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sabato 24 maggio 2025

M14 - Chinguetti

Erg Ouadane - Chinguetti - Mauritania - febbraio 2025
 

La corsa riprende tra le dune, ora semplici monticelli alti al massimo un paio di metri, ora invece vere e proprie colline che salgono per decine; chissà se i cammelli preferiscono aggirarle con calma o la prendono dritta per fare la strada più corta. Noi procediamo piuttosto spediti evitando i punti più insidiosi. Ahmed ci racconta dell'economia mauritana, che ultimamente non sembra andare così male; in fondo il paese non è poi così povero, dice, l'industria estrattiva esporta parecchio, sembra che il benessere generale stia crescendo, anche per questo probabilmente non si registrano turbolenze politiche ed in fondo gli abitanti sono pochi (non fosse per l'immigrazione incontrollata, eheheeh), comunque sia lo stato sociale è abbastanza funzionante, scuola e sanità gratuite, ti devi solo pagare i medicinali, e in pensione ci si va a 60 anni o 35 di anzianità. Insomma se uno ha il suo giro, senza troppe pretese, sembra che si possa campare. Chiacchierando il tempo passa e quando il sole comincia a calare arriviamo all'oasi di Chinguetti, una delle più famose città carovaniere di questa parte di Africa. Siamo nel bel mezzo dell'erg Ouarane, il deserto di dune più esteso del paese e la città, fondata addirittura nel 777 è stato uno dei centri fondamentali del paese, per la sua posizione che per secoli, fino al periodo d'oro del XIII secolo, l'hanno resa, ricco centro culturale che attirava assieme ai commerci anche i sapienti che qui fondarono un vero e proprio centro che potremmo definire universitario, popolato da studenti di tutto il Nordafrica.

Vi si insegnava retorica, filosofia, scienze, matematica, diritto, geografia, astronomia, letteratura e naturalmente religione, tanto che questa viene annoverata come la settima città sacra dell'Islam e per questa ragione soprattutto si portavano da ogni parte libri manoscritti su carta, pergamene e pelli di animali, che sono rimasti conservati nel tempo in 16 cosiddette biblioteche private, ognuna di proprietà di una famiglia di sapienti che ancora oggi tentano di conservarli al meglio. Ma la città data la sua posizione precaria, continuamente assediata dalle sabbie è sempre stata sull'orlo della sparizione, altra testimonianza della lotta infinita tra la natura e la volontà dell'uomo di resistere ad essa. Quella nuova, è stata costruita agli inizi del 900, per sostituire quella che ora si chiama la città vecchia, che stava per essere completamente sepolta, come già lo era sta la prima fondata prima del 1000. La città vecchia è costituita da un dedalo di viuzze che sorgevano attorno allo Ksar, una sorta di castello a difesa delle case e della sua moschea del 1500, ancora oggi simbolo col suo minareto a torre quadrata della Mauritania. Insomma vi ho detto abbastanza per farvi capire che questa città ha il particolare fascino di un luogo fiabesco e ricco di tesori che stanno per essere inghiottiti dal deserto. Noi intanto cominciamo a scaricare il bagaglio in un alberghetto nella città nuova dove ci ristoriamo alla meglio col solito stufato di cammello e riso pilaf, che ormai sembra essere il menù costante che viene servito di default dappertutto, in attesa che il sole cominci a scendere e anche per riposare la schiena dopo le ore di pista percorsa, che la sabbia sarà pure morbidissima, ma l'asfalto è generalmente meglio. 

Verso le quattro la temperatura esterna è diventata decisamente potabile e andiamo alla città vecchia, dove ormai abitano solamente più qualche centinaio di persone. Penetriamo i vicoli che arrivano all'estremo delle case, molte delle quali decisamente in rovina, coi muri di pietra a secco sbrecciati, le cui sommità, una volta che sono ceduti i soffitti, le travi di palma se non sostituite sono facile preda delle termiti, cominciano a disfarsi a poco a poco, mentre quelle che sono ricoperte da una specie di intonaco di malta più recente, sono riuscite a meglio resistere alle ingiurie del tempo e probabilmente sono le sole ancora abitate. Ma se queste sopravvivono al crollo, nulla possono all'attacco della sabbia che si insinua nelle vie spinta dal vento e si accumula contro i muri come se volessero avvolgerle nel loro abbraccio mortale. Tutte le stradine contorte sono massimamente ricoperte quindi di sabbia più o meno spessa dove il piede affonda e camminare è faticoso. Le porta delle case ancora vive, sono di legno antico con le tradizionali serrature a scorrimento, altre più recenti, di metallo ornato da riccioli di ferro battuto. Una città morta e apparentemente disabitata che si lascia percorrere come fosse l'ambientazione in un videogioco di avventura, in cerca di qualche tesoro nascosto o di un'uscita da un labirinto. Passiamo vicino al minareto dell'antica moschea, ancora in funzione per la verità, in cima alla merlatura infatti compaiono i piccoli altoparlanti di alluminio sui cui brillano i raggi del sole, in attesa della chiamata serale. 

