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mercoledì 4 marzo 2026

Mau 12 - L'occhio del Sahara

Alla panetteria - Ouadane - MAuritania - Gennaio 2026 


 

L'occhio del Sahara - dal web
L'alberghetto si è frattanto riempito, sono arrivati, poco dopo di noi, anche gli italiani che avevamo incontrato a Cinguetti e che domani proseguiranno il giro, più o meno secondo il nostro itinerario anche se dovranno saltare qualche cosa, visto che hanno un paio di giorni in meno di noi da spendere. Gente interessante che ha già visto molto e che, come ho modo di constatare, ha un approccio molto vicino al mio, tanto che fraternizziamo un poco, come si fa di solito tra connazionali all'estero, Vien fuori che abbiamo conoscenze in comune, vedi un po' come è piccolo il mondo e uno di loro mi dà anche informazioni interessanti, che subito metto nelle annotazioni da conservare. Io sono un po' come un cane da tartufi, quando sento certi profumi stimolanti approfitto sempre per farmi dare consigli utili, specie da chi capisco, ne sappia più di me. Tra l'altro viene fuori che il ragazzo che li accompagna è lo stesso che ha fornito l'appoggio logistico a Filippo Tenti quando ha portato il suo famoso Overland da queste parti. Tra le altre cose parla benissimo l'italiano e ci racconta un po' anche di quella avventura, in cui si è fatto le ossa come guida. Pensa un po'. Va sempre a finire così, in giro per il mondo quando ci si ritrova attorno ad un fuoco scambiandoci informazioni e meravigliandosi delle belle esperienze di viaggio altrui. 

Sul bordo del  cratere
Va bene, segniamo sul taccuino, che poi alla fine tutto serve. Intanto va giù anche l'anjera, che ha portato Zaida, anche se non è il mio piatto africano preferito. La notte poi trascorre tranquilla, mi riprometto ogni volta di andare a vedere il cielo per gustarmi questa immensa stellata africana, ma alla fine c'è sempre qualche cosa che si mette di traverso, il cielo stesso non è mai abbastanza limpido per mostrare tutta la sua bellezza nuda, sembra abbia pudore e voglia comunque velarsi almeno un poco per continuare a rinfocolare il mio desiderio. Al mattino poi tutti hanno più o meno fretta di mettersi in marcia, le cose da vedere son là fuori che aspettano ed è put vero che non siamo noi materialmente a caricare i bagagli, ma l'ansia della partenza pervade un po' tutti ed alla fine, salutati i nuovi amici, si parte più o meno con calma. Si tratta di fare una sessantina di chilometri verso nordest per andare a vedere una curiosità naturale poco conosciuta, la struttura di Richat, detta anche l'Occhio del Sahara per la sua forma decisamente allusiva e conturbante. Questa formazione fu scoperta solo verso la metà del secolo scorso, ma date le sue dimensioni, presenta un raggio di circa cinquanta chilometri, divenne nota e visibile attraverso documentazione fotografica, solo con la missione Gemini IV che, ricercando crateri di impatto di grandi dimensioni, la fotografò dall'alto. 

Il cratere
In effetti queste immagini rivelarono meglio la sua vera natura. Si tratta infatti di un gigantesco rigonfiamento magmatico, una bolla di roccia fusa sollevatasi circa 100 milioni di anni fa e poi successivamente collassata, cosicché l'erosione successiva durata milioni di anni, ha dilavato le diverse rocce presenti negli strati successivi, più o meno a secondo della loro durezza, formando così una serie di anelli concentrici, visibili chiaramente solo dall'alto. Naturalmente le quarziti più dure e resistenti sono quelle che oggi formano i rilievi più elevati, rendendo visibili i diversi anelli. In effetti essendo questi rilievi oggi, di poche decine di metri, dal basso è molto difficile individuare la forma perfettamente circolare della struttura che si evidenzia soltanto da una certa altezza. Se ci passerete sopra in aereo, al passaggio certamente il pilota la farà notare, perché ormai rappresenta una curiosità molto gettonata. La strada che si avvicina al fenomeno, corre in una zona rocciosa del deserto di Adrar e quando si approssima alla cerchia più esterna, sale di poco, superandola poi rapidamente per scendere all'interno attraverso una pista sassosa e rettilinea. Poi poco alla volta si raggiunge il centro del cratere, che ha una parte leggermente sollevata, una sorta di collinetta sassosa e scabra, ricoperta da grandi sassi nerastri, da cui, sapendolo puoi vedere lontana, l'altura che circonda il tutto facendone da circonferenza estrema. 

Il monticello al centro
La roccia appare come nero basalto, ma dalle forme scistose che si spezzano facilmente in lamine sottili. Al centro qualcuno in tempi passati ha cominciato ad accumulare pietre più o meno grosse, fino a formare un monticello alto più di un metro, un segnale di presenza umana, un voler rimarcare che anche io sono passato di qua, insomma. Il vento spazza questo spazio aperto con forza e le strisce di stoffa sventolano rumoreggiando. Tutto intorno a te, ha un aspetto alieno, la roccia stessa non ha un aspetto comune, ma appare come rosa da una forza interiore che la sbriciola con costante pervicacia. Non senti affatto la presenza dell'uomo che, anzi, ti apparrebbe più consona in quel deserto di sabbia e di arbusti che hai appena lasciato. E' quasi un senso di straniamento che ti sconforta. come se stessi calpestando un suolo lunare o di qualche altro pianeta di una galassia lontana, visto che l'aria è del tutto respirabile, anche se il vento te la strappa via e non chiarisce se la fatica che fai sia dovuta alle folate improvvise o alla sua naturale carenza. E' così
che in questi luoghi nascono le leggende, non da parte delle tribù locali a cui questo luogo in fondo era presente da sempre, anche se del tutto invisibile, ma da quelli che ricercano la soluzione di misteri antichi; e questo sembra fatto apposta per rinfocolare il mito di Atlantide, che Platone richiama nel Timeo e nel successivo Crizia.

