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lunedì 14 dicembre 2020

I miei mandarini

A sei anni

Ieri era Santa Lucia. Curioso che in queste giornate di forzata reclusione il pensiero di ognuno corra automaticamente al proprio passato. Forse è una cosa naturale visto che ormai non facciamo che istupidirci compulsivamente davanti ad uno schermo tra dibattiti che raccontano ossessivamente le stesse cose e serie di Netflix, tanto da rendere ripetitive anche queste tardive rimembranze, che poi si in effetti somigliano un po' tutte. Quante volte senti questo o quel personaggio ormai anziano che te la mena sul profumo della buccia dei mandarini della sua infanzia. Tuttavia è un po' un gioco a rincorrersi così li senti e per un po' metti in moto la tua di fantasia e fai un po' di ginnastica mentale visto che di quella fisica neanche a parlarne. Ed eccomi ieri, il giorno di Santa Lucia a pensare ai miei mandarini, quelli che comprava anche la mia mamma, non so davvero se una volta l'anno. Il mio papà mi aveva portato in piazzetta, S.Lucia appunto, a comprare il lacabon, accadimento molto alessandrino e mentre si tornava a casa io me ne sbocconcellavo un bastoncino assaporando quel gusto un po' magico di dolciastro caramellato, cercando di resistere il più possibile a non spezzarlo anche quando diventava sottile sottile a forza di succhiarlo. E quando arrivavo in casa, ecco che aleggiava nell'aria quel profumo di bucce di mandarino che la mamma aveva messo sul bordo della stufa e che erano già quasi rinsecchite dal calore dopo aver liberato quel loro aroma delicato che raccontava del Natale imminente, mentre dalla radio usciva lo swing di Gorny Kramer. In quel periodo dell'anno rubavano lo spazio alle croste di formaggio che abbrustolivano prima di fare la loro parte finendo nella zuppa di ceci e fagioli dei morti. La testa è fatta così e l'associazione di quel sentore agrumato e del periodo festivo va avanti in automatismo. 

In realtà non so neppure perché ti ritrovi in quel sentore di piacevolezza, in fondo per me allora il Natale non era poi così speciale, si stava come in tutto il resto dell'anno, non circolavano mi sembra neanche regali particolari, non tra i miei almeno, per me qualche dolciume al massimo, in terza elementare, il vocabolario di italiano, il Novissimo Melzi. La mia mamma, che aveva fatto solo la terza elementare, era morbosamente attenta a che mi facessi comunque una cultura, cosa che nel suo ideale mi avrebbe garantito quell'ascensore sociale bramato a quei tempi e che non si poteva avere con altre scorciatoie. Capirete tuttavia che lo avevo accolto con particolare deferenza, visto che era stato consigliato dalla maestra, ma non con eccessivo giubilo. Altre volte un libro, che ancora conservo, ma devo dire che non ho mai avuto particolari sensi di deprivazione, forse allora, nel mio giro almeno, non si usava più di tanto. Per il resto il Natale era soprattutto occasione di cibi non usuali nel resto dell'anno. Intanto appunto dopo Santa Lucia, si partiva con la produzione degli agnolotti. Mia mamma tirava una sfoglia sottile e grandissima che debordava abbondantemente dai lati corti del nostro tavolo che era appunto rettangolare, poi mio papà depositava con attenzione il mucchietto di ripieno in una lunga fila rettilinea a intervalli regolari, sotto le osservazioni continue e spesso critiche di mia mamma, che poi rivoltava il lembo di sfoglia per creare la serie di rigonfiamenti alternati da separare con lo schiacciamento del dito, poi la rotella ondulata che ancora conservo assieme al lungo mattarello, ritagliava i quadrotti, piuttosto grossi rispetto a quelli odierni e ben gonfi, rigorosamente di stufato come si fanno da noi. 

