Per strada non si sente parlare che della tragica situazione economica in cui tutti si ritrovano a causa della crisi finanziaria che ha travolto le economie mondiali. Le casalinghe guardano con occhio flaccido i peperoni sulle bancarelle e i pensionati non trovano più cantieri sulle cui transenne appoggiarsi per criticare l'andamento dei lavori. Vogliamo esaminare con occhio obiettivo la situazione? Per la quasi totalità degli italiani questa congiuntura è nei fatti indifferente o addirittura migliorativa. Non vi sembra? Allora esaminiamo il fatto che rispetto all'ultimo anno i prezzi dei carburanti sono decisamente diminuiti, che le tariffe legate all'energia sono stazionarie o in leggera diminuzione, parimenti stazionari (stagnazione, non è questa la grande paura?) la maggioranza dei prezzi, immobili in calo del 10% e così via. Allora per 20 milioni di pensionati e per la quasi totalità del lavoro fisso dipendente, queste sono ottime notizie dopo anni di crescita del PIL (e di contemporanea diminuzione del loro potere d'acquisto) secondo un noto assioma per cui l'economia andava benissimo ma la gente stava peggio. Se non capitano cose apocalittiche (guerre globali o similia, per carità possibilissime e già accadute in condizioni simili quando sono i potenti ad essere nella cacca) gli unici a dover soffrire nei prossimi due anni saranno i precari e coloro che in seguito a questa mancanza di fiducia e calo dei consumi perderanno il lavoro. Una cifra ragionevolmente pensabile di un milione di persone. E' qui allora che un governo responsabile dovrebbe indirizzare ogni iniziativa (rilancio opere pubbliche) e ogni euro di aiuto, che sarebbe, visto il bisogno, immediatamente tradotto in consumi. Queste saranno le persone da aiutare veramente, le reali vittime di qusta situazione, che leggi mal interpretate e colpevolmente lasciate incomplete hanno dilatato. Tutti gli altri non hanno nessuna ragione reale di lamentela, anzi. Invece si sprecheranno risorse in mille rivoli e rivoletti, in elemosine da ritorni elettorali, lasciando nel bisogno i pochi che hanno veramente bisogno, dando retta ai piagnistei di chi sulla crisi ci marcia. Magari andando a coercire chi ha raddoppiato il prezzo di pane e pasta (dati ininfluenti sulla vita reale ma molto psicologici) e similari e non li ha riportati come prima, adesso che le materie prime sono ritornate ai prezzi quo ante. La vituperata globalizzazione aiuterà pian piano a rimontare la crisi e per tutti gli altri, stop al pianto greco, un po' meno corsa e un po' più di attenzione determinata non farà affatto male. A questo proposito, dopo questo pistolotto, vi voglio lasciare con un appropriato e delizioso haiku degli albori dell'800 di Issa Kobayashi .
Oh lumaca,
scala il monte Fuji,
ma piano, piano!
