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lunedì 17 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 13: Non si vive di sola cultura.

Quando mi risollevo dal torpore , è fatica lasciare l'amaca e questo luogo di pace. Il pomeriggio è veramente afoso e la fatica è appena lenita dall'aria calda che ti carezza mentre stai abbandonato sul sedile del tuk tuk che scivola lentro tra un tempio e l'altro. Anche qui non capisci bene se è il clima che ti ottunde i sensi o la sazietà di bellezza che ti impedisce di provare le stesse potenti sensazioni o lo stordimento estatico che hai provato di fronte alle prime immagini. Certo bisognerebbe resettare tutto, ricominciare psicologicamente dall'inizio, come se fosse il primo tempio che vedi, la prima scultura. E' un po' come quando sei alle ultime sale degli Uffizi, come puoi stupirti ancora dopo Botticelli e Raffaello, eppure se avessi fatto il percorso inverso, come saresti rimasto attonito fin dai primi quadri. Niente da fare è il senso di assuefazione e di sazietà dell'uomo, che siano odori, che siano cibi o femmine, dopo un po' la mente si abitua al bello e vorrebbe qualcosa di più alto, di più sublime. Così passano, ingiustamente poco apprezzati, il Benteay Kdei dalle guglie complicate e barocche e il Prasat Kravan, perfetta ed immensa costruzione in mattoni aranciati fino al gran finale dell'Angkor Wat il tempio colossale e perfetto, come se non avesse mai cessato la sua funzione, con i suoi 800 metri di bassorilievi, forse il punto più alto della scultura Khmer, con le sue alte guglie dalle ricercate geometrie tra cui perdersi mentre il sole scende, mentre le ombre si allungano, mentre il rosa arancio colora la pietra corrosa fino al limite del viola prima di lasciare spazio alla tenue oscurità che ti farà tornare pensoso verso la doccia salvifica. La serata è piacevole con le sue temperature più umane e ti lascia scoprire la cittadina ormai preda del turismo di massa con tutti i suoi pregi e svantaggi. La strada più affollata (Pub street, un nome, un programma) è fitta di ristoranti e locali pronti all'happy hour, in questa stagione di morta, pieni di saccopelisti e di routard di lungo corso in cerca di un boccale di birra a buon mercato. Ma questo è il momento, se le vostre viscere hanno ormai trovato la pace che il luogo suggerisce, di provare a raccontare un po' della cucina locale, che non è assolutamente priva di interesse, anzi (vero Acquaviva?). Spostandosi intorno al centro ci sono un sacco di locali, dove provare e sperimentare i gusti e i sapori non troppo violenti e accattivanti della cucina cambogiana. Attenzione ad insegne tipo "Khmer food - home cooking" dove mi sono stati offerti Khmer Vegetarian Canelloni, Khmer lasagnas, Tiramisù and our fantastic pizzas with wood fire. Vi parlerò invece dei piatti più tipici di questa cucina, meno speziata delle altre indocinesi che la circondano, trascurando le curiosità che fanno troppo turista in cerca di esotico come i ragni di Skun o i grilli glassati. Intanto vi insegno un'altra parola in cambogiano da imparare con facilità, che fa simpatia e vi sarà utile quando siete alla ricerca di un luogo dove calmare i morsi della fame. Mangiare infatti si dice Gnam Gnam e ho detto tutto. Vi ho già parlato altrove dei lasciti della Francia con baguette, omelette e le carni tenere di manzo, onnipresenti che risolvono qualunque situazione, ma una cosa da provare è l'Amoc, un particolare sistema di cottura del pesce, ma anche di diverse altre carni con latte di cocco, citronella e peperoncino dolce, al vapore o al forno in una foglia di banano. Questi aromi poco aggressivi danno al piatto un gusto armonico e delicato che invita alla seconda porzione. Un' altra specialità da testare riguarda il sistema di cottura detto Lok Lak anch'esso valido per diversi tipi di carne dal pesce al maiale, ma usato soprattutto per il manzo. Si tratta di ridurre la carne in piccoli pezzi da marinare a lungo in salsa di soya, salsa prahoc, olio, sale, zucchero, pepe nero, aceto e altri sapori locali a piacere; il tutto viene passato con fecola di mais e poi nel wok rovente alla cinese, versando a poco a poco la salsa della marinata fino a consumarla tutta e servito su riso pilaf. Anche questo è un piatto molto gradevole che vi risolverà molte situazioni di dubbio. Un ultima parola prima di andare a dormire sulla salsa prahoc. Si tratta di una macerazione con successiva fermetazione del pesce che rilascia un sugo che ritengo abbia molto in comune con il garum dei nostri padri latini e che ad onta dell' idea, non è poi così sgradevole. Il pastone che rimane dopo l'estrazione della broda, viene anche detto pesce formaggio grazie al suo aroma ed usato in altri piatti, di cui non vi dirò il nome locale per malizia. Sappiate comunque che una coppia che ha dovuto per necessità, usufruire di un trasporto su un carro che aveva appena scaricato diversi barili di questo prodotto, si è ovviamente assuefatta dopo una decina di minuti, ma ha poi avuto seri problemi in albergo, nonostante il servizio lavanderia fosse intervenuto più volte sui loro vestiti. E con questo direi che ci meritiamo il sonno del giusto perchè domani ci aspetta il Grand Circuit e altre maraviglie.

