente l'occhio al telefonino appoggiato tra le pile di pesci. Di tanto in tanto, in una capanna di frasche più grande, che noti immediatamente per il gran numero di sedie di plastica rosse e verdi disposte attorno a tavoli di legno traballanti, puoi sostare a farti una zuppetta di noodles e pesce o un riso fritto, tanto per resistere fino a sera sbocconcellando banane rosse, le più buone e gustose che avrai mai gustato, godendo dal paesaggio che scorre attorno a te, mentre il tuo mezzo procede verso la meta.

Bancarella di armi giocattolo
Kinpun è un grosso borgo cresciuto alla base della pista che conduce al monte Kyaiktiyo, dove ogni giorno arriva una enorme massa di pellegrini. Come tutti i luoghi nati a questa bisogna, è tutto un brulicare di negozietti di ogni tipo, sorti sulla via principale che offrono ogni tipo di frutta e cibarie oppure prodotti tipici locali, come distillati di erbe e radici e dolci a base di cocco. Un posto a parte lo tengono i venditori di materiali sacri, ghirlande, fiori e  bastoncini di incenso. Dietro i banchetti, capanne dove gli stessi prodotti vengono preparati e confezionati. Ci sono anche bancarelle di giocattoli, data la gran quantità di bambini che circolano intorno. I tipi più curiosi ed oggetto di desiderio, sono le armi di bambù, che diversi laboratori costruiscono in gran quantità. Fuciletti, pistole e mitragliatori, montati con attenzione a partire dalle canne a cui vengono aggiunti i sagomati calci di legno e i tamburi rotanti. Lungo il fianco vengono impresse a fuoco delle sigle come USA e Rambo, tanto per capirci. I mitra hanno anche un piccolo meccanismo che ruota facendo rattattattà tramite una linguetta che sbatte contro dei raggi, un po’ come quella che mettevamo noi da ragazzini nella ruota della bicicletta per simulare il motorino. I più assatanati clienti di questa mercanzia, sono i monaci bambini che trovi spesso rincorrersi nei cortili dei monasteri, sparandosi l’un l’altro con i fuciletti e le pistole tese, beninteso dopo aver completato il ciclo completo della recitazione dei mantra e delle orazioni della giornata. Intanto si sta facendo sera ed i bambini escono da scuola.

Tornando da scuola
Chi corre veloce con la sportina che contiene libro e quaderno,che ballonzola di traverso, chi in gruppetti, specialmente le ragazzine, chiacchierando animatamente. Qualcuno affannato per arrivare a tempo a rincorrere una palla malandata con gli amici, si aggiusta alla meglio il lonjee che casca da tutte le parti, qualche altro inforcando una bicicletta più grande di lui, se ne va verso casa. Tutti comunque procedono con la calma accaldata del tropico che non spinge all’affanno. In fondo, basta arrivare a casa prima che diventi troppo buio, facendo ciondolare al fianco il baracchino di metallo del pranzo portato da casa. Dalla strada in discesa, scende un carrettino che di tanto in tanto fa putipù con una trombetta. Tra due pani di ghiaccio ha un pentolone di gelato. Subito si raduna un gruppetto di bambini che se ne vanno poi ad uno ad uno brandendo il loro conetto di cialda rosata con una pallina da leccare. Mi sembra di essere a Valle San Bartolomeo cinquanta anni fa. Si vede che certe combinazioni di comportamenti sono incistate nel Dna umano in generale. In mezzo al paese, in un grande spiazzo polveroso, una specie di stazione degli autobus dove gli automezzi ripartono a sera carichi di pellegrini che sono appena scesi dal monte sacro, nascosto dietro le colline nel folto della foresta. Ci andremo domani, intanto ci possiamo  fermare qui a godere di questa calma campagnola, mentre cala la notte. I tanti cani randagi, girano alla larga senza dare troppo disturbo, forse più spaventati che aggressivi, basta non avvicinarsi troppo alle cucciolate. Puntando qua e là la pila per controllare dove vanno a finire i piedi e stando attento a cosa pesti, segui il sentiero in terra battuta che ti riporta al tuo bungalow odoroso di tek, nascosto tra gli alberi ad aspettare il mattino. Tutto intorno soltanto i rumori del bosco.