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venerdì 28 novembre 2008
Da Mama Otìlia
Tra un po' ci sarà almeno un metro di neve. Fa venir voglia di sole e di gamberi in salsa creola. Di Brasile e di churrasco sulla spiaggia di Ipanema. Certamente l'esperienza della carne brasiliana è indimenticabile, ma in ogni paese ci sono aspetti della cucina che possono stordirci . Fernando, che mi aveva iniziato ai meandri della culinaria paulista, mi aveva parlato con cautela della feijoada, un piatto da iniziati, diceva, per palati particolari. Non mi arrendo facilmente davanti alle più importanti sfide della vita e pertanto dopo alcune insistenze e diversi distinguo si decise per l'avventura. E' un piatto povero, tratto comune a molte culture e ideato dagli schiavi che avevano a disposizione solo fagioli e scarti di maiale. La base è costituita da fagioli neri e uno stufato di orecchie, carne secca, coda, lardo, piedini, cotiche, pancetta ed altre parti meno nobili di cui non voglio sapere nulla di più, che in una giornata intera di cottura a fuoco lentissimo in una grande terrina di argilla si sciolgono quasi completamente fino a formare uno zuppone violaceo-marrone denso e promettente. Qui nascono i primi problemi. Infatti le poche cucine che si cimentano con la preparazione tradizionale, la propongono solo al venerdì in quanto sembra che dopo averne goduto, sia necessario almeno un intero week end di riposo e meditazione. Finalmente individuato il nostro luogo di perdizione, un profumato venerdì sera, Fernando ed io scostammo la tenda colorata che immetteva nella taverna di Mama Otìlia, un piccolo ambiente pieno di sentori e di risate leggere. Su un tavolo di legno scuro coperto di una tovaglia a quadroni, ci aspettava l'aperitivo fumante, il brodo di cottura dei fagioli servito in bicchierini di coccio con rondelle di banane secche. Saporito e intrigante aprì lo stomaco alla successiva delizia. Arrivò infatti una grossa zuppiera di terracotta posta su un fornellino, in cui sobbolliva lenta, la spessa se pur liquida zuppa bruna. La sua superficie veniva gonfiata da un lento fluire di bollosità profonde come in una pozza di fango bollente dei Campi Flegrei. Per arricchire ed addensare meglio l'ambrosia che a grandi cucchiaite ci versavamo delle ciotole di terra, ci fu fornita della farina di manioca e delle patate dolci bollite. Devo dire che raramente un insieme così ricco e completo di sapori e di sensazioni mi colpirono, dal fresco e smaliziato pizzicore del peperoncino, ai forti sentori del suino, al ricco sapore delle parti salate, alla croccantezza della pelle e delle cartilagini, alla consistenza sapida dei fagioli ormai consunti nel sabba orgiastico suino. Mangiavamo lenti ma con costanza, Fernando crollò presto; io invece non riuscivo a staccarmi da quell'ambrosia che continuavo a versarmi di tanto in tanto, rabboccando con un grosso mestolo di legno. Man mano che il tempo passava, sguardi di stupore provenivano non solo più da Fernando ma anche dalla imponente padrona del locale, ma era come una droga; non riuscivo a smettere di inalare aromi e a cessare quella dipendenza. Quando infine crollai, ci trascinammo verso il riposo del giusto con fatica. Fernando temette che non avrei superato la nottata. Fu un duro week end. Adesso, che dopo anni posso dire di avere completato la digestione, mi è rimasta la saudade di quel sapore e del sorriso di Fernando che come tutti i brasiliani parla sottovoce, perchè non si grida se si è sereni.
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giovedì 27 novembre 2008
Un italiano vero