Allora non si andava mai al ristorante e qui, quelli di arrosto che sono propri dall'Astigiano fino a Torino, non erano conosciuti. Io, in piedi su una sedia, avevo l'incarico di aiutare a schiacciare i bordi con i rebbi della forchetta. almeno fino a che non mi stancavo, poi si mettevano ordinatamente su un canovaccio ben coperti e riposti a riposare, appunto, in camera da letto ma non prima di averli rigorosamente contati, a dozzine. Mi ricordo che ne venivano dodici, più o meno, mai tredici per carità che portava male, come quell'anno che era morto il nonno. Si condivano con un ragù di carne mal rosolata, mia mamma non è mai stata una gran cuoca e a me, per dire il vero, non piacevano particolarmente, mentre il mio papà ne era ghiotto. Così passavano le feste, con quel persistente sentore nell'aria, che vinceva nettamente l'odore del carbone della stufa, del quale il mio papà aveva una assegnazione dalla ferrovia a prezzo agevolato, uno del benefit dei ferrovieri di allora. Natale e profumo di agrumi nell'aria. Chissà perché adesso non la sento quasi più questa associazione magica, festa e aroma di mandarini, sarà perché o con l'età il senso dell'odorato va a diminuire costantemente, può essere anche che sia il virus, oppure perché i mandarini in pratica non si trovano più, ci sono solo quei cagamaretti di mandaranci, che allora neanche esistevano e il cui profumo è completamente diverso, più forte e volgare, da ricchi parvenu quali sono.


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mercoledì 16 novembre 2011

Vizi capitali: l'invidia.


L'invidia è una brutta cosa. Mina tutti gli altri sentimenti e ti spinge a crogiuolarti nelle secche dell'anima. Di solito lascia stare i giovani lanciati verso le vette degli ideali e del desiderio ed è più propria degli anziani biliosi che guatano in giro, bramosi di ciò che gli altri hanno e che a loro spesso è ormai negato avere. Ma veniamo ai fatti. Forse avrete notato che da oggi il blog ha una nuova intestazione, uno schizzo ad acquarello che ben rappresenta lo spirito di quanto scrivo. Ma cosa era successo prima? L'amico Dottor Divago, blogger concittadino di alta levatura che sa scavare nei meandri del brago per trovare perle di rara arguzia e che vi consiglio di seguire, poteva con orgoglio fregiare il suo sfondo di un bel disegno, opera di quel Gino "Baleta", di cui vi ho già parlato, barista zen e mentore di intere generazioni di studenti alessandrini nel locale mai a sufficienza rimpianto, tra le nebbie di questa città in agonia. Ebbene sì, l'invidia mi rodeva fino al fondo dell'anima, un sentimento esacerbato non solo dalla deprivazione di essere anch'io onorato di un omaggio simile, ma anche dall'essere il suo, esibito con protervia, propria del giovane di successo. Io invece, pur frequentatore immeritevole di detto locale, non potevo in alcun modo fregiarmi di quel labaro, di un riconoscimento che in ogni caso significava appartenenza ad un club, ad una città, ad una categoria filosofica. 

Ma l'anziano è brutto soggetto, abituato a tramare nell'ombra per arrivare ai suoi sporchi fini con ogni mezzo. Così, con astuzia contadina, prima aderendo al gruppo FB Bar Baleta Amarcord, poi con la scusa di salutare di tanto in tanto il carissimo Gino, ho buttato là, come per non parere, il mio desiderio di poter fregiare Il vento dell'est, di un disegno dedicato, di un'opera firmata che mi facesse riguadagnare posizioni nella considerazione cittadina, molto critica riguardo a queste finezze. Pensavate forse che il filosofo delle boccette mi avrebbe trascurato lasciandomi nelle panie del desiderio inappagato, roso da quella invidia malevola tipicamente mandrogna? Affatto, nonostante i suoi 85 suonati e tutte le cose che ha da fare, tra un torneo di tennis e l'altro, ha trovato il tempo di dedicarmi questo lavoro che mi è arrivato direttamente in originale accompagnato da un simpatico biglietto. Vorrei farvi anche notare come lo schizzo abbia saputo cogliere in pieno lo spirito di queste pagine. Il mio amato vento dell'est, che soffia sempre più forte verso quel nostro campanile alessandrino, così deciso a resistergli ed allo stesso tempo a lasciarcisi andare, con l'uomo che vi si aggrappa disperato, desideroso di abbandonarsi, ma allo stesso tempo con la voglia irrinunciabile di rimanere legato a questa terra di marca e di confine, ibrida e ricca di esperienza. Grazie Gino di questo regalo, non hai idea del piacere che mi ha fatto e adesso agli altri il brucio. 

