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lunedì 30 novembre 2020

Luoghi del cuore 95: Tra le radici del Ta Prohm

Ta Prohm - Siem Reap - Cambogia - aprile 2010

 Il 2010 fu un anno di svolta, dopo un periodo piuttosto statico dovuto ad esigenze familiari. Cominciai così per qualche anno a dedicarmi ad una sistematica esplorazione del sudest asiatico, che da sempre aveva costituito una mia grande passione, ma che per motivi vari non avevo mai potuto veramente indagare. Certamente quando ero giovane quella terra era decisamente off limit, un po' come oggi l'Africa sahariana o molta parte del medio oriente. Guerra e bombardamenti stavano devastando quel mondo e anche negli anni successivi tutta l'area presentava ancora notevoli difficoltà logistiche che per altro hanno contribuito a preservarne molti interessi antropologici che la successiva mondializzazione sta cancellando velocemente. Dunque casualmente cominciai dalla Cambogia, un paese che ancora si stava affacciando alle opportunità di sviluppo tumultuoso che avevano già coinvolto altre parti dell'Asia. In quel momento invece si poteva ormai girarla in lungo ed in largo senza problemi, ritrovando ancora una accettabile genuinità. Il paese era uscito da poco dalle vicende di una guerra civile durata anni, figlia del conflitto vietnamita e del successivo orrore degli khmeri rossi e si stava avviando alla ricostruzione con asiatica lentezza, se pur assediata dai golosi appetiti degli "amici" vicini e lontani, in famelica attesa di occasioni ghiotte, che già avevano cominciato a manifestarsi nell'operazione Sianukville. Ma la maggior parte del paese era terra quasi vergine per chi aveva voglia di sbattersi un po' a viverne la realtà. Così mi ero ritagliato cinque giorni da trascorrere da solo nell'area di Siem Reap, quella più interessante dal punto divista artistico, con una concentrazione di templi con pochi eguali al mondo, molti ormai ripuliti e ben agibili, altri ancora completamente avvolti dalla jungla che li avvolgeva in un mistico abbraccio. 

L'amico con cui mi ero accompagnato era impegnato in un altra parte del paese a fare cose buone, pozzi per villaggi sparsi tra le risaie, io ero così rimasto con la ghiotta possibilità di dedicarmi in solitaria ad un territorio entusiasmante. Era aprile, il periodo più caldo e secco dell'anno, sconsigliatissimo per il turista e per questo con una benedetta scarsissima presenza di visitatori. Approfittate sempre di questi periodi sconsigliati, i prezzi sono bassi e soprattutto non troverete quasi nessuno nei luoghi più interessanti e li potrete vedere con calma, spesso in assoluta solitudine, cosa che li rende molto affascinanti. Così mi aggirai nella vastissima zona archeologica passando da un tempio all'altro; avevo affittato un tuktuk per cinque giorni che mi veniva a prendere alle 5:30 al mattino, ora ancora fresca e mi scarrozzava per tutto il giorno sugli itinerari che mi ero costruito con attenzione per non perdere quasi nulla di quanto offriva il menù. Unica compagna oltre il tassista, una borsa frigo gigante piena di ghiaccio e bibite. La giornata era lunga e caldissima. Di tanto in tanto prendevo un pezzo di ghiaccio e me lo lasciavo colare dal collo sulla schiena. C'era almeno un chilometro di bosco fitto prima di raggiungere la bassa muraglia ed il Victory gate per uscire da Ankor Thom dove avevo passato quasi tutta la mattina. Attraversammo il lungo ponte e subito ai lati altri due complessi templari, uno in rovina, il Chau Say, l'altro perfettamente conservato, il Thommanom, due templi quasi gemelli, dove ti si poneva davanti il prima e il dopo, la bellezza dell'essere e la disgregazione del non essere. Quasi non sai se sia più attrattiva l'una o l'altra delle due condizioni, entrambe così perfette nella loro apparenza. 

