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giovedì 22 settembre 2011

Collezionismo, una malattia?

Foto dal web
Niente da fare, difficilmente la femmina è sensibile a questa attrazione. E' più portata ad ammirare la singolarità, l'unicità della bellezza, il fascino del meglio, magari per abbandonarlo dopo poco e passare ad altro giudicato più interessante. Invece il maschio no. Deve essere una cosa genetica, il collezionismo. Sempre parlando in generale naturalmente, absit iniuria verbis, l'uomo è attratto morbosamente dalla possibilità di accumulare tutti, e ripeto tutti se possibili, gli esemplari esistenti dell'oggetto che in quel momento attrae il suo interesse. Tralasciando le figurine dei calciatori, esempio fin troppo ovvio, già da ragazzino, raccoglie le cose più strane e diverse ed il fine è proprio quello di accumularle tutte e poiché questo non è quasi mai realizzabile, almeno in una grande quantità di esemplari. Non vuole solo i più belli o i più rari, come farebbe una rappresentante del suo sesso avversario, ma anche quelli brutti, comuni, di scarsa rilevanza, perché proprio quelli gli mancano nella collezione. Anche mia figlia bambina ha fatto qualche album di figurine femminili, ma vedevo chiaramente che non le interessava cercare, scambiare con le amiche per finire la raccolta, voleva magari avere quella di Sailor Moon in tutto il suo splendore, ma alla fine non se ne faceva un cruccio. Altro che capannelli assatanati con in mano il mazzetto da fare scorrere veloce, con professionale andamento del pollice, alla voce di celo, celo, celo, manca, celo, che ha rischiarato la mia infanzia.

Ho visto uomini seri cercare come cani da tartufi su bancarelle improbabili, lamette da barba, bustine di zucchero, schede telefoniche, per non parlare dei famigerati miniassegni da 50 e 100 lire che qualcuno neanche ricorda più. Diciamo che è un po' una cosa che va a mode. Mentre eravamo al liceo andavano i pacchetti di sigarette vuoti. Intanto si trovavano per terra e non costavano niente, poi qualche parente che arrivava dall'estero ti portava qualche pacchetto straniero e che piacere aggiungere al mucchio di carte colorate quei pacchettini così diversi che conservavano ancora un lieve sentore di tabacco. Non parliamone se poi i caratteri erano diversi dai nostri. Pacchetti greci o russi e qualcuno che ne aveva addirittura qualcuno con scritte giapponesi o indiane. Che meraviglia, che divertimento guardarseli amorosamente. Io mi ero fatto un graticciato di fettucce su cui attaccavo quelli morbidi con uno spillino e che tenevo appeso al muro della mia camera, per potermeli rimirare continuamente. Avevo ideato una tecnica di ritrovamento astutissima. Assieme ad un altro collezionista, oggi luminare della medicina, si andava in bici a fare il giro dei passaggi a livello attorno alla città, zone dove la lunga attesa degli automobilisti conciliava il consumo di sigarette che la maleducazione italica imponeva di gettare poi al bordo della strada. Anche se appallottolati, venivano raccolti con giubilo e poi successivamente con gran cura, amorosamente distesi, stirati, infine recuperati alla collezione o per scambiarseli come carbonari nelle segrete sale del Bar Baleta. 

Una volta, un altro collezionista, altro futuro luminare della medicina, aveva fatto un ritrovamento in soffitta. Un pacchetto ancora intonso di AOI, Africa Orientale Italiana, un cimelio coloniale anteguerra, senza prezzo. Inutile dire, che tutti eravamo rosi dall'invidia e dal desiderio di possesso. Come è devastante questo sentimento maschile! Ma bisognava avere pazienza; a poco a poco la passione diminuì, qualcuno si stancò per primo, altri presi da altre cose seguirono. Alla fine rilevai tutte le collezioni della classe con poca fatica o male arti. La più grossa alla fine di una partita di poker, mentre un'altra mi fu addirittura regalata. Alla fine li avevo tutti, oltre mille pacchetti diversi, bellissimi. Poi altri desideri mi presero e vendetti in blocco la collezione, tramite un annuncio su Linus, ad un anziano signore di Milano, così almeno mi pareva allora, avrà avuto 50 anni o poco più. Mi mise in mano, dopo lunga trattativa, 110.000 lire e se ne andò con una strana luce negli occhi. Con il maltolto mi comprai la mia prima reflex, una Asahi Pentax Spotmatic 101, oggetto mitico, senza la quale non avrei potuto continuare a vivere, si sa. L'animo maschile è perverso, ragazze, cercate di capirci, se non sai di averne almeno undici fuori dalla porta non ti sembra di avere niente. Di macchine fotografiche naturalmente, poi saper fare le fotografie, è tutta un'altra cosa.