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venerdì 13 maggio 2011

Gelato o gelato?

Foto dal Gruppo amici di Cercenà.
L’alessandrino è molto tradizionalista e legato alle abitudini. E’una caratteristica ben nota che accentua i suoi pregi e difetti. Quando anni fa, aprirono una spaghetteria, novità di moda che da ogni parte del mondo faceva i soldi a palate, il solito gruppetto di perdigiorno appoggiati ad un angolo, storse subito la bocca manifestando senza parole la propria sfiducia. Chiuse pochi mesi dopo. Su alcune cose poi, non si transige. Come ricordavo io, accompagnando in piazzetta i clienti  stranieri ospiti in città quando consegnavo loro con delicatezza e sussiego le coppette di gelato di Cercenà, le condivo con un inequivocabile ed orgoglioso, probably the best in the world. Fateci tutto, abbatteteci il ponte di soppiatto, toglieteci il polo universitario, ma non toccateci il gelato di Cercenà, che già abbiamo perso la farinata di Savino. Eppure, in questi giorni è accaduto l’impensabile. Una nota catena di gelatai sabaudi ha voluto gettare con forza e, passatemi l’espressione, con una certa sfacciataggine, un pesante guanto di sfida. Ha aperto un punto vendita proprio in faccia al tempio dell’arte gelatiera dove da decenni si celebrano le liturgie di questo settore.

Un po’ come se davanti al Duomo di Milano aprissero una Moschea. Naturalmente gli astuti gestori puntano saggiamente a cavalcare l’onda psicologia e pagante dei teo-bio-organic-ceraunavoltista sbandierando a chiare lettere l’uso di prodotti “sani e naturali” ancorché raffinatissimi, chiarendo per ogni voce, gusto tale, proveniente da bacche talaltre coltivate naturalmente sugli altipiani selvatici del tal continente perduto ecc. ecc. Io, che come sapete ho una grave allergia  per queste cose, avverto subito un prurito e mi giro di là. Ma sì lo sappiamo tutti che quel gelato lì è buono, ma non ci sono santi, io per becero campanilismo e anche per non smentire le mie precedenti affermazioni di primazia nel campo, continuerò a chiedere le palline alessandrine, alternando la piazzetta ai giardini, dove c’è sempre stato scritto soltanto Cioccolato o Nocciola o Fiordilatte, ricordandomi che da decenni per entrare nel negozio alla mattina dovevi farti largo tra le cassette di frutta e dove senza esibirlo non sono mai entrati i semilavorati. (Poi, per essere coerente, quando sono a Torino, corro nella catena suddetta; lì ormai non sono più alessandrino, ma cittadino del mondo).




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giovedì 3 febbraio 2011

Nebbia fitta.


Ormai è il terzo giorno consecutivo che la città è immersa in un denso, umido e vellutato latte bianco. L'unico problema è che che non è caldo anzi, siamo abbondantemente sotto zero. Da un lato questo corrisponde un po' agli schemi fissi dell'alessandrinità che impongono la nebbia come un convitato di pietra sempre presente nei discorsi e nei pensieri, anche quando non c'è. Certo ci sono stati anni in cui praticamente non si è vista e allora sì che parlavamo di cambiamento del clima, che l'alessandrino tipo ha sempre imputato alle bombe atomiche, chissà perchè. Da un paio d'anni invece, assieme al ripopolamento degli orsi bianchi, alla neve e all'allargamento della banchisa polare, sembra che siamo ritornati nella norma. Certo, a noi in fondo piace, la sentiamo nostra questa broda lattiginosa e sporca che ti fa sentire umido anche in fondo alla camicia, avete capito dove. Guardiamo in alto per indovinare, dietro quel muro grigio pallido, il chiarore diffuso che comunque ti informa che il sole è sorto di nuovo e poi possiamo darci di gomito l'un l'altro raccontandoci le storie fasulle sentite mille volte, di quando seguendo una macchina per non perdere la mezzeria della strada (che qui qualcuno chiamava la mezzadria) siamo finiti nel cortile di un tale che, sceso dalla macchina ci ha detto: "Scusi sa, ma io sarei arrivato a casa" oppure di quell'altra volta in cui non si vedeva la ringhiera del balcone, che poi nella realtà si è sempre vista.