Fuori di Angkor, i già pochi turisti si erano diradati drasticamente. Sembra che la fretta del mondo moderno vieti alla maggior parte delle persone di godere di tutto quello che c'è al di là dei muri principali, così, di norma, tutto questo viene trascurato. Che perdita! C'era solo una monaca dal cranio rasato nel Thommanom. Mi misi in un angolo a seguire il suo rituale silenzioso, una piccola puja di frutti, il ritmico movimento di qualche bastoncino di incenso; intorno il rumore della foresta in mezzo alla perfezione dell'arenaria rosata, dei terrazzini, degli stipiti diritti, delle guglie ornate, delle leggerissime tonnellate di pietra. Me ne staccai a fatica; ancora un paio di curve poi ecco l'immensa piramide del Ta Keo, dove la voglia di raggiungere il cielo si misura nella serie di terrazze sovrapposte, nell'infinito susseguirsi dei gradini per arrivare a dominare la jungla dall'alto, in una sorta di déjà vu mesoamericano, testimone della identità comune della immaginazione dell'uomo. Al di là, la jungla si infittiva, mentre il sole si faceva alto ed il caldo opprimente avrebbe consigliato il riposo. Ma dopo poco, da una stretta porta si apre la meraviglia delle meraviglie, il luogo forse più coinvolgente di tutti, un sogno di pietra avvolto dalla foresta. Il Ta Prohm, testimone di una simbologia unica ed eterna. La lotta continua dell'uomo e della natura che coesistono tentando inutilmente di sopraffarsi l'uno con l'altra, in una battaglia epocale da cui nessuno, per fortuna esce mai vincitore. Entri attraverso brecce tra i muri spessi e tutto sembra crollato, morto, distrutto. Le grandi pietre scure ammonticchiate giacciono al suolo scompostamente come spazzate via da una forza superiore che abbia voluto dimostrare la piccolezza del costruttore, la sua incapacità di realizzare qualche cosa che potesse resistere al tempo, ma subito dopo indovini cortili e recinti, passaggi e camere ancora in perfetto stato, ma mostruosamente avvolte da radici di alberi giganteschi che mai ti sembra di aver visto in natura, che in un abbraccio mortale avvincono la pietra come per tentare di stritolarla, tentacoli smisurati che soffocano i muri distorcendoli, penetrandoli con filamenti più sottili, malignamente. 

Le costruzioni, coperte di muschio verde, soffrono disperatamente nel tentativo di sottrarsi alla stretta, per tentare di respirare, di scrollarsi di dosso quel peso terribile; qualcuna ha ceduto ormai e giace abbattuta, vinta definitivamente, altre sembrano uscire vittoriose dalla morsa e si alzano ancora libere, mentre le grosse radici chiare corrono ondeggianti ai loro piedi, come messe in fuga. Non c'è luogo che abbia visto, dove questa lotta primordiale sia così avvincente e piena di fascino. Se ti siedi in qualche angolo solitario, vieni anche tu subito avvolto dai suoni della jungla, decine di uccelli diversi che cinguettano, sibilano, chiocciano richiamandosi in continuazione. Frullio d'ali sugli alberi più alti, poi un rincorrersi di piccole scimmie dalle fauci rosate, colori di farfalle che si posano leggere sulle pietre antiche. Tutto lo scenario era immobile attorno a te, ma nell'aria spessa, sotto l'afa opprimente, la sensazione era che tutto fosse in un pur lentissimo ma continuo movimento, che il terreno a poco a poco si sollevasse al protendersi infido delle nuove radici, che bramassero avvolgere, conquistare, sopraffare l'opera dell'uomo e questa che tentasse di resistere all'abbraccio mortale per formare una situazione di statica bellezza, di immagini da cui non si riuscisse più a staccarsi. Che gioia esserci stato e che fortuna esserci arrivato in questa stagione, quando caldo e fatica tengono lontano la folla, lasciandoti solo tra queste mura contorte a sentire il respiro della foresta. Ma alfine bisognava andare, camminando lentamente sotto gli alberi, con l'aria spessa che bruciava i polmoni. Davanti al bacino dello Sras Srang, un gruppo di capanne aspettava le poche persone che arrivavano. Una dà acqua fresca e riso. Anche la birra, scelta tra le lattine avvolte da pani di ghiaccio, era bella fresca. Mi abbandonai su un'amaca davanti all'enorme stagno artificiale. Lontano nell'acqua, gruppi di bambini giocavano nel fango basso, qualche pescatore tirava su le nasse. Gli occhi, stanchi di tanto splendore, si chiusero. Meno male che non c'erano zanzare.


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Urali                                                            
Imputato alzatevi 

giovedì 5 settembre 2013

Recensione: T. Terzani - Fantasmi.

Un volume di grande interesse che raccoglie tutti i reportage e gli articoli di Terzani sulla Cambogia usciti sui giornali italiani a cui ha collaborato con l'aggiunta di quelli pubblicati su Der Spiegel, inediti in Italia. Un libro fondamentale per capire la storia recente e passata di questo paese straordinario. Indispensabile a chi vorrà visitarlo e per chi, avendolo già visto non riesce a dimenticare i cumuli di ossa ammonticchiati nei santuari degli Khmeri rossi. La storia ti accompagna passo passo fin da quando la guerra del Vietnam stava per finire e la rivoluzione che avanzava era vista da tutto l’occidente con speranza e simpatia. Terzani la visse in prima persona sul posto, lasciandoci quasi la vita. Poi poco a poco, quando si chiusero ermeticamente le frontiere e cominciò il tragico esperimento della creazione dell’uomo nuovo che doveva passare per lo sterminio reale di quasi un terzo della popolazione, si rese conto dai racconti dei profughi che arrivavano in Thailandia attraverso la foresta, dapprima incredulo, temendola propaganda, poi, con grande onestà intellettuale, riconoscendo i suoi errori di giudizio, degli orrori che stavano accadendo al di là del confine, tra il totale disinteresse internazionale che anzi, accettava Pol Pot come unico referente ufficiale. 