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sabato 15 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 11: Il mistero delle pietre nere.

Eccomi qui, nel cuore archeologico cambogiano, in uno dei punti dove si addensano opere d'arte straordinarie che da sole valgono e giustificano il viaggio, che delineano il livello e la grandezza a cui era giunta la cultura khmer. Una full immersion di cinque giorni per godermi con calma le antiche pietre anche al di là dei punti topici, di certo più importanti, ma spesso sovraffolati anche in questo periodo di bassa stagione. Ho fatto un accordo con un un conducente di tuk tuk che per cinque giorni mi porterà in giro a mio piacimento, attraverso le decine di kilometri quadrati in cui sono sparse le rovine. Per cinquanta dollari sarà a mia disposizione dall'alba al tramonto, acqua nel contenitore pieno di ghiaccio compresa, come un milord inglese in visita nelle colonie, con un taccuino da acquerelli in mano per tratteggiare le immagini da riportare in patria, un portfolio di ricordi, di tesori perduti nelle jungle indocinesi. Eccolo infatti alle 6:00 puntale come un orologio svizzero, che mi aspetta dopo che mi sono ingoiato l'omelette alle cipolle di ordinanza, con abbondante riso bollito per tentare una stagnazione dei problemi che ho inopinatamente messo in piazza ieri. Il cosiddetto petit cicuit a cui mi dedicherò oggi è lungo una ventina di kilometri e tocca i templi più famosi e più conosciuti di Angkor. Il tuk tuk viaggia lento, non più di una ventina di kilometri all'ora e la vita ti scorre intorno ad un ritmo naturale e piacevole. Per arrivare alla porta sud di Angkor Thom si percorre quasi la metà del perimetro completo dell'immenso fossato di Angkor Wat. La dimensione di queste opere, subito ti colpisce e ti lascia attonito, incredulo quando lo paragoni ai fossati di difesa che conosci, davvero semplici fossi per le rane. Questo, largo centocinquanta metri e lungo quasi sei chilometri, dagli angoli perfettamente tagliati e circondato da gradinate, ti porta subito a pensare alle legioni di uomini e donne con ceste e badili che lo hanno scavato, come gli ancora più immensi Baraj, veri e propri laghi artificiali che al di la della loro funzione religioso-architettonico, erano stati il fondamento della straordinaria visione idraulica di regolamentazione delle acque, che aveva consentito mille anni fa, il crearsi di uno dei grandi imperi dell'Asia meridionale. Grazie a questi serbatoi fu possibile la vita e lo sviluppo agricolo per milioni di persone. Il declinio cominciò proprio con lo sfaldamento tecnico di queste grandi opere. Il portale di Angkor Thom, davanti al quale scendo, incute timore e rispetto. Attraversi il lungo ponte per passare un altro grande fossato e sei davanti a questa bocca del mistero, quasi il punto di ingresso in un'Ade imaginifica, di cui non sai prevedere il percorso. Le pietre corrose dal tempo, verdi di muschi, forate dalla pioggia sormontate dal grande volto del Buddha dallo sguardo perso nel vuoto, ti lasciano la scelta di entrare in un luogo fatato e di interpretarlo in sintonia con il tuo sentire. Un luogo che non ti vuole imporre ideologie, ma ti lascia libero di applicarvi le tue emozioni. Circondato dalla foresta ecco il Bayon con i suoi 1200 metri di bassorilievi straordinari che percorrono il corridoio perimetrale e la grande struttura centrale, che da lontano pare un cumulo di pietre abbandonate e che solo entrandovi e percorrendo i tre livelli che portano alla terrazza interna rivela la sua magia. Di colpo, appena superati gli ultimi erti scalini e i portali di pietra scanalata, ti ritrovi in una selva di volti giganteschi, rivolti in ogni direzione che ti circondano, ti avvolgono con la loro presenza immobilbile, sguardi perduti nella serenità meditativa, che sanno della tua presenza, ma che non ne sono affatto turbati. Una pietra scura che incombe nei passaggi stretti, nei corridoi che paiono angusti, costretti come sono, dalla mancata comìnoscenza della tecnica dell'arco e della chiave di volta, ad artifizi di equilibrio incerto a cui la pietra fatica ad adattarsi; eppure tutto si pone così apparentemente perfetto, così definitivamente finito ed armonico. Siamo pochi a muoverci tra le pietre ammassate al suolo e le architravi cadute, così da darti una sensazione di solitudine piacevole e quando