Siamo fatti così, ci piace esagerare, siamo critici, caustici, distruttivi inutilmente, bisogna prenderci con le molle se no ci offendiamo subito e rispondiamo male, ma senza gridare che non si sa mai, meglio allontanarsi borbottando nella nebbia che tanto si taglia con il coltello e sparire come fantasmi. Poveretta mia moglie, venendo lei dalla nobile Torino, ricca di aria tersa per la vicina corona di montagne splendenti, rimase davvero basita, quando al ritorno dal viaggio di nozze, con la macchina non trovavamo la strada di casa e siamo finiti dal vicino. Quella volta la nebbia si tagliava con il coltello come una fetta di bellecalda. Al mattino dopo, alzata la tapparella ha cominciato a capire che doveva mollarmi subito o farsene una ragione. Non si vedeva la ringhiera del balcone. La sventurata rimase.




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giovedì 9 dicembre 2010

Peccati di gola.

Forse è vero. Ero un ghiottone già da bambino. Eppure è strano, perché il mio entourage familiare non aveva questa tendenza di base. La mia mamma era una pessima cuoca, soprattutto di grande monotonia e la prima volta che gli amici mi hanno portato a mangiar fuori avrò avuto almeno 18 anni. Deve essere qualcosa di genetico, che rimane lì latente, nei meandri segreti delle tue cellule in attesa di uscire allo scoperto, un marchio di Satana che affiora sulla pelle come un tatuaggio magico e ti indica per sempre appartenente ad una congrega indicata, chissà perché, in modo negativo. Come tutti i maniaci compulsivi, tutti si tende, dapprima a negare, poi, presi con le mani nel sacco, per dire, o con l'organo interessato in piena azione, anche se sarebbe saggio continuare nella negazione, si fanno mezze ammissioni, ma si tenta di giustificare, di scusare, di addurre motivazioni a discolpa. Non so bene.

Sta di fatto che ero in effetti un bambino grassoccio che solo l'occhio torbido e la scapigliatura del ventenne trasformarono lentamente in individuo di qualche interesse (ahahahahaah, questa è proprio da ridere). Però, per scavare nel passato alla ricerca di una spiegazione, come farebbe un bravo psicoterapeuta per guarirti dei tuoi mali oscuri, quando sarebbe più producente mostrarti, senza parole i tuoi indici di glicemia, se risalgo a quei primi anni di vita, mi rivedo passeggiare accompagnato per mano dalla mamma, per le vie di una Alessandria più vivace e non come oggi precipitata attorno al 55esimo posto per qualità di vita (ultima delle città del centro nord, buon risultato eh?). Le vie del centro erano piuttosto popolate, non tappezzate di negozi chiusi come ora e il passeggio affollato nel pomeriggio. Uno dei riti obbligatori era, dopo la passeggiata, ben vestiti e coperti, ché allora faceva un freddo cane, mica come adesso che il pianeta si è riscaldato, passare in fondo a Via della Vittoria e comprare un cartoccetto di farinata (l'oro del basso alessandrino).

