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mercoledì 16 febbraio 2011

Il Milione 38: Tattoo e mangiare con le mani.


Nella sua esplorazione via terra, difficile e pericolosa per i tempi, ma di certo non come oggi, visto che quelle zone ancora non erano cosparse di mine antiuomo, il nostro Marco Polo arriva fino ai confini orientali dell'India, una vasta zona che comprende l'attuale Bangla Desh e il Bengala indiano, fino allo stato dell'Orissa.

Cap. 122


...e dopo lasciata la provincia di Mien (Birmania), v'è una provincia verso mezzodie ch'à nome Gangala (Bengala), che negli anni Domini 1290 che io era ne la corte, il Grande Khane non l'avea ancora conquistata, ma tuttavia v'era oste per farlo. In questa provincia ànno loro linguaggio e sono pessimi idoli e sono a li confini dell'India. Elli fanno grande mercatantia di care spezie che ànno, spigo e galinga e zinzibe e vivono di carne pesce e riso.

Ancora oggi, percorrendo queste aree rurali del subcontinente è tutto un susseguirsi di piccoli villaggi tra le risaie, popolate di contadini che alternano la loro difficile vita tra il fango che genera il loro alimento principe e i piccoli mercati spontanei che sorgono tra le capanne, dove su teli improvvisati a terra vengono offerte immutabili, le spezie di allora. Piccole piramidi di radici di zenzero, mucchietti di coriandolo, mazzi di erbe odorose e poi via, seduti nelle approssimative taverne a mangiare i cibi di strada, pesce di fiume in un sugo piccante in cui intingere palline di riso mescolate con le mani (mi raccomando con la destra, che la sinistra serve ad altri più immondi usi, e usando solo la punta delle dita che fa più chic, ma come dice qui Acquaviva, potete anche succhiarvele per non perdere il condimento che è il più buono e come si dice, se no si gode solo a metà). Beh il nostro Marco ci sarà stato anche abituato, giacché allora a Venezia la forchetta non l'avevano ancora inventata, ma vi assicuro che sulle prime, questo impastare il riso per mescolarlo al resto, su piatti fatti di grandi foglie di banian, mi ha messo un poco in difficoltà. Solo la fame poi, fa superare le barriere interculturali. Ma questa non è la terra degli indiani, ma degli Adivasi, "quelli che c'erano prima". Sono le tribù primitive che popolavano l'area prima dell'arrivo degli Arii, disprezzate dalla cultura ufficiale indù, e rimaste ancorate alle antiche tradizioni, che stupirono anche il nostro Marco.
Questo è uno dei tanti aspetti interessanti di queste genti che oggi vivono isolati nel folto delle foreste del Bengala e dell'Orissa, primitivi che contro voglia stanno per essere spazzati via dall'ingordigia del nostro mondo e dal nostro prepotente sistema di vita. Gli straordinari tatuaggi che ricoprono i corpi delle diverse tribù dai Kutia, ai Gondria, ai Khond sono ancora oggi esibiti per la loro bellezza e la ragazza che mi mostrava orgogliosa il suo viso ricoperto dai segni che simulavano i baffi della tigre, uguali a quelli che la sua progenitrice mostrò a Marco, forse non li farà più a sua figlia e anche al mercato, accanto alle piramidi di peperoncino rosso come il fuoco che promette, cominciano a vedersi, cucchiai e forchette di alluminio, assieme ai coloratissimi braccialetti di plastica cinese. Il Gran Khan ha compiuto definitivamente la sua conquista.


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mercoledì 10 marzo 2010

Mare nero.