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domenica 2 gennaio 2011

Letteratura e lettura.

L'altro giorno ho invano cercato una spiegazione logica alla facilità che ho di allungare il brodo, in contrasto alla stitichezza di idee che pervadeva la mia prosa scolastica. Forse una ragione è dovuta ad un trip che mi prese nel periodo del liceo; probabilmente in quei banchi che avevano ospitato qualche anno prima Umberto Eco, era rimasto un virus malevolo che mi aggredì irrimediabilmente e la cui prima conseguenza fu quella di condurmi ad iscrivermi ad una cosiddetta biblioteca circolante, istituzione scomparsa da tempo che ti permetteva dietro il versamento di una piccola quota annuale, mi sembra 200 lire, pari ad un biglietto del cinema, di prendere un libro alla volta. Solo per le novità editoriali era necessario un piccolo supplemento ad ogni volume, ma potevi andare avanti a leggerti a volontà tutti i classici o l'intera collezione Medusa a sbafo. La passione mi travolse in maniera incredibile. Divenni in breve lettore insaziabile. Non avevamo la televisione; mio papà diceva che non voleva darmi una distrazione allo studio, quindi dato che la voglia latitava comunque, arrivai a sciropparmi quasi un libro al giorno per circa tre anni, quasi un migliaio di libri di ogni genere che ingurgitavo in una sorta di bulimia letteraria inarrestabile. A questo risultato si giunse sicuramente a causa di diverse componenti.

Le più maligne tra le mie lettrici daranno di certo la colpa o il merito a seconda dei punti di vista, al fatto che, benchè bellissimo, le ragazze non mi filavano di striscio, cosa assai brutta per un giovinetto adolescente, sballottato tra le spire tempestose della foga intellettualistica e il baratro della cecità onanistica, sempre in bilico tra i due estremi dove queste sirene ammaliatrici tendono a trascinare i poveretti ancora mancanti di solide fondamenta psicologiche. Sta di fatto che avendo le fanciulle di quel tempo altri interessi, sprofondai in questo mare letterario in cui, forse già si misero le basi della mia futura tuttologia onnivora e che mi premisero, da un lato di superare il periodo del brufolo e dall'altro di formarmi una solida base libresca. Alla visita di leva, nelle interminabili ore di attesa tra un controllo e l'altro, in attesa del colloquio psico-attitudinale, mi ero portato Centomila gavette di ghiaccio, tanto per rimanere in argomento e non so se la cosa piacque all'investigatore, che appuntò qualcosa velocemente. Fui scartato per soprannumero. Classe troppo numerosa quella del 46 o sospetto di idee pericolose? La libreria circolante chiuse e ormai il 68 era alle porte, inoltre anche se le ragazze continuavano a non essere interessate al mio articolo, bisognava pur prendere in mano la situazione in qualche modo. La chiacchiera poteva essere un grimaldello per entrare in quel mondo meraviglioso.


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venerdì 17 dicembre 2010

Riviera romagnola.


Ma sì, anche l'altra sera è stata una bella serata. Ci si vede un paio di volte all'anno coi compagni di scuola del Liceo; sono passati più di quaranta anni, però alla fine è sempre un piacere. Prima un aperitivo, poi tutti a casa di Gianna e la chiacchiera fluisce tranquilla. Intanto riusciamo a metterne insieme sempre una quindicina, che non è neanche poco. Certo che alla fine, si finisce sempre per tornare agli episodi di quegli anni e anche se spesso son sempre gli stessi, sembra che siano nuovi. A volte però salta fuori qualche racconto dimenticato e la serata prende una piega ridanciana. Stavolta ne è uscita fuori una nuova, almeno per molti di noi. Erano gli anni in cui si cominciava ad uscire dal guscio e anche andare al mare sembrava un'avventura. Eccoci quindi su una vecchia Fiat 1100 coi nostri due serissimi professionisti di oggi, che allora giovani virgulti con gli ormoni a palla, percorrevano la riviera romagnola con la bava alla bocca.

