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domenica 1 novembre 2015

Haiku novembrino




Larici gialli
Sopra un'antica croce
Spruzzi di neve



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Tarda primavera.

domenica 24 novembre 2013

Haiku gelido.

Forte di Fenestrelle - novembre 2011


La prima neve
già colora le mura.
Debito immenso.


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Tarda primavera.



sabato 16 novembre 2013

Haiku novembrino

dal web


Caki maturi
novembre ti regala.
Il negozio no.


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Tarda primavera.

mercoledì 30 ottobre 2013

Asti. Vigne e antichità.

Le Cattedrali sotterranee della Ditta Bosca. - Canelli.



Il museo dello zucchero FPP - Nizza M.to.
Ti intristisce la novembrina uggia umidiccia e grigia? Ma dai, questo è il momento giusto, inforca la macchina e vai in giro per le colline del basso Piemonte. Anche se la visibilità è poca, anche se il mattino tarda a rischiarare e la sera arriva in un attimo, sempre troppo presto, non ti curare, i colori dei rari boschi, i rossi e gialli dei filari di vite a cavalcapoggio delle colline basse e le piante a giropoggio di quelle più scoscese ti faranno subito innamorare se non ci sei avvezzo, ti riscalderanno a lungo se le ritrovi da vecchio amico che sa dove ritrovar compagnia. Su e giù per queste colline mai ti sazi di colori e di profumi di terra, in questa stagione così forti, intensi, pieni. Le cantine ormai esternamente ferme, ma ricolme del materiale prezioso, che quest'anno dovrebbe dar frutto di gran qualità, paiono avvolte da calma ingannevole, mentre le loro viscere ribollono di lavorar di lieviti. Se vuoi hai solo la difficile scelta di decidere quale visitare. Il museo delle cantine Bosca a Canelli ti potrà stupire con quel suo abbinare l'arte della spumantizzazione, imparata sì dai francesi, ma ormai portata qui ai massimi livelli, grazie alla materia straordinaria che vi cresce, alla maestosità quasi sacrale del luogo. Non per nella queste cantine, di cui il sottosuolo della cittadina è pieno, forse più estesa è la Canelli sotterranea di quella epigea, son chiamate cattedrali ed aspirano con buona ragione a diventare patrimonio dell'umanità. 

La chiesetta romanica di Viatosto. - Asti
Qui senti storie antiche di fatiche, ma anche di intelligenza che ricerca il miglioramento tecnologico, quello che porta davvero all'eccellenza e che spesso si confonde con la fasulla nostalgia del passato, inutile e fuorviante. Potrai assaggiare e poi naturalmente è probabile che tu te ne venga via con un cartone sotto il braccio, perché dispiace lasciar lì tutta quella delizia. I panorami non ti bastano, non ti sazia far girare lo sguardo sui colori da far invidia ad un foliage degno del New England? Sei un amante delle curiosità? Spingiti allora fino alla periferia di Nizza ed ecco per gli amanti dei nuovi collezionismi, il piccolo Museo delle bustine di zucchero, organizzato dalla Figli di Pinin Pero, una delle aziende più importanti di questo settore. Meglio di una esposizione di francobolli, condita anche dalla storia e dalle curiosità legate alla produzione dello zucchero. E se le colline non ti hanno dato la pienezza dei sensi ecco Asti, una città sottovalutata, certo rilanciata dal Palio, ma che non è soltanto vino e squisitezzea alimentari (buttale via), ma anche una serie di palazzi e parti storiche di notevole importanza. Intanto non perdetevi (non si sa per quanto tempo si potrà ancora goderne) una visita all'Arazzeria Scassa, dove si può ancora apprezzare il lavoro dell'arazzo, forse uno degli ultimi esempi disponibili in Italia. 

Il museo dlel'arazzeria Scassa - Asti
Rimarrete incantati dall'esposizione dei lavori fatti su cartoni dei più grandi artisti moderni, da De Chirico, a Kandinsky, a Klee, senza perdere d'occhio i colori del magnifico giardino. Poi scendi in città e ti basterà partire dal Duomo che ti incanta già dall'esterno romanico che si muta in gotico, ricoperto dalla bicromia tipicamente astigiana dell'arenaria grigia alternata al rosso del mattone e che poi subito ti stravolge appena varcato l'ingresso con la sua rivoluzione barocca che ricopre le altissime colonne di volute e tralci e le vele dei soffitti di dipinti immaginifici. Parte del fascino è anche data dalla trasandata sensazione di disfacimento che l'umidità incontrollata ed incontrollabile, aggredisce il basso delle pareti, tutto avvolgendo  in un tentativo di corrodere, tara pervasiva dell'umano sentire, quando inutilmente tenta di accedere al divino. Vi lascerei passeggiare a lungo nel delizioso centro storico, ma vi prego non perdetevi almeno gli interni della Collegiata, qui severa all'interno come all'esterno, del Battistero di S. Pietro, così antico e monacale nel suo aspetto scevro d'orpello e della Cripta di Sant'Anastasio, un vero piccolo tesoro nascosto nelle viscere del centro della città, ringraziando naturalmente Piera (a cui vi consiglio di rivolgervi se volete avere una spiegazione puntuale e competente su ogni cosa). Nutrire la mente è sempre un dovere oltre che un piacere, ma non dimenticatevi anche del corpo, ma di questo  magari vi parlerò domani.

