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| Mongolia - giugno 2025 - (foto T. Sofi) |
A questo punto bisogna trasferirsi in un'altra zona della città per andare al Palazzo d'inverno del Bogd Khan, un altro punto imperdibile di questa città. Un delirio, il traffico è talmente imballato che rimaniamo praticamente fermi o procediamo a passo d'uomo per quasi un'ora e tutto ciò per fare all'incirca quattro chilometri. Finalmente arriviamo, ma abbiamo subito problemi per entrare, niente carte di credito e vogliono solo tugrik. Tentiamo allora di andare a cambiarli ad un vicino sportello di banca, ma niente da fare, non si capisce quale sia il motivo, ma non si può, alla fine vien fuori che prenderebbero anche i dollari e la cosa si risolve. Sarebbe spiaciuto saltare la visita, questo infatti è un sito molto interessante a prescindere, un museo allestito in un antico palazzo degli inizi del '900, costruito da questo regnante senza regno, una figura di facciata messo a capo del governo dopo l'indipendenza del 1921, ma senza poteri effettivi. Questo Bogd infatti, il cui nome effettivo era nientemeno che Agvaanluvsanchoijinyamdanzanvanchügbalsambuu, forse il più lungo nome che mai abbia avuto un re, era un sibarita gaudente che, dopo essere arrivato al potere con intrighi e soperchierie, mori nel 1924 dopo una serie di scandali sessuali e alcoolismo, ma che fece a tempo a lasciarci, eccentrico com'era, questa meraviglia, oggi trasformata in museo.
In un grande e curatissimo giardino a cui si accede da un magnifico portone realizzato senza l'uso di chiodi ma con 108 incastri di legni pregiati, come il numero dei grani del rosario, numero sacro per il buddismo, sorgono diversi edifici, tra i quali il Palazzo vero e proprio che raccoglie in belle sale allestite con mobili ed arredi d'epoca, i doni ricevuti dai visitatori, tra i quali spiccano tanto per fare un esempio gli stivali d'oro regalati dallo Zar, mentre al piano superiore si può ammirare il trono, una serie straordinaria di antiche tankhe e le sue pellicce fatte, ad esempio, con 80 pelli di volpe o la più preziosa con ben 600 zibellini! Nel cortile c'è poi la sua gher, foderata con le pelli di 150 leopardi delle nevi, che si dice, proprio per questa sua mania, sono arrivati alla quasi estinzione. C'è infine una collezione di animali rari imbalsamati e tutta una serie di oggetti preziosi di cui amava circondarsi. Il giardino conta infine diversi templi pieni di opere d'arte dei più famosi maestri dei secoli recedenti. Si può dire in effetti che passeggiare in questo sito ti dà un'idea di come venisse interpretato il fasto dai regnanti del passato in questa terra. Ne usciamo con gli occhi pieni di cose e quindi, tanto per riposarli un po', visto che siamo proprio a due passi da un pubblicizzatissimo spaccio di una fabbrica di materiali in cashmere, provvediamo a farci una sosta premiata, anche per dare un po' di soddisfazione alle ragazze che al solo sentire la parola, mostrano gli occhi più brillanti.
In effetti si tratta di una grande negozio molto moderno che espone in grandi saloni la produzione al completo di questa azienda locale. Si sa, il cashmere è un prodotto di assoluta eccellenza e la lana prodotta dagli ovini di questa razza, negli sterminati pascoli mongoli, è la più fine e morbida del mondo, quindi non approfittare dell'occasione, sarebbe impensabile. In effetti non sai da che parte girarti, tra sciarpe, berretti, guanti e poi maglie, maglioni, vestiti e cappotti e chi più ne ha più ne metta, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Mentre le ragazze scelgono, a me piace aggirarmi più che guardando, toccando la superficie straordinariamente carezzevole di questi tessuti. così leggeri e caldi, da conquistarti immediatamente con il solo piacere del contatto. Di certo non potevano inventarlo che qui, questo materiale, dove d'inverno i meno 30 sono una costante e quindi una bella sciarpa calda, è quanto di meglio si possa cercare. Come ovvio i prezzi non sono come quelli che vediamo nelle nostre vetrine, anche se per un cittadino mongolo, non sono regalati. Comunque è pieno di turisti coreani che comprano come dei matti e mentre mi aggiro tra gli scaffali, ecco che parte la musica e comincia la sfilata con la presentazione dei capi più in voga. Una decina di modelle bellissime, molto lontane dal fenotipo mongolo, in comune hanno solo il taglio degli occhi, mentre per il resto sono delle stangone magrissime che vanno avanti e indietro ancheggiando come si confà al loro ruolo, fermandosi ai margini della passerella in pose plastiche per valorizzare il loro indumento.