Il venditore di frecce
Soni i dialoghi dove racconta di questo impero sovrumano e primordiale, situato al di là delle Colonne d'Ercole e fin qui, più o meno ci siamo, costituito da un'isola dalla forma perfettamente circolare con un monte al centro e tre cerchi concentrici alternati di terra e di acqua, che presentava all'incirca queste stesse dimensioni. Di certo ad osservare le foto da satellite, mentre si legge questa descrizione, c'è da rimanere colpiti assai. Roba da Giacobbo insomma, basterebbe far partire una colonna sonora idonea e il pranzo è servito. Ma noi siamo gente che non ci facciamo impressionare facilmente, al massimo sacramentiamo un poco perché, da qualunque parte ti metti, le foto non rendono l'idea e credo che anche un drone, per quanto professionale, difficilmente salirebbe a sufficienza per dare immagini descrittive di quanto vi ho appena detto. Consoliamoci dunque di quel che si può vedere e salutiamo il bambino che sta qui, tutto il giorno, speranzoso di vendere qualche punta di selce trovata nei dintorni, perché certamente qui, di uomini ce ne sono stati nel passato, ma temo che a disposizione non avessero altro che pietre levigate in cima a dei bastoni, piuttosto che sofisticati laser capaci di fondere la roccia. A quello ci aveva già pensato la natura nel periodo Cambriano. 

Asini selvatici
Usciamo così da quel che rimane del cratere ripromettendoci di andare a guardare con attenzione le foto satellitari non appena torneremo a casa. Noi nel frattempo possiamo solo pensare ai tanti dromedari e asini selvatici che si aggirano qui intorno, segno che il pascolo non è così scarso come sembra. Gli asinelli soprattutto appaiono ben pasciuti, con un pelo quasi serico, di un grigio perla commovente, sotto le bellissime lunghe orecchie dalle punte nere, che continuano ad osservarci al passaggio, quasi chiedessero di essere portati via. Poi, il deserto diventa sempre più roccioso e compatto, la superficie quasi nera come fosse completamente bruciata dal sole. Eccoci di nuovo al monte dove sono segnalati i graffiti di Agrour Amojar. Questa volta i tizi che sonnecchiamo alla base dell'altura, proprio sotto il cartello che segnala il sito, ci dicono che il custode non c'è, quindi saliamo a rivederli da soli e senza pagare, tanto la scalinata che porta alle due grotte è molto evidente e ritroviamo le figure di animali e le piccole figure antropomorfe che simulano una caccia felice, allineate sulla parete procombente la valle e poi scendiamo con calma. Quante migliaia di anni sono passati da quanto questi cacciatori si radunavano qui, sotto queste rocce a guardare lo sciamano che batteva la roccia con una scheggia di ossidiana.

La giraffa
Colpo dopo colpo ecco uscire le sagoma di un grande bufalo dalle corna arcuate, una giraffa punteggiata, un ippopotamo corpulento. Forse 5000 anni o addirittura 10000? Chissà, pare ancora di sentire quei tamburi lontani che avevano echeggiato anche nel cuore della notte per propiziare la caccia del giorno dopo, di sotto, nella radura, allora di certo più rigogliosa e verde, ricca delle erbe di una savana o addirittura di una rigogliosa foresta. Sarà stata finalmente fausta la giornata, la grande preda era riuscita a nutrire la tribù per un poco? Chissà se allora i graffiti si facevano a consuntivo. Noi invece, disillusi uomini del terzo millennio, che la carne se la procurano dal macellaio, poca perché se no fa male, scendiamo e facciamo ancora qualche chilometro per arrivare di nuovo a quelle colline di roccia nera e liscia, le più grandi spaccate a mostrare difficili passaggi che portano fino all'aprirsi della grande valle sottostante, un canyon dilatato di roccia rosa di cui stenti a vedere le pareti opposte. Ripasso ancora lungo le tracce lasciate anche qui da quelle tribù passate, faticando ad avanzare nella sabbia accumulata negli stretti passaggi; ecco quelle rocce identificate come il trono sotto il quale si radunavano gli astanti e il grande dolmen dove di certo si saranno svolte cerimonie o forse balli e canti.

Le pietre nere
Ed ecco laggiù la grande pietra dove avevo incontrato Aisha, col suo fotografo personale che la immortalava con lo sguardo perso all'infinito, vestita di un drappo dorato, ricoperta di anelli e catene, che ora, al ricordarla, mi appare davvero come una visione solo sognata, di una regina di regni ormai dispersi tra la polvere delle sabbie. Una visione solo per un attimo comparsa e poi sfumata via nell'onda del ricordo. La strada certo, è la stessa dello scorso anno, ma il solo fatto di ripercorrerla al contrario te la fa rivivere come in un'era passata. Dalla balconata, ecco apparire il fortino di Sedan, in fondo alla valle, ti pare assolutamente reale e lo immagini pieno di  legionari che aspettavano l'attacco delle tribù del deserto o che fucilano rivoltosi come nella pubblicità riesumata dopo trenta anni, e invece è soltanto il residuo del set di un filmetto ormai dimenticato, anche lui destinato a scomparire eroso dal vento e smerigliato dalla sabbia. Rimontiamo il passo. Certo non si può dire che i punti di vista ed i panorami siano peregrini, anzi, continuo a far fermare l'auto per fare qualche scatto, E se una cosa è bella, pazienza se la vedi per la seconda volta, è cosa che non offende. In fondo, lontano, nella valle il terreno roccioso, appare più organizzato e indovini una presenza umana purchessia. Sono le prime case della città di Atar, con la sua farmacia e il suo ospedale, cosa di cui primariamente mantengo la memoria. 