Indimenticabile la sensazione di uscire dal negozietto dello Sporcaccione (così è stato conosciuto per anni ed ora che se ne è andato a far pizze al tegamino e bellecalda in un altro mondo, i vecchi alessandrini ancora lo rimpiangono) tenendo in una mano il pacchetto semiaperto di carta bianca unta e con l'altra estrarne la fettona bollente sempre troppo grande per la mia boccuccia di bimbo, mentre camminavi frettoloso lungo i marciapiedi. La mano scottava, forse per ricordarti l'inferno, castigo del peccato che stavi consumando, eppure ingordamente addentavi quella delizia mordicchiando avido la fetta e palleggiando in bocca il bolo troppo caldo per le tenere mucose. Che piacere goloso! Allora, innocente, non ne conoscevo altro. Un giorno andavamo veloci verso Piazza della Libertà; io, come i lupacchiotti davanti alla preda fornita da mamma lupa, inghiottivo avidamente la fetta, la cui untuosità mi stimolava delicata, le papille, con gli occhi semichiusi dal piacere o forse dal vento gelido che spazzava le vie grige di quell'inverno nevoso. D'un tratto, come sorta dall'inferno mi si parò dinnanzi una figura che, a me piccino, parve subito enorme e nera, minacciosa come solo sanno essere gli angeli vendicatori. Mi sbarrò il passo vindice e mentre io, basito ed immobile, con il boccone rimasto nella strozza che non andava più né su, né giù, volsi lo sguardo in alto verso quel tizio, con aria più che altro interrogativa.

L'omone mi indicò con il dito dall'intento giaculatorio, poi, come colto da ispirazione divina, lanciò il suo strale, che, evidentemente si prefiggeva essere di monito didascalico. - Non di solo pane vive l'uomo!- esclamò con voce stentorea. Poi, lasciato nell'aria il suo insegnamento morale, evidentemente tronfio e felice di avere dato argomenti di meditazione a quella sgangherata gioventù che di lì a pochi anni avrebbe segnato il secolo con un graffio ribelle, scomparì alla vista come un fantasma di mezzanotte, un ectoplasma evangelico avvolto in un nero tabarro, forse solo avvertito e sognato da una coscienza evidentemente già preveggente delle proprie future colpe e disagi. Mi girai interrogativo verso mia mamma e, cercando conforto le dissi: - Ma questa è farinata, mica pane!- Lei scrollò le spalle incurante dei dubbi del suo rampollo che, dopo quell'imprinting, ormai avrebbe portato per la vita le stigmate di altre golosità.







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Allegria!

venerdì 12 novembre 2010

Umberto Eco - Baudolino.

L'altro ieri era San Baudolino, patrono della nostra città e personaggio emblematico della stessa. Visse nell'VIII secolo al tempo di Liutprando e seguendo il filone pauperistico fece l'eremita facendo miracoli, parlando agli animali e prevedendo il futuro, un po' sciamano, un po' Vanna Marchi, tanto per capirci. Perchè è un archetipo della mentalità alessandrina? Per capire bisogna raccontare il suo miracolo principale, che bene definisce il Santo e quello che sarà la sua città. Dunque ecco il fatto: Liutprando in una caccia colpì per errore l'amatissimo nipote Anfuso, con una freccia che si rivelerà fatale. Pazzo di dolore il re corse da Baudolino che nel suo eremo si intratteneva davanti al volgo parlando a cervi e orsi della zona, pretendendo il miracolo e promettendo sfracelli in caso non fosse stata esaudita la sua richiesta.


Il potere è sempre uguale, quando pretende vuole essere soddisfatto. Cosa avrebbe fatto un santo normale, concreto, possiamo dire banale? Avrebbe fatto guarire il giovane e raccolto le prebende. Troppo semplice e non in linea con la mentalità alessandrina. Il buon Baudolino parlò a lungo col re e lo convinse che non c'era niente da fare; il giovane sarebbe morto e che si mettesse l'animo in pace. Liutprando convinto se ne andò in lacrime, ritirando le intenzioni malevole e sostituendole con opere buone. Ecco il miracolo all'alessandrina. Così, pensando a queste cose ho ripreso in mano il Baudolino del mio conterraneo Umberto Eco, libro che mi sono gustato moltissimo e che vi invito a scorrere se ancora non lo conoscete.