Il chiostro di S. Pietro - Asti

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mercoledì 23 ottobre 2013

L'ultimo campo di mais.



Sento profumo della zuppa di ceci che mi faceva la mia mamma. E' quasi novembre. Sento nell'aria quell'umidità spessa che che c'è attorno ai campi di mais quasi secchi, quelli che non hanno ancora trebbiato, stocchi a volte duri, altre fragili, isolati in mezzo alla campagna scura dei campi ormai scoperti, pronti alla nuova semina o o già incubatori di nuova vita. Loro sembrano dimenticati dal contadino, in altre cose preso; lasciati lì a seccare completamente, a morir soli. Se passi loro accanto, senti un innaturale connubio tra secco e umido. Un odor di muffe che stan lì ad aspettare il loro turno prima di prender possesso di tutti quegli organismi che stanno terminando la vita, indeboliti, corrosi, con le parti più importanti ormai vizze, incartapecorite, insensibili alla brezza. Quando un refolo più forte le spinge le une contro le altre avverti un ciangolio secco, come di legnetti che si frangono, foglie sfinite, senza linfa quasi prone, arresesi al tempo che è arrivato alla fine; brattee spesse un poco aperte in alto, boccheggianti in un tentativo di lasciare andare qualche seme, in un istinto di propagazione impossibile per via naturale. Le barbe ormai seccate, quasi nere, già morte da tempo si sbriciolano al tocco, lascian spazio all'introdursi di nuova vita che non aspettava che questo momento per infilarsi, scavando gallerie protettive nel ventre dell'agonizzante, diventato ricovero solido, ambìto. 

Tutto è pronto per l'assalto saprofitico di una natura ferina, dove ogni vivente sopravvive e si propaga solo a spesa di altri viventi, per essere poi a suo tempo, a sua volta, sopraffatto da nuovi e più feroci predatori. Il campo di mais sta lì, quadrato, denso e fitto come un corpo solido, una barriera invalicabile in cui tu non puoi penetrare, a meno che tu non sia viscido, piccolo, invisibile o strisciante. Un blocco unico apparentemente forte che invece odora di materia in disfacimento, della corruzione che solo il tempo produce, di senso di morte. E' novembre, neanche la pioggia ha voglia di scendere decisa, sincera. L'aria però ti bagna, tanto è umida e si fa acqua per pervadere gli stocchi moribondi e aiutarli a morire. Chissà se ancora avevano desiderio di vivere, di rinnovare l'ansia di crescita, quando nella calda estate ergevano le foglie diritte e orgogliose verso l'alto a carpire l'abbraccio del sole, per crescere ancora, per sentire quel rigonfiarsi sereno dentro di sé, quella promessa di vita, che poi altri avrebbero sfruttato, ma che pareva ragione di esistere, motivo filosofico di essere vivo. Niente sembrava potesse fermare quello slancio potente di ferace affermazione di vita. Adesso eccole lì, le piante, gialle, deboli, alcune già irrimediabilmente spezzate, il pennacchio non più orgoglioso e ritto al cielo, ma spento e fiacco, privo ormai di pollini vivi; le spighe gonfie abbandonate sul fianco, il peso della loro grassezza pronto a spezzarle; il terreno ormai ricoperto di scorie morte in decomposizione. Che terribile metafora della vita.


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martedì 6 novembre 2012

La bagna cauda.


Direi che è ora di lasciare da parte le suggestioni foscoliane degli ultimi giorni che, pur essendo di stagione, inducono ad uno stato d'animo melanconico e poco incline alla compagnia. Nunc est bibendum dicevano i latini, cosa da non disprezzare e da praticare quando possibile. Infatti è pur vero che le brume novembrine sono tutt'uno con sensazioni legate alla morte, tanto che in molti paesi si tenta in ogni modo di esorcizzarla estremizzando alcuni comportamenti, che la globalizzazione ci ha ribaltato pari pari, anche se estranei alla nostra cultura e subito accolti a braccia aperte dalla macchina del consumo, ma lo stesso clima grigio impone altre e ben più gradevoli incombenze e pensieri. Novembre infatti è il mese più idoneo per diversi piatti tradizionali della nostra terra che si impongono per la loro straordinaria unicità e per il loro spessore culinario. Tra tutti eligerei a regina assoluta la bagna cauda (secondo alcune trascrizioni con la o circonflessa al posto della u, che ritengo però pronuncia torinese), la più piemontese delle salse di accompagnamento che si trasforma in piatto unico e completo da tutto pasto. Io vi parlo qui della versione a me gradita, una variante pur tradizionale, ma gentile e non aggressiva, consona anche a stomaci più delicati. Il piatto nasce dal tradizionale consumo delle acciughe salate che è comune a tutto l'habitat che sta alle spalle della Liguria, dove sono arrivate col contrabbando del sale. Infatti per evitare la pesante tassa sul medesimo, si importavano le acciughe conservate sotto enormi quantità di sale. Non volendole poi buttare via, sono diventate parte integrante della cucina piemontese. Veniamo agli ingredienti.