Insomma, alla fin fine, in ogni parte del mondo di belle ragazze ce ne sono sempre. Usciamo comunque coi nostri pacchettini, stanchi ma premiati. Io l'avrei anche conclusa qui, ma sembra che non si possa venire a Ulan Bator senza salire al monumento dei caduti da cui si ha una spettacolare vista di tutta la città dall'alto, essendo lo stesso situato sulla collina prospiciente. Per la verità avrei anche rinunciato se non dopo ampia assicurazione che l'accesso avviene tramite una comoda teleferica, ed in effetti le cose stanno proprio così, salvo il fatto che appena arrivati al grande centro commerciale aperto da poco alla stazione di arrivo della stessa, in realtà bisogna cuccarsi ancora all'incirca 300 scalini e più per arrivare davvero fino alla cima, alla piattaforma che si affaccia sulla città sottostante. Porco qui, porco là, mi accingo alla faticosa salita, che segue comunque una intera giornata di scarpinamenti vari, non è che mi lamento a ufo, poi vedo al mio fianco due ragazzi che accompagnano un amico sulla carrozzella e affrontano la salita caricandoselo sulle spalle a turno e un poco, al vedere la gioia che prova il ragazzo, quando arrivato in cima si guardava attorno, ridendo e battendo le mani per quanto poteva vedere intorno a sé, mi ha commosso e devo dire, che dopo, mi sono goduto anch'io la vista. Gli amici sono più contenti di lui e gli fanno girare tutta la piattaforma ridendo e scherzando felici, prima di riprendere la discesa.
Proprio sotto di noi si stende tutto il centro della città, di cui riconosci le piazze e le vie principali, mentre dietro, sulla collina i nuovissimi quartieri fatti di ville e di case da ricchi, questa è diventata la zona dove si è spostata l'élite della città, poi dall'altra parte, di fronte a noi, tutto intorno nella pianura, la grande periferia costituita dalle krushiovke malandate venute su come funghi in epoca sovietica e poi gli spazi sterminati, al di là si esse, fatte delle gher degli inurbati. Per la verità sembra che a questi abitanti recenti, nella maggior parte disoccupati che vivono di sussidi statali, sia offerto l'uso di quelle vecchie case fatiscenti, nella maggior parte dei casi ormai vuote, ma sembra che nessuno accetti questa sistemazione in quanto poi, sarebbe obbligato a pagare un affitto se pur simbolico e le varie utenze, magari a cercarsi un lavoro, mentre rimane molto più comodo continuare a vivere nelle tende a costo zero, come sono stati sempre abituati, nei pascoli infiniti del resto del paese, campando senza lavorare, anche se nella realtà questo non era affatto vero, essendo la vita nomade sicuramente più faticosa di quella cittadina. Sembra che ci sia una diatriba in atto su questo problema, se gli aiuti non siano un incentivo a non lavorare o se invece servano effettivamente a risolvere un problema di povertà difficile da estirpare.
Mi sembra di ragionare su redditi di cittadinanza e simili cose, che da una parte te li fanno apparire come indispensabili istituti di civiltà sociale, dall'altra al contrario, per i loro detrattori, di comodi e magari dannosi incentivi per profittatori e nullafacenti di ogni specie. Forse è proprio vero che in tutto il mondo alla fine le problematiche sono sempre le stesse, alla fine. Scendiamo con calma, in fondo ogni luogo ti mostra cose che fanno pensare ed anche questo è una delle cose belle a cui ti abitua il girare per il mondo. Il problema nostro, ben più reale, invece è che alla base della collina, con le strade intasate di traffico, sono ormai quasi le otto ed è l'ora di punta, non si trovano taxi ed anche chiamando con l'apposita applicazione del telefonino, nessuno accetta la corsa, neppure pagandola, come prevede l'apposita opzione, il doppio o il triplo del normale. Evidentemente nessuno vuole sorbirsi l'ora di coda necessaria ad arrivare fin qui. Alla fine la questione si risolve e riusciamo ad arrivare ad un magnifico ristorante caucasico dove ci godiamo la nostra grande cena di addio alla Mongolia. Poi di corsa a nanna perché alle 3:30 di domattina arriva il taxi che ci condurrà con una cinquantina di chilometri, fino all'aeroporto, per l'infinito ritorno che ci riporterà a casa. Cero Marco Polo ci ha messo un paio di anni, quindi non ci si deve lamentare, ma anche quasi due giorni, da Ulan Bator a Istanbul, ad Amsterdam, a Milano e infine alla ridente Alessandria, non sono pochi.






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