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domenica 27 giugno 2021

Museo dell'Agricoltura del Piemonte - XVII giornata di Istruzione


Sembra di essere tornati indietro nel tempo, ormai da un anno e mezzo non ci ero più abituato. Già, l'altro ieri sono ripresi i viaggi di istruzione del Museo dell'Agricoltura del Piemonte ed è un'altra tessera che aiuta a ritrovare la normalità perduta, desiderata da tanto tempo, speriamo solo che duri. Intanto la piana della provincia granda scorre attorno a te, sullo sfondo quell'arco alpino testimone connivente che ti strizza l'occhio per dimostrarti ancora una volta, casomai te lo fossi dimenticato, che hai la fortuna di vivere in una delle terre più belle del mondo e che tutti ti invidiano per questo. I campi dorati dei cereali si apprestano ad essere raccolti, quelli di orzo già lo sono stati, lasciando le terre gialle di paglie cadute con gli spuntoni dei culmi tagliati alla base che formano una tavola da fachiro con le punte rivolte verso l'alto in attesa che passi l'estate. I campi di mais invece sono nel loro pieno rigoglio, verdissimi con le foglie apicali che svettano dritte verso l'alto, una caratteristica genetica di cui quasi nessuno si rende conto, praticamente un OGM, anche se tecnicamente non lo si può chiamare così, che ha migliorato la produzione almeno di un 10%; ah, la ricerca ... altro che belinate bio o, ancora peggio, le stregonerie biodinamiche che la saggia politica approva all'unanimità, pensate al disastro che potranno produrre questi politici con la auspicata svolta verde!!! 

Poi, a scacchiera l'altra grande ricchezza di questa zona, le ordinate e ricche estensioni a frutteto, per lo più coperte da reti antigrandine, meteora che sta diventando sempre più devastante. Man mano che ci si avvicina all'albese sembra di sentire l'odore di Nutella che si spande nell'aria, quel dolce corposo e serico, ricco di olio di palma sposato alla pasta di nocciola, squisitezza erotica e spalmabile. Mai succedaneo fu più riuscito dello stesso originale. Tutto 'sto cappello perché la strada per arrivare a Rocca de Baldi è lunga, c'è poco da dire, gli spazi del cuneese sono ampi e le strade antiche e lente. Qui si va piano e l'autostrada per raggiungere il capoluogo è ancora un troncone che si perde nel vuoto di un campo di mais, appunto. Per la Cuneo-Nizza. orgoglio di altri tempi ci penseremo con altrettanta calma, se del caso. Il paesino, che ha conosciuto un passato di grande importanza storica, è delizioso; la chiesa parrocchiale di S. Marco, chiaramente sovradimensionata all'attuale centinaio di residenti, aperta dunque apposta per noi, testimonia di un passato ricco e glorioso, con il suo decoro interno sei-settecentesco fastoso e baroccheggiante, con i suoi affreschi importanti, i quadri, gli altari secondari e soprattutto quello principale addirittura sproporzionato come dimensioni al già grande contenitore, che contiene una strepitosa Annunciazione. 

Ricco di marmi e di statue di pregio racconta la storia della famiglia dei Morozzo di antica nobiltà, oltre un millennio. che ancora oggi resiste, che lo salvò, rivendicandone la proprietà, per salvarlo dalla furia ladronesca napoleonica che voleva portarselo in Francia. Gli fu concesso, a patto che lo portassero via da Mondovì, dove era locato e dove la razzia dei beni ecclesiastici si stava svolgendo, ecco le ragioni della sproporzione, in questa chiesa di proprietà, ma ormai periferica. Già perché la Rocca ed il vicino abitato di Morozzo, gloria della famiglia, aveva ormai perso di importanza a favore delle vicine Mondovì e Cuneo, a cui preesisteva praticamente in mezzo da qualche secolo, rimanendo feudo sempre più dimenticato della famiglia che di mano in mano perdeva di potenza e di importanza. Il bel castello, del quale, nonostante le rimaneggiature successive, riesci a leggere le fasi storiche, ospita nel giardino, oltre ad alberi centenari, un grande frutteto di ricerca che il Comizio Agrario di Mondovì, segue con la collaborazione della facoltà di agraria di Torino, conservando una importante collezione di varietà di meli e seguendo una sperimentazione di grande interesse scientifico. D'altro canto il castello ospita nelle sue sale, al secondo piano un bellissimo museo che valorizza la la cultura contadina del Cuneese ed ha realizzato gli spazi della collezione Doro, nucleo iniziale del museo, con allestimenti multimediali di forte impatto visivo. 