Proseguiamo percorrendo una serie di angoli morti che conducono a una porticina che fa breccia in un muro di pietra alto e robusto ed introduce in un cortiletto minuscolo con alcuni gradini su un lato che danno accesso a loro volta ad ambienti interni alla costruzione, piuttosto piccoli e bui. Sull'ingresso ci attende un anziano dallo sguardo grave che ci fa segno di entrare. Questa è una delle sedici "biblioteche" rimaste, delle almeno ventiquattro originarie, così almeno si dice, che conservano la ricchezza di Chinghetti e che per questo è stata insignita della qualifica di Patrimonio Unesco. All'interno di un piccolo ambiente buio, con un tavolo al centro, il vecchio, dopo aver calzato dei guanti di cotone spesso, per preservare i suoi tesori, estrae da scansie di mattoni scavate nei muri, una serie di antichi volumi manoscritti, avvolti in stoffe per preservarli evidentemente dalla polvere e dalla sabbia accumulata sul pavimento e tutto intorno e li depone ad uno ad uno sul tavolino. Poi con gesti lenti ed attenti, li apre, smuovendo le grandi copertine di pelli di antilope conciata e istoriata con complessi arabeschi, e ci mostra le pagine interne, molte delle quali completamente miniate, altre con il solo capoverso dipinto in complicate volute tipiche delle scritture arabe, che fanno della ornamentazione calligrafica una vera e propria arte visto che viene loro negata la possibilità di esprimersi attraverso le raffigurazioni di esseri viventi; altre ancora solamente vergate a mano con una scrittura ordinata ma minuscola e fittissima che riempie per intero le  pagine ma lasciando ampi margini, a loro volta fittamente riempite dai lettori, magari di secoli successivi, di annotazioni e di commenti. 

Una curiosità; come ci spiega il custode, visto che le pagine per tradizione non sono  numerate ed i libri non hanno rilegatura ma i fogli sono disposti solamente a contatto uno sull'altro, in fondo a ogni pagina è annotata la parola con cui comincia la pagina successiva, in modo da non perdere il filo. Cosi ecco che passano sotto i nostri occhi meravigliati, un libro di geometria con la dimostrazione di un teorema sui triangoli, uno di astronomia con le orbite dei pianeti e poi testi religiosi e miniature mirabili risalenti fino a mille anni fa. Per la verità la sua famiglia è specializzata in libri di lingua araba e grammatica, oltre a quelli di natura religiosa. La stato dei volumi in alcuni casi è terribile, i margini rosi e addirittura che mostrano buchi completi che attraversano tutto il volume, provocati dalla voracità delle termiti che non risparmiano nulla se riescono ad arrivarci e qui tutti i libri sono semplicemente appoggiati alle scansie di mattoni, completamente scoperti, appena protetti da un involucro di cartone o di stoffa se va bene. Il proprietario spiega che appartengono alla sua famiglia da sempre e che il suo scopo nella vita è quello di conservarli per le generazioni future, perché qualcuno un giorno possa studiarli. La scoperta di questi tesori e la rivelazione della loro esistenza millenaria è merito dell'antropologo italiano Attilio Gaudi che nel 1949 studiò e rese noto il ritrovamento di questo vero e proprio tesoro sepolto nel deserto, ma manca ancora una vera e propria catalogazione per capire cosa le migliaia di volumi possano nascondere. 

