Visualizzazione post con etichetta compagni di scuola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta compagni di scuola. Mostra tutti i post

lunedì 20 dicembre 2010

The writer's block.

Eccomi qui di fronte alla sindrome della pagina bianca. Lo so, questa cosa coglie tutti i grandi scrittori prima o poi, soprattutto i grandissimi come bene illustra Popinga qui, ma per me è sempre stato un po' un incubo, una specie di tarlo ideal-letterario che ho cercato nel tempo di esorcizzare con la logorrea. La verità è che fin da piccolo sono nate le mie difficoltà di scrittore, benché bimbo, non fossi nemico del calamo e della tavoletta, anzi riempivo i miei quaderni dalla copertina nera con pagine e pagine di rigorosi puntini prima, poi sostituiti da aste di buona stesura, orgoglio della mia amorosa se pur severa maestra. Il problema si è posto quando ho cominciato a dover collegare i Pensierini in qualcosa di più corposo che allora veniva chiamato Tema o Argomento. Veniva dato un enunciato, di solito breve e conciso, non come adesso che viene fornito in una decina di fogli fotocopiati, del tipo Come ho passato la domenica. Io vergavo con attenzione esagerata la dicitura Svolgimento, tanto per perdere tempo, poi rimenevo lì con la punta della penna in bocca a guardare in alto, assolutamente privo di idee.

Riempire le quattro mezze facciate de foglio protocollo (che si piegava appunto longitudinalmente, per lasciare lo spazio alla prof per le correzioni) era un vero e proprio incubo. La professoressa Grosso della prima media era preoccupata per questa stitichezza di pensiero e prescrisse alla mia mamma l'acquisto di un libro di temi gia svolti che si chiamava appunto 8 in italiano, con l'imposizione di farne uno, un giorno sì e uno no, fino alla fine dell'anno. Una vera tortura. In un modo o nell'altro arrivai alla fine delle medie, con il voto di italiano che comunque mi rovinava la media, in tutti i sensi. L'inizio del ginnasio fu tragico, nel primo tema ebbi un sonoro 4 dovuto anche ad un tragico e assolutamente ininfluente, al fine della valutazione delle mie capacità letterarie, errore di ortografia, con esposizione al ludibrio di fronte a tutta la neoclasse. Poi la difficoltosa risalita che mi fece percorrere con terribile fatica tutti i cinque anni delle superiori con una sequenza infinita di 5/6, il classico voto senza carne né pesce, in cui l'insegnate ti segnala che non ha ancora deciso se dichiararti ufficialmente deficiente o perdonato fino alla prossima.

Ho arrancato così per tutto il ciclo, col fiatone come un ciclista sul Mortirolo, rimanendo anche rimandato in prima liceo, e solo in italiano, mio unico sfregio su una fedina penale altrimenti pulita (se escludiamo un 7 in condotta, ma di questo si parlerà in altra sede), per arrivare alla temibile maturità, Waterloo di intere generazioni, spauracchio devastante in cui, affrontare la temibile commissione che arrivava da chissà dove, equivaleva ad una guerra senza speranza. Superai lo scritto senza infamia e senza lodo, ma detti il meglio di me nell'orale (come sempre sono stato favorito dalla chiacchiera) e ottenendo un del tutto inatteso 7 finale, cosa che non solo stupì, ma diciamo pure irritò moltissimo la professoressa di italiano che non mi aveva in grande stima, essendoci stati invece molti 6 a coloro che giustamente lei riteneva meritevoli di migliore valutazione. Sono le prime ingiustizie della vita, che ci vogliamo fare. Da allora, per circa 45 anni, non ho dovuto più mettermi davanti alla pagina bianca e spremermi disperato cercando appigli nel vuoto della mente. Poi è partito 'sto trip del blog e non so come, mi sono lasciato scivolare nella dolce onda di questo mare calmo e profumato, la scrittura fluisce morbida come i liquori densi e fruttati delle isole dei Lotofagi e debbo impormi sempre di restringere il brodo, che se no i miei cari lettori si stufano e se ne vanno annoiati. Va beh, anche oggi l'abbiamo portata a casa. A domani.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 26 febbraio 2010

I sacrifici dei Desia Khondh.