Karachaevo-Cherkesskaja è una piccola repubblica semiautonoma nel Caucaso del Nord a due passi da Ingushetia e Cecenia. I Circassi, una delle litigiose etnie montanare che la abitano, sempre in lite con i vicini, sono fieri e certi dei loro diritti (e quasi sempre armati, tanto per sostenerli meglio). Nel '92 l'URSS stava per tirare le cuoia, accartocciandosi sulla incapacità di rinnovamento della sua gerontocrazia (ehehehehe, bisognerebbe imparare dalla storia , anche recente) ed io, con l'amico Evghenij, ero a Cerkiesk per un bel contrattone in una fabbrica di vodka. Terminate le trattative, ce ne andammo a pranzo, ma a quel tempo i ristoranti erano rarissimi in Russia, tantomeno in quell'avamposto montanaro. Risultò che l'unica opzione era un locale notturno che aveva anche un servizio di ristorante. Data la scarsità di clienti avrebbe aperto solo per noi e quanto ci presentammo all'una, puntuali come gli storioni del Volga, le inferiate del bunker (questa almeno era l'apparenza) erano ancora chiuse. C'erano 15°C sotto zero e dopo aver suonato una campanella chioccia, battevamo i piedi sul cemento ghiacciato, io nella mia calda dublionka, invidiato da uno Zhenija imbozzolato in un impermeabilino leggero e una piccola shapka di similpelle in testa. Dopo poco si aprirono le sbarre e comparve un armadio in camicia nera e gessato grigio molto famiglia Soprano ed un preoccupante gonfiore all'altezza dell'ascella sinistra. Due fessure senza espressione al di sotto dell'unico sopraccilio che inquadrava la fronte rugosa ci esaminarono lentamente, poi le carnose labbra caucasiche bisbigliarono: " Italijanzi?". "Da" fu la nostra stringata risposta imposta dalla temperatura che consigliava di accelerare i tempi. Mentre la nostra preoccupazione aumentava, l'armadio si piazzò davanti alla porta con le gambe ben piantate per non perdere l'equilibrio e dopo averci fatto segno di non aver fretta, piegò il testone leggermente di lato, si mise una mano sul cuore, proprio sopra il gonfiore sopspetto e con voce stentorea cominciò in un italiano inficiato dal pesante accento : "Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, lasciatemi cantare, sono un italiano, ecc." La performance durò ben oltre i tre minuti canonici impiegati da Toto Cutugno e quando arrivò al termine il cerbero aveva le rosee gote imperlate di sudore nonostante la camiciola. Poi ci strinse a lungo la mano e ci accompagnò all'interno nei meandri del night club deserto. Mangiammo Italijanski salad , borsch e sashliki di barano molto teneri. Il montone del Caucaso è noto per la sua carne delicata.
mercoledì 26 novembre 2008
Il terrazzo

Il Tai Ji Quan viene definito anche come la meditazione in movimento. Quando si passava vicino ad un giardino pubblico in ogni città della Cina al mattino presto, si vedevano gruppi di persone, anziani con la giacchetta blu di Mao, ma anche giovani manager incravattati (ad Hong Kong) che, posata a terra la 24 ore si muovevano sincronicamente eseguendo le sequenze delle forme Yang. Per curare il corpo, la tonicità della muscolatura, la scioltezza delle articolazioni, la coordinazione del movimento, ma soprattutto l'armonia e l'equilibrio fisico e mentale. Una continua ricerca di sè che allontana la malattia, consueta nella ipocondriaca filosofia orientale. Così una sera, dopo una ossessiva giornata di lavoro in una stagnante umidità appiccicosa, seguii un mio amico che perfezionava il suo Tai Ji da un famoso maestro di Mong Kok. E' questo uno dei luoghi simbolo della fine dell'umanità per sovrappopolazione. Un quadrato di circa un kilometro dove vivono oltre un milione di persone. Un dormitorio di case di 25 piani con microalloggi, affastellate ordinatamente, in cui le persone si ammassano, cucinano, mangiano, dormono a rotazione, in un caldo da girone dantesco, su un pubblico palcoscenico di uno spettacolo giornaliero a cui nessuno fa caso. Un inferno orwelliano a cui l'uomo si abitua evidentemente. La palestra non era l'ombroso cortile di un tempio taoista, come nei film di Kung fu, ma la piatta cima di uno dei palazzi, da cui a stento si vedevano le luci della baia resa nera dalla notte senza stelle. Dai meandri venivano suoni di televisori al massimo del volume, voci di litigi, odori pesanti di pesce fritto nel wok, calore sudato di umanità stanca. Confluivano in lente volute sul tetto aperto e limitato da un basso parapetto su cui una decina di allievi perfezionavano i loro movimenti. Mi sedetti in un angolo cercando di non guardare sotto, osservando gli studenti maneggiare con perizia, la pesante sciabola o il lungo bastone. Uno provava e riprovava le posizioni di equilibrio della spada, mentre altri due con il mio amico eseguivano una sequenza a mani nude. C'era un'atmosfera di concentrazione