lunedì 25 febbraio 2019

Bangla Desh 9 - L'industria tessile

Una fabbrica tessile

Il parco
Una delle caratteristiche sociali più nota del Bangla Desh è la sua vorticosa attività nel campo dell'industria tessile a tutti i livelli che vanno dalle grandi fabbriche cittadine che impiegano migliaia di lavoratori alle piccole realtà di paese o di villaggio dove nuclei familiari o fabbrichette sempre più piccole si aggiungono alla filiera per produrre una enorme massa di produzione che a prezzi stracciati invade tutto il resto del mondo. Un insieme di fattori collabora a rendere possibile tutto ciò. Il primo è l'attività tradizionale che, come abbiamo visto nei villaggi tribali, coinvolge ogni donna attraverso un lavoro manuale con l'uso di telai rustici e che occupa il tempo lasciato libero alle donne dai lavori agricoli e domestici. Il secondo aspetto deriva dalla grande offerta di manodopera a prezzi assolutamente stracciati che accetta di lavorare in condizioni reputate impossibili in quasi tutti gli altri paesi del mondo ed infine anche dalla richiesta del mondo occidentale che è continuamente alla ricerca di minimizzare i costi del lavoro e, adesso, new entry, anche di quello dei paesi emergenti dove ormai la crescita del benessere comincia a mettere fuori mercato la propria manodopera, a partire dalla Cina, che, essa stessa ha cominciato a delocalizzare, in una sorta di karma negativo che punisce chilo ha inventato. Qui vengono a pescare tutti e questo, in un certo senso, riesce a dare fiato ad una economia altrimenti esangue.

La strada sul crinale
Dunque ho chiesto a Eusuf se c'è la possibilità di vedere da vicino qualche realtà anche piccola, per tentare di capire qualcosa sull'argomento. Quindi appena partiti, andiamo subito a fermarci in mezzo alla zona commercial-industriale di Rangamati. I negozi del mercato sono ancora tutti chiusi, essendo solo le 8 del mattino, ma, incuneata tra le case, c'è un piccolo capannone, in cui già si intravede un po' di movimento. Ci infiliamo in un vicolo, dopo una porta sormontata da un'insegna scalcagnata, attraversando corridoi malandati tra pareti di lamiera cadenti e rugginose, fino ad arrivare ad un ambiente scuro in cui entriamo abbassando la testa per non sbatterla contro basse travi di legno che sostengono le lamiere del tetto, cercando di abituare la vista. Dal soffitto, da cui pendono vistose ragnatele, scendono fili volanti a cui sono attaccate piccole lampadine che emanano un debole chiarore. L'ambiente è chiuso, quasi senza aperture sull'esterno e si indovina che non appena salirà la temperatura, dovrebbe diventare soffocante. Manca l'aria anche adesso che siamo nel momento più freddo dell'anno. Uno accanto all'altro sono affastellati una serie di telai verticali manuali, più o meno complessi fino ad otto pedali. Il lavoro di tessitura viene svolto sul livello del pavimento e per fare posto a chi esegue l'operazione, sono stati scavati nella terra nuda dei buchi profondi in cui infilare le gambe e rimanere seduti. 