In particolare ho trovato la selezione iconografica delle fotografie d'epoca, assolutamente straordinaria. Al piano nobile, godibilissime le sale del castello riportate da un attento restauro ai suoi fasti settecenteschi, dopo essere rimasto per decenni in stato di assoluto abbandono e predato di ogni arredo asportabile, come spesso è accaduto in siti di questo tipo. Altrettanto interessante l'ala dedicata al periodo in cui il castello aveva ospitato l'Istituto per orfani di guerra. Poco distante l'abitato di Morozzo con le sue viste sul territorio circostante ed il colossale nido di cicogne che occupa un albero secolare. Sulla strada abbiamo poi potuto dare un'occhiata al monastero di S. Biagio che aveva ospitato una importante comunità monastica, attualmente abbandonato ed in vendita, in attesa di un futuro da definire ed infine l'oasi naturalistica di Crava Morozzo, un'ampia area umida con laghetti e stagni nascosti in una fitta vegetazione, con tanti punti di osservazione nascosti tra i canneti dove osservare la fauna avicola, ricca e variegata, con numerosissime specie stanziali e di passo. Non poteva mancare una sosta tecnica all'Azienda Agricola Agritrutta, nota per il suo allevamento ittico di trote salmonate che affumica direttamente in azienda, il cui indispensabile assaggio ha dato completezza alla giornata, organizzata magistralmente come consueto dalla insostituibile Dott. Giacomina Caligaris, che fortunatamente conserva viva la volontà di portare avanti questi incontri appassionanti. Direi dunque alla prossima.

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XIV giornata 

giovedì 12 gennaio 2017

Madagascar 13: Fianarantsoa


Thierry


Una classe
Thierry ci aspetta nella piazzetta alla base della stradina in salita, tra le venditrici di carbonella ed i carrettini di frutta. La città alta di Fianarantsoa comincia proprio lì dal cippo che racconta la storia di questa parte di città che, attraverso una combinazione positiva che ha messo in movimento organizzazioni straniere religiose e non, municipalità, donazioni e volontà degli abitanti, è riuscita a trovare un suo modello di sviluppo funzionale. Sono state recuperate tutte le abitazioni tradizionali e coloniali, dando via libera a soluzioni di ospitalità turistica, con l'organizzazione di visite e servizi di cui alla fine beneficiano tutti. I protestanti, ma anche i cattolici sono stati molto attivi in questo progetto essendo presenti da tempo in zona, dove si sono spesi, oltre che ovviamente nel loro lavoro di evangelizzazione, anche nel campo dell'istruzione scolastica, tanto che il nome stesso della città, significa "dove si impara". Lo schema progettuale è molto simile a quello di Tana, con una tripartizione abbastanza netta, secondo il pensiero del potere instauratosi nel paese all'inizio dell''800, con una Parte alta destinata ai reali e ai nobili, una media dei commerci e delle attività e una bassa per la plebe.

Alla lavagna
Il palazzo reale doveva dominare il punto sommitale della collina attorno alla quale si formava poi tutto il resto dell'abitato. Seguendo Thierry lungo le stradine in salita che arrivano alla spianata terminale, puoi apprezzare le vecchie case rimesse in ordine, gli antichi tetti fatti con tegole speciali ad incastro o i piccoli giardini della vieille ville. In cima, al posto del palazzo reale in legno ormai distrutto dagli incendi e sostituito da alcune baracche che ospitano la scuola pubblica, aule con 70 bambini, quelli in fondo neanche vengono presi in considerazione, quelli che si danno da fare stanno avanti, rimane soltanto una grande pietra, una specie di dolmen dove i cristiani venivano decapitati per ordine della regina "cattiva", così ancora oggi viene definita la donna che prese il potere dopo la morte del terzo re della dinastia e che si oppose in tutti i modi alla colonizzazione. Adesso sulla collina ci sono ben sette chiese tra cui una cattolica. La vecchia regina è stata sconfitta e si starà rivoltando nella tomba. Attorno è pieno di scuole private delle varie congregazioni, non manca nessuno, dai luterani ai salesiani; è un brulicare di studenti che arrivano da tutte le parti. L'albergo stesso dove andremo stanotte è parte di una scuola alberghiera dove si forma una forza lavoro che dovrebbe andare ad innalzare lo standard della ricezione turistica del paese.