Qualcuno azzarda addirittura che potrebbero esserci anche traduzioni medioevali di classici latini e greci, perduti durante i nostri secoli bui. Naturalmente bisognerebbe fare una ricerca completa su tutto questo materiale, per poter magari fare scoperte insperate. Il nostro amico ci dice che la sua famiglia conserva più di 500 volumi, che però nessuno viene più a studiare da quando lui, che si ritiene solamente un custode del sapere, ha memoria. Alla fine chiude con cura e attenzione i suoi preziosi incunaboli, ne lega le copertine, li rimette nei raccoglitori, quelli che li hanno e li ripone nei buchi da cui li aveva tratti e ci saluta silenzioso con un cenno del capo, invitandoci a salire sul tetto della casa, da cui si vedono le rovine della città circondata dalle dune. Non si sentono rumori attorno, il nulla ci circonda, in un mondo che di certo un tempo era popolato di studenti che arrivavano dal Mali, dal Marocco, dal Sudan per studiare, per toccare quei fogli preziosi, che ogni carovana aveva il dovere al suo passaggio da qui di portarne con sé uno e se non avesse potuto comprarlo, dove lo aveva visto, doveva averlo ricopiato o studiarlo a memoria per poi riprodurlo non appena arrivato per poter arricchire questo centro nel sapere, di certo non dissimile dai nostri centri di amanuensi medioevali che seguivano in fondo gli stessi criteri di conservazione. Fuori della porta la frase di un famoso scrittore maliano Amadou Ba: La conoscenza è una ricchezza che non impoverisce chi la dona. 

Vi assicuro che questa è una visita di forte impatto che si ripeterà domani in un'altra di queste biblioteche, sembra ancora più ricca. Poche case più in là, un piccolo muso folk, ricco di una miriadi di oggetti tradizionalmente usati nel secolo scorso, da quelli da cucina, a quelli agricoli, contenitori, giochi, otri di pelle, selle, monili e vestiti, insomma tutto l'armamentario tipico che racconta la vita di queste tribù del deserto durante il secolo scorso. Il punto in comune tuttavia è sempre lo stesso, ogni cosa è coperta da uno spesso strato di polvere e sabbia finissima, ma questo non credo dipenda dalla incuria di chi è addetto alla conservazione, ma qui, questa patina polverosa, la senti su ogni superficie e ti impasta la bocca in continuazione, facendoti sentire il bisogno velleitario di bere, di pulirti, di spazzolare via quanto invece continua a depositarsi velocemente su ogni cosa. Esco dalla città vecchia molto colpito e attraverso quello che ormai è solamente un fiume di sabbia, il vecchio uadi, che non vede acqua da generazioni e  le cui dune hanno ormai completamente sepolto le ultime case del paese e risalgo adagio e faticosamente la salita verso la città nuova costruita più in alto ormai per la terza volta, nella speranza vana che le onde di sabbia non la raggiungano. 

Qui le case, cubiche e ben più semplici di quelle di un tempo che avevano comunque una loro dignità architettonica benché semplice, E cammino per le strade larghe, i piccoli negozi pieni di povere merci cinesi, con stuoli di bimbi che razzolano intorno in cerca di attenzione, Un gruppetto si aggrappa subito a Tiziana, il biondo fa premio sempre da queste parti. Qualche donna al passaggio, li rimprovera con dolcezza affinché non disturbino troppo gli stranieri, ma quelli corrono intorno ridendo felici per la novità del pomeriggio Sulla piazza c'è un venditore di sciarpe, lasciamo il nostro obolo tanto per fargli guadagnare la giornata e poi andiamo a completare la visita sulla grande duna che sta alle spalle della città, il luogo classico dove i pochi visitatori si concentrano per vedere il tramonto. Che poi non è mai un gran ché, diciamo le cose come stanno, perché i tramonti li fanno soprattutto le nuvole e qui le ultime le hanno viste qualche anno fa, ma anche solamente per guardare il mare infinito che ti circonda, vale la pena di salire fin quassù. Scambiamo qualche parole con un Indonesiano che si è appena fatto 18 ore sul famoso treno più lungo del mondo e che dovremo vedere tra un paio di giorni e poi rimaniamo a contemplare il panorama che ci circonda tutto intorno, mentre ogni sfumatura di colore dal giallo al viola scuro, scorre attraverso il caleidoscopio che ci sta davanti, nel giro di una mezz'ora. Poi bisogna scendere.