Il rivoluzionario che aveva studiato a Parigi, che voleva liberare il paese dalla corruzione e dalla decadenza che arrivava dall’occidente, che voleva aprire i luoghi del potere come le scatolette di tonno e che sognava per il “suo” popolo nuovo, una decrescita felice che facesse scomparire il denaro, fonte di corruzione per un ritorno totale alla campagna, era partito come un liberatore dalla politica sporca e corrotta che lo aveva preceduto. Per venti anni Terzani continua a seguire le vicende di questo paese, descrivendocele puntualmente, riuscendo ad intervistare tutti i principali attori dei fatti e non riuscendo ad accettare che, quando tutto il mondo si è ormai reso conto dei massacri compiuti, si debba pragmaticamente invitare al tavolo delle trattative anche i colpevoli delle atrocità più terribili della storia dell’umanità. Davvero un libro da non perdere se intendete programmare un viaggio in questo meraviglioso paese, per capire davvero la Cambogia e i Cambogiani.



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martedì 12 marzo 2013

Corruzione e rivoluzione.

Non ho voglia di parlare di politica, benché richiesto; come sapete mi interessano di più la storia e la geografia, per cui oggi vi voglio rammentare la storia di un paese lontano lontano. Come ho raccontato più diffusamente nel libro Lettere dall'Indocina, una quarantina di anni fa, la Cambogia viveva un momento davvero difficile. La sua economia era devastata dalla vicina guerra che si svolgeva ai suoi confini e dalla corruzione e dal malgoverno dei suoi politici (situazione molto comune a tante repubbliche delle banane di tutto il mondo, dove fare politica significa soltanto cercare di arraffare il più possibile per sé e per i propri familiari e clientes, rubando e corrompendo a più non posso e lasciando andare in malora il proprio paese). La popolazione soffriva di questo a tal punto che cominciarono a formarsi gruppi e movimenti che volevano dare un taglio netto al passato e alle forme tradizionali di potere per dare finalmente voce al popolo liberandolo dalle sue catene. Una tra queste, la più sognatrice e attiva era capeggiata da un tale Pol Pot, che propugnava, una purezza assoluta e l'obbligo per il movimento di essere al servizio del popolo. Con questa affascinante premessa, il movimento degli Khmer Rouges non tardò a prendere consistenza sempre maggiore nel paese, conquistando un largo seguito di consensi tra la popolazione esausta dal malgoverno precedente.

Quello che piaceva molto era proprio questa dichiarata volontà di essere diversi, di non essere un partito, anzi di rifiutare la logica dei partiti per essere un tipo nuovo di democrazia diffusa del popolo in cui ogni uomo contasse per una persona (seguendo naturalmente le giuste direttive di base del movimento e del suo leader). Grazie a questo largo consenso, il movimento, che rifiutava per principio qualunque accordo con le altre componenti politiche del paese, rendendolo a tutti gli effetti ingovernato,  riuscì a prendere il potere in qualche modo, insediandosi come aveva promesso come unico avente diritto a governare e raggiungendo il 100% effettivo, come accade in quelli che un tempo si chiamavano colpi di stato. Il movimento rimaneva duro e puro a tal punto da rifiutare ogni contatto con i giornalisti e con gli intellettuali che vedeva come fumo negli occhi e pericolosissimi perturbatori del meraviglioso nuovo corso, della nuova era a cui si apriva il paese. Una vera rivoluzione dal basso che voleva portare finalmente giustizia, uguaglianza, lotta senza quartiere alla corruzione ed alla casta che affamava il popolo. Pol Pot , confermato quindi come unico e vero leader, il cui verbo era la verità assoluta su cui uniformarsi, aveva dunque deciso che chi non era d'accordo con le idee del movimento (le sue), doveva essere dal movimento stesso ed eliminato e pensò che fosse più opportuno e definitivo che questa espulsione corrispondesse più efficacemente ad una eliminazione fisica. 

Per non correre rischi, naturalmente valutò che, in generale, fosse meglio comunque eliminare anche dieci incolpevoli per essere sicuri di liberarsi di un dissidente. Per il problema dell'economia allo sbando, venne applicata immediatamente quello che era il verbo filosofico alla base del movimento, quella che doveva essere la vera decrescita felice, con un ritorno alla terra collettivo e globale, il vero chilometro zero in cui ci si doveva nutrire solo di ciò che ognuno poteva coltivare. In una notte le città furono svuotate di ogni abitante e tutti mandati nelle campagne in appositi campi di lavoro a piantare il riso. I consumi furono ridotti a una ciotola ogni pasto e tutti gli "intellettuali" (giornalisti, insegnanti, artisti e tutti quelli non adatti al lavoro manuale, inclusi quelli che portavano occhiali, sintomo di pericoloso saper leggere), furono eliminati, nel senso di uccisi. Il problema del debito fu risolto facilmente con l'abolizione della moneta, inutile orpello di una economia di mercato da cancellare per sempre, in favore di un eden privo di banche, commerci, speculatori, giornali, televisori, che sarebbe durato mille anni almeno grazie alla felicità che garantiva alle persone, libere finalmente dalle passate brutture. 