Nel cratere



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martedì 3 marzo 2026

Mau 11 - Ancora Ouadane

Ouadane - La moschea - Mauritania - gennaio 2026 

 

Sala convegni a Ouadane
Alle 15 abbiamo appuntamento con la guida locale per fare il giro delle rovine della città antica. Ma prima facciamo una tappa appena fuori città, in una specie di parco creato per le manifestazioni ed i festival, che cominciano ad essere preparati anche da queste parti. Si tratta di un largo spiazzo, tanto qui è tutto deserto e le aree libere sono l'unica cosa che non manca, denominato Eritage center, dove sono stati creati un piccolo museo illustrativo della storia della città, un 'area culturale, dove si svolgono convegni e manifestazioni  e poi altri spazi dedicati ai festeggiamenti e a spettacoli che prima si facevano nella città nuova in cima alla collina. Nel grande festival che si svolge a rotazione, intervengono gruppi delle quattro città storiche del paese, ricordate con le loro caratteristiche di fregi architettonici differenti. Oltre a Ouadane e Cinguetti, ci sono Oualata, vicina al confine maliano, l'ultima tappa importante sulla pista per Timbuctu,  nota per le facciate delle sue case ricoperte di disegni floreali e Tichit, più o meno a metà strada. In tutte e quattro, anche se in misura minore rispetto a Cinguetti e a Timbuctu, si è creata l'abitudine alle biblioteche ed alla raccolta di libri, che qui è ancora più misconosciuta e in fase di dispersione. Nell'area poi, ci sono molte ricostruzioni di case erette nello stile delle quattro città e nel museo è molto ben rappresentata tutta la parte culturale che rende questa via così particolare proprio grazie a questi aspetti. 

Casa in stile di Oualata
Anche la ricca documentazione fotografica esposta, contribuisce a rendere interessante la visita e a completare l'informazione. In effetti ci siamo solo noi che ci aggiriamo nel recinto che sembra avere un aria piuttosto abbandonata, ma Ahmed dice che quando scatta la festa e questo è solo il primo anno di apertura, arriva un sacco di gente, gruppi musicali e di danze folk, bisognerebbe informarsi delle date giuste, perché probabilmente si tratta di roba piuttosto interessante. Alla fine usciamo e andiamo verso la collina dove i resti della città si confondono con la roccia sottostante visto che tutto è costruito della stessa pietra color ocra che diventa via via più rosata man mano che si avvicina la sera.  Naturalmente è lo stesso giro già fatto lo scorso anno, l'itinerario è fisso e per arrivare dalla moschea inferiore punto di inizio e proseguire fino a quella superiore, quella nuova, c'è solo una tortuosa, ma unica stradina, tutta scalini sgarruppati che salgono verso l'alto, ma fa niente, questa volta me la godrò cercando di gettare l'occhio più dentro le cose, anziché rimanere legato alla sua bellezza esteriore. E' sempre Mohamed, la guida, sempre più magro, almeno così mi sembra, che si infila veloce nella porta di Tengit, non si ricorda di noi, tutto preso a magnificare la rue de 40 Savant che inizia a salire dietro i ruderi della moschea. 

Il minareto
Di certo non mi ha riconosciuto e come avrebbe potuto, per lui i turisti saranno di certo tutti uguali, con quelle loro macchine fotografiche che fanno clik di qua e di là per non parlar dei telefonini.  Certo che i berberi che fondarono Ouadane quattro secoli dopo la prima Cinguetti, erano stati più furbi, hanno scelto una bella collina sopraelevata, così che i nemici in arrivo si vedevano da lontano, e comunque in una zona decisamente rocciosa, così le case si potevano fare di pietra, roba solida insomma e poi non c'era il problema della sabbia sempre lì in agguato a seppellirti il paese mentre dormivi. Per la descrizione della città vi rimando a quanto vi o già raccontato nel capitolo dello scorso anno, lasciando qui spazio invece a qualche considerazione più approfondita, che è poi quello che ti viene più naturale quando ritorni in un posto in cui addirittura ti sembra ormai di essere di casa. Stavolta mi voglio godere di più la vecchia moschea con quel suo porticato che pare una cripta medioevale delle nostre, solo semisepolta dalla sabbia. Certo questi pilastri con i curiosi archi a ogiva che li collegano, sono davvero particolari e la costruzione in pietra li ha conservati davvero perfettamente, anche il minareto dalla forma molto classica maura, ne segna lo spazio con bella evidenza.

Venditrice
Vedi solo le parti di sostegno e gli architravi, di legno di palma, che non hanno retto la presenza spietata delle termiti, che ne hanno fatto strage, sbriciolando tutto quanto era mangiabile. Lungo la via dei sapienti, ecco una dopo l'altra, le case dei fondatori, che ospitavano le scuole e quindi le famose biblioteche, che tuttavia oggi sono tutte chiuse, chissà che fine avranno fatto i volumi contenuti ed i segreti che si sono portati con sé, qualcuno venduto, qualcun altro disperso, gli altri ancora infine tritati spietatamente dalle mandibole instancabili dei piccoli ma incontenibili imenotteri trasparenti. Eppure, a pensarci bene, questa via tra le sabbie che per ottocento o più anni ha fatto transitare cultura ed idee, in un ambiente così ostile e refrattario alla presenza umana da rendere questa cosa incredibile, è potuta avvenire, solo perché la via è nata per inizialmente necessità mercantili, per spostare da ovest ad est il sale ed i datteri, preziosi materiali che dopo Timbuctu prendevano ancora tante altre vie traverse verso sud e da qui all'indietro, le stesse carovane riportavano oro e avorio e schiavi naturalmente che qui non sono mai stati molto teneri coi paesi di immigrazione, allora non clandestini, ma diciamo piuttosto forzati e poi, per carità sono arrivati anche i libri, ma consideriamo che se non ci fossero stati questi benedetti mercanti, la storia avrebbe camminato molto più lentamente.

