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venerdì 22 marzo 2013

Le terrazze di Stone Town.




 
I tetti e le terrazze di Stone Town paiono grigi all'alba. Butti lo sguardo intorno e lo sguardo spazia sui cubi delle case antiche che nascondono i vicoli della medina vecchia del quartiere di Malindi, che nascondono quasi l'azzurro lontano del mare. Una omelette, fette di papaya, succo di mango fresco, l'odore del Golfo te lo porta la brezza del mattino che gonfia le vele lontane dei dhow già al largo. Vi avranno svegliato le chiame mattutine alla preghiera dei muezzin. Dalla terrazza in alto dell'Hotel Safari vedi il minareto rotondo dell'antica  Misikiti wa Balnara, la torretta della Beit el-Ajaib, la Casa delle Meraviglie, già palazzo del sultano e la sagoma delle massicce mura del forte corrose dall'umidità e il brusio leggero che senti salire dai vicoli bassi ti chiamerà come una sirena a scendere in strada a perderti nei vicoli, a fermarti anche solo ad osservare il passaggio e a goderne l'atmosfera. Donne velate passano a gruppi, trasudando voglia di glamour colorato al di sotto dei veli svolazzanti, poi bambini che vanno a scuola, artigiani al lavoro, le prime botteghe che con calma aprono le pesanti porte di legno. A poco a poco le strade si riempiono di gente diversa, un melting pot afroasiatico fatto di indiani frettolosi, massicci neri africani, allampanati abitanti degli altopiani, nilotici magri, donne dalla pelle chiara ed i nasi sottili che si indovinano al di sotto di niqab trasparenti, grasse venditrici avvolte in khanga colorati, papaline bianche di vecchi arabi dalle barbette rade a discutere animatamente con ispidi salafiti in palandrana grigia. Nei giardini Forodhani di fronte al forte, puoi stare ore a goderti il passaggio con un succo di mango, ad impigrirti all'umidità salsa dell'aria di mare prima di infilarti nei meandri della città vecchia, ormai bazar infinito di negozietti di souvenir. 

Ti potrai sedere anche tu sulle baraza, i gradoni in pietra dove, davanti ad ogni casa, la gente si siede a chiacchierare e goderti ancora l'andirivieni pigro e ciondolante o ad alzare gli occhi sulle finestre ricche di elaborazioni decorate. I grandi portoni di legno scolpito sono ormai quasi tutti aperti, le lunghe punte di ottone lucide per i tanti tocchi. Ancora una sosta sul dehor al primo piano dell'Archipelago café per approfittare dei suoi deliziosi tranci di marlin alla griglia, standotene a guardare i mastri d'ascia che sulla spiaggia mettono a punto la murata di una grande barca, ormai quasi finita. Su un muro, una mano irriverente ha scritto, puoi comprare cosmetici, ma non la bellezza. Quella è un dono di natura, che si offre così alla tua vista perché tu ne possa godere liberamente. E' difficile decidersi ad abbandonare Stone Town, come tutte le antiche città arabe, ha un sentore dolciastro e appiccicoso che ti impigrisce e ti toglie la voglia di partire, anche se Ibb, grassoccio interprete dell'accoglienza isolana ti canticchia tutto l'inno della Juve, nel suo italiano perfetto acquisito dalla costante frequentazione di turiste fameliche. Le bianche spiagge dell'isola chiamano però a prenderti qualche giorno di riflessione, di cui vi ho già parlato in diretta e su cui a distanza di tempo non voglio tornare, per non rimanere poi immagonito, buttando l'occhio su questa grigia e fredda primavera, piena di nuvole nere all'orizzonte. Direi che è ora di chiudere qui questo taccuino di viaggio, scandito da espressioni spesso un po' enfatiche, come mio costume, ma sapete com'è, io sono facile agli entusiasmi e vorrei trasmetterli sempre a chi mi ascolta con orecchio attento. Nei prossimi giorni ritornerò sull'argomento solo per dare qualche indicazione di natura pratica a chi volesse avventurarsi da quelle parti, cosa che consiglio caldamente in ogni caso.