Si tornò dunque all'auspicato isolamento internazionale che impermeabilizzava le frontiere a qualunque idea perniciosa e a tutte quelle inutili merci consumistiche che tanto male facevano alla moralità del popolo. In qualche anno morirono circa 3 milioni di persone, circa un terzo della popolazione della Cambogia (un po' come se in Italia ne morissero venti). La metà circa, uccisa direttamente nei campi di concentramento come sospetti oppositori, gli altri di fame e di stenti nei campi di lavoro. Il paese divenne uno dei più poveri del mondo. Solo dopo qualche anno il paradiso e il suo profeta che aveva affascinato le piazze, furono rovesciati, ma i risultati della sua opera che hanno consegnato ai superstiti un paese ricoperto di macerie, hanno a tal punto devastato la Cambogia da farne uno dei paesi più arretrati dell'area, che cerca con fatica di risollevarsi da due decenni. Le cataste di teschi ancora visibili nei luoghi degli eccidi più cruenti stanno lì per far ricordare alla gente quali possono essere le conseguenze del populismo dei profeti sognatori, sempre presenti quando le economie sono in difficoltà e le ricette facili sembrano preferibili sempre alle medicine amare dei sacrifici, riempiendo la bocca delle folle con parole come giustizia, libertà, democrazia e che finiscono tutte irrimediabilmente nello stesso modo. Ma queste sono cose che capitano solo in paesi lontani e tanto diversi dai nostri e io ho voluto solo raccontarle a titolo storico e culturale.

Se invece qualcuno è interessato a fatti più recenti e a noi più prossimi può dare un'occhiata qui alla seguente mia:


della giornalista Manuela Garreffa.




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Storia e attualità

giovedì 10 gennaio 2013

Taste of Laos 1

Al confine tra Cambogia e Laos

Sbarra distesa
a separare il nulla
lungo il Mekong.

sabato 18 febbraio 2012

Lettere dal Laos 2: Si Pha Don, le isole dei lotofagi.

Si Pha Dong

La stazione dei bus di Sorya brulica di vita già alle 6 e mezza. La mattina sonnacchiosa che a Phnom Penh promette un'altra giornata calda e soffocante, qui è invece percorsa dal movimento affannato di un mondo alla ricerca del proprio mezzo di trasporto, tra montagne di pacchi, valigie e mercanzie di ogni genere. Un po' a lato, forse per distinguersi dalla babele degli autobus locali, il VIP International Luxourious Bus, si riempie a poco a poco di umanità varia. A dispetto del nome pomposo è piuttosto malandato e quando si avvia ansimando, lasciandosi alle spalle le strade ormai affollate della capitale, prende la via tra le risaie ancora verdi con tono svogliato e tossicchiante. Per fortuna è mezzo vuoto, concedendo un po' più di spazio vitale ai nostri strabordanti ed ipertrofici corpacci occidentali. Parla per te, direte voi, piccati, ma la sensazione è proprio questa, che i posti, da queste parti siano progettati a misure più ridotte, tanto sono minute le ragazze e gli omarini che salgono con le loro sporte, quelle sì, gigantesche. Di tanto in tanto si ferma a raccogliere qualche altro avventore isolato, saccopelisti in arrivo da Siem Reap con ancora gli occhi pieni dello splendore di Angkor Wat, in cerca di una misura più umana.

 E' una rotta poco battuta, questa che porta alla frontiera laotiana da un valico secondario, anche se privilegia un approccio ideale al sud del paese. Backpackers forzuti dalle braccia tatuate come paralumi giapponesi, esili ragazzine bionde con zaini giganteschi, isolati singoli che fanno indovinare soggiorni prolungati alla ricerca di sé stessi e di altro. La strada percorre per tutto il giorno la campagna piatta cambogiana, mentre le risaie si diradano gradatamente man mano che si procede nel Ratanakiri. Quando si avvista la sponda del Mekong che per un lungo tratto disegna la linea di confine tra i due paesi è ormai pomeriggio inoltrato. La frontiera arriva inaspettata sottoforma di un casotto di legno, una lunga sbarra di bambù rialzata da una corda e un paio di bandiere sbiadite che non riescono a muoversi nell'afa meridiana. L'animo dell'uomo dell'ovest è sempre agitato e timoroso di chissà quali difficoltà e si sa che le frontiere rappresentano sempre un punto critico e fastidioso, ma capisci subito che è tutto facile da queste parti, si può stare tranquilli, prendersi il giusto tempo, lasciarsi andare. 