Al museo - giochi da tavolo
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sabato 17 maggio 2025

M11 - Donne e vestiti

Uomini al mercato - Atar- Mauritania - febbraio 2025
 

Anche il vento è una delle costanti del deserto, tira teso e feroce ed è una delle spiegazioni dell'uso di uno dei più comuni capi di vestiario che si vede in tutta l'Africa sahariana e del sahel: lo chèche o haouli come viene chiamato da queste parti. Questa sciarpa di mussolina leggerissima, lunga generalmente da tre a cinque o più metri, generalmente bianco o azzurro, ma anche di altri colori, rappresenta un oggetto fondamentale per l'uomo che deve misurarsi col deserto e con i suoi aspetti più fastidiosi, vento, sole e sabbia. La sua funzione protettiva è fondamentale e bene avvolto attorno alla testa riesce a svolgere il suo compito senza problemi, in quanto proprio la sua quasi trasparenza, consente di respirare agevolmente anche quando copre la bocca o di vedere attraverso, nei casi in cui le tempeste di sabbia siano particolarmente forti, abbinato poi ad un buon paio di occhiali, risolve ogni tipo di situazioni. Anche il resto dei vestiti è molto semplice, per gli uomini, un larghissimo ed ampio camicione di cotone robusto detto ghinea, che scende oltre le ginocchia, blu o bianco, con amplissime aperture al posto delle maniche che il vento gonfia in modo plateale e molto fotogenico, chiamato draa o anche gandourah che si indossa su larghi calzoni detti boubou. I più belli ed importanti, ad esempio quelli che vengono calzati per uscire alla sera o in particolari occasioni, sono decorati con finissimi ricami, colore su colore e hanno una tasca interna dove riporre le cose.  

Per le donne, una analoga tunica della stessa stoffa ancora più ampia, che scende fino alle caviglie, ma molto più colorata e che funge anche da copertura per il capo, con la stessa funzione dell'haouli e che viene chiamata tazarnoust. In ultima analisi l'uomo si copre il capo con quello che a tutti gli effetti appare con un velo per difendersi dall'affrontare il deserto, il selvatico, l'esterno, una protezione per difendersi certo dalle intemperie, ma anche e forse principalmente dagli spiriti della solitudine che infestano le aree solitarie e nude. Invece le donne rimangono a casa a rivestire il ruolo di pilastri che sostengono le tende, l'interno, la forza del domestico e del civilizzato. Così, mentre la Toyota percorre gli interminabili chilometri nel paesaggio piatto dell'altipiano, Ahmed ci racconta un po' della donna mauritana che, contrariamente a quello che immaginiamo, gode di molta più libertà e considerazione che in altre parti dell'Africa. Intanto ha generalmente una voce in capitolo maggiore rispetto all'uomo nella famiglia e nella gestione della stessa. Può ottenere il divorzio senza problemi, anche su sua unica richiesta e soprattutto, proprio la donna divorziata viene considerata più appetibile rispetto alla giovane single, in quanto ritenuta più esperta e più capace nella gestione del ménage familiare e soprattutto nella parte finanziaria. 

Anche se le donne divorziate non hanno diritto al mantenimento da parte del marito, rimangono proprietarie di tutti gli oggetti ed i mobili familiari che possono vendere al famoso mercato delle donne divorziate, dove raccolgono le basi per ricominciare la loro vita in maniera indipendente e nella maggior parte dei casi si risposano facilmente. Per il divorzio infatti viene celebrata una festa quasi più importante che per il matrimonio e che per le donne ha quasi il significato di una rinascita a nuova vita. D'altra parte basta dare un'occhiata in giro nei mercati per vedere che il commercio e le attività legate ad esso è quasi completamente in mano alle donne, mentre la parte maschile del paese, tradizionalmente è sempre stata più legata alla pastorizia e alla attività carovaniera. Detto questo è chiaro, da come ci conferma Ahmed, che porta a parallelo, sempre la discussione di Schopenhauer sulle donne, che qui l'universo femminile si dimostra molto più intraprendente e libero che altrove. Di questo gli uomini se ne fanno una ragione e anche il nostro Ahmed ritiene che specialmente nel campo e commerciale le donne abbiano una marcia in più. Certo le cose cambiano rapidamente in questo mondo globalizzato, dove assieme alle merci, viaggiano molto veloci anche le idee e le abitudini e nella città, il sentire è molto più simile a quanto viene trasmesso dalle serie televisive e piano piano anche nel deserto arriva il mood del resto del mondo. Lui ama filosofeggiare, come accadeva un tempo nei sonnolenti bar di provincia italiani, sorseggiando tè alla menta, quando ci si ferma per riposare e prendendola anche con una certa lentezza, abitudine di certo più consona all'uomo del deserto. 