Lasciammo le foreste, dove a poco a poco le radure diventavano più vaste e lasciavano completamente lo spazio alle zone coltivate. Questa volta la strada correva lungo argini malfermi e fangosi, dove l'acqua diventava l'elemento predominante, sotto ed attorno a noi, oltre a quella che continuava a cadere dal cielo. Eppure nonostante il fango e gli schizzi, il monsone ha sempre una sensazione di lavacro purificatore, di pulizia. L'acqua porta via i residui, lo sporco, il marcio dalle strade e forse dalla testa della gente. Dappertutto è un continuo lavarsi. Dietro o di fianco ad ogni capanna vedi ragazze, donne con grandi recipienti di alluminio che si lavano i capelli o a mollo fino alla vita, seminude nelle pozze, riparandosi un poco con i bordi colorati dei sari tesi attorno a sé. La pioggia cade battente, ma senti arrivare le risa degli scherzi e di chissà quali prese in giro. Arrivammo finalmente al mare, anticipato da immense lagune da circumnavigare a fatica, lungo file interminabili di palmeti alti e piegati dal vento. Qua e là montagne di cocchi con ragazzi intenti a pulirne le noci, a scorticarne la fibra, a farne ammassi da lavorare successivamente. Sulla riva, villaggi di pescatori poverissimi, anche questi Adivasi, ma all'apparenza più integrati con il mondo induista, dai quali si distinguono solo più per l'aspetto dravidico più piccolo e scuro, ma forse proprio per questo all'apparenza, ancora più poveri e disperati. Le capanne sul bordo del mare apparivano più malandate, circondate di sporcizia ed affastellate le une contro le altre, dove una umanità dall'aspetto triste, composta di donne con una miriade di bambini silenziosi e nudi, attendeva con lentezza alle incombenze quotidiane. Tutta la spiaggia intorno era coperta di escrementi e delle scorie della vita quotidiana; verso la spiaggia, decine di legni putrescenti delle barche più malandate che abbandonate sul bagnasciuga attendevano la definitiva dissoluzione per rientrare nel ciclo naturale, che da Visnù il creatore porta fino a Shiva il distruttore. La ruota infinita delle nascite e delle morti che caratterizza l'esistenza, lo schema da cui per queste genti non c'è speranza di uscire. Una cappa triste che incombe ancora più della impossibilità di un miglioramento delle condizioni di una vita misera, anche solo per qualcuno di loro. Oltre la battigia, le onde alte e violente del golfo del Bengala, di un mare scuro, grigio pece come il cielo da cui non lo separa più neanche l'orizzonte, si ergono come bastioni facendo impennare le barche dei piccoli uomini scuri, quasi impedendo loro di lasciare la riva o peggio, di ritornarvi, per punirli della loro impudenza di voler affrontare l'Oceano, obbligati dalla fame, anche se il dio dei mari non lo vorrebbe. Lasciammo il villaggio con un senso di vuoto nel cuore, ripercorrendo la spiaggia lentamente sotto la pioggia, seguiti da cani magri ed infidi che stavano comunque a distanza di sicurezza, usi di certo a subire il bastone o la pietra in caso di incauto avvicinamento. Non avevamo però troppo tempo per riflettere, intenti come eravamo ad evitare di calpestare le scorie della vita che ricoprivano quasi completamente la sabbia bagnata e scura.



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martedì 2 marzo 2010

Dharuva Gond: una casa nuova.

Girammo ancora per qualche giorno nella foresta. Un susseguirsi di villaggi sempre diversi, dove la gente vive una quotidianità fatta di gesti consueti, dove vedi ragazze che si lavano passando le pietre sulla pelle, padri che rasano i capelli ai loro bambini lasciando loro un piccolo ciuffo, vedi le donne attorno la fontana del villaggio. Chiacchierano a lungo prima di riprendere il sentiero che porta alle capanne lontane; qualcuna si ferma un po', indugia in pensieri difficili da indovinare. Come canta Tagore nel Gitanjali:

Ero sola al pozzo, dove l'ombra degli alberi cade obliqua.
le donne già erano tornate con le brocche colme fino all'orlo.
Indugiavo pigra, perduta nel mio fantasticare.
L'ora del mattino è tarda e l'uccello canta note stanche;
sopra il mio capo stormiscono le foglie del grande neem
e io siedo, sola, a pensare e pensare.
Ancora villaggi, a volte più "avanzati" con le case in muratura dipinte in colori tradizionali forti, blu, e ocra, dove vivono i Parajas, più integrati, le cui donne curatissime portano sempre un curioso anello da naso d'oro fligranato con una pietra rossa o bianca o quelli dei Mallis e dei Deday, dai lineamenti più aggraziati, con abbigliamenti sontuosi anche nella vita quotidiana, tradizionali coltivatori di fiori di cui fornivano le regge dei locali raja e ancora oggi mantengono l'abitudine di portare un grande fiore rosso tra i capelli lisci e neri, raccolti in una crocchia alla destra del viso. Altri invece più poveri e nascosti nel fitto della foresta come i Gadaba, agricoltori gentili ed accoglienti, con ancora un forte senso delle tradizioni, come quella del Dio-fratello che sta loro vicino nei momenti di difficoltà e viene considerato come un Lare componente del nucleo familiare. Le donne portano alle caviglie anelli di metallo grandi e spessi di notevole peso che rende la loro camminata un poco strascicata ed assai elegante. Ma nel folto della foresta delle pianure del sud dell'Orissa, attraversate da un fiume impetuoso e gonfio di fango durante il monsone, che si precipita attraverso uno spettacolare scenario di gole laviche, vivono in capanne sparse i Dharuva Gond, cacciatori e pescatori primordiali. Pescano con arco e frecce arpionate munite di una lunga cordicella di fibra che ne consente il recupero. Gli uomini, che hanno solo un ridotto perizoma ai fianchi, si rasano il capo lasciando solo una lunga treccia. Catturano ogni animale della foresta ed una particolare leccornia è costituita dai pulcini degli uccelli che vengono predati arrampicandosi sui rami più alti degli alberi. I matrimoni vengono celebrati quando gli sposi sono ancora bambini, anche se la sposa non va ad abitare dal marito fino a che non diventa ragazza attorno ai dodici anni. La capanna di Prem, dove ci fermammo a riposarci dopo un lungo cammino aperto nel verde, era circondata da grandi alberi. La madre seduta per terra univa tra di loro legandoli con un filo delle grandi foglie secche di banijan, che avrebbe venduto al prossimo mercato del mercoledì come piatti usa e getta; il padre era appena tornato dalla pesca e ci mostrò i tre grandi pesci che aveva preso con il grande arco che portava a tracolla, lui invece continuò il suo lavoro. Stava ingrandendo la casa con una nuova stanza e ci mostrò orgoglioso, il muro solido di fango ormai essiccato di fianco allo stipite dell'ingresso, dove andava completando la soglia, opportunamente rialzata per evitare che vi entrasse l'acqua e che lisciava con cura. Poi vi avrebbe inciso i segni di buon augurio. Aveva dodici anni Prem e sembrava avere fretta di terminare i lavori che andavano già avanti da un anno almeno. I lavori della sua nuova casa, dove, con una grande festa, il prossimo anno avrebbe condotto, dal villaggio vicino, la sua sposa che aspettava già da quattro anni, quando lei ne aveva sette. -Lei è bellissima - ci assicurò con gli occhi perduti nel cielo e continuò a lisciare con cura il fango ancora umido e morbido della parete appena finita.


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sabato 27 febbraio 2010

La freccia Dhongria.