Architravi in pietra
E più mercanti passavano, più il mondo locale si pacificava, che il commercio, ricordiamo di rimarcarlo sempre, ha bisogno soprattutto di frontiere aperte, di pace e tranquillità, perché dove transitano le merci non sparano i cannoni e aggiungerei anche che gli unici droni che girano sono quelli degli aspiranti fotografi. In effetti dentro la città ci sono ancora tre o quattro donne che espongono le solite cose sui loro poveri banchetti, insomma possiamo dire che non è ancora proprio commercialmente morta e sepolta. Al di là del muretto, le rovine della città precipitano invece verso il basso, fino al pozzo segreto, salvezza della città in caso di assedio, e poi ancora la cinta di mura, al di là della quale c'è la traccia dell'oasi, col suo palmeto che si stende per qualche chilometro, ma che non dà certo quella impressione di rigogliosità delle oasi in cui l'acqua è ancora presente in modo abbondante e  utile ad una coltivazione che dia opportunità di vita. Ed ecco si pensa che questa sia forse la ragione per cui la città fu abbandonata nel 1500 e mentre la sua vicina invece era stata seppellita dalle sabbie mentre tentava disperatamente di sottrarsi a questo destino di asfissia progressiva, qui la siccità ha ucciso l'insediamento ed i suoi commerci togliendogli la vita, come se un mostro sotterraneo ne risucchiasse poco alla volta, la linfa vitale. 

La macelleria
Secondo altri invece il vero motivo della decadenza e del progressivo abbandono fu dovuto proprio all'inaridirsi dei commerci; quelle merci che per secoli ne avevano decretato il successo e lo sviluppo, erano meno necessarie o arrivavano con maggiore facilità da altre vie e così tutto si spense a poco a poco e le famose biblioteche furono lasciate in preda alle termiti. Ecco un'altra volta confermata la mia insistenza, che vuole sottolineare sempre questo aspetto del commercio e del transito delle merci come substrato fondamentale allo sviluppo di tutta la civiltà, cultura inclusa. Dai punti più elevati della città, tra i muri diruti e le scale dai gradoni sformati, la vista si apre verso un deserto ciottoloso a tratti segnato da monticelli di sabbia, anche se la foschia nasconde l'orizzonte lontano. Non più eserciti bramosi di conquista davanti alle mura che ormai appaiono esili, rimaste in piedi solo perché nessuno ha voluto abbatterle, ma solo dromedari rinsecchiti che cercano erba ancor più secca che spunti tra le pietre. Arriviamo fino in cima con la lentezza degli anziani, cosa che tuttavia permetterebbe di meglio godersi le cose da vedere lungo la via, se non fosse, che molta dell'attenzione e del tempo speso nella salita, deve essere impiegato più proficuamente nella raccolta del fiato e nella attenzione a non inciampare e di contro cadere rovinosamente.

Giocando a scacchi
D'altra parte il nostro Ahmed, memore di quanto già accaduto, non mi perde d'occhio un attimo sempre pronto ad allungare una mano prodromica ad un aiuto eventualmente necessario. Anche qui la città nuova è quasi indistinguibile da quella di Cinguetti, cubi e parallelepipedi allineati alla meglio, con le pareti intonacate di fango e paglia, in pochi casi sporcate da una mano di colore indefinibile, che vorrebbe essere solamente vivace ma con scarso risultato, in cui si aprono le porticine di miseri negozi tuttofare, Poche le persone in giro, qualche bambino che ti rincorre in cerca di cadeaux, ma senza quella convinzione prepotente di altri luoghi e che subito infatti si stanca. In un angolo della piazzetta, il solito gruppetto di anziani che giocano agli scacchi nella sabbia, dopo aver tracciato col dito gli incroci ed avervi successivamente piantato bastoncini e messo pietruzze, senza badare a quanto succede intorno a loro. Su tutto il paesino aleggia un senso di immutabile immobilità, come se l'orologio del tempo fosse completamente fermo e le lancette rimanessero immobili in attesa che si scateni un qualche evento alieno. In fondo alla lunga discesa, prima di passare il uadi, mi guardo intorno in cerca di quelle ragazzine che avevamo incontrato un anno fa, per vedere se avessero gradito le foto che avevo mandato, ma non ce n'è traccia e quindi torniamo da Zaida che starà preparando la cena


Bambini di Ouadane



Antica serratura di legno

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domenica 1 marzo 2026

Mau 10 - La carovaniera

La pista - Mauritania - gennaio 2026 

 

Sabbia
Eccoci svegli, di mattino presto, salutiamo il gruppetto di italiani con cui avevamo fraternizzato ieri sera, senza dilungarci troppo visto che comunque li rincontreremo questa sera a Ouadane, la strada è quella e lì bisogna per forza andare e dunque riprendiamo subito la strada del deserto. Questa è forse una delle corse sulla sabbia più bella. L'aria è tersa e finalmente senza vento. Le ondulazioni sono piuttosto basse e diventano dune vere e proprie solo qualche chilometro più lontano, alla nostra destra. Qui solo una sconfinata spianata di onde leggere di un arancione commovente sulle quali la fitta rete di scriminature che sembrano formate da un gigantesco pettine manovrato dall'alto per disegnare il terreno di una straordinaria ornamentazione, prosegue all'infinito. Solo tracce leggere di pneumatici segnalano la nostra direzione di marcia. E questo è uno dei dilemmi più ingannevoli del deserto, tu puoi seguire una traccia che prosegue diritta davanti a te, convinto che questa sia una pista sicura visto che ci sono appena passati altri, ma è un sottile inganno; soprattutto in certi terreni un po' più solidi, la traccia può durare anni, se non ci sono stati venti intensi a coprirla, e tu puoi avventurarti lungo quella che ritieni una pista certa ed invece questa non conduce da nessuna parte e se avrai un problema, potrebbero passare mesi o anni prima che passi qualcuno a darti una mano. 