un anticipo di monsone rovescia una secchiellata di acqua sulla foresta, trovo riparo in una nicchia. Un gruppo di bambini, felici delle scroscio e bagnati fradici, giocano a nascondino a piedi nudi, correndo tra le colonne; intorno a me le Apsaras dei rilievi sul muro, danzano per il loro signore. La pioggia ha lucidato a tal punto la pietra nera da farla risplendere come un giaietto luminoso di un gioiello di tempi lontani. Si lascia il Bayon con fatica e dispiacere, vorresti rimanere lì per ore a confonderti con il non-essere dei volti del mistero, ma subito ti trovi a camminare tra gli alberi fitti, lungo un sentiero di terra rossa cercando la via per arrivare al Ba Phon, con la sua grande piramide rossa simbolo del mitico monte Meru che nasconde la sagoma di un Buddha disteso lungo 60 metri. Supero mura diroccate ed eccomi nel palazzo reale col tempio ormai in rovina del Phimeanakas, fino alla immensa terrazza degli elefanti davanti alla quale sfilano le dodici torri del Prasat Suor Prat, soldati immoti a guardia e protezione, rosse presenze che emergono tra gli alberi attraverso cui il sole fatica a farsi largo. Sono quasi le dieci quando scendo dalla Terrazza del re lebbroso, lungo lo stretto e tortuoso passaggio che ti costringe a sfilare di fianco al colossale bassorilievo che racconta di epiche battaglie con i suoi elefanti a grandezza quasi naturale. Fuori, sotto le piante mi aspetta il mio Garuda scoppiettante per portarmi nel fitto degli alberi verso altri misteri, altre scoperte.


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sabato 8 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 7: Mattina presto.



Nelle piccole cittadine cambogiane, la vita ha ritmi naturali. Ho orrore di questa parola e delle sue implicazioni, ma qui la uso con un significato neutro. Dopo il tramonto verso le sei, la notte cala di colpo e l'illuminazione è talmente scarsa che le attività scemano velocemete. Ormai ho preso questo giro e alle otto, otto e mezza, a nanna. Così al mattino verso le cinque tutti in piedi. Anche le guest house più basiche ti danno per colazione, una scodellata di noodles o una omelette con una corta baguette tostata, residuo culturale francese. Anche qui a Kampong Thom (a gentile richiesta inserisco una cartina per chiarire meglio le tappe del giro), l'alberghetto è su uno slargo della Highway n. 6, la principale arteria della Cambogia e su un dondolo del terrazzino ci si può godere la vita che riprende ogni giorno, vorticosa anche se sempre uguale. Dalla lontana Skyline di alte palme da cocco che inframmezzano le piccole camere delle risaie secche, il sole si è alzato da poco e la temperatura non si è ancora arroventata, anche se il soffio caldo che preannuncia un'altra giornata torrida, spira leggero come un phon lasciato sbadatamente acceso. Sotto è tutto un andirivieni di motorini con tre, quattro, cinque persone che vanno verso le varie attività. Stranamente quasi tutti i piloti portano il casco. Il motorino è il mezzo di trasporto principe da queste parti. Se non persone, vengono portate quantità esagerate di cose di ogni tipo; ecco che passa uno con un cestone di traverso con quattro maiali, non roba piccola, eh, Large white da ingrasso pronti da macellare; eccone un altro con una sporta piena di oche, ce ne saranno un centinaio; un terzo che quasi sparisce sotto centinaia di contenitori di plastica. In uno slargo si fermano due grandi camioncini, che faranno da trasporto collettivo verso qualche paesotto vicino. L'autista dormicchia sul sedile, ma ha una coorte di aiutanti che corrono qua e là a cercare clienti, strappandoseli uno all'altro, specie quando arriva un pulmann grande dalla strada nazionale. Poi quando è pieno fino all'inverosimile, uomini e merci caricati alla meglio sul cassone, con gli ultimi arrivati che si tengono come possono, penzolanti fuori dal mezzo, se ne parte, tra sobbalzi e risate, in una nuvola di polvere. Di fianco a noi c'è un grande albergo abbastanza pretenzioso, in realtà ho visto che i piatti alla nostra guesthose arrivano dalla stessa cucina, ma la Lonely lo spaccia come l'unico edificio di Kampong Thom ad avere un ascensore. Davanti arrivano due potenti fuoristrada neri, nuovi di zecca con i sedili in pelle chiara. Sulle portiere hanno il logo della FAO e i funzionari che ne scendono sono bene incravattati e portano