Fianarantsoa -La città bassa
La città dall'alto presenta comunque un bel colpo d'occhio tra i colori variati delle bouganvillee, il rosso dei flamboyant e l'indaco delle jacarande che stanno per sfiorire. Lo sfondo rosso mattone della terra accentua i colori così come il nitore dell'aria pulita dopo la pioggia. Riesci a vedere lontano, fino alle colline ondulate dell'altipiano che sembra non voler finire mai. Lasciando la città all'apparenza moderna e rivolta al fututo, ritrovi però ancora tanti aspetti legati alla tradizione. La piccola arena, ad esempio, dove un paio di volte all'anno si svolgono le prove di ardimento dei giovani contro i tori, che devono essere gettati a terra con la sola forza delle braccia. Qui le ragazze occhieggiano gli uomini migliori, i più forti, che possano garantire una forza fisica valida per il duro lavoro dei campi, sufficiente a far prosperare la loro futura famiglia. Ci sono i piccoli capanni per i combattimenti dei galli della domenica e un grande mercato dove un giorno alla settimana si trova tutto quello che serve alla gente che arriva dai villaggi, portando le loro piccole produzioni agricole, dell'allevamento o dell'artigianato locale e se ne torna a casa alla sera con quello che l'autosufficienza della loro terra non può produrre. E' tutto uno sfolgorare di stoffe dai colori violenti, di stoviglie di alluminio e di terracotta, di materiali di plastica, contenitori di ogni genere.

La registrazione delle vendite
La maggior parte di questi materiali è di origine cinese, l'unica fonte che possa offrire prezzi accessibili a questo mondo. Dietro al gran numero di banchi, attorno al quale c'è una distesa di spazi, per così dire più poveri, costituiti da un semplice telo steso a terra, c'è una vasta area recintata dedicata al bestiame. Qui si scambiano soprattutto gli zebù, ma anche capre e altri ovini, mentre i maiali passano ben legati su carrette dalle quali si levano grida strazianti, coperte di foglie e spinte da ragazzini, verso la loro inevitabile destinazione finale. Ai lati, proliferano casupole in mattone crudo che costituiscono l'area per così dire di servizio, con luoghi di ristoro che servono zuppe da grandi calderoni fumanti o fritti di ogni genere pescati dall'olio che ribolle in wok anneriti dalle fiamme della carbonelle onnipresente. In fondo c'è anche un gruppo di scrivani che lavora alacremente, circondati da facce di pastori acciliati, evidentemente per registrare passaggi di proprietà e altri affari su foglietti di blocchi slabbrati che poi vengono consegnati alle parti dopo gli scambi di denaro. Poi, chi ha incassato va a vedere, prima di ritornarsene al villaggio, se è il caso o meno di comprarsi un bel bastone nuovo, liscio, tornito e ben mondato dai nodi e dalla corteccia. Un'attività tutto sommato abbastanza frenetica tra cui si può passeggiare senza essere neppure troppo osservati. Business is business, se i vasàh ci guardano lasciamoli fare.