Deserto che avanza
Quindi sempre occhio alla posizione del sole e avanti a tutta birra, tanto qui, al contrario, le tracce rimangono per  poco tempo, la sabbia è leggera ed il vento la muove con imperturbabile costanza. Quando ci fermiamo per una sosta idraulica, provo a lasciare un segno di orme del mio passaggio, ma dopo pochi minuti, che mi sono attardato a traguardare l'orizzonte lontano, mentre tornavo alla macchina, erano già quasi completamente cancellate, Tracce irriconoscibili del passaggio di qualcuno certo, ma uomo o animale, tertium non datur, difficile decidere. Ancora un poco e la superficie sarà ancora più liscia e serica, pronta per essere di nuovo traversata. Di certo tra un'ora, saranno già scomparse. Però la mancanza di rilievi ripidi consente invece alle macchine di prendere una certa velocità ed è molto divertente questo correre verso il nulla cercando di mantenere una direzione il più possibile rettilinea, evitando solo i monticelli d'erba e le minime depressioni più chiare, segno di sabbia troppo morbida, foriera di impantanamenti. E' davvero una bellissima sensazione questa corsa tra le sabbie che sembra non finire mai. Quando le dune cominciano a rilevarsi un poco ed hai difficoltà a vedere con chiarezza l'orizzonte, la pista si fa un poco più tortuosa e bisogna ridurre la velocità, Si è alzato frattanto anche un po' di vento, quello appunto che cancella le tracce e il cielo si è di colpo offuscato.

Carovana
Incrociamo quella che sembra una carovana, Tre o quattro dromedari affardellati e tre persone che camminano loro accanto, La velocità degli animali è lenta, giusto la stessa degli umani che li accompagnano, anzi non appare subito chiaro chi accompagni chi. Da vicino capisci invece che non si tratta di mercanti che marciano verso il confine maliano, che dista ancora quasi un migliaio di chilometri, forse verso la leggendaria Timbuctu, forse a nord verso l'Algeria, ma semplicemente di una coppia di giovani turisti, intabarrati dalla testa ai piedi per resistere alle folate di sabbia che non aspetta altro di insinuarsi in ogni dove, che, accompagnati da un cammelliere, stanno facendo a piedi la pista tra Cinguetti e Ouadane, la stessa nostra, una tratta storica che ha visto il passaggio di migliaia di carovane in passato e forse questo modo di viaggiare, ci metteranno una settimana invece della quattro ore che sono necessarie a noi, ti consente davvero di provare sensazioni antiche e vivere il deserto quale doveva essere solo un secolo fa. Sono sicuramente due modi diversi di vivere il deserto, il mezzo moderno che ti fa provare l'ebbrezza di correre tra le sabbie e il lento andare antico, della fila di uomini che cammina sulle sabbie accompagnato solamente dal ruminare continuo del dromedario che ti osserva con occhio critico domandandosi forse che cosa ci fai lì, anche se forse dopo millenni di esercizio, la specie si è mitridatizzata a queste curiosità e non si fa più domande, ma accetta il suo destino di traslatore di beni tra le sabbie. 

Haisha
Certo è un artificio, io non credo che sarei contento di camminare per giorni e vedere i pick up Toyota che mi passano accanto, sfrecciando e sollevando una nube di polvere, come se non bastasse quella che porta il vento e guardare dai finestrini, quelli che ti salutano con la manina, quasi fosse una irrisione. E' un po' come il fastidio che provano gli escursionisti che scarpinano per ore su faticosi sentieri di montagna che consentono loro di guadagnare 1000 metri di quota in una giornata di pena e poi all'arrivo nei pressi del belvedere tra le montagne trovare una piazzola gremita di macchine che arrivano da una strada percorsa in pochi minuti, mentre una massa di gitanti che ululano hanno occupato per intero la balconata ed una schiera di bimbi gioca sul prato coi racchettoni. Però è sempre la stessa storia, se un posto è interessante non puoi neanche pretendere di arrivare in solitudine e godertelo a tu per tu; è il solito discorso. Comunque, non vorrei fare troppo il difficile, non possiamo certo dire che questo deserto soffra di overturism, almeno per ora. Intanto raggiungiamo l'oasi di Tanouchert, dove ci eravamo già fermati lo scorso anno, essendo più o meno a metà della strada che dobbiamo percorrere. Come vi avevo già raccontato, è un luogo, un tempo importante per la carovane, che vi sostavano, mentre oggi è un gruppo spopolato di capanne, che aspetta solamente l'arrivo del periodo della raccolta dei datteri per rivivere dei parenti che arrivano dalla città a dare una mano e a fare festa. 

Capanne di Tanoucher
Per il resto l'insediamento dormicchia sonnacchioso in attesa di essere sepolto dalle sabbie. I pochi abitanti cercano di difendere le palme rimaste erigendo barriere di frasche, come abbiamo già visto e scavando buche profonde attorno alle palme che ancora riescono a crescere qui. Ma avverti subito che per il momento almeno è una battaglia perduta, che, complice anche lo spopolamento, non ha molte possibilità di farcela. Come mi dice Ahmed, la gente sa, qui come a Cinguetti, che la loro casa appartiene al deserto e che, quando lui la vorrà indietro, se la riprenderà e basta. A loro non resterà che andarsene, mentre la duna a poco a poco seppellirà i muri di mattone crudo assimilandoli per l'eternità. Certo qui nei villaggi, basterà smontare le capanne e spostare le tende un po' più in là per resistere ancora un po', il palmento invece è l'unica cosa che vale la pena di difendere, cercando di resistere all'invadenza della sabbia, ma per le città è diverso, siano esse di terra cruda o di pietra. Ecco perché qui possono resistere solamente le tribù di nomadi che sono essi stessi per primi, parte del deserto, che non temono perché riescono ad adattarsi ai suoi ritmi senza tentare di opporsi velleitariamente. Per loro il deserto è maestro di vita, ti ricorda in ogni momento che per essere felice, per avere una vita piena, basta solamente avere l'essenziale, l'acqua, un po' di datteri e di latte dei tuoi cammelli, poca carne delle tue capre e una tenda in cui avere riparo. 