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In volo.

giovedì 21 marzo 2013

Zanzibar: spezia e commerci.


Stone Town - Zanzibar - Il caravanserraglio.


Un piccolo balzo al di là del mare. Sembra un nulla e invece è un salto enorme, dall'Africa vera a questa terra di mezzo, né Africa, né Asia, misto perfetto in salsa araba, a sé stante e senza paragoni. Zanzibar, l'isola della spezia, l'avamposto dell'Oriente che arrivavano a predare la Grande madre ben prima degli Europei. Una mistura unica di India, di Medio Oriente, di antico e moderno. Terra di commercio soprattutto, sia questo fatto di schiavi neri, profumi forti o oggi, offerta di spiagge bianche e paradisi sognati su depliant patinati. Questo è sempre stato il destino dei luoghi di mercanti. La Zanghibar che raccontavano a Marco Polo in viaggio per tornare a Venezia, popolata di figure strane e forse paurose, come racconta nel cap. 187 del Milione:

Zanghibar (Zanzibar) è una isola grande e bella e son tutti idolatri  e ànno loro linguaggio. La gente è grande e grossa che son sì grossi e li uomini sì vembruti (questo particolare colpisce sempre) che paiono gioganti e vanno tutti nudi e no si ricuoprono lor natura. E sono tutti neri e sono li capelli tutti ricciuti. Elli ànno grande bocca e naso tutto rebbuffato in suso e le labre e le nari grosse ch'è maraviglie, che chi li vedesse in altri paesi parrebbero diavoli. Qui si à le più sozze femmine del mondo ch'elle ànno la bocca e il naso grosso e corto, le mani grosse quattro cotante le altre.


Ma nessun timore ha mai fermato i mercanti, l'interesse per il guadagno, ma anche l'innata curiosità che li spinge verso lidi lontani dove le cose preziose costan poco e si possono scambiare con profitto, così questa terra di confine tra i mondi, ha sempre attirato genti da ogni mare. Attraversi lo stretto in un paio d'ore e la moderna nave è piena di volti antichi carichi di masserizie, che vanno dai "nasi rebbuffati" e nerissimi, ai lineamenti chiari e gentili di volti femminili a mala pena nascoste da veli trasparenti. Vedi barbe salafite sotto occhi cupi e atteggiamenti disinibiti fasciati in jeans strizzachiappe e dita nervose che martellano i tasti dei telefonini senza sosta. All'arrivo ti pare di esser calato in uno dei porti del Golfo di tanto tempo fa. Alla fonda barche di legno con vele triangolari beccheggiano su un mare di smeraldo, accanto a moderni yacht d'altura; sciabecchi e tartane di legni duri, plastica invadente e bianca, ricoperta di ottoni lucidi. Appena sbarcato la prima sorpresa, che ti definisce l'aria che tira. Un baraccotto sgangherato con gendarmi, l'ufficio della dogana. Niente da fare, anche qui come in tante altre sciocche e miopi parti del mondo, la pretesa di esser diversi, migliori soprattutto dagli altri, quelli di là, pigri, nullafacenti e suonatori di bonghi, che divorano le nostre sudate tasse, sperperandole in bagordi, è lì, sotto una bandiera diversa per distinguersi meglio, viva e presente attraverso la forma assurda ed antistorica di un incaricato assonnato che ti mette un inutile timbro su un passaporto, ulteriore baluardo carico di acredine, appiccicoso orpello ad ornare meglio la stupidità umana. 