SURVIVAL KIT

Filetti di pesce secco
Kinpun è la base di partenza per la salita alla Golden Rock. Un paio d’ore di auto da Bago.Per proseguire verso sud nello stato Mon per il monte Hpan Pu e Mawlamine utilizzare un traghetto che consente un bellissimo viaggio lungo il fiume.


Golden Sunrise Hotel – Kinpun -$ 55 la doppia- Offre bei bungalow di tek spaziosi e puliti. Atmosfera molto tranquilla. Personale come al solito gentilissimo. Abbondante colazione e possibilità di cenare all’interno in una atmosfera assai rilassante. Cucina cinese birmana, piatti attorno ai 5000K. Free Wifi ma debolissimo.

La friggitoria di Kinpun


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venerdì 2 gennaio 2015

Le statue di Bago

Bago Kyaik Pun Paya


Naung Daw Gyi
Uscire da Yangon al mattino presto è un pochino più agevole che nelle ore di punta. Il flusso di traffico è più intenso in entrata, ma, in ogni caso, ci vuole almeno un’oretta per raggiungere la periferia, tra vecchi autobus che perdono le lamiere e baracchini carichi di umanità varia e caschi di banane verdi. Subito sulla strada sulla destra, a Taukkyan, il cimitero di guerra inglese, appare come un corpo di palese extraterritorialità, con i suoi prati perfetti e le file ordinate di più di 6.000 croci bianche. Tutto intorno, la confusione dell’estremo oriente corre verso il suo destino di crescita vorticosa che gli compete, sfiorandolo come una bolla senza tempo. La strada verso Bago invece è piuttosto trafficata. Camioncini carichi di monaci. Macchie rosso mattone che sfrecciano  veloci verso nord. La strada si fa dritta tra boschi e risaie. Contadini isolati camminano sugli arginelli lontani con le zappe di traverso alle spalle. Bago, pur essendo una delle tante antiche capitali, è un grande paesone, affollato di gente, motorette e baracchini che si muovono in tutte le direzioni. I tanti templi sparsi per la città, pur essendo vecchi di secoli, sembrano tutti nuovi di zecca in quanto continuamente restaurati e ridipinti di gialli smaglianti, mentre le parti in bianco riflettono il sole come specchi lucenti.

Naung Daw Gyi
Non siamo abituati a questo aspetto. Per noi il valore dell’antico è dato da quella patina che il tempo lascia anno dopo anno, quel senso di vecchio che dà valore a cose uniche, che non possono essere rifatte,devono rimanere assolutamente intonse, che tolgono a priori il valore alla copia, anzi la declassano immediatamente a cosa di scarto, volgare e pacchiana. Qui è il contrario, il vecchio non dà rispetto al sacro. Nel momento in cui si avverte la patina del tempo e al tropico basta poco, muffa e umidità deteriorano in fretta ogni superficie, bisogna, se è possibile, rinnovare, ricoprire, rendere ancora nuovo e rilucente per maggior gloria della divinità. Così si mostra l’attenzione e la devozione del fedele. Il denaro e i lasciti servono proprio a questo, a rifare di tanto in tanto i monumenti, se possibile rendendoli sempre più grandi e splendidi.

