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mercoledì 10 dicembre 2014

Night market



Foto T. Sofi



Foto T. Sofi
E' la luna piena di novembre e sono giorni di festa a Chinatown. Fuori dell'albergo, tutte le strade adiacenti sono intasate di traffico e banchetti. La parallela è stata chiusa e si è già riempita fin dal mattino di tavoli e di stalli di varie dimensioni. Ora che è calata l'oscurità, il night market è in pieno svolgimento. Ci sono i soliti venditori di abbigliamento povero, calzature cinesi , attrezzi da cucina ed elettronica da poco prezzo, ma la parte del leone la fanno gli alimentari. Qui è il regno dello street food sino-birmano. Alcuni sono veri e propri ristorantini circondati dai soliti tavolinetti e sedili lillipuziani su cui si accoccolano i passanti a gustare le specialità della casa, altri sono per così dire, più specializzati, producono poche cose ed il consumo è in generale svolto in piedi. La parte del leone la fanno i friggitori. Sotto una lampadina, un wok gigantesco pieno di olio scuro che ribolle sul fuoco vivo sottostante. Di fianco il materiale da friggere che la moglie o il tirapiedi di turno, prepara velocemente per stare dietro al ritmo di produzione. Un altro pentolone di pastella in cui viene immerso il prodotto da friggere e la tempura è fatta è fatta. Bomboloni dolci o salati, frittelle di patate, samosa indiani, i triangolini ripieni di verdure speziate, effondono i loro profumi d'oriente assieme al fumo spesso dell'olio combusto.

Foto T. Sofi
Qualcuno ha messo invece sul fuoco vivo delle particolari padelle piatte con tanti piccoli alveoli. Mentre le piastre si arroventano nei buchi viene colata la pastella oppure le uova di quaglia che formano dei golosi pallidi rassodati, con un probabile cuore fuso, che poi vengono passati ulteriormente in una sorta di pangrattato e fritti. Ci sono poi le griglie, forse i banchi che maggiormente vengono presi d'assalto. Spiedini di pesci, di frattaglie di pollo, di carni varie, di gamberi, seppioline e altri materiali di più difficile identificazione, vengono disposti sulle graticole che colano poi umori vari sulle carbonelle sottostanti, sollevando nuvole di fumo grigio verso il cielo. Poi, man mano che la cottura va a puntino, con cura certosina, gli stecchi vengono presi e disposti in ordine geometrico a formare barocche piramidi in attesa di avventori. Il profumo della griglia per chi lo gradisce è accattivante e stimola i succhi gastrici. Devo dire che tutto questo ben di dio, ancorché il colore della notte nasconda in parte il suo aspetto meno nobile, attira molto, insomma ti vien voglia di assaggiare, di dare un morso dentro a quella roba croccante. 

Foto T. Sofi
Ci sono poi banchi di dolciumi assediati da ragazzini, dove viene impastata la farina di fagioli e altre paste a base di cocco per formare dei panetti sodi ed all'apparenza piuttosto pesanti che vengono poi appiattiti e tagliati a quadretti. Non mancano infine, i pentoloni fumanti che servono noodles, quasi sempre sotto forma di mohinga, la zuppetta a base di brodo di pesce, che viene consumata soprattutto a colazione, ma anche come intermezzo durante tutto il giorno. Per ultimo ci sono i banchi della frutta, anche se non così ricchi e vari come negli altri paesi del sudest asiatico. Sarà la stagione ma qui vedi soprattutto angurie, mele, arancie e papaye, oltre alle onnipresenti banane. Intanto si è rimesso a piovere e la gente si ripara alla meglio sotto i teloni dei banchi; l'acqua trafila, su griglie e pentole roventi, sfrigolando più dell'olio e intanto la confusione aumenta mentre tutti cercano di evitare le pozzanghere più grosse. Cerchi di stare attento, ma è una fatica inutile dopo poco sei già tutto inzaccherato di fanghiglia e di chissà cosa altro. Meglio non indagare. In uno spiazzo tra i banchi vicino a quello dei fedeli che raccolgono offerte per il tempio vicino, hanno montato una giostrina per bambini e la ruota panoramica.

Foto T. Sofi
Insomma per modo di dire. Si tratta di una incastellatura alta almeno una decina di metri, legata alla meglio agli alberi vicini, che fa ruotare qualche gondola di bacchette di ferro dove salgono impaurite, tra mille gridolini, sei ragazze alla volta. La forza motrice della ruota è umana; quando una gondola è completa, gli incaricati, issati sui raggi si spostano verso l'esterno e con il loro peso fanno girare il marchingegno, salvo poi frenarlo a forza di braccia appendendosi con tutta la forza, dal verso contrario al movimento, per farlo fermare e far scendere i passeggeri. Il divertimento sembra grande, c'è la fila per salire e il buttadentro che recluta le ragazze non deve fare gran fatica per trovare clienti. C'è la fila che aspetta con il foglio da 200 kyat in mano. Ci staresti tutta la sera a girare tra i banchi. Quelli di CD taroccati, intanto, sparano tutta la potenza dei loro altoparlanti, incuranti dell'acqua che scende. Il telo di plastica malandato che li copre pare protezione sufficiente. Le ragazze ridono e quando vedono uno straniero corrono per farsi fotografare a fianco a lui, con lo smartphone dell'amica. Poi lo postano subito su feisbuc. Più è grasso e più ridono. Che ci volete fare sono esotico.