Ci tengono molto qui a Zanzibar a distinguersi dagli altri, "quelli di là"; vogliono autonomia maggiore, hanno istituito un ulteriore piccolo parlamento locale, con ministerini fasulli e hanno anche un loro Presidente. Niente di nuovo sotto il sole. Un sole che qui è piuttosto forte e a volte cuoce le zucche tanto che, periodicamente scoppiano disordini separatisti e ci scappa qualche morto, magari un prete cattolico, perché come se non bastasse, a complicare le cose c'è anche 'sto problema della religione che crea ulteriori complicazioni. Stone Town, la vecchia capitale dell'isola è un delizioso esempio di città di mare araba dei tempi andati. Case piccole e affastellate disordinatamente attorno al porto, piene di vicoli in cui perdersi dopo pochi metri, una fila ininterrotta di negozietti, attività artigianali, piccoli locali, bar affollatissimi. Trine di finestre da cui immagini di poter essere a Sana'a o a Venezia. Muri antichi corrosi dal monsone e ricoperti dalla nera patina di muffa umida. Cammini nelle piccole calli sotto il sole feroce e ad ogni angolo si apre una nuova prospettiva; il venditore di acqua con il suo carico sulle spalle, il friggitore di banane, il venditore di anacardi e dovunque profumo di spezia. Una antica casa di ingrasso degli schiavi, il caravanserraglio, oggi abitazione sovrappopolata di decine di famiglie, piccole madrasse, da cui fuoriescono frotte di ragazzi con le divise bianche e ragazzine già costrette nell'hijab di pizzo candido, anch'esso ormai divisa imposta, barriera culturale che però non riesce a frenare sguardi di fuoco lanciati tra le due schiere, pur mantenentesi a debita distanza. 

Vale davvero la pena non perdersi questa realtà così particolare, questa mistura incredibile di donne africane arabizzate, di gruppi di uomini in lunghe galabeje seduti a chiacchierare, di Masai in manto rosso che passeggiano in cerca di occasioni, di questo meraviglioso sentore di garofano e cannella che profuma l'aria ed il cuore. Guardi affascinato le famose porte di legno zanzibarine, uno dei vanti dell'isola, scolpite, decorate, ricche di borchie e punte di metallo all'indiana, splendore dell'arte decorativa, impedita a riprodurre la figura umana, ma impotente davanti al desiderio di bellezza che cerca espressione e sfogo comunque. Finalmente dopo l'ennesimo angolo cieco della medina, dopo l'ultimo vicolo stretto, ecco una piazzetta bianca, una facciata araba larga con alti gradini che fungono anche da panca per il passante, l'albergo Safari Lodge. Uno stanzone con qualche carta geografica appesa alle pareti, al bancone due inservienti da strappare al torpore meridiano, due poltrone sdrucite dalle pesanti volute barocche, un sofà sfondato dai duecento chili dell'enorme proprietario, barba lunga, cute sudaticcia, manone con salcicce grasse al posto delle dita strizzate da pesanti anelli d'oro, che sonnecchia davanti ad un piccolo schermo televisivo su cui scorrono i servizi di Al-Arabija. Basta un suo cenno però, per risvegliare i dormienti che ci assegnano la camera all'ultimo piano, dove dall'arredo e dalle forme indovini subito la mano cinese ristrutturatrice. La notte è buia e non avrai cuore a perderti nell'oscurità dopo il primo angolo per ricercare un ristoro presunto. Così basteranno i biscotti e i dolcetti del piccolo negozio di fronte che ormai sta chiudendo le pesanti porte di legno e un mango maturo, prima che la nuova alba sorga sulle terrazze della città.


mercoledì 6 febbraio 2013

Un messaggio nella bottiglia.