nell'aria, ignara dell'umanità sottostante ed incurante della cappa umida e stagnante della notte. Il maestro, che aveva dato alcune distratte indicazioni all'inizio della lezione, era accosciato su un seggiolino sgangherato vicino al parapetto, appoggiato ad una tavola che sporgeva nel vuoto e scorreva con intensità le colonne di un giornale di scommesse dei cavalli, lanciando di tanto in tanto qualche occhiata distratta. Non mi stava facendo una grande impressione. Poi, posato il giornale con un grande sbadiglio, si alzò aggiustando il laccio dei pantaloncini e infilandovi il bordo della canottiera sudata. Era piccolino e grassoccio, quasi calvo, con la pancetta tipica del bevitore di birra. Nel momento in cui si alzava avvenne la trasformazione. Il suo passo era morbido, armonico, incongruo con la sua conformazione fisica. Passò da uno all'altro degli allievi, correggendo le posizioni, dimostrando i movimenti, eseguendo parti di sequenze con un equilibrio di postura ed una scioltezza del gesto che mi assorbirono completamente. Si sentiva il Qi fluire in lui con forza, ma ogni movimento appariva facile, leggero, fluido ed eseguito senza fatica, naturalmente come deve essere il Tai Ji. Una sensazione di armonia che annullava completamente l'ambiente circostante. La lezione finì e nel cigolante ascensore scendemmo lenti i 25 piani per andare al ferry che ci avrebbe riportati a Weng Chai. Il Tai Ji era ormai dentro di me. Il mattino dopo, alle 6:00, ero già nel Victoria Park a fare i primi movimenti.
martedì 25 novembre 2008
Fatalità
Natale si avvicina. Ieri le prime avvisaglie, con qualche spruzzo di neve attorno alla città. Le strade si accendono di luci, un po' più fioche degli anni scorsi, in verità e si deve sentire nell'aria un po' più di ottimismo consumatorio. Probabilmente, subito dopo Natale, oltre un milione di precari rimarranno senza lavoro e presumibilmente anche senza un soldo in tasca. Una tragica fatalità. Ma in parte si è già provveduto con la detassazione degli straordinari.
lunedì 24 novembre 2008
Pensiero in una notte quieta
Questa notte una spruzzata di neve ha imbiancato i tetti, leggera. I miei amici erano in montagna ieri e dalla loro finestra si vede il cielo. Così oggi ancora vena (o svenevolezza) poetica con una famosa quartina di Li Po, anche se la traduzione è un po' maccheronica.
床前明月光
疑是地上霜
舉頭望明月
低頭思故鄉
Davanti al mio letto il luccichio della luna
copre di brina il pavimento.
Alzo la testa e osservo la luce lunare,
abbasso la testa e ripenso al paese d'un tempo.

床前明月光
疑是地上霜
舉頭望明月
低頭思故鄉
Davanti al mio letto il luccichio della luna
copre di brina il pavimento.
Alzo la testa e osservo la luce lunare,
abbasso la testa e ripenso al paese d'un tempo.
domenica 23 novembre 2008
venerdì 21 novembre 2008
La crisi
Oggi sono tutto scombussolato. E' da qualche giorno che non dormo più bene. D'altronde chi dormirebbe bene con questo tarlo che che rode, rode senza lasciarti tregua. Vorrei pensare ad altro, ma basta che mi guardi intorno e questo senso di incertezza mi coglie alla gola, mi prende dietro il collo, mi lascia esausto fisicamente come dopo un duro allenamento di Kendo. Quando l'opzione di scelta continua a manifestarsi davanti ai tuoi occhi, come decidere, se tutto questo potrebbe minare seriamente il tuo futuro, definire l'andamento delle soluzioni e del benessere di chi ti starà accanto. Milioni di persone, come me, in tutto il mondo devono affrontare un dilemma simile a questo. Anche dalle loro scelte può definirsi un futuro diverso per i mercati, movimenti economici in una direzione o nell'altra. Però il tempo dell'indecisione sta per scadere, comunque bisogna procedere, andare avanti, scegliere un'alternativa, un modo per affrontare ed aggirare la crisi, se ancora possibile, superarla. Ma quale opzione scegliere, difensiva o aggressiva? Non chiedo consigli perchè è anche difficile chiedere in queste cose, meglio sbagliare da solo, che pentirsi di aver dato retta agli altri. Mi prendo ancora un po' di tempo, poi tra poco uscirò e lì dovrò decidere il futuro mio e di chi mi sarà vicino. Vaschetta al fiordilatte o al limone per il sorbetto da preparare agli amici sabato?