E' uno dei suoi libri più gustosi. La storia di un picaro alessandrino chiamato proprio Baudolino in onore del Santo, mentitore e intelligente e della sua folgorante carriera, in cui verità e menzogna si mescolano in maniera indistricabile fino alla fine. Un affresco medioevale stupendo e divertente, con l'imperdibile incipit di un intero capitolo in una lingua inventata tardo latino-dialettale, che vale da sola l'intera opera, che tanto essendo ormai nei tascabili costa anche poco, per dirla all'alessandrina. Perchè la nostra testa funziona così, cari miei, troppo smagati e poco inclini all'entusiasmo, sempre pronti alla critica distruttiva e allo stare a guardare le altrui iniziative con incredulità. Per questo la città è sprofondata in una decadenza senza speranza. Se escludiamo l'800, in cui proprio da qui è partita l'idea di una rivoluzione che ha condotto all'Italia unita e, sull'onda di questo entusiasmo, la città è rifiorita fino agli anni 30 del 900, è poi cominciato l'inarrestabile declinio, la cui responsabilità o il merito va ricercata soprattutto nella testa dei suoi abitanti.



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mercoledì 16 dicembre 2009

Lacabòn.

Domenica scorsa era Santa Lucia, ricorrenza molto sentita nell'estremo nord dell'Europa e anche nel nostro Sud. Stranamente anche Alessandria, città notoriamente schiva di festeggiamenti religiosi, agnostica e dubbiosa su tutto, figuriamoci su questi argomenti e solo da qualche anno trascinata su terreni non suoi, alla ricerca di ipotizzate ed inesistenti radici, ha sempre avuto attenzione a questa data, il giorno più corto che ci sia e compagnia bella. Anzi, da sempre, nella piazzetta dedicata alla Santa, davanti ad una piccola chiesetta sempre chiusa, pur essendo una delle poche pregevolezze architettoniche rimaste in una città di distruttori di memorie, si celebra la festa con le bancarelle che vendono dolciumi, torroni ed un particolare giulebbe chiamato "lacabòn" dal popolo (prometto che non userò mai più questa odiosa parola abusata dai peronisti di ogni provenienza per fottere la gente), con una parola forgiata dal dialetto (lecca-buono) ed illuminante sull'uso di detto dolciume. Si tratta di umili bastoncini di zucchero caramellato che i bimbi amavano succhiare passeggiando, attaccati alla mano della mamma. Un lollypop ante litteram di inizio secolo o forse precedente, che ancora oggi questi bancarellai producono seduta stante e che gli alessandrini acquistano in pacchettini avvolti da un foglietto di carta oleata, con struggente nostalgia e che poi nessuno ovviamente mangia, tanto meno i bimbi che in cambio di barrette varie rigonfie di Nutella e avvolte di tenera cialda, te li tirerebbero in testa immediatamente. Ma tant'è il richiamo del passato che non torna è uno dei topoi del marketing e anche in questo caso funziona perfettamente. Anch'io mi sono uniformato alla consuetudine e ho notato anche quest'anno che succhiando il bastoncino, subito appiccicaticcio, che immediatamente trasferisce la pasta zuccherosa sulle otturazioni, bloccando senza pietà gli interstizi dentali, si entra un po' in una macchina del tempo che fa emergere momenti di un passato lontano, magari usualmente dimenticati. Beh, proprio dimenticato non direi , almeno nel mio caso, perchè, proprio questo frangente fu occasione di una delle più grosse delusioni della mia vita. E' ovvio che quando hai 8 o 9 anni le piccole delusioni dei bambini ti sembrano ferite enormi ed insanabili, ma questa, vi assicuro deve essere stata veramente potente, se ancora oggi me la ricordo così vivida e con un senso di malessere. Dunque, io ho sempre avuto la ventura di frequentare ragazzini più ricchi di me o per lo meno con maggiori disponibilità familiari, venendo così spesso a contatto con oggetti del desiderio che non mi sarei potuto