E poi arriva il momento, temuto da un lato atteso dall'altro. Una dicotomia inestricabile che è essa stessa parte del viaggio. Il viaggiatore d'altri tempi aveva più disponibilità di scelta; quando era il momento, poteva a seconda dell'umore o della sensazione anticipare o allontanare l'amaro calice del ritorno per godere ancora un po' di quel momento magico che ognuno sente quando guarda il mare illuminato dal primo raggio di sole. Ma il biglietto che hai in tasca adesso no, non lo permette più, c'è segnata una data ed un'ora, molto precisa in verità, molto in contrasto con lo spirito africano. Così l'ultimo giorno te lo godi poco, tutto intento a fare star tutto nella valigia, a controllare, a far mente locale, soldi, pacchetti, cose; ordinaria noia. Quando leggerete queste note che vi lancio come fosse davvero un messaggio in una bottiglia (di PET) lasciata all'onda di questo mare, è probabile che io sia già in alto, molto in alto, nell'ultimo balzo tra i continenti che il nostro tempo ha reso così fisicamente vicini, da darsi fastidio l'un l'altro. Il prossimo post avrà già il sapore della rimembranza, stilato con comodità un po' triste da casa. Per intanto sto ancora qui davanti al mare verde che monta ad ascoltarne il rumore, l'odore di salso, la carezza del vento. 

Bisogna fare qualche cosa per prolungare la sensazione, per portarsi via qualche cosa che vada oltre la nostalgia, la nota amara dell'abbandono. Così ho convocato per le 5, Sarah la massaggiatrice, meglio conosciuta come E Allora, unica parola da lei pronunciata in italiano, oltre a ciao e bello bello. Arrotonda così col massaggio zanzibarino il lavoro di cameriera che pure svolge con cura e gentilezza. Steso sul lettino di corda davanti allo smeraldo che tremola, arriva con passo morbido. -E allora?- approccia subito e via col seguito dei convenevoli. Mi stendo comodo, poi la sua figura indefinita avvolta di stoffe colorate, il viso nero come la notte dal sorriso largo circondato e chiuso da un velo nero ed elegante, cala su di me. Olio di cocco profumato dalle spezie dell'isola piove su di me. Cannella, chiodi di garofano, cardammomo, coriandolo profumano l'aria, le sue mani, la mia pelle. Mani dure e vigorose seppure morbide e gentili, piene di promesse arabeggianti, lavorano a lungo su di me (date le mie dimensioni, è ovvio). Perdi un po' il senso dello spazio e forse anche grazie a questo la partenza ti sarà più lieve. Quando ha finito si leva leggera: - E allora? Bello bello?- Non puoi che rispondere -Bello, asante sana, Sarah.- e lei se ne va, un ombra leggera nella sera che scurisce di colpo girandosi in notte. 

Accende un raggio
lo smeraldo nell'acqua.
Partenza amara.


martedì 5 febbraio 2013

Ristoranti da spiaggia.

Come ho detto spesso non si vive di solo pane e quindi anche anche a Zanzibar si devono fare i conti al momento in cui si decidere di smettere di meditare e di godere del sole e del mare di smeraldo e di passare in rassegna i vari ristorantini che si alternano lungo la spiaggia come proposta alternativa ai viaggiatori che vogliano uscire dalla loro sistemazione notturna per provare qualche cosa di locale. Intanto non facciamoci illusioni, i piatti alla lunga son sempre gli stessi: pesci, calamari, polpi, più raramente gamberi e aragoste alla griglia, fritti o in salsa di cocco. Un'altra caratteristica accomuna questi posti, per ordinare alla carta, valutate almeno un'ora di attesa. Il fatto è che il più delle volte questi locali improvvisati con tanta buona volontà, vanno a comprare quanto ordinato sul momento dal pescatore, tutta roba fresca direte e poi il tempo in Africa non conta, però è meglio che non entriate nel ristorante dopo l'una e mezza. Un'altra cosa interessante è che in tutta la Tanzania, Zanzibar inclusa, anche se ci tengono assolutamente a dirsi diversi e indipendenti (quei discorsi tipo, non ne possiamo più di Dar EsSalaam ladrona ecc.) è che non si può cominciare un discorso con qualcuno sia pur per chiedere un'informazione senza la giusta dose di convenevoli e di saluti. 