Acciughe salate   1 hg a persona.
Una testa d'aglio ogni 4 persone
Un pacchettino di panna da cucina.
Olio d'oliva extravergine q.b.
Verdure di stagione.
Pane da tagliare a fette.

Piatto dunque di una semplicità francescana, ma che se scevro da errori riesce a dare sensazioni ineguagliabili. Dunque metterete in una terrina sul fuoco le acciughe ben mondate e lavate, ricoprendole di buon olio extravergine. A queste aggiungete gli spicchi di aglio puliti e, a fuoco lentissimo continuate a girare, senza mai raggiungere il bollore, finché l'acciuga si scioglie completamente emulsionandosi appieno con l'olio. Aggiungete la panna mescolando fino a che si sia formata una crema perfetta vellutata e densa. Mettete la terrina in tavola sull'apposito fornellino avendo cura che la fiamma non faccia bollire mai il contenuto della terrina.

I punti fondamentali dell'operazione sono dati dalla necessità che il calore non sia così elevato da dare il senso di troppo cotto o addirittura di bruciato all'acciuga o all'aglio, cosa che renderebbe davvero sgradevole il piatto oltre che indigeribile, essendo già di per sé impegnativo sotto questo punto di vista. La scelta di lasciare gli spicchi interi permette di utilizzarne tutto il profumo senza l'obbligo di mangiarli, cosa che alcuni puristi contestano, volendo imporre questa dura prova al commensale indipendentemente dalle sue preferenze. Anche la panna è aborrita da alcuni, mentre io la trovo invece deliziosamente indispensabile ad ammorbidire il piatto, rendendolo ancor più vellutato e goloso. A questo punto entra in gioco il trionfo delle verdure che devono contemplare tutte le possibili varietà disponibili sul mercato, tagliate in fette o frammenti idonei ad essere immersi di volta in volta nella bagna da cui emergeranno riscaldati e ricoperti dalla grigia e succulenta salsa. Ecco dunque il cavolo bianchissimo e croccante, il finocchio le cui spesse valve crocchieranno sotto i denti come il primo ghiaccio dei torrenti alpini, il cardo gobbo lievemente amarognolo, le spesse valve di peperone Quadrato d'Asti o Corno di bue dai commoventi gialli e rossi così in linea con la stagione. Anche le più tenere gambe di sedano interne, con la loro scanalatura che par studiata apposta raccoglieranno il denso nettare al meglio. Ecco poi le fettine di topinambour dal gusto così caratteristico e venendo alle verdure cotte si apre quindi la strada alle cipolle, alle fettine di patate bollite (preferire quelle a pasta gialla e soda come la Bintje o la Desirée) e agli stessi peperoni al forno. Alcuni prediligono le rape bianche o le biete rosse. 


Tutto deve essere un trionfo di colore per confermare la supremazia della cultura sul grigio che ci circonda. Diciamo che solo il mercato limiterà la vostra scelta. Infine il pane, componente non secondaria della festa, in quanto fornirà almeno il 40% dell'ingurgitato. Deve essere in forme grosse da tagliare a fette e fornito di una certa sua propria croccantezza  per non ammosciare il boccone. La tecnica manducatoria è conosciuta, ma la riassumo ugualmente. Scelto il pezzo di verdura e infilzatolo nella forchetta si rimesta nella terrina centrale comune facendolo emergere ricoperto di sugo, poi, tenendogli sotto la fetta di pane con l'altra mano al fine di non sgocciolare l'olio, lo si porta alla bocca. Ah sapido furore caldo che la riempie di una sinfonia ricca di sapori e gusti forti, anche estremi, ma così ben fusi e amalgamati! Scomparso quasi è il salato, moderato e confuso tra il profumo dell'aglio e la carezza della panna, mentre sotto domina, ma senza prepotenza il gusto dell'acciuga, forse antico ricordo del garum romano, ormai inciso nel nostro antico DNA, mentre il pane fresco scrocchia e unisce, letto fatale ai pronubi ansiosi di consumare questa orgia felice di sapori. Sei pieno zeppo, ma ancora non sai resistere a quella piccola fisca di finocchio che ti guarda ammiccante, a quel gambetto tenero di sedano che par ti dica mangiami, al rosso e ritorto peperone che insiste, non lasciarmi qui soletto. E mangi e mangi ancora, anche se il buon senso ti dice basta, fino a che devi cedere e abbandonarti gonfio e satollo ma felice di tanta povera ricchezza. Ma non dimenticate il vino rosso, obbligatorio anche per l'astemio, per questo piatto supremo. Deve essere, a mio parere,  di buona gradazione, ben strutturato e di corpo consistente, senza troppi spigoli per un piatto già di per sé aggressivo. Io mi sono concesso un Cote de Luberon 2007 di 14,5 gradi, di un domaine di notevole qualità. Una tantum alla faccia di chi mi vuol male.


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