Passammo la notte in una stamberga orribile a Rayagada. La bambina era inorridita e parlò più volte di telefono azzurro o quantomeno di denunciarci alle nonne, ma quello era il massimo che passava il convento e almeno ci eravamo levati dal fango delle strade. Dopo una notte buia e tempestosa partimmo al mattino presto attraversando le risaie attorno alla cittadina. Durante la notte era venuto giù un mezzo diluvio e anche nelle prime ore del mattino il monsone era insistente. Nei piccoli campi le donne si riparavano accovacciate sotto enormi cappelli conici continuando il loro lavoro di trapianto come nani da giardino. Pian piano la jungla prese il sopravvento sui campi e quando fummo sulla pista di montagna che portava ai vilaggi dei Dhongria Khondh, isolati e in qualche caso inaccessibili durante il monsone, assunse un aspetto decisamente salgariano, fitta, umida e misteriosa. I Dhongria, sono il gruppo dei Khondh più isolati e meno toccati dalla civilizzazione indoccidentale. Vivono in una dozzina di villaggi nascosti sulle montagne Niyamgiri coltivando ortaggi, ma vivendo soprattutto come cacciatori-raccoglitori di radici e frutti della foresta. Mantengono più degli altri gruppi le tradizioni legate ai sacrifici alla Madre Terra e per questa ragione sono il gruppo tribale che si sta opponendo con più convinzione alla Vedanta Resouces di prendersi le loro montagne. Le caratteristiche che li rendono pìù riconoscibili sono i tre anelli di bronzo alle narici per le donne ed una piccola ascia che gli uomini portano sempre sulla spalla come si può vedere in questo video di Survival che già vi ho segnalato. Tutti portano i lunghi capelli in crocchie fermate da file di forcine. Arrivammo al villaggio mentre ancora pioveva e percorremmo il grande spazio in salita tra le due file di grandi capanne dai tetti di paglia che correva dall'alto al basso per agevolare il flusso dell'acqua. Le giovani stanno in una grande capanna comune in cima al villaggio dove vengono raggiunte alla sera dai ragazzi dei villaggi vicini che si trattengono lì durante la notte, durante la quale si sviluppano le conoscenze che sfoceranno nei futuri matrimoni. Il tabù di evitare le ragazze del proprio villaggio garantisce un minimo di ricambio genetico. Qui, dopo il tramonto si fa largo uso di bevande fermentate che favoriscono balli e canti sfrenati; l'omosessualità è comune e questi ragazzi vivono di norma nello spazio femminile usando lo stesso tipo di anelli ed acconciature senza subire alcun tipo di intolleranza o discriminazione. Per la verità i Dhongria sono piuttosto selvatici e non amano molto che gruppi di curiosi vadano a rompere loro le scatole, così il nostro Prakash , ci disse di tenere un profilo basso e di non esibire le macchine fotografiche. Ma essere solo in tre è un grande vantaggio e riuscimmo a non disturbare più di tanto, stando bene attenti a non penetrare nel piccolo recinto al centro dell'area centrale dove campeggiava bene in vista il palo a cui vengono legate le vittime dei sacrifici, un area sacra da rispettare. Ce ne andammo dopo un po', sotto una pioggerella sottile, lasciando una atmosfera di grande rilassamento con gli adulti coricati nelle grandi capanne che fumavano grandi sigari artigianali e bambini che scorrazzavano nella fanghiglia in fondo al villaggio. Prendemmo il lungo sentiero che costeggiava un torrente gonfio di acque fangose, camminando con fatica nella foresta anche se l'aria non era molto afosa, data l'altitudine. Ci voleva un'oretta di cammino per raggiungere l'auto, ma camminare nella jungla dava un grande senso di scoperta. Verde ovunque, grandi alberi che circondavano piccoli spazi aperti, rumori selvatici e ignoti ma non paurosi, nencha la pioggia rada sembrava più fastidiosa. Tra due alberi uno scintillio di colori vivaci ci fermò di botto. Una bellissima ragazza si muoveva con grazia tra gli alberi raccogliendo bacche; aveva accanto a sé un canestro quasi pieno di papaye selvatiche. Ci guardò sorridendo e io non seppi resistere, scattando veloce. I clack secchi dello specchietto della reflex erano gli unici rumori della selva, quando d'improvviso dall'alto, tra gli alberi si udì un gran frastuono di rami spezzati ed un vociare irato. L'accompagnatore della ragazza, da una forcella tra i rami, mentre staccava frutti maturi, cessò d'improvviso la sua attività e con grida minacciose tese un piccolo arco su cui aveva incoccato una freccia dall'aspetto inquietante. Prakash si mise subito a gridare facendo grandi gesti con le mani, richiamando l'attenzione del ragazzo che scese, scuro in volto dall'albero con la corda tesa e la freccia ancora icoccata rivolta verso di me. Ci profondemmo in scuse sentitissime che rabbonirono l'iroso accompagnatore. Non so cosa gli raccontò Prakash, ma quando tornammo alla macchina la coppia aveva assieme alle papaye una ventina di rupie in più e io due frecce da appendere al muro.