permettere. Proprio frequentando la casa di un mio compagno che, al tempo, mi pareva ricchissimo, venni a conoscenza di un oggetto tecnologico chiamato Viewmaster che mi affascinò immediatamente. Si trattava di una specie di binoculare di bachelite marrone in cui si inseriva un disco di cartoncino dove erano fissate una dozzina di doppie immagini diapositive che consentivano una sorta di visione tridimensionale. Una leva sul fianco permetteva di fare avanzare il fotogramma. I dischi in possesso dell'amico riguardavano le città del mondo, le razze umane, gli animali. Passavamo ore, a casa sua a fare avanzare quelle immagini magiche, le pagode di Bangkok, i grattacieli di NewYork, le piramidi, il Colosseo, il Fujiyama. Sarà lì che è cominciata la mia ansia di conoscere il mondo? Ho ancora perfetta nella mente la figura del Circasso, fiero con baffi, turbante e pantaloni alla zuava. Quaranta anni dopo, a Cherkiesk, la capitale della Circassia, l'ho cercata ingenuamente, quella immagine dai colori sbiaditi ma ancor più vivi del grigiore sovietico reale. Più volte mi è capitato di sovrapporre quei ricordi alla realtà, dai tempi di Tokio e al Gran Canon, valutandone la delusione o la rispondenza alla realtà, sempre più pallida del sogno. L'oggetto però, aveva un costo astronomico, che ricordo con altrettanta precisione, 1350 lire, con inclusi 5 dischetti, come mi faceva notare con una certa malignità l'amico ricco. Non venitemela a menare sulla caduta dei valori di oggi, sulla odierna prevalenza dell'avere sull'essere. Queste bramosie sono una costante di tutti i tempi alla faccia della filosofia. Il desiderio di possesso assieme all'invidia, accompagnano l'uomo fin dalla notte dei tempi. Intanto, a grandi passi si avvicinava il Natale e io, ormai scafato dalla immanenza virtuale dei vari Gesù Bambini (allora non c'era Babbo Natale), facevo trapelare con cautela i miei desiderata alla famiglia, apparentemente sorda alle richieste, ma che io immaginavo attenta alla bisogna. Arrivò un bel giorno che la mia mamma, con fare complice mi prese da parte dicendomi: -Se finisci in fretta di fare i compiti, papà ti porta a comprare una cosa-. Mi si illuminò il cuore, altro che genitori sordi alle richieste, insensibili al mio bisogno vitale! Non resistetti e con l'occhio illuminato da gioia irrefrenabile, postulai:- Mi porta a comprare il Viewmaster.- In risposta ebbi solo uno sguardo interrogativo e totalmente avulso dallo sconosciuto oggetto del contendere. - Ma no, ti porta alle bancarelle di Santa Lucia a comprare il lacabòn!- Davanti a me si aprì una voragine di delusione e precipitai nel baratro di dolore del desiderio spezzato, neppure preso in considerazione, un nero abisso di bisogno assoluto insoddisfatto in cui mi crogiolai assaporandone ogni piega, soffrendone come di una ingiustizia incancellabile. Qualche tempo fa ne ho visto uno, sbrecciato da un lato, la bachelite era fragile, su un banchetto di robivecchi e ne ho subìto una stretta al cuore, un dolore-piacere quasi masochistico che si spalmava dentro di me mentre lo rigiravo tra le mani, come un tempo. Ci appoggiai l'occhio, bramoso come allora di carpirne i segreti, di provarne le meraviglie, di godere ancora di quella wunderkammer virtuale. Questa attrazione fatale per le novità tecnologiche mi è rimasta tal quale e mi condiziona ahimè, completamente. Direte, uomo fortunato se queste sono state le delusioni della tua vita. Concordo, pochi possono dire di avere avuto una vita più fortunata di me (fino ad ora, toccandomi). Poi arrivò Natale ed il mio regalo di quell'anno (se ne faceva uno solo a quei tempi) fu il vocabolario Melzi della lingua italiana in due volumi, come saggiamente indicato dalla maestra Fracchia, che mi voleva assai bene e pensava al mio futuro.

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