Ecco dunque uno scampolo di conversazione dopo l'ordinazione di una pizza.
- Jambo -
-Ciao-
-How are you?-
-Fine thank you, asante sana -
-Karibu. Have you slip well today?-
-Yes, grazie, vorrei una pizza hawaiana con pinapple, formaggio e pomodoro- Is it possible?-
- Yes, Hakuna matata off course (che non vuol dir di corsa)-
Dopo circa mezz'ora circa di attesa, la cameriera ritorna:
- Hi, Jambo -
-Ciao-
-How are you?-
-Fine thank you, asante sana -
-Karibu. Have you slip well today?-
-Yes , thank you, my pizza, please?-
-We are very sorry, but we haven't any kind of cheese. If you like we can put more tomato and pinepple, hakuna matata (non patata), no problem -
e così via di questo passo.

Comunque non vi preoccupate, hakuna matata, alla fine pesce alla griglia e il resto sono ottimi e sarete contenti ugualmente. Oggi sono stato da Mohammed. Dormiva saporitamente su una sedia di plastica sgangherata. Alla richiesta di cosa aveva da mangiare, ha chiesto all'aiutante che ronfava più saporitamente di lui davanti a un bungalow da sistemare, il menù e quello, ancora coricato, ha urlato: fish, octopus, kalamari. Ha capito che non era professionale e allora ha cavato da dietro un bancone provvisorio un foglio protocollo con scritto a matita fish, octopus e kalamari grilled, fried, with coconut sauce ed i relativi prezzi. Ricevuto l'ordine l'aiutante ha gridato hakuna matata ed è partito a reperire i kalamari. I piatti sono arrivati pronti verso le due e mezza, ma era tutto buonissimo. 

lunedì 4 febbraio 2013

Sulla barriera corallina.


Rude marinaio zanzibarino mentre issa la vela  scrutando l'orizzonte.
La marea sta scendendo; le ngalawa beccheggiano al largo dove l'acqua è ancora alta, appoggiando il bilanciere allo specchio di smeraldo che brilla al sole come gli specchietti colorati che ornano i veli delle donne entrate nell'acqua bassa in cerca di molluschi. Sono puntuale all'appuntamento, ma non mi innervosisco certo per il ritardo del mio capitano. No hurry in Africa, lasciati andare e non contare il tempo.  E' come per il denaro, chi ne ha tanto non lo reputa così importante come chi ne ha poco. Basta stare a guardare il colore del mare. Dopo un poco ecco il mio capitano che arriva ciondolando sulle gambe grassocce, mamma mia come è grasso, forse addirittura più di me. Ce la farà la sua ngalawa a reggerci tutti, compreso il suo aiutante alla vela? Vedremo. Intanto dopo un lungo cammino nelle strisce di sabbia che circondano gli scogli di madrepora, cercando di evitare le centinaia di ricci, arriviamo alla barca, nella parte inferiore scavata in un solo grande albero di kapok, i due bilancieri ai lati fissati con ruvide corde di sisal, il corto albero piegato in avanti per reggere la vela al vento. Isso a bordo il mio corpaccio latteo (anche se acconciamente oleato per limitare l'offesa del ruvido Febo equatoriale) mentre lui sale con agilità sorprendente, vista la stazza. 

Dapprima spinta a mano lungo i canali bassi che la marea ha scavato nel tempo, poi con lunghe pertiche, il nocchiero e il suo aiuto, portano il legno in acque più profonde, quindi mano alle funi, la grande vela triangolare alza il pennone e si gonfia come una gota di Zefiro, tutta la barca di colpo vibra e comincia a scivolare sull'onda con un sibilo leggero. Tutto sembra perdere peso, la barca, prima pesantissima da spingere, l'equipaggio e i trasportati di cui non dico. Ecco il mio capitano salire su un braccio del bilanciere, appeso a una cima per fare contrappeso, sembra librarsi nell'aria come un grosso calabrone cisposo. Capitan Panza Nera, una silouhette contro il cielo, si sa il nero sfina, mentre la barca va di bolina un po' inclinata sul fianco. Orza, poggia, issa, cazza (ma se non c'è la randa!), fingo di aiutare (vedi foto), la terminologia ormai mi è amica, come del resto a tutti gli italiani, grandi navigatori televisivi dopo i fasti di Luna Rossa. Che gran fascino questa vela rappezzata, strappicchiata qua e là, fissata al pennone alla meglio, ma viva e gonfia che spinge rapida verso la barriera, dove lontano vedi l'onda frangersi in mille spruzzi bianchi. Poi basta mollare una cima e tutto si ferma, immobile in una larga chiazza di verde costellato di madrepore colorate. Basta mettere la testa dentro l'acqua e, attraverso la maschera, vedi un film in 3D. Passa un pescatore di polpi, ne ha un paio attaccati a una corda come schiavi legati alla catena da portare al mercato di Zanzibar.