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venerdì 26 febbraio 2010

I sacrifici dei Desia Khondh.

Addentrandosi attraverso piste sempre più fangose, nel fitto della foresta, raggiungemmo dei gruppi di capanne più isolati alla base di una serie di colline scoscese e ricoperte di verde. Questo vasto areale è abitato da un sottogruppo dei Khondh, i Desia, le cui donne hanno perduto la consuetudine al tatuaggio e conducono una vita di agricoltura di sussistenza basata sulla coltivazione del riso e degli ortaggi. Nel villaggio principale composto da una trentina di capanne c'era anche una piccola scuola composta da una sola aula con una trentina di bambini ed una maestra Hindu. Questo è uno dei pochi servizi che il governo fornisce a questa popolazioni. La maestra aveva un salario di un cinquantina di dollari al mese e dormiva nel villaggio tutta la settimana in una capanna che le veniva messa a disposizione e le attrezzature scolastiche fornite, consistevano in una scolorita e datatissima carta geografica dell'India, una lavagna scheggiata sul muro e alcune lavagnette che i ragazzi si litigavano. I bambini, chiassosi come i loro compagni di tutte le parti del mondo, ci mostrarono i progressi fatti nella lingua Oriya ed ottennero la prevista fornitura di caramelle, mentre la dotazione di ordinanza di biro, fu appannaggio della maestra, anche perchè i bimbi non avevano quaderni su cui utilizzarle al momento. Uscimmo seguiti dal coro dell'inno nazionale indiano cantato a squarciagola e una ragazza con un bimbo in braccio ci portò a salutare la sciamana che stava in una capanna ai margini del villaggio. Era seduta a terra all'ombra dello spiovente di paglia e ci accorgemmo subito che era cieca. Teneva anche lei in braccio un bambino piccolo che sembrava dormire tranquillo ed aveva il volto coperto dei tatuaggi della tigre. Era molto vecchia o così almeno sembrava e di una magrezza fragile e consunta, eppure mostrava una voce sorprendentemente chiara e acuta. Con l'aiuto di Prakash che masticava diversi dialetti Khondh, ci raccontò del sacrificio che aveva fatto il giorno prima, una capra per ingraziarsi la buona sorte ad una ragazza incinta. I sacrifici sono fondamentali nella cultura Khondh, il sangue delle vittime irrora la Terra, la dea madre, che in una recente commistione sincretistica viene assimilata al culto Hindu di Durga, e la feconda placandola e portando benessere. Certo un tempo le vittime erano umane, costituite da una specifica casta, i Meriah, come ho già raccontato qui; adesso in casi gravi si provvede con un bufalo, che è poi anche un'ottima scusa per consumare un po' di proteine animali, in una dieta piuttosto povera. D'altra parte la puepera aveva certamente bisogno di buona sorte, considerando che più o meno il venti per cento dei bambini non arriva al quinto anno di vita. Ce ne andammo dopo poco, mentre il cielo si preparava ad una nuova razione di pioggia monsonica. La pista si inoltrava più contorta verso i monti Nyamgiri, lontani e all'apparenza inaccessibili.





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giovedì 25 febbraio 2010

Le donne tigre dei Kutia Khondh.