Colori del mercato
SURVIVAL KIT

Aggiungi didascalia
Hotel La rizière - A poca distanza dalla città alta, ottimo hotel rispetto agli standard del paese. Doppia sui 130.000 AR. con colazione. Camere e letti piccolini ma con ampi bagni, tutto nuovo e pulito. Bottiglia di acqua complimentary (raro in Madagascar), free wifi nella reception e nel ristorante. Bel giardino con vista sulla città. Il servizio è molto buono essendo tutti gli addetti, allievi della scuola alberghiera. Grande gentilezza e professionalità. Ottima cena con vellutata, stufato di zebù e riso rosso e dessert a 24.000 Ar. anche molto ben presentata. Colazione standard. Assolutamente un'ottima sistemazione che consiglio.
Vendendo il maiale

Fianarantsoa - Seconda Città del paese sulla HN 7 verso sud tra Ambositra e Ambalavao. Da vedere la città alta. Visita guidata (10.000 Ar.) partendo dalla piazzetta sotto la scalinata che porta in cima. Bel panorama dall'alto. Da vedere anche il bel mercato fuori città verso sud che si svolge al lunedì. Si può fotografare senza problemi, anche se sempre con discrezione. La gente è sempre piuttosto amichevole.


Tegole della città alta

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Mad 11: Gli Zafimaniry

venerdì 31 maggio 2013

Ancora sulla Fìzica.


Per rispondere all'interesse mostrato da alcuni, sul post Bati la fisica, oggi mi tocca questo ris-post (come li definisce l'amico Dottor Divago). Grazie al paziente lavoro di Franco Castelli, sono riuscito ad avere il testo completo della poesia di Rapetti sull'argomento e ve la ripropongo tal quale, con traduzione verso per verso dello stesso Castelli, in quanto il dialetto di Villa del Foro (l'antica Forum Fulvii) è particolarmente ostico e duro da comprendere, pur nascendo a pochi chilometri da Alessandria. Qui si capisce bene come l'espressione Battere la fisica, coinvolgeva tutti i fatti misteriosi di cui erano capaci streghe e maghi. Un pericolo pauroso in cui erano coinvolte e capaci di svolgere, solo le persone che avevano studiato nei libri "grossi" ed in particolare i preti, che il volgo contadino di ogni parte d'Italia ha sempre visto con la diffidenza e la poca stima a prescindere, un po' come oggi la gente pensa ai politici. Questi personaggi sono sempre stati visti come capaci, grazie alla loro supposta cultura, di approfittare delle donne del paese quando i mariti sono lontano e di ingannare la gente a loro vantaggio, utilizzando le peculiarità del loro ministero. In fondo questa storia delle mogli e figlie che si vanno a confessare, non è mai andata giù e l'identificazione del grasso curato furbacchione, severo con i poveracci ed ossequiente verso i potenti, tipologia incarnata dai vari Don Abbondio letterari, con il prestasoldi è di pratica comune. Ecco dunque questa meravigliosa Ra fizica, dove emerge la figura di Don Paulon, che immaginiamo grasso e rubizzo intento a suscitare malefici paurosi per poi risolverli con magici anatemi al fine di mantener un potere ed una autorità sui contadini della sua parrocchia che lo temono e devono tenerlo buono con offerte e devozioni.

Ra fizica.

Diz che don Paulon batijs ra fizica
ch' il divu 'r Bringiuten-ni, 'n gir sta mizica
ra cà tacà ra gìazia, fnèstri suta
cor ratarauri rj' ombri sòrt na gnuta.
Cucdein ch' l' à ra muruza t' al cunzivi
cullà che 'r va zì pschè dar pas 't capivi
ma l' iss sarà, er fnèstri, cà e stala
dùai ùagg quacià 'ns u lìacc, na micia-gala!
Capì ch' is favu vighi, 't spauentavu
'nt er stali, da maznà, i vègg quintavu
fa dì na mesa ai mòrt, o du, sparisu
'r prèvi l' à u libi, chil se 'r vùa parisu.
'Nt ra fnèstra è don Paulon,'nt l' ombra, pisava
'r vasìa alvà u spargein, l' òm gras, bifava
va 'n cà scumpar ra streja, l' èl, l' èl nèinta
l' indman fan dì sta mesa e ra scarvèinta.
Dìotu 'r "Puntarùa", su fiùa 'l diz, Mariu
vist chil, avli sentì, 'r memòrii variu
d' amson, scariavu 'r cùav,' n cà ch’i mangiavu
"Er fùa, curì, 'nt ra curt 'd Verzon !",crijavu.
Sidlein an man, baston, cujcòz ch’ u ciama
l' avghivu tur au scagn, tit lèingui 'd fiama
sòrt don Verzon da 'n cà, fa 'n sign ant l' aria
sparis er fùa, csé 't dizi, vat te 'n paria?
Fan vighi 'n can, lìon, n' afè ch' aj smeja
ien avstì 'd bianc, long a ra strà, cèr meja
rivè dèj na randlà diz ch’ u spariva
s' l' è 'r prèvi pre 'n pò 'd tèimp pì nein l' avghiva.
Pinètu, rèj an Bèrb, er pscava in ombra
mulava zì spariva, l' èua zgombra
tirava, turna andrèinta, dl' ombra viva
da drìa l’ ava ra len-na ch’ al nuziva.
Na nùacc, mni cà mèz ciuc, dau simitìari,
atur quant balaren-ni, fausi o vìari
tucà balè con lur, fin chi sparivu
l' indman truvà ‘n caudrein, o gèint, l' avghivu!
In auter caratìa, bargìa cme chili
va zì 'nt cul fòss, ‘n bòt 'd nùacc, nein a squitili
tucà scariè e cariè, e tira e bita
camp-sant pein 'd gèint nèint truvè ien ch' al jita.