Foto T. Sofi


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lunedì 8 agosto 2011

Il Milione 52: Stoffe e roghi.

Stampa di tessuti a Mumbay.


Come è lunga la strada che da Cap Comorin risale tutta la costa del Malabar, arriva a Goa e poi su su fino a Bombay. Io la feci parte in battello, parte in auto ed infine l’ultimo migliaio di chilometri in autobus notturno. Quando si fermò nel cuore della notte per una sosta idraulica e si accesero le luci fu un fuggi fuggi di blatte marroni di dimensioni gigantesche. Il Sigh che dormiva davanti a me era così cotto che neanche si accorse delle due che, per mettersi in salvo, correvano disperate sul suo braccio che gli faceva da cuscino. Marco Polo non le cita neppure, probabilmente alle blatte e non solo, gli uomini del medioevo erano talmente abituati da non porvi troppa attenzione. Anche a lui però, il porto di Bombay, che allora si chiamava Tana, destò grande impressione per la quantità di navi e di commerci che vi giungevano da ogni parte.

Cap. 181
Tana è uno grande reame e similiante a tutti quelli dell’India e ànno loro re. Qui àcci incenso e fassine grande mercatantia, e bucherame e bambagia assai e stoffe co’ più bei disegni. Li mercanti recano qui oro e ariento, rame e cavalli e di quelle cose che bisogna e portane via delle loro.

Non ci sono dubbi, ancora oggi questa città è la più vivace dal punto di vista mercantile ed ogni volta che ci sono stato, non vi racconto le ore passate nei tanti mercati a comprare proprio quelle meravigliose stoffe dai colori bellissimi, i sari di seta con fili d’oro e d’argento, le dupatte leggere e quasi trasparenti, i salwar kamiz di cotone colorato. Ordinavo la stoffa e prese poche misure, mi fermavo ad uno dei tanti banchetti di street food a mangiare un panino al latte, i pav di Bombay, ripieno di qualche cosa su cui è meglio non porsi troppe domande, un fast food che lì è vecchio di secoli ed ecco che da una delle tante bottegucce dove decine di sarti pedalano con le loro vecchie Singer, accorreva un ragazzo con la camicia o i pantaloni pronti, fatti su misura per poche rupie. Il settore del tessile è ancora estremamente importante in India. Ma attenzione a contrattare prima, ché i Maharatti, ben lo sottolineava anche il nostro Salgari, son gente con cui è bene chiarire le cose per tempo e in ogni caso la cautela è comune ai mercanti di ogni epoca.

Cap. 180
Una barca nel Kerala.
Lor navi ànno una vela, timone e uno albero e con queste escon di qui molti corsari per mare, che sono li peggiori e più maliziosi. E quando pigliano alcuno mercante, sì li danno a bere li tamerindi con l’acqua salsa (un noto purgante) per farli andare a sella (non sto a spiegare il significato di questa espressione tipicamente medioevale) e poscia sì cercan all’uscita se lo mercante avesse mangiato perle o altre care cose per ritrovarle. Ora vedete se questa è bene una grande malizia, che dicono che li mercatanti sì le trangugiano quando sono presi, perché no sian trovate da’ corsari.

Evidentemente le astuzie dei mercanti erano sempre controbattute da pari astuzie dei pirati, che come riportato hanno sempre infestato, come oggi, le acque del mare arabico e chi batteva quei mari, già allora tendeva a prendere le sue precauzioni. Un altro costume indiano colpì significativamente Marco ed è quindi di origine antica nel subcontinente, mentre in genere, si tende ad associarlo all’arrivo dei Moghul ed ai guerrieri Rajput.

Cap. 173
I ghat di Varanasi
…e questi ardono li corpi morti perché dicono che se non s’ardessero se ne farebbero vermini e poscia quelli vermini si morrebbero quando non avessero più di che mangiare e questo non è bene perché dicono che anche li vermini ànno un anima. E così quando l’uomo è morto li parenti lo portano in un luogo divisato e l’ardono con grande allegrezza. Ancora v’à un altro costume, che quando un uomo s’arde, la moglie si gitta nel fuoco e arde con lui; e le femmine che fanno questo sono molto lodate da le genti e molte donne il fanno.

Questo passo bene illustra la condizione della donna indiana, oggi non molto diversa da otto secoli fa, anche se il sati, l’estremo sacrificio delle spose Rajput è ufficialmente bandito dalle legge e nessuna moglie, che pure in vedovanza è condannata ad una specie di morte civile, segue il cadavere del congiunto a Benares dove i roghi illuminano l’alba lungo il Gange, per immolarsi con lui; tuttavia l’India è uno dei posti del mondo dove nascere donna è ancora una bella grana, ve lo assicuro.

Un sati da una stampa dell''800

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982



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