La mattina presto Prakash ci aspettava sulla strada fangosa davanti all'albergo con la Ambassador bianca appena lavata e tirata a lucido. Partimmo senza perdere tempo, ma lui volle fare comunque una breve sosta al tempio di Ganesh per rivolgere una piccola puja che ci garantisse un viaggio senza inconvenienti. Il tempietto era basso e buio, pieno di fumi e di odori. Consegnammo due banane e una coroncina di fiori al sacerdote che salmodiava assorto e che le depose assieme a un bastocino di incenso acceso assieme alle altre sull'altarino. Ci appose la tikha di ordinanza sulla fronte e dopo aver fatto scivolare la banconota tra le pieghe del dothi bianco, riprese a cantare le Upanishad tranquillo in attesa del prossimo cliente mentre la statua del Dio dalla testa di elefante, coperta di ghi untuoso, sogghignava augurandoci buon viaggio. Era piccolo e sorridente Prakash e quando ciondolava la testa per confermare, ti dava una impressione di tranquillità che ti faceva accomodare sereno sul sedile posteriore. Pareva particolarmente affezionato alla nostra ragazza, che evidentemente considerava dei suoi, ma la trattava con particolare deferenza cercando sempre di darle per prima riparo dalla pioggia. Il monsone non era particolarmente forte quell'anno, ma l'umidità spessa ti ricopriva la pelle come il burro chiarificato che si cola sulle statue che meglio assicurano l'esaudirmento dei desideri. Su strade fangose uscimmo dalla città, quasi subito aggrediti dalla selva, dapprima meno fitta e con ampie radure dove bufali sfiancati tiravano piccoli aratri di legno per ritagliare fazzoletti di risaia. Dietro, file di donne dagli sdruciti sari colorati, sollevati fino alle cosce, trapiantavano l'oro verde pallido, muovendo a fatica le caviglie nelle buche di fango grigio e colloso. Contadini poveri ma non affamati, in un equilibrio precario che la natura amica/nemica regola a fasi alterne, ma che difficilmente conduce alla carestia più nera. Gli Adivasi (quelli che c'erano prima) sono quasi un quarto della popolazione dell'Orissa e, come tutte queste popolazioni "primitive", ambirebbero solo ad essere lasciate in pace, cosa che in linea di massima il governo centrale fa per non crearsi problemi ed evitare spese. La grana sorge quando qualche azienda decide di "valorizzare" un territorio, avendovi individuato qualche cosa da sfruttare (vedi la storia della Vedanta Resources contro la tribù dei Dongria, di cui ho già parlato qui). Allora per l'area scelta son dolori; in generale, la gente viene depredata dei suoi territori e delle sue pur misere ma sufficienti fonti di sopravvivenza e lasciati a marcire in bidonvilles ai lati del nuovo insediamento, magari con quattro soldi per dare una parvenza di legalità alla cosa. Il governo chiude gli occhi sulle porcherie più grosse e magari garantisce una baracca/ambulatorio dove una volta al mese passa un infermiere a dare un'occhiata. Il fatto è che in India ognuno pensa di appartenere ad un gruppo (indù, mussulmano, giainista, cristiano) o ad un sottogruppo (casta o sottocasta che dir si voglia) ritenendo che questo sia assolutamente superiore a tutti gli altri, con cui ha orrore a mescolarsi, né ha alcuna intenzione di cambiare ad esempio con una scalata sociale. Questo significa disprezzo assoluto per tutti i non appartenenti al proprio gruppo e totale e spietata indifferenza per i loro eventuali diritti. Solo la forza del denaro e del potere possono garantirli ed è chiaro che per gli Adivasi lo spazio è quasi nullo ed il loro destino è segnato nel tempo. I Kondh appartengono al gruppo delle lingue dravidiche e divisi in sottogruppi popolano le colline circostanti. I primi villaggi che vedemmo, già nel folto della foresta, erano di Kutia Khondh, forse il gruppo più numeroso. Sono noti anche come il popolo dei tatuaggi. Ci fermammo a riposare in un largo spazio tra le capanne. C'erano poche persone, la maggior parte impegnate nei lavori dei campi, ma schiere di bambini interessati ad eventuali caramelle e parecchie ragazze e donne di ritorno dalla consueta corvée del rifornimento dell'acqua. Avevano le orecchie quasi frastagliate per l'enorme numero di anelli ed altri piercing che ne deformavano anche le dimensioni ed i volti piccoli e scuri ricoperti di tatuaggi. A volte simboleggiano fiori, ma nella maggior parte dei casi sono punti e righe nere e sottili che ricoprono completamente il viso. Sono i baffi del felino più temuto, che ogni tanto si porta via qualcuno rimasto isolato nella foresta e questi segni servono ad esorcizzare la paura e a spaventare la belva. Le donne tigre vanno da sole tra gli alberi, non hanno timore dell'animale affamato che le aspetta nell'oscurità nebbiosa verde e grigia; in effetti, non ce ne sono quasi più di queste belve e loro ne ridono, se ne fanno beffe, esibendo con orgoglio i volti sorridenti. Altre belve, invece, sono acquattate nella pianura, meno interessate alla carne, più ai terreni o magari alla bauxite di cui pare queste colline siano ricche. Ma queste, non sembrano spaventarsi molto se le ragazze si girano mostrando fiere i baffi della tigre.