giovedì 20 novembre 2008
Estinzione
Un amico mi manda questa testimonianza:
- Come forse qualcuno sa (perché me ne vanto spesso) ho una lavatrice vecchia di 15 anni che fa benissimo il suo dovere. Qualche giorno fa si è bloccata, e pensando fosse giunta la sua ora mi sono rassegnata a sostituirla.Vado da Trony, poi da Mediaworld. La scelta è fra decine e decine di lavatrici "moderne", piene di ogni sorta di ammennicoli, con mille programmi surreali quali "igienizzazione bavaglini" o "risciacquo fodere auto" o "delicato per sottovesti nere". Non mi servono, e non voglio microchip e schede che si sfasciano a guardarli. Chiedo all'addetto:"Mi mostra qualche lavatrice meccanica?"Risposta: "Mi spiace, sono tutte elettroniche."Io: "Ma mi va bene anche una cinese da 200 euro, o una Miele da 1400, basta che sia meccanica!"Lui: "Non esistono. Non le fanno proprio più." Torno a casa depressa, poi mi ricordo di un negozietto polveroso in zona, con l'insegna "Riparazione elettrodomestici". Vado, e conosco Fausto.
Ora so cosa immaginate: il vecchietto simpatico, portatore di un'antica sapienza artigiana ormai scomparsa, ultimo reduce della filosofia di vita dei nostri nonni. Invece no. Fausto ha il codino, l'orecchino, ha trent'anni ed è piuttosto incazzato per lo spreco che vede in giro. Mentre armeggia finalmente sulla mia lavatrice, mi spiega: "Le lavatrici elettroniche hanno schede che si rompono non appena prendono una bottarella. Il ricambio costa due o trecento euro, così conviene ricomprarla nuova. Ormai le lavatrici si cambiano ogni tre o quattro anni. Invece questa lavatrice che hai è eterna: ha pochi pezzi meccanici, quando se ne rompe uno si cambia con trenta o quaranta euro, va avanti decenni." Poi si ferma, e mi sussurra: "Ma se ti servirà una lavatrice meccanica, noi le abbiamo. Teniamo un'officina apposita: le ritiriamo, le rimettiamo a nuovo e le rivendiamo. Sono perfette, costano 150 euro." Quanto un'elettronica cinese. Non ci credo, mi viene la frenesia dello shopping, vorrei andare a scegliermi sottobanco una bella lavatrice "nuova" annata '99, magari con una centrifuga migliore... Ma non serve: Fausto ha finito, la vecchia Candy ha un tubo nuovo e torna a lavare perfettamente. Mentre esce mi avverte: "Ripariamo tutto, lavatrici, lavastoviglie, aspirapolvere, e anche i ferri da stiro". Lo vedo andare via con la sua cassetta dei attrezzi e il suo codino, e penso che un ferro da stiro nuovo costa appena 15 euro. Buona fortuna Fausto, nella tua resistenza quotidiana contro un sistema assurdo e molto più grande di te. E grazie per il servizio che rendi. -
Ora, come si fa a non sentirsi vicino a questi assunti. Anche io, d'istinto, con le lacrime agli occhi vorrei abbracciare il buon Fausto, ma cercando di andare oltre il sentimento e guardando un po' al di là della siepe, se si vuole con mente sgombra da preconcetto, bisogna considerare che il sistema su cui è fondata la nostra civiltà, a cui nessuno vorrebbe e nemmeno potrebbe rinunciare, è fondato e funziona sul consumo. Fa bene alla coscienza sognare che la via di Fausto ci salverebbe (specie se la percorressero quei rompiballe di cinesi), ma la crisi di questi giorni ci mostra l'evidenza che quando molla il consumo (perchè la gente non ha più i soldi per consumare, non certo perchè sceglie di non farlo) crolla il mondo, specialmente di chi già sta male; milioni di disoccupati, gente che perde la casa, il lavoro, tutto quello che ha e che non vuole perdere a nessun costo. Non credo che sia possibile scegliere, la nostra specie è destinata all'esaurirsi delle risorse ed all'autodistruzione secondo la sindrome pasquiana. Fausto nella realtà, col suo snobismo verso i prodotti cinesi, tipico del ricco che fa il naturale, il biologico, l'adoratore di un buon tempo che non è mai esistito, si è già estinto.