Tè nel deserto
Tutto il resto è assolutamente inutile. Nelle sirene della città che attira tutti si troveranno le tante cose che ci possono essere e che si possono desiderare, delle quali nessuno ha davvero bisogno per essere felice, ma attenzione, non è che siano lì disponibili, solo da raccoglierle come i datteri dalla palma, possono rimanere anzi, solo un oggetto irraggiungibile che ti produrrà solamente deprivazione e infelicità, concetti in fondo così vicini a tanta filosofia buddista orientale, in fondo tutto il mondo è paese. E secondo molti tra quelli che vivono qui, il deserto riesce a darti tutto quello che serve per essere felice. Sarò anche vero, ma non vorrei che fosse uno dei tanti modi per convincere la gente che vive in un certo stato ad esserne contente per frenare le loro pretese e le loro aspirazioni, per tenerle calme insomma. Rimaniamo un'oretta nell'oasi, per riposare nella grande tenda centrale bevendo il solito immancabile tè e a filosofeggiare sul senso della vita, mentre le ragazze del paese entrano e cercano spazio vicino al palo centrale che regge la tenda che probabilmente è il punto del paese dove c'è più campo e smanettano sui loro telefonini, come già avevamo visto fare l'anno scorso. Quella carina che ci aveva servito il tè lo scorso anno, non c'è più, Ahmed mi ha detto che si è sposata a settembre e adesso vive in città ed è contentissima, visto che il marito ha una bella casa e aspetta già il primo figlio. 

Deserto che avanza
Passeggio un poco attorno alle capanne, fino al bordo dell'oasi. Al di là incombono le dune sinuose, bellissime, ma sempre più alte. Circondano completamente il paese come iene affamate che aspettano solo che cali la notte per avanzare e prendersi quello che, agonizzante, sta lì in attesa di essere spolpato. La palma piccola che stava crescendo in una buca piuttosto profonda e che ricordavo bene, dietro una capanna con un cortiletto dove giocavano tre bimbi, è stata in un anno completamente sepolta da una sottile sabbia arancione; ora spunta solamente un ciuffo di frasche stentate, dal centro, sulla sommità,  non vedi neppure un tentativo di grappolo di rametti su cui dovrebbero iniziare a formarsi i primi frutticini, chiari e turgidi, ansiosi di caricarsi di zuccheri deliziosi. La pianta è perduta e non darà invece più frutti. Nessun Neglet en-nour, le dita di luce dono di Allah apparirà ad agosto per essere colto. Nessuno ha cercato di salvarla, nessuno ha più scavato intorno ad essa od ha cercato di farle arrivare un poco di umidità per farla crescere, uno spreco probabilmente, a questo punto giudicato inutile e si sa quanto sia preziosa l'acqua nel deserto. E' stata abbandonata alla forza della sabbia, che vuole riaverla con sé e forse hanno pensato che dedicarle altri sforzi non valesse la pena, o semplicemente non c'è stato più più nessuno a deciderlo e la natura così ha deciso per tutti. 

Il villaggio
Allora noi riprendiamo la nostra corsa tra le dune, sempre più formate e maestose che cominciano a costituire un vero e proprio erg ondulato. Ouadane, l'altra importante città di questa carovaniera del nord est è sempre più vicina, e ci arriviamo prima di mezzogiorno, giusto in tempo per il pranzo. Siamo di nuovo da Chez Zaida, la soluzione che per gli stranieri di passaggio va evidentemente per la maggiore. Lei, imprenditrice baldanzosa sulla cinquantina, è già in cortile che dà ordini a destra e a manca, di qui distribuisce le camere, di là organizza i sedili sotto la tenda dove già arrivano i piattoni di riso e verdure per saziare i turisti affamati. Facciamo un giretto per gli scarni banchetti che stazionano davanti all'ingresso, d'altra parte questo è l'unico posto certo dove si aggregano i turisti, ma non c'è davvero niente che ci spinga a lasciare il solito obolo, d'altra parte le assonnate facce delle venditrici non spingono all'acquisto più di tanto. Qualche capretta che gira attorno, bela debolmente, non è chiaro se alla ricerca disperata di cibo o se per la soddisfazione di aver evitato la pentola, almeno per oggi. Andiamo allora a buttar giù qualcosa, prima di partire per il programma pomeridiano. 

Tra le capanne

SURVIVAL KIT


Dune
Pista da Cinquetti a Ouadane - Una delle più belle tratte di deserto da fare in tutta sicurezza che percorre questo famoso tratto di deserto dell'Adrar occidentale. Un centinaio di chilometri rettilinei, piuttosto battuti, perché è sull'itinerario classico, che collega queste due antiche città del deserto che sono tra le cose fondamentali da vedere nel paese. Calcolate tre o quattro ore di viaggio tra soste e foto. C'è chi se lo fa a piedi coi dromedari. A Cinquetti troverete chi organizza queste escursioni, che durano circa una settimana dormendo sempre in tenda tra le dune. Più o meno a metà strada la piccola oasi di Tanoucher che ospita un centinaio di famiglie. C'è anche una strada normale in parte asfaltata, che congiunge le due città, un po' più lunga, ma che ovviamente non ha il fascino di questa traversata diretta.

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Basta rimanere an un centinaio di metri dalla collina, percorrendo il sentiero che traversa il wadi secco e questa ti appare come un ammasso roccioso di pietre ammucchiate a caso, come dopo una frana rovinosa o un terremoto che ha fatto rotolare a valle i residui di una montagna rosa dal caldo e dal vento del deserto. Invece man mano che ti avvicini, quei montarozzi di pietre perdono la loro casualità senza nome per trasformarsi sotto il tuo sguardo inevitabilmente più attento, in disegni più precisi e riconoscibili. Eccolo qui, un muro che si erge per quasi quattro metri incurvato solo un poco verso l'alto, mentre più in là, dove lo sguardo riesce a penetrare tra i varchi, ecco frammenti di case, spigolosità e stipiti in rovina, ma ancora ber ritti dove certo un tempo erano appoggiati soffitti e trabeazioni e nelle mura che appaiono sempre più nette e forti, le sinuosità che raccontano di anfratti progettati con cura per la difesa e infine, ben nascosta la sporgenza che mimetizza la porta principale della città. Piccola e occultata, come era di solito in tutte queste città di pietra, proprio per rimanere sconosciuta e quindi meglio difendibile alle milizie che stavano di guardia, che i predoni del deserto, evidentemente sono sempre pronti a razziare  e le orde dei conquistatori appaiono sempre ingolositi dalla brama dell'oro, quando la ricchezza di un insediamento si sparge ai quattro venti e viene conosciuta tra le sabbie. 