Tutto funziona, lentamente ma senza traumi, alla fine si arriva. Un apposito omino si occupa direttamente, dietro mancia di 1 dollaro, di raccogliere i passaporti e andare direttamente a sbrigare la pratica, ritirare la foto, il modulo per i visti, i soldi della tassa variabile a seconda da dove arriviate e torna dopo un po' con la pratica sbrigata. Dei doganieri neanche l'ombra; il bus riparte e ti scodella all'imbrunire sulla riva del fiume, vicino al vecchio imbarcadero. E' qui a Si Pha Don che il Laos si presenta per quello che è veramente. Un paese dolce e tranquillo in cui adagiarsi con la voglia lasciarsi andare al lento scorre del tempo. Qui il grande fiume, anima e condizione allo stesso tempo, si allarga, si dilata mostruosamente, diventa un ipertrofico mare di cui non si può indovinare la sponda opposta ma popolato di grandi isole che ne fanno un arcipelago interno inaspettato ed insolito. Si Pha Don vuol dire appunto 4000 isole, anche di grandissime dimensioni popolate di rare capanne e di piccoli villaggi di palafitte che vivono sul fiume e del fiume, dove la vita prende un aspetto ed un ritmo suo particolare. 

Carichi le tue masserizie su barche sottili, dove l'equilibrio precario suggerisce movimenti controllati e attenti e ti fa guardare con occhio critico il colore dell'acqua che ti circonda, così scuro e marrone, imponendoti il pensiero delle centinaia di milioni di cinesi a monte che il fiume hanno già usato sotto ogni aspetto, ma forse sono solo le prime ombre della sera che scende in questo paesaggio senza rumori che non siano il motorino della barca o lo sciabordare di un remo lontano. Pochi minuti e la lancia sottile ti lascia su una spiaggetta in salita su cui trascinare il sacco e la valigia. Don Det, la prima isola ti accoglie con la sua atmosfera da terra dei mangiatori di loto, silenzio, rumori di campagna, capanne tra i palmeti. La basica guest house sulla punta nord dell'isola ti concede qualche bungalow con la veranda rivolta ad occidente; il fiume sotto di te appare immobile. 

Lampi rosso violacei strisciano le nuvole alte prima di superare le quinte delle isole vicine ed insanguinare le acque. Non fate troppo caso al fatto che non ci sia lo sciacquone e che l'acqua la devi gettare col secchiello o che la luce non funzioni e non ci sia acqua calda, tanto manca anche il rubinetto. Preoccupatevi unicamente che sulla veranda siano bene attaccate almeno due amache e date retta a me, lasciatevi andare, queste due parole le sentirete spesso in questo resoconto, è l'unica strada da praticare. I poteri taumaturgici di una BeerLao fresca di fianco a voi, un gruppo di bufali che giocano nell'acqua fangosa di fronte e il caleidoscopio mutevole dei colori della sera vi saranno spettacolo completo e totalizzante fino a che il nero della notte, non turbato da luci parassite non lascerà spazio al solo luccicore delle paillettes cucite su questo cielo sconosciuto, mai così numerose e tremolanti sul velluto. Poi potrete addormentarvi sereni, tanto saranno già almeno le nove.

Sera a Don Det


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lunedì 24 gennaio 2011

Il Milione 36: Templi e spezie.


Gelo e brina ci avvolgono. Voglia assoluta di sud, anche quando questo possa voler dire calore insopportabile. Eccoci quindi rientrati nella carovana di Marco Polo, ormai plenipotenziario del Khan che viaggia nell'impero descrivendone gli angoli più lontani. Ha lasciato il Tibet e si muove ormai sempre più a sud seguendo i grandi fiumi che vogliono invadere la misteriosa jungla indocinese.

Cap. 120-123

E quando l'uomo si parte da questa provincia discende per una grande china per bene due giornate e mezzo. Poscia va per 15 giornate per un luogo disabitato e sozzo ov'à molte selve e boschi con leofanti e unicorni e altre diverse bestie assai...

Certo il nostro Marco sarà rimasto impressionato dalle jungle impenetrabili che allora ricoprivano completamente i territori indocinesi, una terra selvatica, pericolosa, tra tigri, elefanti e rinoceronti, dove forse era difficile e pericoloso muoversi ma che dovevano rappresentare per un veneziano curioso del mondo una attrazione irresistibile. Teniamo conto che il suo passaggio da questa parti corrispondeva ad uno dei periodi di massimo splendore della cultura Khmer, tuttavia probabilmente alla vista assai più rozza, forse, delle raffinatissima corte del Gran Khan. Si sarà mosso attonito e stupito attorno agli stupa di Angkor wat o sarà rimasto senza fiato dinnanzi ai grandi visi di pietra del Bayon, come me che per cinque giorni mi sono aggirato tra queste straordinarie rovine, dove la jungla impietosa, come allora combatte una battaglia quotidiana con l'opera dell'uomo cercando di avvolgere e assimilarne la presenza per annullarla completamente, per annichilirla infine nel suo abbraccio mortale.