Mahazedi Paya
Ecco dunque il famoso Buddha sdraiato Shwethalyaung riparato dalle intemperie da un tetto sostenuto da tralicci di metallo col suo cuscino di mosaico di una cinquantina d’anni appena, l’enorme Naung Daw Gyi disteso per oltre 75 metri appena ridipinto di giallo dorato, col bordo della veste che risplende di tessere di vetro; i quattro enormi Buddha seduti della Kyaik Pun Paya con il rosso delle labbra e il nero degli occhi appena ripassati, accanto alla sala delle ordinazioni Maha Kalyani Sima con le nuove lastre di marmo bianco o la gigantesca Shwemawdaw Paya, più volte abbattuta dai terremoti e ogni volta ricostruita, più alta e superba nei suoi 113 metri attuali, la Mahazedi Payache ingloba alla sua base una parte di quella in mattoni crollata al suolo nel 1917, anche questa oggetto di devozioni come le mille e mille statue nuove e coloratissime che le circondano, con aureole di tubi al neon lampeggianti in questa Disneyland buddhista a nostro gusto pacchiana ed esagerata, credibile e bellissima invece per le migliaia di fedeli che ogni giorno vi accorrono, pregano, portano offerte, lasciano danaro, accendono incensi e si inginocchiano con fervore ed entusiasmo.

Taukkyan, il cimitero di guerra inglese
Turiste thailandesi squittiscono felici tutto intorno. Qualcuna vuole essere fotografata, qualche altra fotografare te, se sapesse fare funzionare il suo smartphone nuovo. Poi corre ad accendere bastoncini di incenso e si inginocchia compita. Le sue ciocche bionde e mogano scendono innaturali attorno alle orecchie e nascondono la sottile linea di confine tra devozione e superstizione. Lasci Pago un po’ sconcertato, con gli occhi pieni di colori e di luce e le tante statue che apparivano prive di valore e un po’ scontate ed insignificanti dal punto di vista artistico, cominciano a cambiare senso, ad assumere una valenza diversa e più pregnante. La strada da dritta comincia nuovamente a diventare tortuosa e le colline sinuose e ricoperte di foreste dello stato Mon sembrano sempre più vicine. La natura si fa più rigogliosa. Attorno alla strada, capanne ed alberi, banchetti improvvisati che offrono pomeli giganti. Ne compro uno. E’ maturo e perfetto. Stacco la spessa buccia che ne protegge il corpo come un morbido cuscino impenetrabile. Le fette carnose hanno sottili sfumature rosate. Le libero dall’involucro e le addento infine ingordamente, la bocca inondata di gusto lievemente amaro, mentre un bouquet di profumo di sud e di oriente mi riempie le narici. Dolce, amaro, appena acidognolo, fragrante, quante sensazioni in un solo morso! Che buono!

Shwemawdaw Paya

SURVIVAL KIT

Taukkyan – Cimitero di guerra inglese – entrata libera, sulla destra sulla strada principale. Molto  ben curato e suggestivo come tutti questi luoghi simili in ogni parte del mondo

Da Yangon a Bago – Circa 2 ore di auto. Ingresso a tutti i monumenti 10.000K (più ticket per macchina foto 300K). I monumenti ed i templi sembrano tutti nuovi e appena ridipinti e possono apparire deludenti, ma bisogna entrare nell’ordine di idee. I principali sono:

Shwethalyaung –Buddha disteso di 54 metri riparato da una costruzione più moderna, Particolare l’appoggio della testa, ricoperto di mosaici lucenti.

Shwemawdaw Paya-  pagoda dorata di 113 metri, 14 in più di quella di Yangon. Ricostruita l’ultima volta nel 1930. Alla base i resti di quella abbattuta dal terremoto del ‘17. Particolarmente affollata dai fedeli e circondata di banchetti di souvenir.

Kyaik Pun Paya – 4 statue sedute di 30 metri del 1400 che guardano ai 4 punti cardinali. Uno dei quattro  è crollato nel terremoto del 1930 e ricostruito a nuovo, secondo la leggenda che ne prevedeva la caduta nel caso  che una delle 4 sorelle a cui erano dedicati si fosse sposata, come in effetti successe.

Naung Daw Gyi – Buddha sdraiato di 75 metri del 2002, molto popolare per la sua dimensione e le sue proporzioni, circondato da un bel giardino pieno di statue e di tempietti minori.


Mahazedi Paya – Una delle pagode più suggestive della città con una lunga scalinata che conduce fino alla cima dello stupa.


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