Mohammed sta proprio davanti all'ingresso ad aspettarci per condurci attraverso un dedalo di passaggi, stretti e contorti che risalgono la collina. Non mi sembra che abbia molti clienti a cui badare anche oggi, anzi forse siamo davvero gli unici,  e prende la salita con la calma che merita anche in questa stagione, nella quale il tempo è clemente ed alle quattro di pomeriggio il sole non troppo feroce, comincia ad avvicinarsi alla linea dell'orizzonte. Varcare la porta di Tegnit, segnata da una specie di torre quadrangolare dagli spigoli perfetti, rastremati verso l'altro, è come entrare in un mondo perduto, nascosto e semisepolto dalle sabbie che da secoli cercano di riappropriarsi di quanto ritengono solamente loro e solo per poco ceduto ad un ambizioso invasore. Ma qui, appena passata la barriera che ti introduce a questo mondo perduto e adesso ritrovato, ecco comparire nette nella loro perfezione costruttiva, tutte le caratteristiche di un agglomerato urbano in cui riconosci con precisione quartieri, vie, case e ogni altro manufatto che designa gli spazi di una città. La pietra è materiale di costruzione assolutamente non deperibile, in particolare in un luogo dove non piove mai e quindi ove non ci sia mai la forza spaventosa e inarrestabile dell'acqua che possa spostare qualcosa o farla rovinare a terra. 

Così ecco che l'impianto cittadino perfettamente conservato rimane qui da secoli a popolare di fantasmi la collina. Mancano solamente le coperture che, essendo state progettate in legno di palma, l'unico disponibile nelle oasi, è stato via via divorato dall'opera implacabile ed inarrestabile di un esercito di termini, l'unica popolazione che prospera in queste lande desolate. A poco a poco i tronchi poderosi che fungevano da architravi si sono sbriciolati sotto le loro insaziabili mandibole, che le hanno trasformate in impalpabile  farina, dispersa nel vento fino a scomparire del tutto. In  pochi, rari casi, intravedi ancora qualche moncone incastrato tra le pietre che sostenevano una volta, flebile traccia fantasma di un'arte costruttiva mirabile e raffinata. Vicino all'ingresso, dove il terreno è ancora pianeggiante si allargano i muri dell'antica moschea, nata assieme alla città novecento anni fa. E' rimasta straordinariamente intatta, come puoi constatare appena varcata la porta di ingresso con le sue file ordinate di pilastri quadrati che si elevano a distanze regolari nello spazio che doveva essere una grande sala centrale di preghiera, perfettamente collegati tra di loro da eleganti archi di pietra a sesto acuto, che sostiene ancora oggi il peso del materiale impiegato. 

I piedi affondano nella sabbia che continua la sua opera lenta ma implacabile, penetrando da ogni anfratto nel suo inarrestabile desiderio di ricoprire tutto col suo mantello morbido cancellando le tracce del passaggio umano e riportarlo alla universalità del tempo. Ma qui fatica a farlo. L'uomo, testardamente, con pervicacia inspiegabile, continua a opporsi a voler mantenere questo ricordo della sua presenza, della sua capacità resiliente di opporsi alla natura, che sarà pure insensibile e neutra come diceva il poeta, ma lui, nella sua debolezza vuole continuare ad opporsi, ad affermare la sua capacità di affermazione anche di fronte a forze apparentemente sovraumane. Così questa città morta per secoli, riscoperta da una ventina di anni e classificata dall'Unesco come patrimonio dell'Umanità, ha avuto un intervento di restauro che la rende riconoscibile e fruibile da quanti si assumano il carico di arrivare fin qui per riscoprirla. Risaliamo per quella che era la contorta via principale, quella dei 40 sapienti, dove erano le case dei maggiorenti della città, che ospitavano gli studenti che fin qui venivano a studiare attirati dai savi che vi abitavano e dalla quantità di libri manoscritti che venivano conservati da 23 famiglie in quelle che erano vere e proprie biblioteche, formando quella che fu considerata la prima università del deserto. 

Qui fu rinvenuto il più antico manoscritto della Mauritania. La città che visse uno splendore di cinque secoli, era ricca e fiorente. A soli 400 chilometri, una piccola distanza per questo deserto, c'era infatti una grande miniera di sale e le carovane che lo spostavano verso Timbouctou, facevano qui la loro sosta principale, facendo fiorire un grande mercato dove appunto veniva scambiato con oro, datteri, orzo e altre derrate fondamentali per la vita tra le sabbie. Questa ricchezza indotta ne fece quindi anche un centro culturale vivo e ricco di menti speculative. che esportò anche nei centri vicini, questo metodo della conservazione del sapere attraverso la trascrizione dei libri. Proseguendo nella via principale incontri le case dei tre fondatori, decisamente più grandi delle altre con portali maestosi. Molti usci che immettono nei cortili interni sono chiusi da belle serrature antiche fatte da ingegnosi incastri di legno. Entriamo in quella che è detta la casa del Marabutto, importante personaggio, la cui famiglia quindi disponeva di un vero e proprio palazzo in cui si può ancora vedere la sua antica tomba, testimonianza dell'importanza del personaggio. Scendiamo lungo vicoli laterali fino al pozzo principale della città, sito coerentemente nella parte più bassa, circondato da alte mura e dalle postazioni delle sentinelle. Proprio in fondo ecco il foro che si lancia nelle profondità della terra per una trentina di metri. 