Brahim, intanto assente, scrollando il testone convinto anche lui della bontà di queste affermazioni su cui concorda pienamente. Il nostro Ahmed è laureato in scienze e nonostante questo mantiene una attitudine alla speculazione del pensiero più vicina all'atteggiamento del filosofo che dello scienziato, forse molto usuale nei tempi andati per questi popoli che facevano delle culture e delle biblioteche un punto fondamentale di una vita degna. Ha due figli di 4 e 9 anni, in città e la sua attività nel turismo gli consente, mi pare, un buon tenore di vita. Nel cassone della Toyota, ha già caricato alla partenza una biciclettina rossa, nuova fiammante, per il più piccolo che compirà gli anni al suo ritorno e già pregusta il piacere di presentargliela. Amor di papà, siamo tutti uguali in fondo. Così chiacchierando il tempo passa e finalmente, con il sole allo zenit arriviamo a Ouadane, famosa città carovaniera, avamposto nel deserto di Adrar, quasi coeva della nostra Alessandria, essendo stata fondata nel 1147, nel periodo più fulgido dell'impero. Di qui le carovane partivano per la traversata lasciandosi alle spalle quella che era chiamata anche la città dei sapienti, un centro di cultura che crebbe via via di importanza per poi decadere e per ragioni ignote, probabilmente legate al clima, fu abbandonata definitivamente nel XVI secolo. Oggi la cosiddetta città nuova che sorge ai margini delle rovine ben conservate, ospita non più di 3000 abitanti. Passiamo subito nell'albergo Chez Zaida, che è un po' il centro di passaggio per tutti quelli che vengono da queste parti, accolti dalla proprietaria, emblema classico di quanti vi ho detto della donna mauritana. 


Gira qua e là e dà retta a tutti, spigliata e facendo battute, rimanendo sempre al centro dell'attenzione. Ovviamente la sistemazione è molto basica, ma credo che nel deserto non si possa pretendere molto di più di questo. Per pranzo ci aspetta il solito stufato di montone con il riso, che in ogni caso è sempre assolutamente mangiabile. Nell'albergo ci sono un po' di francesi attempati che si aggirano per gli spazi ed i cortiletti attorno alle costruzioni, che presentano al centro aiuole bordate di piante grasse e di fiori probabilmente le sole che riescono a resistere alla poca umidità disponibile. Fuori del cancello qualche donna, sempre loro, sotto una tenda bassa espongono un po' di collanine ed altri poveri oggetti, segno che comunque un certo passaggio di turisti da queste parti arriva. Qualcosa bisogna comprare, tanto per farle campare, tutti tengono famiglia e le occasioni qui intorno non sono certo molte. Intanto che diamo un'occhiata alle cose esposte, arrivano le tre e mezza ed è ora di andare fino alla città morta sulla collina che domina l'oasi e che è rimasta immobile nel tempo da cinquecento anni, conservata dall'aridità del clima e anche ovviamente dal fatto di essere costruita massimamente in pietra. La guida ci aspetta ai piedi delle mura, che si alzano per qualche metro al di là del wadi secco che taglia in due l'oasi, vicino a quella che un tempo era la porta di accesso alla città. L'ampia veste blu è gonfia di vento e fa contrasto forte contro l'ocra scuro delle pietre che si levano diritte, baluardo mai valicato della antica città che ci aspetta.

SURVIVAL KIT

  Zaida - Ouadane - Albergo molto semplice e basico, tra le sabbie, appena al di fuori del palmeto dell'oasi. Basse costruzioni all'interno di un muro di contenimento, con camere grandi ma essenziali con il solo letto a disposizione.  AC presente, ma niente altro. Durante la nostra permanenza il wifi non funzionava, cosa che pare capiti di sovente. Spazi comuni grandi dove vengono serviti i pasti. Per essere in pieno deserto e circondata dalla sabbia che si accumula lungo i muri, tutto è decisamente pulito. Bagno con acqua calda ben funzionante. Zaida sempre a disposizione ed è molto amichevole e simpatica. 


Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!