- Come forse qualcuno sa (perché me ne vanto spesso) ho una lavatrice vecchia di 15 anni che fa benissimo il suo dovere. Qualche giorno fa si è bloccata, e pensando fosse giunta la sua ora mi sono rassegnata a sostituirla.Vado da Trony, poi da Mediaworld. La scelta è fra decine e decine di lavatrici "moderne", piene di ogni sorta di ammennicoli, con mille programmi surreali quali "igienizzazione bavaglini" o "risciacquo fodere auto" o "delicato per sottovesti nere". Non mi servono, e non voglio microchip e schede che si sfasciano a guardarli. Chiedo all'addetto:"Mi mostra qualche lavatrice meccanica?"Risposta: "Mi spiace, sono tutte elettroniche."Io: "Ma mi va bene anche una cinese da 200 euro, o una Miele da 1400, basta che sia meccanica!"Lui: "Non esistono. Non le fanno proprio più." Torno a casa depressa, poi mi ricordo di un negozietto polveroso in zona, con l'insegna "Riparazione elettrodomestici". Vado, e conosco Fausto.
Ora so cosa immaginate: il vecchietto simpatico, portatore di un'antica sapienza artigiana ormai scomparsa, ultimo reduce della filosofia di vita dei nostri nonni. Invece no. Fausto ha il codino, l'orecchino, ha trent'anni ed è piuttosto incazzato per lo spreco che vede in giro. Mentre armeggia finalmente sulla mia lavatrice, mi spiega: "Le lavatrici elettroniche hanno schede che si rompono non appena prendono una bottarella. Il ricambio costa due o trecento euro, così conviene ricomprarla nuova. Ormai le lavatrici si cambiano ogni tre o quattro anni. Invece questa lavatrice che hai è eterna: ha pochi pezzi meccanici, quando se ne rompe uno si cambia con trenta o quaranta euro, va avanti decenni." Poi si ferma, e mi sussurra: "Ma se ti servirà una lavatrice meccanica, noi le abbiamo. Teniamo un'officina apposita: le ritiriamo, le rimettiamo a nuovo e le rivendiamo. Sono perfette, costano 150 euro." Quanto un'elettronica cinese. Non ci credo, mi viene la frenesia dello shopping, vorrei andare a scegliermi sottobanco una bella lavatrice "nuova" annata '99, magari con una centrifuga migliore... Ma non serve: Fausto ha finito, la vecchia Candy ha un tubo nuovo e torna a lavare perfettamente. Mentre esce mi avverte: "Ripariamo tutto, lavatrici, lavastoviglie, aspirapolvere, e anche i ferri da stiro". Lo vedo andare via con la sua cassetta dei attrezzi e il suo codino, e penso che un ferro da stiro nuovo costa appena 15 euro. Buona fortuna Fausto, nella tua resistenza quotidiana contro un sistema assurdo e molto più grande di te. E grazie per il servizio che rendi. -
Ora, come si fa a non sentirsi vicino a questi assunti. Anche io, d'istinto, con le lacrime agli occhi vorrei abbracciare il buon Fausto, ma cercando di andare oltre il sentimento e guardando un po' al di là della siepe, se si vuole con mente sgombra da preconcetto, bisogna considerare che il sistema su cui è fondata la nostra civiltà, a cui nessuno vorrebbe e nemmeno potrebbe rinunciare, è fondato e funziona sul consumo. Fa bene alla coscienza sognare che la via di Fausto ci salverebbe (specie se la percorressero quei rompiballe di cinesi), ma la crisi di questi giorni ci mostra l'evidenza che quando molla il consumo (perchè la gente non ha più i soldi per consumare, non certo perchè sceglie di non farlo) crolla il mondo, specialmente di chi già sta male; milioni di disoccupati, gente che perde la casa, il lavoro, tutto quello che ha e che non vuole perdere a nessun costo. Non credo che sia possibile scegliere, la nostra specie è destinata all'esaurirsi delle risorse ed all'autodistruzione secondo la sindrome pasquiana. Fausto nella realtà, col suo snobismo verso i prodotti cinesi, tipico del ricco che fa il naturale, il biologico, l'adoratore di un buon tempo che non è mai esistito, si è già estinto.