In fondo pare che sotto tutto il Sahara ci sia ancora un oceano di acqua. Anche qui, qualcuno vive ancora, aspettando che arrivino i rari turisti, ma senza troppo affanno. Poi si prosegue sopra camminamenti protetti delle mura che in alcuni punti arrivano anche a cinque metri di altezza. Tutto è costruito a secco sovrapponendo pietra squadrata a pietra, senza uso di malta o fango e tutto si regge perfettamente in piedi dopo quasi mille anni. Di qui domini quanto rimane dell'oasi, pochi alberi rinsecchiti attorno alla traccia dello wadi che bordeggia la parte inferiore della città e poi al di là, lo spazio che comincia a popolarsi di dune che si perdono all'orizzonte e che il sole calante comincia a dipingere mutandole dal giallo chiaro che erano, in  un color ocra sempre più scuro, che presto diventerà un viola intenso. Al culmine della strada antica, arriviamo alla moschea nuova, non molto più grande di quella vecchia ed oggi funzionante. Sono quasi le cinque ed all'interno è l'ora della preghiera, dall'alto del suo minareto a torre quadrata dai piccoli merli, si era già levata la voce del muezzin, ma si tratta solamente di un disco registrato, i tempi dell'omino che saliva i ripidi gradini per cantiere le lodi al Signore sono ormai passati da tempo e anche all'interno non mi  pare ci sia molta gente. 

Già, perché a metà dell'800, qui sulla sommità della collina, la città è risorta e ricostruita con le strade sempre più larghe come richiesto dalle necessità dei tempi nuovi che stavano arrivando. La consueta serie di parallelepipedi senza personalità di tutte le città nuove, popolata da poche migliaia di persone. Una cittadina che comunque grazie alla presenza del vicino monumento ha una sua vita propria ed è sede di manifestazioni culturali e festival, dove arrivano artisti e performer da ogni parte dell'Africa. Dopo aver lasciato la nostra guida, facciamo un giro anche nelle larghe vie spopolate della città nuova. Qualche raro negozio tuttofare nelle vie che convergono verso la piazza centrale, un locale un po' malandato e un pò di vecchi seduti a terra lungo i muri delle case. La sabbia accumulata lungo i muri e contro i quali viene spinta sempre più insistentemente dalle rare macchine di passaggio. In mezzo alla strada un gruppetto di persone sono sedute in cerchio. Tutti guardano chini verso il centro, la scacchiera disegnata sula sabbia, dove i due contendenti piantano lunghi stecchi di legno per segnare le posizioni, nell'antico gioco, che qui pare sia molto popolare. Arriva un'auto, ma nessuno fa cenno di spostarsi, è l'auto che deve fare un largo giro per evitarli, rischiando di piantarsi nella sabbia. 

Tutti, giocatori e spettatori sono concentratissimi nello svolgimento del gioco e non si sente volare una mosca. Nessuno fa caso neppure a me che mi sporgo per cercare di vedere le tracce disegnate sulla sabbia e coperte dalle teste degli astanti e nessuno fa neppure caso agli scatti delle mie foto. Dopo un po' arrivano tre camion preparati e armati per le traversate sahariane, sono tedeschi e olandesi evidentemente usi a questi raid, che parcheggiano in mezzo al paese, che appare come improvvisamente definitivamente conquistato, almeno per un poco dagli invasori teutonici. che scendono in massa, si aggirano un po' per la piazza, nell'indifferenza generale, poi risalgono sui panzer e riprendono la strada che esce dalla città. La conquista è durata poco, il paese, indifferente, è di  nuovo libero e la partita prosegue come se nulla fosse accaduto. Scendiamo verso l'oasi ed il wadi per rientrare all'albergo. Al margine del palmeto incontriamo tre bellissime ragazze, molto giovani, direi sui 15/16 anni. Fanno le ritrose e si nascondono un poco dietro i veli colorati, poi la curiosità vince e si fermano per chiacchierare. Dapprima sembrano evitare le foto, poi dopo che gliele mostro attraverso gli schermi della Nikon, sono loro a 'pretenderle e a mettersi in posa, ridendo come matte. Al mio riorno, nonostante tutto quello che deve ancora succedere, le ho mandate ad Ahmed, che gliele ha girate, in quanto pare glie le abbiano hanno richieste insistentemente. 

Andiamo ancora a gustarci il tramonto sulla collina dietro l'albergo, tra le tracce non concluse di quello che doveva evidentemente diventare un albergo più lussuoso, ma abortito credo, per la comprensione che il numero di clienti prevedibili, non ce l'avrebbe fatta a tenerlo in piedi. Il sole finalmente scende dietro le dune che hanno questa volta assunto la loro veste da notte, mentre si accende la stellata nel cielo, uno degli altri spettacoli imprescindibili e decisamente ineguagliabili del deserto. Sulla duna più lontana le sagome dei tre camion dei crucchi, hanno finalmente trovato la loro pace. Ceniamo nella grande tenda comune nel cortile, tra una torma di francesi. La solita vellutata di carote peraltro buonissima e cammello stufato con una specie di crepe grigia e bollosa, leggermente acidognola che mi ricorda molto la anjera etiope. Un gruppo di bambini sta ammucchiato davanti alla tenda a godersi lo spettacolo dei bianchi che mangiano, tenuti a bada dalle occhiatacce di Zaida, che controlla tutta la situazione. In un canto il gruppo delle guide che evidentemente ha già mangiato, filosofeggia gustandosi il consueto tè alla menta che continua a passare da un bicchierino all'altro, decantando il fondo e facendo aumentare la sua deliziosa schiumetta, ma come mi ha detto tranquillo uno di loro, il tempo non ha importanza quando sei in vacanza.

SURVIVAL KI

 - Città morta del XII secolo a 180 km a nordest da Atar. Fu importante centro carovaniero e culturale fino al 1600, quando fu abbandonata in parte per la mancanza di acqua e anche perché le carovane avevano preso vie alternative. Restaurata a partire dagli anni 2000 è stata eletta patrimonio UNESCO. Molto ben conservata, si visita completamente a partire dalla cinta delle mura, la moschea, e molte delle case. Con guida, a partire dalla Porte de Tegnit, calcolate almeno un paio di ore, 200 UM. E' una delle città carovaniere abbandonate meglio conservate e più interessanti di questa parte del Sahara. Poi potete girare per la adiacente città nuova di circa 3000 abitanti in cima al colle, costruita a partire dal 1850, che inizia con la nuova moschea. 

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!