Cap. 120-123

Caugigiu (forse la Cambogia) è una provincia del levante tra Aniu (Vietnam), Mien (Birmania ) e Bangala. Sono idoli e ànno lingua loro. E quivo ànno torri di pietre ch'elle sono alte e bene dieci passi e grosse come si conviene a quell'altezza. E quivi si trova molto oro e care spezie.

Niente da fare, il mercante alla fine prevale sull'attonito viaggiatore e lo riporta sulla terra, però possiamo immaginarcelo a fantasticare sui molti affari che si potevano imbastire da quelle parti. Sicuramente ci sarà già stato un gran movimento, che allora era composto prevalentemente di pellegrini, ma lì c'era già una grande città piena di posti di ristoro, come quelli che adesso nutrono i turisti che arrivano a frotte, gustandosi magari una cua nâu bôt bâng, la zuppa cambogiana di tapioca e granchio (per la ricetta vi rimando come al solito da Acquaviva). Io masticavo le mordide palline di farina di manioca pensando alla forza che, dopo 800 anni, emerge da quei visi di pietra che ti sorridono immobili e sereni, lui forse almanaccando le differenze di prezzo del pepe nero, franco porto di Venezia, naturalmente.










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giovedì 3 giugno 2010

Tips to survive in Cambodja: How to cross the road

Rileggendo i post cambogiani, ho visto che mi ero scordato di dare un importante e credo utile spunto tecnico per chi intenda andare da quelle parti (il tutto valido anche per i paesi vicini che si trovano nella stessa condizione). Sarò breve, lasciando spazio alle immagini, così quelli che mi fanno notare che i miei post sono troppo lunghi e allontanano i lettori ( ma credi che dipenda più dal contenuto, perchè se scrivessi cose più interessanti, i lettori arriverebbero da soli), saranno più soddisfatti. Chiunque conosca anche solo sommariamente il sudest asiatico, avrà notato che un problema non secondario consiste nell'attraversare le strade cittadine a piedi, a causa dell'enorme numero di motocicli che, avendo sostituito ormai quasi al completo il precedente oceano di biciclette, occupano completamente la sede stradale quasi senza soluzione di continuità. Si assiste spesso a situazioni di panico in cui, il malcapitato attraversatore rimane per parecchio tempo su un marciapiede, guardandosi attorno interrogativamente, senza decidersi a compiere l'impresa, timoroso di muoversi. A volte tenta smaggiassamente di iniziare la traversata, per fermarsi subito intimorito, risalta con un balzo sulla passerella dove stava appollaiato, attende inutilmente un varco nel flusso di traffico o spera che il miracolo cali dal cielo. A volte rinuncia e, disperato, si allontana alla ricerca di un sottopasso o un ponte che gli consenta di raggiungere dopo un lungo giro il luogo desiderato. Ma in tutte le cose c'è una tecnica, che bisogna imparare e mettere in pratica. Appostatevi dunque di fronte al punto da raggiungere, attendete naturalmente un momento in cui vi sembra che il flusso cali un poco di intensità (senza sperare che cessi naturalmente, se no farete come quegli acquirenti di PC che aspettano sempre il modello più sofisticato che st aper uscire e così non comprano mai), evitate almeno gli elefanti, poi fate un bel respiro e manifestando con una postura decisa l'intenzione di attraversare, scendete con decisione in strada. Procedete con passo lento, ma assolutamente costante verso il versante opposto, ma muovendovi in leggera diagonale come per andare incontro alla fiumana a due ruote che vi assale dal lato destro e che sembra precipitarsi su di voi senza degnare la vostra presenza. Non scartate dalla linea, anche se vi parrà di essere sicuramente investito, ma procedete con sicurezza, in modo che le vostre intenzioni siano chiare. E' un po' come i leoni in Africa, se capiscono che non avete paura non vi mangiano (lo sapranno poi ? Mah...). Sembra che tutti conducenti di moto, motorini, risciò, tuktuk e altri mezzi a ruote, conoscendo questo assioma, interpolino automaticamente la vostra rotta con la loro, evitandovi magicamente. Ma non fate scherzi, se impauriti, vi fermate o cambiate direzione, timorosi che qualcuno sia in rotta di collisione con voi, sarà la fine; in molti non capiranno più le vostre indecisioni e inevitabilmente una massa di ferraglie contorte si aggroviglierà su di voi. Vi allego un breve video di Phnom Penh su come si debba svolgere l'operazione. Il traffico era scarso, ma vale in tutte le occasioni e ...buona fortuna.



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Cavoli Nordcoreani.
BIT o bytes.

martedì 25 maggio 2010

Cambogia: Istruzioni per l'uso.