mercoledì 19 novembre 2008
Nostrano è più buono
Sono andato al mercatino dei contadini ed evitati accuratamente come di consueto, i banchetti che proponevano prodotti "biologici" e compagnia bella, mi sono lasciato incantare da dei bei peperoni rossi e delle magnifiche pere Abate. -Tutta roba nostrana, ehehe- mi dà di gomito il furbacchione dalla pelle bruciata dal duro lavoro dei campi, alleggerendomi in modo consistente il portafoglio -Mica roba che arriva dal sud...- e carca la dose. Mentre mi allontano non riesco a fare a meno di mettere in moto il cervello, spesso in stand by, un mio antipatico vezzo. Mi ricordo che tempo fa, proprio nel profondo Sud, avevo fatto un acquisto similare da un collega del sopradescritto agricolo e anche lui, con diversa intonazione vernacolare mi aveva sottolineato: -Tutta robba nos'trana ah, il megghio che ci sia.- Ma allora qual'è il nostrano migliore? Non c'è contraddizione di termini? Allora tutto è migliore (30 e lode politico) purchè sia a kilometri zero? Ma perchè mi volete sempre prendere per il naso.
Tutto questo mi riporta ad un fatto occorso ad una mia amica in Bretagna, terra nota oltre che per les fruits de mèr, anche per le mele ed il sidro delizioso. Bramosa di assaggiare le appunto saporite e giustamente famose pomacee, acquista al mercatino un paio di kg di mele, non grandi (giustamente) ma all'apparenza gustose. Ragazzi! Una squisitezza; raramente aveva assaggiato qualcosa di meglio. Profumate e dolci al punto giusto, croccanti al morso ma delicate e morbide al palato, tando da tornare due giorni dopo a ripetere il rifornimento. Orrore, un più attento esame della merce dello stesso banchetto evidenziava senza ombra di dubbio un cartellino seminascosto che recitava subdolo "Product of Argentina"! Che delusione. Subitaneo cambio di banco truffaldino e nuovo acquisto di mele finalmente garantite nostrane, appunto.
Immangiabili, una vera schifezza. Per forza che poi ci fanno il sidro.
Tutto questo mi riporta ad un fatto occorso ad una mia amica in Bretagna, terra nota oltre che per les fruits de mèr, anche per le mele ed il sidro delizioso. Bramosa di assaggiare le appunto saporite e giustamente famose pomacee, acquista al mercatino un paio di kg di mele, non grandi (giustamente) ma all'apparenza gustose. Ragazzi! Una squisitezza; raramente aveva assaggiato qualcosa di meglio. Profumate e dolci al punto giusto, croccanti al morso ma delicate e morbide al palato, tando da tornare due giorni dopo a ripetere il rifornimento. Orrore, un più attento esame della merce dello stesso banchetto evidenziava senza ombra di dubbio un cartellino seminascosto che recitava subdolo "Product of Argentina"! Che delusione. Subitaneo cambio di banco truffaldino e nuovo acquisto di mele finalmente garantite nostrane, appunto.
Immangiabili, una vera schifezza. Per forza che poi ci fanno il sidro.
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