La fisica.

Si dice che don Paolone battesse la fisica
che lo dicevano le Bringiottine, in giro 'sta musica
la casa vicino alla chiesa, finestre sotto
coi pipistrelli e le ombre esce una ghigna.
Qualcuno che ha la morosa lo conoscevi
quello che scende a pescare dal passo lo capivi
ma l' uscio chiuso, le finestre, casa e stalla
due occhi accovacciati sul letto, una gatta…..!
Capito che si facevano vedere, ti spaventavano
nelle stalle, da bambini, i vecchi lo raccontavano
fai dire una messa ai morti, o due, spariscono
il prete ha il libro, lui se vuole appaiono.
Nella finestra è don Paolone, nell' ombra, pisciava
il vaso levato l' aspersorio, l' uomo grasso, sbuffava
va in casa e scompare la strega, lo è o non lo è
l' indomani fan dire una messa e la scaraventa.
Dìotu il "Puntarùa", suo figlio lo dice, Mariu
ha visto lui, aveva sentito, le memorie variano
d' estate, scaricavano i covoni, in casa che mangiavano
"Il fuoco, correte nel cortile di Verzone !" gridavano
Secchiello in mano, bastone, qualcosa che serve
lo vedevano intorno allo sgabello, tutte lingue di fiamma
esce don Verzone di casa, fa un segno nell' aria
sparisce il fuoco, che ne dici vai in pari ?
Fan vedere cani, leoni, un affare che gli somiglia
uno vestito di bianco lungo la strada, lumi nessuno
arrivare a dargli una randellata dicono che spariva
se è il prete per un po' di tempo più nessuno lo vedeva.
Pinetu, reti in Belbo, pescava un’ ombra
mollava giù spariva, l' acqua sgombra
tirava, di nuovo dentro, dell' ombra viva
dietro aveva la luna che lo ammaliava..
Una notte, tornato a casa un po’ brillo, dal cimitero,
intorno quante ballerine, false o vere
gli è toccato ballare con loro finchè sparivano
l' indomani trovato un pentolino, o gente, lo vedevano !
Un altro carrettiere, lattaio come lui
va giù nel fosso una notte, nessuno a soccorrerlo
gli tocca scaricare e caricare, e tira e metti
il camposanto pieno di gente, nessuno che lo aiuti.


Par di sentire i racconti di streghe e di morti, la sera attorno alla lanterna delle veglie nelle stalle. Cose assolutamente sicure e provate, come quelle del pescatore Pinetu ammaliato dalla luna, che continua a gettare le reti nel Tanaro tirando su solo ombre o quel passare vicino al cimitero dove era stato costretto a ballare tutta la notte con ballerine fantasma fino  a quando queste non avevano deciso di andarsene o del carrettiere, certo piuttosto rotondo dopo la serata in osteria, finito nel fosso, che aveva continuato, novello Sisifo a caricare e scaricare tutta la notte, mentre a fianco, quel camposanto pieno di gente immobile a guardarlo senza aiutare. Su tutti giganteggia il timore reverenziale verso Don Paulon, che batteva la fisica suscitando, forse lui stesso fuochi tra i covoni per poi spegnerli con misteriosi segni nell'aria, facendo così pari. Preti di campagna capaci di far comparire animali strani e paurosi e bianche figure avvolte in lenzuoli bianchi che giravano tra le case di notte, magari a trovare le parrocchiane ingenue. Qualcuno, più sospettoso e pieno di malizia, come in fondo lo sono i contadini, vinta la paura, gli aveva dato una bastonata in testa e poi stranamente per qualche giorno il curato non si era più visto in giro. Un racconto così vivido e naif da fare innamorare. Che grande poeta Rapetti!