Adesso è ora di finirla con questa Cambogia. Ho visto che una parte preponderante dei miei amorevoli lettori si sono stufati e aspettano ansiosi che io cambi argomento. Intanto quello che mi ha dato questo viaggio, quello che questa mente, ottusa dal tempo, è riuscita a recepire, quello che ha creduto di capire, rimarrà dentro di me, non dico per sempre perchè le sinapsi si fanno via via più lasche, ma certe sensazioni mutano indelebilmente qualche cosa dentro e alla fine non sei più lo stesso di prima. Inoltre molte cose che sono state avvertite magari come poco importanti o trascurabili, lavorano all'interno, indipendentemente dalla tuo stato cosciente e alla fine qualcosa producono. Quindi lasciamole lavorare in pace. Però mi corre l'obbligo, alla fine del racconto delle sensazioni, delle nuances e degli stati d'animo, di dare una serie di indicazioni pratiche per coloro che, istigati da quanto ho detto, fossero colti dalla voglia di ripercorrere i miei itinerari. Dunque ecco qualche consiglio generico, ma credo utile. Se qualcuno vuole aggiungerne qualcuno , è benvenuto, arricchiremo il post in maniera utile (vero Jakie , Pierangelo o chiunque altro?).
1. Periodo di viaggio.
Se decidete come me, per aprile (parte finale del periodo secco) sappiate che è certamente il periodo peggiore in assoluto, quindi caldo disumano e perdita delle vedute più caratteristiche (e forse più belle) del paese, l'immensa distesa delle risaie verdeggianti e obbligo di vedere le zone degli abitatori delle acque nel periodo di secca, ma di contro avrete il vantaggio di non essere costantemente nel fango e sotto l'acqua (tra maggio e settembre), mentre se sceglierete il periodo migliore (ottobre-febbraio) sarete sommersi da una folla di turisti che vi faranno sembrare Angkor Wat una piazza San Pietro il giorno della Messa del Papa. Vi assicuro che vedere alcuni templi in solitudine è cosa assolutamente straordinaria. Inoltre non avrete mai problemi di prenotazione.

2. Trasporti e spostamenti.
In città il tuktuk è il mezzo perfetto in assoluto (trattare sempre il prezzo) mentre tra città e città il metodo migliore sono le molte compagnie di pulmann, confortevoli, frequenti, puntuali ed economiche i cui biglietti si possono avere anche presso l'albergo in cui starete.Utilizzare i trasporti in barca solo per fine turistico.

3. Comunicazioni.

Qualunque alberghetto, anche nei posti più sperduti, offre postazione internet gratis con cuffie e Skype. Al limite acquistare una SIM locale a 7 $. Ricaricando 10 $ si fanno una decina di telefonate in Italia.
4. Pernottamenti.

Ce n'è per tutte le tasche, ma se non avete esigenze eccessive, il costo di una miriade di guest houses con uno standard accettabilissimo (A.C, doccia e acqua calda) va dai 10 ai 20 $. (trattare anche qui il prezzo). Potrete anche farvele prenotare da quella precedente. A titolo di esempio segnalo Hotel Star in centro, nuovo, molto bello, camera a 15 $.

5. Cibo.
Cucina locale valida e non aggressiva, nei luoghi turistici contaminata da quella occidentale, quindi senza problemi. Solite precauzioni gastroenteriche (che io non rispetto mai e alla fine pago pegno). I ristoranti già belli vi sfameranno con 5$, a 10$ siamo già nell'elegante. Segnalo, ma solo come esempio. A Battambang - Geco Cafè, in centro (piatti unici sui 4$). A Siem Reap - La tigre de papier in Pub street (ma anche molti altri locali della via) piatti internazionali e khmer attorno ai 4 $, pizza ottima, birra alla spina 0,50$. A Phnom Penh - Khmer Suri, molto elegante (amok di pesce, germogli e vegetables, costine alla griglia super, pollo all'anacardo, spring roll e frutta + bevande per 4 persone a 32$ totali, in un ambiente molto gradevole. - Jakob's Well - cucina khmer e internazionale, stessi costi, dove contribuirete anche a una buona causa in quanto gestito da una associazione per la protezione dei bambini. Non fate follie per non perdere la Happy Herb's Pizza, si tratta certo di fogliette di marjuana come topping, ma in pratica è come se fosse rucola.
6. Mercati.
Trattate su qualunque cosa anche se si dichiara un prezzo apparentemente fisso. Al mercato Russo di Phnom Penh trattare attorno al 50%, negli altri attorno al 30% della richiesta iniziale. Ricordate che lo stesso prodotto è sempre presente da molte parti e una trattativa non conclusa vi farà capire che quel prezzo è troppo basso, così potrete regolarvi in quella successiva per lo stesso oggetto. Il venditore sa qual'è il prezzo minimo a cui può scendere, voi no e dovete scoprirlo. Eheheheeh, fa parte del divertimento.
7. Posti top imperdibili (tra quelli che ho visto).
Angkor Wat, Bayon, Ta phrom, Benteay Srey, Bang Mealea tra i templi. Museo Tuol Sleng. Un villaggio della gente delle palafitte. Il lago Tonle Sap. Phnom Banan e Phnom Sampeau a Battambang. I mercatini nei piccoli paesi. Cercate di imbucarvi in qualche matrimonio, ne troverete parecchi lungo la strada, si riconoscono dai tendoni arancioni.
8. Sicurezza
Nessun problema particolare in tutti i posti e a qualunque ora, totale assenza di pericoli vari, le grane solo per quelli che se le vanno a cercare (trane le ovvie cautele da usare in tutto il mondo).
Ma soprattutto: lasciarsi andare al ritmo del paese. E buon viaggio.