Il lago Kaptai
In una metà circa dei telai c'è già qualcuno che lavora; a quelli più complessi, uomini anziani, evidentemente di molta esperienza, che muovono velocemente la spoletta da un lato all'altra e pigiano sui pedali a testa bassa, mentre agli altri, sono infilate nei buchi, donne e ragazze anche molto giovani, più rilassate e chiacchiericce, che ci accolgono con grandi sorrisi e disponibilità a mostrare il loro lavoro. Intorno si aggira una signora evidentemente responsabile del locale che distribuisce gli incarichi alle ragazze che intanto stanno arrivando alla spicciolata e vanno ad occupare la loro postazione, cominciando il lavoro. La produzione consiste in pezze di cotone larghe oltre un metro, con belle strisce verticali di colori vivaci e sempre diversi. Il lavoro è a cottimo e chi lavora viene pagato 115 taka per ogni pezza finita, che impegna circa cinque ore di lavoro, poco più di un euro, molto meno quindi dei 500 al giorno di quelli che lavoravano i tronchi di legno nella fabbrichetta di ieri, lavoro tuttavia molto più faticoso e pericoloso anche apparentemente. Eusuf ha ordinato al baretto che sta davanti, thé e biscottini per tutti e le ragazze smettono di tessere e si godono la pausa dividendolo con noi; solo gli anziani continuano il lavoro a testa bassa. Dunque la sensazione è che qui, in linea di massima, ognuno lavora secondo il suo ritmo, e la pressione della sorveglianza non è fondamentale, intanto il guadagno è commisurato al lavoro fatto, forse, se vieni giudicato troppo batticanna, il tuo telaio, viene dato a qualcun altro più volenteroso.

Trasporto pietre
Difficile dare giudizi e fare valutazione. Di certo per il nostro metro, l'ambiente di lavoro è terrificante, ma proviamo a paragonarlo con quello in cui questa gente abita, le differenze forse sono minime e quindi questo potrebbe non rappresentare un fattore così negativo per loro. L'altro punto negativo è dato dal compenso orario effettivo, davvero minimo. Il contraltare è che in questo lavoro ti puoi, in una certa misura autogestire secondo le tue esigenze, cosa meno pesante, certo se rapportata ad altre tipologie di attività assai più faticose e pericolose. Insomma quello che col nostro metro sarebbe uno sfruttamento insopportabile, nella scala locale degli inferni, appare come uno di quelli meno feroci, almeno questa è la mia impressione. Probabilmente assai peggiore è la situazione nelle grandi fabbriche dove il lavoro è più meccanizzato e quindi più pericoloso, malsano e meno autogestibile. Rimane comunque sempre molto difficile fare questo tipo di valutazione, forse ci mancano altri elementi da valutare, quindi se pure questa visita sia stata molto interessante, non vorrei sparare giudizi affrettati. Come sempre, per me per lo meno, più cose vedi e più ti aumentano ii dubbi, le certezze tranchant le lascio agli altri. Usciamo invece dalla città ancora semiaddormentata e risaliamo le colline entrando nella assoluta bellezza del parco naturale che circonda il lago, di certo uno dei luoghi imperdibili di questo paese.

Alla fonte
La strada procede con una serie di curve cieche e strettissime seguendo la complessa e scoscesa orografia della zona, cercando di mantenere la linea contorta della sommità dei crinali e che consente di vedere gli strepitosi panorami che si estendono dai due lati. Il sole ormai alto penetra le insenature delle valli profonde, scoprendo specchi di acqua blu scuro, isolette verdi e dirupi di terra gialla, nei quali indovini o prevedi frane rovinose e fiumi fangosi, non appena le cataratte del cielo si apriranno con l'arrivo del monsone. Case sparse nel bosco e villaggi di poche capanne occupano rilievi e piccole radure sui poggi più esposti. In qualche zona più scoperta indovini anche gente china su un suolo difficile e ripido nel tentativo di ritagliare orti di fortuna e campetti dove seminare qualcosa. Ogni tanto gruppetti di donne risalgono la china con fasci di legna o addirittura frammenti di tronchi in equilibrio sulla testa. Passandoci accanto muovono solo gli occhi per squadrarci di sguincio, senza far cadere il peso incredibile che le schiaccia. Ricaricarlo ritrovando il precario equilibrio, sarebbe forse impossibile. Ci fermiamo continuamente perché i punti di vista sono sempre differenti e più belli, via via, strette finestre su valli profonde o larghi squarci che mostrano la superficie del lago lontano e più libero. Poi, mentre il lago si restringe vieppiù, la strada precipita in basso verso l'emissario, il fiume Karnaphuli, che bisognerà attraversare in qualche modo per procedere verso sud.

La gerla




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