lunedì 27 maggio 2013

Bàti la fisica.

Sentire l'amico Franco Castelli che parla di miti, leggende, modi di dire e della cultura contadina che permea la nostra vecchia città fin dalle sue origini, è davvero un piacere unico. L'altra sera alla Gambarina, si è davvero superato con un excursus che partiva da Gelindo, attraverso tutte le storie alessandrine, la regina Pedoca, Baudolino e la Fia du Sendic di'Ort, fino ad arrivare alle glorie del Bar Baleta e delle Borsaline. Tra i tanti cenni che la sua sterminata cultura sull'argomento, ha riportato a galla nei nostri ricordi, ho ritrovato un modo di dire, davvero curioso che avevo dimenticato, avendolo sentito da mia mamma solo una sessantina di anni fa o più. Come Franco ha riccamente illustrato in un articolo del 1997 sul mensile La città, Alessandria e soprattutto le sue campagne erano, come la maggior parte degli altri luoghi contadini, pervasi da leggende e racconti paurosi, che i vecchi raccontavano nelle veglie nelle stalle, la sera, prima di andare a dormire, scaldandosi al fiato delle mucche e che i bambini  ascoltavano con gli occhi spalancati e pieni di paura. 

Racconti di streghe e di fantasmi, come combatterli e come tenerli sapientemente lontano, magari buttando in mezzo all'aia gli arnesi da camino (le molle e 'l barnass) in forma di croce, che per soprappiù durante i temporali potevano riparare anche dal fulmine, calamità assai pericolosa, tanto che il proverbio: uarti da la lësna, da u tròn e da cùi chi àn 'l culùr du savòn (guardati dal fulmine, dal tuono e da quelli che hanno il colore del sapone, i tubercolotici, pericolosi infettivi) la cui terza parte ha dato luogo ad innumerevoli varianti in rima  (famosa quella: d'l'asichiratùr Bausòn, ad esempio). Eventi naturali o stregoneschi, che avvenivano a causa delle forze primigenie della natura, ma anche procurati, dai sapienti, dagli istruiti, preti in prima fila, cùi chi àn stidià (quelli che hanno studiato), che per il popolino hanno sempre un lato maligno e pericoloso e che utilizzano queste capacità, oggi diremmo questi skills, soprattutto per gabbare la povera gente. 

La mia mamma, quando non andavo ancora a scuola, mi portava sempre con lei a fare la spesa e al lunedì, giorno di mercato c'era sempre una certa confusione nelle vie del centro alessandrino, non come adesso che pare la città dei morti, percorsa solo dalle ombre curve degli anziani che la popolano, sempre meno numerosi. Allora c'erano banchi di ogni genere, compresi quelli che vendevano la colla tedesca miracolosa, che affascinava mio padre, il cinese che offriva le cravatte o quello che mostrava le peculiarità di panacea universale del Grasso di tigre, che altro non era che il Tiger Balm che già allora arrivava dall'Oriente e che ritrovai tanti anni dopo ad Hong Kong (che già allora il mio destino volto ad est, fosse segnato?). 