Addentrandosi attraverso piste sempre più fangose, nel fitto della foresta, raggiungemmo dei gruppi di capanne più isolati alla base di una serie di colline scoscese e ricoperte di verde. Questo vasto areale è abitato da un sottogruppo dei Khondh, i Desia, le cui donne hanno perduto la consuetudine al tatuaggio e conducono una vita di agricoltura di sussistenza basata sulla coltivazione del riso e degli ortaggi. Nel villaggio principale composto da una trentina di capanne c'era anche una piccola scuola composta da una sola aula con una trentina di bambini ed una maestra Hindu. Questo è uno dei pochi servizi che il governo fornisce a questa popolazioni. La maestra aveva un salario di un cinquantina di dollari al mese e dormiva nel villaggio tutta la settimana in una capanna che le veniva messa a disposizione e le attrezzature scolastiche fornite, consistevano in una scolorita e datatissima carta geografica dell'India, una lavagna scheggiata sul muro e alcune lavagnette che i ragazzi si litigavano. I bambini, chiassosi come i loro compagni di tutte le parti del mondo, ci mostrarono i progressi fatti nella lingua Oriya ed ottennero la prevista fornitura di caramelle, mentre la dotazione di ordinanza di biro, fu appannaggio della maestra, anche perchè i bimbi non avevano quaderni su cui utilizzarle al momento. Uscimmo seguiti dal coro dell'inno nazionale indiano cantato a squarciagola e una ragazza con un bimbo in braccio ci portò a salutare la sciamana che stava in una capanna ai margini del villaggio. Era seduta a terra all'ombra dello spiovente di paglia e ci accorgemmo subito che era cieca. Teneva anche lei in braccio un bambino piccolo che sembrava dormire tranquillo ed aveva il volto coperto dei tatuaggi della tigre. Era molto vecchia o così almeno sembrava e di una magrezza fragile e consunta, eppure mostrava una voce sorprendentemente chiara e acuta. Con l'aiuto di Prakash che masticava diversi dialetti Khondh, ci raccontò del sacrificio che aveva fatto il giorno prima, una capra per ingraziarsi la buona sorte ad una ragazza incinta. I sacrifici sono fondamentali nella cultura Khondh, il sangue delle vittime irrora la Terra, la dea madre, che in una recente commistione sincretistica viene assimilata al culto Hindu di Durga, e la feconda placandola e portando benessere. Certo un tempo le vittime erano umane, costituite da una specifica casta, i Meriah, come ho già raccontato qui; adesso in casi gravi si provvede con un bufalo, che è poi anche un'ottima scusa per consumare un po' di proteine animali, in una dieta piuttosto povera. D'altra parte la puepera aveva certamente bisogno di buona sorte, considerando che più o meno il venti per cento dei bambini non arriva al quinto anno di vita. Ce ne andammo dopo poco, mentre il cielo si preparava ad una nuova razione di pioggia monsonica. La pista si inoltrava più contorta verso i monti Nyamgiri, lontani e all'apparenza inaccessibili.





Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



http://ilventodellest.blogspot.com/2009/03/tradizione-e-globalizzazione.html



http://ilventodellest.blogspot.com/2010/02/le-donne-tigre-dei-kutia-khondh.html



http://ilventodellest.blogspot.com/2010/02/oggetto-misterioso-3-soluzione.html

martedì 12 maggio 2009

O Roma o morte!