Pescatore di polpi - Jambiani, Zanzibar.
Centinaia di gigantesche stelle rosse dalle asperità gialle e blu, pavimentano il fondo, tra le rocce, tra una foresta di alghe di ogni tipo e ammassi di ricci neri enormi, schiere di pesci dalle forme curiose si fanno largo. Prendi tra le mani una stella e appena fuori dall'acqua, ecco i suoi colori appassire, il suo splendore perdere forza come di un fiore che avvizzisce in un vaso; ti stringe il cuore vederla e devi subito restituirla al suo mondo dove, come per magia, riprende vita. Rimarresti qui per ore, non fosse che il legno del bordo della barca è durissimo e segna il gluteo implacabilmente, inoltre Panza Nera mostra segni di inquietudine, perché se è vero che in Africa il tempo non conta, però le ore passano e un gruppo di turisti lo sta aspettando per andare a nuotare con i delfini. Si rialzi dunque la vela che in un lungo lasco ci riporta verso riva. Panza nera conta i suoi dollari felice, il mozzo àncora la barca e lo segue come un cane fedele. La vela è una esperienza unica, specialmente per un uomo di terra come me che non ne aveva contezza; tensione di sartiame, cigolio di legni sotto la pressione combinata di acqua e vento, sbattere di tela all'aria, nessun altro rumore oltre a quello delle onde che scivolano sotto lo scafo. Davvero bello; direi che due ore sono più che sufficienti. Come farà Soldini, rimane per me un grande mistero.

domenica 3 febbraio 2013

Di fronte al mare.


Sono da poco passate le sei. Nell’aria, sul mare ancora un chiarore diffuso che preannuncia l’alba vicina. Piano piano la luce aumenta, così come le sfumature acquamarina delle onde, che il limite dell’alta marea portano quasi a lambire i piedi del mio piccolo bungalow bianco, arrivando quasi allo steccato irregolare che lo separano da questa spiaggia infinita in cui perdi lo sguardo nella nebbiolina lontana in cui si confonde col cielo. Deserta completamente. Le barche di kapok coi lunghi bilancieri dondolano al largo sollevate dall’acqua che si alza. La brezza riempie i polmoni. Eseguo una forma di tai ji al limitare della battigia. Il respiro del mare che si gonfia scandisce i tempi in modo perfetto. Davvero il tai ji aiuta ad essere parte della natura. I piedi aderiscono alla sabbia sentendone il contatto pieno. Senti quasi la forza dell’onda che risale fin dentro il tuo corpo e rischiara la mente. Il pensiero fluisce libero e sereno. Ieri sera Kassim, dal di là dello steccato,  mi ha mostrato un bel polpo appena pescato, i lunghi tentacoli molli, la grande testa afflosciata. Un richiamo irresistibile; sono scivolato verso il suo pergolato di foglie di palma, seduto al primo tavolo di legno duro con le gambe affondate nella sabbia a sentire lo sfrigolare della griglia. 