Un giorno in via Dante, si era formato un capannello di gente che guardava incuriosita un tizio, un po' misterioso ch'el fava balè i buratén (faceva ballare i burattini). Probabilmente mediante fili di nylon nascosti , muoveva due figurine dagli arti snodati che parevano camminare, muoversi, fare inchini a comando e che davvero, a me bambino meravigliato, parevano muoversi di vita propria e comandati a saltellare dagli ordini di un mago misterioso. Forse la gente allora era ancora dotata di una candida ingenuità, ma stavano tutti incantati a guardare il balletto fatato, che poi il mago vendeva in scatole in cui, assicurava, c'erano tutte le spiegazioni per ripetere a casa propria il miracolo. Io ero incantato a guardare, ma la mia mamma mi teneva la manina con una presa forte e sicura, trattenendomi lontano e quasi subito mi disse: Andiamo via, ch'isi i sòn gent chi batu la fisica (che quelli sono gente che battono la fisica). Un modo di dire curioso, in cui è racchiuso tutta la meraviglia mescolata al timore verso coloro che studiano nei libri spessi, pieni di segni misteriosi, appunto i libri di fisica, preparandosi con la loro sapienza a fregare il prossimo. 

(vedi la bella poesia di Rapetti il poeta dialettale di Villa del Foro: Ra fisica, materia associata dal volgo alla stregoneria e al mondo dell'al dil à, di cui vi riporto una quartina:
Capì ch'is favu vighi, 't spauentavu / 'nt er stali, da maznà, i vègg quintavu / fa dì na mesa ai mòrt, o du, sparisu / 'r prèvi l'à u libi, chil se 'r vo parisu.
Capivi  che  erano apparizioni spiritiche,  ti  spaventavano  / nelle  stalle, da bambini, i vecchi raccontavano / se fai dire  una messa o due ai morti, spariscono /ma  il prete ha il libro, lui  se vuole li fa apparire) 

Quante volte lei lo avrà sentito nella stalla del cascinotto in cui, bambina, passava le sere senza altro che i racconti dei vecchi, alla luce fioca di una lanterna. Storie che certo aveva dimenticato, ma che le avevano inculcato questa importanza vitale di appropriarsi del sapere, il potere dei "libri", che ha cominciato a comprarmi fin da piccolo, lei che aveva fatto solo la terza elementare, quantomeno perché in futuro non mi facessi fregare da chi lo possedeva, il sapere. Questa fisica misteriosa che dava poteri, e chissà perché si doveva "battere". Una necessità assoluta che ha preteso almeno per suo figlio, ponendo come priorità assoluta proprio quella che studiassi, a costo di ogni suo sacrificio. Che un giorno anche il suo bambino fosse tra quelli ch'i batu la fisica, forse lo ha sempre sognato; così, col tempo, me ne sono appropriato un po' anch'io della fisica, anche se alla fine non mi è servita per fregare nessuno.

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venerdì 3 giugno 2011

Recensione: L. Pasino - Il primo giorno di scuola.

Un lavoro molto intrigante, questo che Luciana Pasino, Alessandrina tanto per cambiare, studiosa di letteratura giovanile e didattica della poesia, in collaborazione con Vagliani, ha costruito, mettendo assieme oltre cinquanta testi di insegnanti che raccontano il loro primo giorno di insegnamento. Una stesura antologica che, presentando questo momento topico "dall'altra parte", con tutte le sue debolezze e pulsioni, assieme all'eccitazione ed all'orgoglio di una missione appena intrapresa, è assolutamente sconosciuta e neppure immaginata da chi l'ha solo vissuta come allievo. Il periodo raccontato parte nel 1861, dall'inizio dell'Unità d'Italia, che fu anche l'avvio della scuola pubblica, fino ad arrivare ai giorni nostri e gli interpreti sono sconosciuti maestri, inviati in paesini sperduti così come firme famose, a partire da Matilde Serao, Ada Negri, Pascoli, Mussolini, Pasolini e molti altri, accomunati dalla straordinaria esperienza di avere davanti a sé giovani menti da crescere e rendere uomini e donne degni della società in cui dovranno vivere.