Il binario infinito, metafora della mente, mi ha riportato a casa. In un attimo, cosa è il tempo per il rincorrersi contorto del pensiero, il cerchio si è chiuso ed il ritorno tra le mura domestiche mi è apparso così rapido da far mettere in dubbio il fatto che la nostra primavera romana sia avvenuta davvero e che non sia stato soltanto un sogno delicato, l'espressione di un desiderio, una fantasima di ricordi letterari, una galleria di immagini virtuali. Invece no. Scacciate le tensioni di una alluvione scampata, questa breve vacanza capitolina è caduta come un delicato antipasto a futuri e succosi incontri. In una bella e chiara primavera, passeggiare sul lungotevere ed inoltrarsi nel cuore della Roma più nota, travolti dalla disputa tra Bernini e Borromini, poi in luoghi più silenziosi, quasi appartati e poi ancora uno sguardo fugace, di chiesa in chiesa a quella più importante, più totalizzante. E la calma domenica di Trastevere, dove invidiare gli abitanti nascosti dietro le piccole finestre, per allontanarsi dalla città fino ai castelli, all'Abbazia di San Nilo, a noi ignota e pur così piacevole. Tutto bello certamente, ma solo e soltanto sterile giro turistico sarebbe stato, se alla base della costruzione non ci fosse stato il nostro ormai consueto piacere di ritrovarci tra amici e compagni usciti di nuovo alla luce da un passato lontano che ci aveva visti vicini sui banchi di scuola ed ora felici come ragazzini di ritrovarci insieme, in molti e inseguiti dal rammarico di chi avrebbe voluto essere con noi a richiamare il ricordo del professor Angelino o del preside Mulas, del 7 in condotta, marchio dell'infamia che aveva colpito alcuno e penalizzato altri con maggiori pene, i pensi infiniti che ancora adesso sappiamo recitare a memoria. Che bello, dopo 45 anni stare a casa di Peppino a goderci un aperitivo e passeggiare con Claudio. Certo non di solo spirito vive l'uomo, anche di cultura, cultura gastronomica intendo. Ecco allora che gli amici ci hanno preparato un incontro particolare con la gioia di vivere della romanità, che con religioso desiderio di capire, di comprendere nelle sfumature più nascoste, abbiamo indagato con attenzione dedicata. Così abbiamo dapprima esplorato una serie di fiori di zucchina in pastella, frittatine e bruschette calde, seguite subito senza interruzione di continuità, da fagioli con le cotiche (di grande intensità), trippa al verde e coratelle in umido. Non poteva mancare un approccio seppur solo sfiorato con la tradizionalità dei primi piatti, così abbiamo incontrato, in un breve ma significativo avvicinamento i maltagliati con fave ed asparagi al guanciale croccante e gli spaghetti all'amatriciana. Infine il gioco si è fatto duro, ma resi forti dall'esperienza e dalla determinazione, abbiamo affrontato con decisione il sapido, ma di morbidezza difficile da definire, guanciale al vino e la gloria di uno strepitoso abbacchio al sentor di limone che ci ha definitivamente conquistato. Il dolceamaro del ramolaccio selvatico e le piccole ma sincere e croccanti patatine al rosmarino, hanno chiosato il concerto degli strumenti di accompagnamento col sottofondo di un casalingo vino dei castelli, colorito ad oltranza da una corposa presenza polifenolica, oltre che non troppo moderatamente alcoolico. Non potevamo finire che con un tiramisù angelico, che tutti hanno mangiato, nonostante dinieghi e dichiarazioni ferme di impossibilità a poter ingurgitare altro che non fosse un ostia sacra. E qualcuno ha fatto anche il bis. Adesso non ci resta che meditare sull'esperienza in tutti i suoi aspetti. Grazie amici romani.

mercoledì 10 dicembre 2008

Compagni di scuola

Cosa conduce un gruppo di over ... a sfidare le intemperie, le nevi della nuova glaciazione, ad abbandonare le tranquille serate accanto al caminetto con la copertina sulle ginocchia per ritrovarsi e raccontarsi il piacere di rivedersi di tanto in tanto? Certo qualcuno si dà malato, qualcun altro non si ricorda qual è la sera giusta (è vero che gli anni passano). Forse, però, è tutto racchiuso nelle parole che mi ha scritto l'altra sera Gian Maria e che vi riporto tal quale:

-E' tardi e domani devo alzarmi presto, ma voglio dirti che proprio in questo giorni credo che il periodo che abbiamo vissuto insieme a scuola ci abbia dato qualcosa di speciale. "I migliori anni" e mi sembra - anche adesso - che quei migliori anni siano continuati, anno dopo anno; i sogni ho continuato a farli e spesso si sono avverati; canto le canzoni di allora - ricordo i testi, le melodie, gli autori e i cantanti come se fosse oggi; ricordo le figurine di allora; gli autori latini, greci e italiani, la storia, la mitologia, l'onestà, il rispetto, l'educazione, il risparmio, lo studio, l'educazione civica e l'educazione fisica; la messa, la novena di Natale, Gelindo, la via crucis; l'esame di coscienza, l'esame di quinta ginnasio, la coscienza di zeno; la gita scolastica, la festa in casa di pomeriggio, col mangiadischi; l'università, il fidanzamento, il lavoro, la famiglia; la maturità (quella vera, non la fine del liceo), l'equilibrio, la riscoperta di certe cose; il sentire le stesse cose con le persone care; buona notte.-

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!