Devi rispettare i tempi nei ristorantini dei pescatori. Almeno un’ora dall’ordinazione. Così c’è tutto il tempo per chiacchierare, osservare, pensare. Ecco che arrivano di corsa le due gemelline di Kassim. I mzungu sono rari in questa parte dell’isola, in questa stagione poi addirittura ricercati col lanternino, quindi in fondo anche il bianco fa spettacolo e le piccoline, col vestitino rigorosamente uguale si mettono davanti al tavolino decise a goderselo tutto. Si chiamano Fi e Fa e fanno di tutto per attirare l’attenzione, ridono, fanno sberleffi e corrono nella sabbia tutto attorno come ogni bambino del mondo, succhiando un pezzo di polpo crudo ritagliato dal padre, ancora inconsce forse del fatto che tra un anno o due invece di stare qui a sgambettare davanti alla panca e al vecchio frigo pieno di Coca Cola e Fanta, staranno alla vicina madrasa, sedute a terra con un piccolo hijab bianco a nascondere quelle testoline ricciute, compitando versetti in una lingua che non conoscono.  Mi salutano ridendo ancora forse della mia buffa pancia. Il polpo era un po’ duretto però, Kassim, ma la birra ragionevolmente fresca.

sabato 2 febbraio 2013

Jambiani.

Jambiani è un piccolo villaggio sulla costa est di Zanzibar. Poche casupole di pescatori sparse per qualche chilometro al limite tra il bosco di palme e la spiaggia. Un vivere misero che non è stato molto stravolto dall'arrivo del turismo, qui un po' periferico rispetto alle affollate spiagge del nord e dei villaggi vacanze, che ha prodotto solo un po' di attività collaterali come una serie di semplici ristorantini di spiaggia che offrono il pescato del giorno, su rozzi tavoli di legno coi piedi affondati nella sabbia pastosa, prodotta dallo sfarinamento della barriera corallina. Qualcuno ti propone di andare fino alla barriera sulla sua barca a bilanciere che dondola pigra  sul flusso dell'alta marea, qualcun altro vende qualche pareo, ma tutto sommato poca cosa, che non ha inciso più di tanto sulle abitudini locali. Se hai voglia di tirarti su dal lettino di corda intrecciata di uno dei pochi gruppi di bungalow che fanno da corona alla spiaggia infinita, nascosti tra le palme, puoi fare qualche passo tra queste capanne squadrate dal tetto di paglia, dai piccoli cortili sporchi, dove sonnecchiano donne avvolte negli immensi khanga colorati, tra poche masserizie abbandonate tra la terra sabbiosa. 

Una madrasa da cui escono file di bambine impacciate dalla lunga veste fino ai piedi, i cui visetti nerissimi spiccano come giaietto circondato dallo stretto velo bianco degli hijab orlati di pajettes colorate. Gli uomini sono a pesca o ciondolano su qualche panca scalcagnata sotto gli alberi più ombrosi. Forse due o tre baraccotti di legno con qualche pacchetto di biscotti e bevande gasate, niente altro. Fai fatica a vedere un negozietto di souvenir, che il proprietario sedicente artista qualifica come studio. Se cerchi la pace, vieni a Jambiani. Coricati sulla sabbia di fronte al mare. Confonditi al suo ritmo, sentine il respiro profondo. La brezza ti carezzerà il viso a lungo come un velo di mussolina di una narratrice di favole arabe. Ti blandirà dolce e gentile facendoti crescere la voglia di sentirne ancora. Non farti distrarre dai profumi di pesce grigliato che vengono a blandire la parte oscura di te stesso. Non sono ancora le nove, ci sono almeno ancora tre ore buone prima di pensare alle aragoste.

venerdì 1 febbraio 2013

Zanzibar, l'isola del giorno dopo.


Qualche cosa di misterioso lega l’uomo a questa striscia azzurra che si muove appena sotto l’orizzonte lontano. Il suo rumore continuo, il suo flusso instancabile che macina promesse di mondi lontani. Nell’aria sentore di spezia. L’onda muove e ipnotizza il tuo sguardo reiterando suoni già noti eppur sempre nuovi. Esotica salsedine oleosa, profumo di oriente. Una sabbia bianca sotto il sole che abbacina l’occhio costringendolo a socchiudersi per resistere alla promessa di oblio. Eppur la senti, soda sotto i piedi, dura come terra di Africa che tuttavia si sfarina al solo tocco come cammino di Indie promesse. Rena calda come pelle serica di una Sherazade illuminata dalla luna dei suoi racconti, invita a lasciarsi andare, a permettere al ritmo dell’onda di diventare culla materna, alla marea che sale come l’invito non rifiutabile di un’amante esigente e generosa, pronta a donare tutta se stessa. Non si resiste a questa malia. 