Molto di più di semplici racconti a tratteggiare l'emozione dell'inizio di un impegno sociale e civile, ma l'insieme dei brani costruisce davvero l'immagine dell'importanza di questo lavoro, dell'amore e della convinzione necessaria a svolgerlo, comune nel tempo, così come le difficoltà e il disinteresse di fondo dello stato che in fondo  lo trascura dandolo per scontato e gli stipendi da fame e il senso di abbandono a cui viene lasciato il sistema, come se una volta istituito dovesse funzionare da solo. Vi divertirete come me, scorrendo le storie di maestri che a dorso di mulo raggiungevano aule disastrate in cui pascolavano i maiali o che arrivavano fuori delle frontiere conquistate con l'orgoglio della missione di dispensare cultura. Quelli a cui veniva rimproverato di non avere i baffi per mostrare maggiore carisma o ancora quelle maestrine alle prese con le difficoltà di avere qualche gessetto, un bottiglione di inchiostro o una sdrucita e superata carta geografica, a cui le mamme raccomandavano di picchiarli forte quei discoli, ma tutti uniti dalla coscienza dell'importanza del proprio lavoro. Un libro che può servire anche a ricordare alle istituzioni che da questa scuola pubblica possono nascere i nostri punti di forza, mentre il suo abbandono contribuisce in maniera decisiva alla decadenza del paese. Intanto se vi capita, non perdetevi una visita del Museo della scuola ospitato nello splendore di Palazzo Barolo a Torino, a cui la stessa Pasino dedica il suo tempo e le sue cure attente.


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venerdì 26 febbraio 2010

I sacrifici dei Desia Khondh.

Addentrandosi attraverso piste sempre più fangose, nel fitto della foresta, raggiungemmo dei gruppi di capanne più isolati alla base di una serie di colline scoscese e ricoperte di verde. Questo vasto areale è abitato da un sottogruppo dei Khondh, i Desia, le cui donne hanno perduto la consuetudine al tatuaggio e conducono una vita di agricoltura di sussistenza basata sulla coltivazione del riso e degli ortaggi. Nel villaggio principale composto da una trentina di capanne c'era anche una piccola scuola composta da una sola aula con una trentina di bambini ed una maestra Hindu. Questo è uno dei pochi servizi che il governo fornisce a questa popolazioni. La maestra aveva un salario di un cinquantina di dollari al mese e dormiva nel villaggio tutta la settimana in una capanna che le veniva messa a disposizione e le attrezzature scolastiche fornite, consistevano in una scolorita e datatissima carta geografica dell'India, una lavagna scheggiata sul muro e alcune lavagnette che i ragazzi si litigavano. I bambini, chiassosi come i loro compagni di tutte le parti del mondo, ci mostrarono i progressi fatti nella lingua Oriya ed ottennero la prevista fornitura di caramelle, mentre la dotazione di ordinanza di biro, fu appannaggio della maestra, anche perchè i bimbi non avevano quaderni su cui utilizzarle al momento. Uscimmo seguiti dal coro dell'inno nazionale indiano cantato a squarciagola e una ragazza con un bimbo in braccio ci portò a salutare la sciamana che stava in una capanna ai margini del villaggio. Era seduta a terra all'ombra dello spiovente di paglia e ci accorgemmo subito che era cieca. Teneva anche lei in braccio un bambino piccolo che sembrava dormire tranquillo ed aveva il volto coperto dei tatuaggi della tigre. Era molto vecchia o così almeno sembrava e di una magrezza fragile e consunta, eppure mostrava una voce sorprendentemente chiara e acuta. Con l'aiuto di Prakash che masticava diversi dialetti Khondh, ci raccontò del sacrificio che aveva fatto il giorno prima, una capra per ingraziarsi la buona sorte ad una ragazza incinta. I sacrifici sono fondamentali nella cultura Khondh, il sangue delle vittime irrora la Terra, la dea madre, che in una recente commistione sincretistica viene assimilata al culto Hindu di Durga, e la feconda placandola e portando benessere. Certo un tempo le vittime erano umane, costituite da una specifica casta, i Meriah, come ho già raccontato qui; adesso in casi gravi si provvede con un bufalo, che è poi anche un'ottima scusa per consumare un po' di proteine animali, in una dieta piuttosto povera. D'altra parte la puepera aveva certamente bisogno di buona sorte, considerando che più o meno il venti per cento dei bambini non arriva al quinto anno di vita. Ce ne andammo dopo poco, mentre il cielo si preparava ad una nuova razione di pioggia monsonica. La pista si inoltrava più contorta verso i monti Nyamgiri, lontani e all'apparenza inaccessibili.





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