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lunedì 22 febbraio 2010

Rosso tandoori.

Sto cercando una scusa per parlare un po' più a fondo dell'Orissa. Sapete già che mi piace vedere come è fatto il mondo, magari per cercare pretenziosamente di capirlo. Ma più che la bellezza dei luoghi e delle opere dell'uomo, che pure spesso mi lasciano senza fiato, sono attratto dalla gente, soprattutto quella meno omologata alla mia cultura, che cannibalizzando con la sua forza di attrazione tutte le altre, lascia sempre spazi minori alle diversità e alle loro ricchezze (in positivo, ma anche in negativo naturalmente, sono attratto da tutto meno che dal mito del buon selvaggio). Uno dei luoghi (assieme all' Indonesia) più ricchi di questi aspetti è l'India e lo stato dell'Orissa in particolare, con oltre una cinquantina di tribù di Adivasi, ossia popolazioni preesistenti all'invasione ariana che da nord, è penetrata in India qualche migliaio di anni fa sostituendo quasi totalmente le popolazioni locali. Le più isolate hanno resistito, conservando quasi al completo usi, religioni, aspetto e lingue. Così qualche anno fa, la mia famigliola, composta di curiosi di conoscenza allo stesso grado, anche la bambina è stata ormai contaminata, credo, si è ritagliata un giro da quelle parti che consiglierei assolutamente a chi ha i nostri stessi pruriti. La base di partenza è Bubaneswar, la capitale dello stato. Si capisce subito di essere lontani dall'India rampante del BRIC e dei softwaristi. Ci si cala in una città abbastanza tranquilla e meno caotica delle grandi metropoli, direi più campagnola. I turisti in giro sono pochissimi e ci si può aggirare nei molti templi della città quasi deserti, apprezzando la antica severità della pietra, le costruzioni qui più semplici e meno barocche di quelle dei secoli successivi e proprio per questo più intense, con la selva di stupa rossicci per la pietra locale, levati verso il cielo come ogive di missili in attesa del lancio. Le piccole figure scolpite sui pilastri a scandire, cadenzate, gli spazi, danzatrici nelle pose più classiche, animali o gruppi, sono più rade e meno ammiccanti che in altri luoghi, ma sempre eleganti e mai rozze. Grava una sensazione di composta bellezza. In uno dei più belli ed antichi, il tempio Hudaighiri, un bramino a torso nudo attraversato solo dal filo di cotone che scendeva dalla spalla sinistra, che gli era stato apposto alla nascita, ci seguì con uno sguardo stanco dopo aver ricevuto l'offerta per la puja di rito. Camminammo a lungo sul selciato di pietra antica per aspettare che il sole, continuamente coperto dalle nuvole gonfie del monsone agostano, calasse dietro le cuspidi il cui rosa diventava più intenso, fino a diventare rosso vivo, rosso come il magro pollo tandoori che ci aspettava a cena, unici stranieri, circondati, pur in un tre stelle piuttosto modesto, da sette camerieri che si intralciavano l'un l'altro nel tentativo di guadagnarsi la mancia. Il giorno dopo sarebbe cominciato un lungo giro in una jungla fitta e popolata di piccoli villaggi.

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Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!