cartelline in pelle griffate. Spariscono nella hall seguiti dai sottopancia. Credo che il costo di esercizio di queste organizzazioni sia un po' la loro principale motivazione di esistere, una idrovora di dollari con cui si compilano statistiche, report ma, forse, pochi fatti. Eppure con poco si farebbe anche tanto. Pensate che con i proventi raccoltio con due edizioni della Stralessandria, una corsetta amatoriale di una cittadina di provincia, il mio amico e la Lieke hanno fatto oltre cento pozzi qui intorno. Più di cento gruppi di famiglie che possono bere dell'acqua pulita e che non vanno più all'altro mondo per dissenterie e parassitosi varie. Neanche il costo di uno di qui fuoristrada. Però il modo gira così, forse serve anche quello, è un sistema che si deve muovere. Comunque è ora di muoversi davvero. Prima un giro al mercato, una vera calamita per chi arriva dalla cultura dei centri commerciali. Una attrazione morbosa per queste file di banchi coperti di mosche con sotto qualche pezzo di carne e frattaglie, pesci secchi o vivi che si dibattono nelle ceste nel tentativo inutile di sfuggire alla loro sorte, altri cheti, come rassegnati, ma tutti via via afferrati, tagliati a pezzi, puliti sul posto, tra risate e dinieghi verso gli aspiranti fotografi. Poi il trionfo dalla frutta poco conosciuta, ma rigogliosa e abbondante. Le cascate di manghi maturi, banane ed ananas mignon, la serie dei frutti dall'interno gelatinoso e dolcissimo, talvolta un po' allappante, i mangoustini, i rambutan e tutti gli altri senza nome. Ma il tempo stringe, tra poco arriva il pulmann. Sono pronto con il mio valigione, stilisticamente poco adatto, ma rotto a tutte le tempeste. Ecco che arriva sollevando nuvole di polvere che aspettano ansiose il monsone. Controllo che mi carichino la valigia e me ne vado al posto assegnato, vergato a mano sul biglietto, prenotato ieri sera dal barbiere. Tutto pare un po' confusionario, ma in realtà tutto funziona con una certa precisione. Salgono un sacco di monaci avvolti in teli di arancioni diversi, alcuni quasi nuovi, altri più slavati, magri, silenziosi e discreti, ma tutti con regolare telefonino. Vanno anche loro a Siem Reap, la città dei templi, dove a fine settimana ci sarà una grande festa buddhista. Poi la solita umanità varia, sempre gentile e cortese con l'ingombrante straniero. Si buca una gomma a metà strada, ma è l'occasione per calare giù a sgranchirsi le gambe, osservando le operazioni. Arriviamo verso mezzogiorno. La città è ormai un forno crematorio. Abbandonato sul tuk tuk che va verso la guesthose Bunnath, godo dell'aria che la pur bassa velocità produce, asciugandomi il sudore che noi grassi produciamo come zampilli di fonti d'alta montagna. Faccio sempre più fatica, sarà il peso o l'età che incombe? Mah. Però questa è solo una tappa di passaggio, domani si va fino a Battambang. Qui ci ritornerò dopo, a godermi con calma i templi di Angkor Wat per una settimana intera. Però un primo contatto per approfittare della luce calda del tardo pomeriggio è obbligatoria. Dunque, controllato che l'aria condizionata della camera faccia il suo dovere (lo ammetto sono un turista da aria condizionata, anche se poi di notte tocca spegnerla perchè mi da fastidio quando mi soffia dritta sul letto), via con lo stesso tuk tuk (è un po' come per gli uccelli volanti di Pandora, quando ne scegli uno è per la vita) per un primo approccio con lo splendore di Angkor Wat al tramonto, tanto dopo le 5 non si paga. Certo anche se lo hai già visto in mille salse, mentre percorri il lungo ponte sul fossato che circonda il più grande complesso monastico del mondo, quella luce ambrata che avvolge di arancio tenue le guglie lontane, il lungo serpente di arenaria che segna la via, le mille colonne le cui ombre si allungano e tra le quali i pochi visitatori, data la stagione, si disperdono diventando parte del tempio stesso, quasi come veri pellegrini, vinti dalla maestosità del luogo, ti prende e ti doma, ti fa passare il caldo in secondo piano, ti costringe a non muoverti di fretta, a sederti, a tentare di diventare parte di una dimensione che ha addirittura sopito la furia distruttrice degli Khmer rouges, che lo hanno risparmiato, come tutti quelli che sono arrivati qui negli ottocento e più anni della sua storia. Che odore di pace.

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