Questa terra incrocio di genti, mondo antico ricco di veleni e promesse, violenze e ingordigie; punto di incontro di voglie, di affari e commerci compiuti per piacere più che per guadagno, così diversa da tutto quello che la abbraccia essendo un po’ parte di ogni terra che la circonda. Zanzibar, la bella schiava che domina i suoi padroni con la sua seducente grazia maliziosa, che si nasconde dietro veli ammiccanti e colorati che rivelano invece di coprire, che domina l’affanno dei commerci con il caldo abbraccio del suo mare in cui ti invita ad abbandonarti. Zanzibar, sonnolenta e attiva assieme, così diversa dalla madrepatria vicina a cui, pur disprezzandola è avvinta, sorellastra seducente e cattiva che si sente diversa e migliore. Zanzibar, promessa di cannella e chiodi di garofano, di coriandolo e pepe, per dare sapore forte ed eccitante al piatto d’Africa già da solo colorato, caldo, invitante. Zanzibar, che privilegio poter essere qui a godere del tuo tramonto improvviso, dello smeraldo non credibile delle tue acque che ti vogliono abbracciare, che ti chiamano come sirene calde e piene di promesse. Va bene andiamo; è l’ora di fare il bagno.  

giovedì 31 gennaio 2013

Lost in a desert beach.

Jambiani - Meditazione 
Bene. Non dovete pensare che vi abbia trascurato in questi giorni, lasciandovi solo il piacere di godervi qualche ormai vecchia immagine laotiana, ma vi assicuro che in Tanzania la connessione è spesso difficile quando non impossibile. Ora però, che la parte impegnativa del viaggio (e posso dire che, dati i miei limiti lo è stata)  si può dire compiuta, giunge come ogni volta il momento di assimilare le esperienze meditandone se possibile i contenuti. Per questo ho deciso che è ancora presto per rientrare e che questa fase del viaggio altrettanto importante possa essere espletata su una spiaggia quasi deserta, col solo rumore dello sciabordare delle onde, qualche palma isolata, il sole che tramonta alle mie spalle illuminando il mare smeraldo, acceso da barbagli di luce. Sono seduto su un charpoy di corda intrecciata, davanti ad un piccolo bungalow bianco su una riva che digrada lentamente tra le onde verdi. Sotto i piedi, cipria bianca, farina di conchiglie pastosa e morbida che ti carezza la pelle senza sporcarla. La brezza di mare spira leggera dilatando i tempi del respiro, allentando i muscoli ancor tesi per gli scossoni di strade difficili, dando fiato alle giunture indurite dall'età e dall'artrosi, tranquillità ad un intestino provato. Che dovrebbe fare un povero anziano se non respirare davanti al mare? Mantenere la mente affaticata in stand by, utilizzare una sequenza di pensieri e sensazioni positive, che so io, se ordinare per pranzo, gamberoni ala griglia o brochettes di pesce e polipo o se lasciarsi blandire dall'aragosta, alternando la digestione a fasi di sonno rem per raggiungere una sensazione di pace anche esteriore che metta l'animo in uno stato completamente positivo (anche questo sono le spiagge semideserte), per il momento che, dio non voglia, comunque verrà, quando dovrò riaffrontare Monti, Bersani e quell'altro di cui non ricordo più bene il nome, anche se qui hanno cercato continuamente di ricordarmelo sghignazzando, dei grandi omoni neri che si sbattevano le manone sulla pancia chiosando un mantra, un suono di tamburi lontani nella foresta che avevo dimenticato: bunga bunga, bunga bunga...

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