Beh, come sapete, allora le ragazze erano piuttosto restie a fare concessioni che andassero al di là del bacetto, quando alle feste in casa si spegnevano le luci, prima che arrivasse la madre a riaccenderle. Dunque certe occasioni non potevano essere perse e la macchina, concessa da papà, filava nella notte mentre i nostri due tombeurs de femmes in erba, avevano caricato due biondine danesi di Copenhagen che promettevano disinibizione e un fine serata bollente. Non si sa bene dove si andasse, ma allora il viaggio in macchina faceva parte della botta di vita. Dunque, mancando un sia pur minimo cenno di lingua comune, allora nessuno sapeva neppure quelle quattro parole di inglese, che poi ci avrebbero fatto credere di essere padroni del mondo, la conversazione latitava e si andava avanti a gesti e ad occhiate roventi. Fatto sta che il pilota, in parte distratto dall'avvenenza della sua passeggera che si era abbandonata languidamente sul sedile a fianco, in parte mentalmente occupato a programmare il prosieguo della serata, mentre sul sedile posteriore l'amico cominciava a porre le basi per un incontro più ravvicinato, manteneva una velocità piuttosto baldanzosa, scalando marce a colpi di doppiette e punta tacco (adesso nessuno se le ricorda più, ma non era poi così facile la guida sportiva), quando prese male una curva e per salvarsi dal fosso, tirò una di quelle frenate che sarebbero rimaste famose nei racconti di spiaggia intorno al fuoco, chitarra alla mano.

La fanciulla al suo fianco, presa di sorpresa, non riusci a tenersi e andò a sbattere di striscio con la testa contro il cruscotto. Risultato, una bella ferita sanguinolenta anche se superficiale. Ma nervi saldi e prontezza di riflessi, che la serata si metteva male. Così il nostro pilota che aveva tutto l'interesse a minimizzare, se ne uscì con una frase consolatoria nell'unico linguaggio differente dall'italiano con cui aveva una minima dimestichezza, e che rimase poi famosa nel tempo. Allargando le braccia esalò: "Rien, c'est la frené" e la fanciulla se ne fece una ragione. Non si sa come sia finita quella serata, per noi invece prosecco e panettone, tanto per fare Natale.



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giovedì 3 dicembre 2009

Ancora da Josephine.


Sarà una consuetudine, sarà una abitudine, ma io quando mi ritrovo con i miei vecchi compagni di scuola del Liceo, provo una sensazione di calore e di sottile piacere. Lo so, sono banalità, per alcuni anzi, in questi casi bisogna provare solo inquietudine e fastidio, però mi sembra che il mio sentimento corra anche tra quanti non insofferenti alle mie convocazioni, si presentano fedeli, per ritrovarci periodicamente o anche solo per farci gli auguri, come ieri sera. E non ditemi che se qualcuno si prende la briga, per passare un paio d'ore con dei vecchi barbagianni che alla fine si raccontano sempre le stesse cose, di venire da Roma, da Genova, da Milano, da Asti o anche solo dal quartiere Pista, non prova le stesse sensazioni che sento io. Ieri sera, nel confortevole ambiente di Josephine, in piazza Giovanni XXIII, che consiglio a tutti coloro che vogliono trovare una atmosfera gradevole ed elegante anche se del tutto informale (e di cui avevo già parlato qui) durante una apericena ricca di ogni ben di Dio, inclusi i tradizionali ed aerei rabaton alessandrini, di grande leggerezza e sapidità, ci siamo raccontati le solite cose, abbiamo riletto la lettera che il Prof. Angelino ci ha scritto pochi giorni prima di lasciarci ed abbiamo terminato la serata in una casa ospitale che ci ha accolto con il calore consueto. Io direi che possiamo andare avanti così, finchè ci sarà concesso, naturalmente.






mercoledì 10 dicembre 2008

Compagni di scuola

Cosa conduce un gruppo di over ... a sfidare le intemperie, le nevi della nuova glaciazione, ad abbandonare le tranquille serate accanto al caminetto con la copertina sulle ginocchia per ritrovarsi e raccontarsi il piacere di rivedersi di tanto in tanto? Certo qualcuno si dà malato, qualcun altro non si ricorda qual è la sera giusta (è vero che gli anni passano). Forse, però, è tutto racchiuso nelle parole che mi ha scritto l'altra sera Gian Maria e che vi riporto tal quale:

-E' tardi e domani devo alzarmi presto, ma voglio dirti che proprio in questo giorni credo che il periodo che abbiamo vissuto insieme a scuola ci abbia dato qualcosa di speciale. "I migliori anni" e mi sembra - anche adesso - che quei migliori anni siano continuati, anno dopo anno; i sogni ho continuato a farli e spesso si sono avverati; canto le canzoni di allora - ricordo i testi, le melodie, gli autori e i cantanti come se fosse oggi; ricordo le figurine di allora; gli autori latini, greci e italiani, la storia, la mitologia, l'onestà, il rispetto, l'educazione, il risparmio, lo studio, l'educazione civica e l'educazione fisica; la messa, la novena di Natale, Gelindo, la via crucis; l'esame di coscienza, l'esame di quinta ginnasio, la coscienza di zeno; la gita scolastica, la festa in casa di pomeriggio, col mangiadischi; l'università, il fidanzamento, il lavoro, la famiglia; la maturità (quella vera, non la fine del liceo), l'equilibrio, la riscoperta di certe cose; il sentire le stesse cose con le persone care; buona notte.-

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