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lunedì 24 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 18: Cavoli nordcoreani.


Eccoci tornati alla base, con la fretta degli ultimi giorni prima della partenza. La furia di aver dimenticato qualcosa, la frenesia degli ultimi acquisti ai mercatini, il rammarico di quanto non si è riuscito comunque a vedere, a partire dai ragni di Skun, e per non aver programmato qualche giorno in più, la sottile malinconia di lasciare i nuovi amici appena conosciuti. Così si va per un'ultima cena d'addio al ristorante Nord Coreano, una chicca da non perdere. Infatti, pare che questo paese, un po' chiacchierato abbia pensato bene di fare una operazione di immagine, aprendo questo ristorante dove viene servito un menù tipico, circondati da tutte le bellezze del paese. Una gigantografia del monte innevato più alto della Nord Corea campeggia sul fondo e una serie di cameriere veline, volteggia qua e là con grazia orientale. I clienti sono tutti Coreani del sud, in giro per affari che affollano rumososamente i molti tavoli dell'ampia sala. Il re del pasto è il famigerato kimchi, ovvero il cavolo fermentato, che accompagna tutti i piatti tipici del paese; Pare che sia un ottimo disinfettante naturale per lo stomaco, che fornisca vitamine e sali minerali in abbondanza e che prevenga il cancro, quindi kimchi a gogo. Abbiamo poi avuto germogli di soia e verdure, deliziosi agnolotti fritti, un bel pescione grigliato con patate e melanzane e gran finale con un pollo talmente carico di peperoncino da far gonfiare le mucose tenerelle degli occidentali disabituati. Intanto le tenere camerierine, che le malelingue dicono esser tenute strettamente segregate all'interno dell'albergo, scelte accuratamente dopo lunghe selezioni, per avvenenza e fedeltà al regime, cessano la loro funzione di amabili servitrici e salgono sul palco per esibirsi in uno spettacolino di musica e karaoke apprezzatissimo dai presenti. Pensate dunque alla mia sorpresa quando quattro sorridenti e gioiose fanciulle cominciano ad intonare un assolutamente inatteso Happy birthday dear Enrico, tra gli applausi che il folto pubblico, con gli occhi, che fiumi di birra e vino di riso avevano ormai ridotto a fessure indistinguibili, rivolti verso di me, mi indirizzava con calore. Gli amici, dispiaciuti che avessi passato il mio genetliaco solo e disperso tra le jungle del nord, hanno pensato di farmi questa improvvisata che un po', devo dire, mi ha commosso. Lo spettacolo è poi proseguito fino al gran finale in cui si inneggia alle bellezze del paese e si rimarca il fatto che la nazione è una e una sola, mostrando a tutti il dito indice alto verso il cielo. Seratina deliziosa. Cerco così di vincere l'affanno immotivato dell'ultimo giorno. Si passa qualche ora sul lungo fiume, dove il Tomle Sap incontra il Mekong, per diventare un immenso mare ancora prima di cominciare il delta. Qui la vita scorre serena, i venditori di cibi di strada passeggiano tranquilli; vicino, piccoli templi dove signore ben vestite pregano e offrono bastoncini di incenso, prima di andare da un ragazzino accoccolato con una grande gabbia stipata di uccellini. Per una piccola mancia se ne prendono uno tra le mani, rivolgono gli occhi al cielo e poi lo lasciano andare, donandogli la libertà. Un tenera illusione, certo anche loro sapranno che i volatili, addestrati, torneranno presto dal loro carceriere, in una sindrome di Stoccolma animalesca, ma questa illusione di liberare un' anima, ha comunque un prezzo e forse risponde ad un bisogno interiore che non è necessario giudicare. Un ultimo salto alla collina del Wat Phnom, il tempio della città, nel cui giardino, una gran folla si raduna a vedere spettacoli, a sentire musica, a giocare al tradizionale volano coi piedi e dove molti vanno a pregare. La cima della collina è dominata dall'alto stupa bianco e seduto sotto gli alberi, respiri l'ultima aria di Phnom Penh, circondato da monaci arancioni, che ti paiono così giovani, così concentrati, così assorti nella loro meditazione, da non accorgerti quasi che la maggior parte di loro sta muovendo velocemente i pollici per digitare SMS sui cellulari che tengono distrattamente, anche se discretamente, appoggiati tra le pieghe dei grandi mantelli arancioni.

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