lunedì 12 marzo 2012

Lettere dal Laos 22: Villaggi e tribù.


Bambini di un villaggio Pala.
 
Donna Pala.
E' ora di voltare pagina, superate le difficoltà e gli incidenti di percorso. Per un viaggio on the road, ogni mattina significa riprendere una nuova strada per conoscere nuovi orizzonti. La provincia di Phonsali, all'estremo nord del Laos è probabilmente la più bella per la selvaticità dei suoi paesaggi e per tante realtà tribali ancora presenti sul suo territorio. I villaggi si susseguono con le loro capanne che segnano i bordi della strada, diverse a seconda delle etnie; qualcuna su corte palafitte che le sollevano da terra, altre di legno piuttosto grandi e già evidentemente più ricche, altre ancora invece di semplici foglie di palma, appoggiate sulla nuda terra battuta. Un primo villaggio è un susseguirsi di tettoie dove i Taidam distillano una sorta di whisky di riso. Una serie di antri scuri dove si allineano centinaia di orci, dove il mosto di riso fermenta, prima di passare all'alambicco ricavato da vecchi bidoni di lamiera al centro, sopra al fuoco vivo. Dal becco cola sgocciolando il prezioso nettare, raccolto in altri orciuoli più piccoli, religiosamente allineati da parte, pronti per la loro destinazione finale. Tutti gli uomini sono intenti nel lavoro, nessuno insiste, riusciamo così ad evitare l'assaggio. 

Donna Taidam.
Poco più avanti le donne del villaggio hanno organizzato sulla strada un piccolo mercato di frutta. Nonostante i costumi neri e piuttosto cupi, ridono molto, soprattutto se compri un po' di banane, dispostissime a venderti anche i bellissimi spilloni fermacapelli fatti con una vecchia moneta francoindocinese saldata su una punta di argentone. Siamo ormai ad una decina di chilometri dalla Cina, quando prendiamo uno sterrato che si inerpica sulla montagna. in una nuvola di polvere rossa sollevata al nostro passaggio. Questa è una delle maledizioni di questi paesi. Fango e acqua nella stagione delle piogge, polverone che ti intasa gli occhi e la gola nella stagione secca. Tutta la vegetazione ai bordi delle curve che, sempre più tortuose si inerpicano verso l'alto,  è coperta per alcuni metri di questa cipria rossastra che cancella il verde del sottobosco in un monocolore artificioso. Dopo un ultimo crinale superato, si devia ancora in una valletta laterale. Lasciamo il mezzo tra gli alberi polverosi e per un sentiero a mezza costa risaliamo il fianco della collina. 
Ragazza Pala.

Le prime capanne del villaggio Pala, sono subito al di là dei tre pali sovrapposti che ne costituiscono la porta virtuale e si dispongono disordinatamente lungo i sentieri che risalgono la collina. Qualche ragazza comincia ad uscire dalle porte basse e richiuse da stuoie. I costumi, questa volta sono coloratissimi, con grandi bordi fittamente ricamati di rosso e giallo a far da cornice ai sarong scuri ed alle bluse nere. I cappelli a cono sono un tripudio di nastri ricamati e di placchette o di monete d'argento. Al collo decine di collane di perline rosse e rosa. Il lungo grembiule è tutto un susseguirsi di riquadri fittamente decorati di tutte le tonalità del rosso e dell'arancio. 

Anziana Pala.
Siamo subito circondati da una torma di bambini, che ci seguono compatti ma piuttosto silenziosi, consci che tra poco ci sarà una ordinata distribuzione di caramelle. Il villaggio è però stranamente muto e cupo. Nessuna risata o grida, i volti delle donne sono severi ed accigliati, offrono qualche nastro ricamato poi, in caso di fallimento della trattativa si risiedono a continuare il loro lavoro. All'interno delle capanne fumose, quando butti un occhio, vedi solo qualche vecchio che sonnecchia fumando o ragazze intente al ricamo, al buio. Una vecchia rugosa, fuma una pipa, la testa leggermente piegata, gli occhi semichiusi, accoccolata a terra in una posizione che solo l'estrema magrezza delle gambe le consente. 

Donne Lantan.
Il gruppo dei bambini si ferma in attesa, poi ordinatamente in fila, accettano le caramelle che ripongono con cura nelle tasche sdrucite. Nessuno tenta di rimettersi in gioco. Bisogna richiamarli per terminare la scorta. Tuttavia ci seguono, con sguardi tristi ed imbronciati fino all'uscita dal villaggio, così senza parlare, in una atmosfera quasi innaturale. Solo quando siamo ormai usciti, si lasciano andare, sorridendo, ad un saluto corale. Più avanti, ecco un villaggio di etnia LanTan, Ban Ta Vane, dove gli abitanti si dedicano alla produzione di grandi fogli di carta da imballo, leggerissima, stendendo la pasta di cellulosa su grandi telai al sole. I costumi sono completamente neri, ma con le ghette bianche, bordati di un sottile nastro rosa, i capelli raccolti a crocchia e fermati dallo spillone. 

Ornamento Lantan.
Unica concessione al vezzo ornamentale, una chiusura d'argento con cordicelle bianche per mantenere la blusa serrata al collo. Ma qui siamo vicini alla strada, le ragazzotte più giovani sono decisamente più socievoli e vestono tute sportive cinesi. La posa che prendono quando quel furbacchione di Tong, che le tampina da presso, vuole fotografarle, la dice tutta. Dietro ogni capanna, spicca una parabola satellitare, anche se talvolta serve come supporto per far seccare i pesci. La finestra sul mondo è ormai aperta, anzi spalancata e le sirene pubblicitarie cantano a squarciagola. Nella capanna-bar Coca Cola e Sprite hanno ormai sostituito da tempo il thé verde delle montagne.

Ragazze di Ban Ta Vane.

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3 commenti:

Martino ha detto...

Foto fatte prima del tuffo, temo ;)

Massimo ha detto...

@Enrico

Quasi sempre quello che noi interpretiamo come tristezza e cupezza e' il loro riflesso incondizionato verso il "nuovo" che io interpreto piu' come timidezza, e forse un po' di timore, verso cio' che e' sconosciuto.

Molte di quelle persone non hanno conosciuto che il loro piccolo villaggio, e poco altro, durante la loro vita, restano quindi timorosi verso tutto cio' che non rientra nel loro quotidiano.

Come hai accennato tu anche nelle zone piu' remote le cose stanno cambiando, anche se lentamente.

enrico ha detto...

@Marty - Invece no, la macchina a continuato a funzionicchiava con altro obiettivo fino alla fine del viaggio. Oggi il fotoriparatore mi ha confermato che bisogna buttarla via! sob!

@Max - Forse è proprio così, ma le cose cambiano dannatamente in fretta da quelle parti!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!