giovedì 9 ottobre 2014

Mozambico 13: Mercati e politica

Al mercato di Lichinga


Il macellaio
Il mercato di Lichinga è molto grande, in linea con il numero degli abitanti dalle città, ma in netto contrasto con la povertà degli edifici del cosiddetto centro che danno invece, l'impressione di una cittadina semi spopolata. Mentre i mercatini dei paesi circostanti sono ridotti all'esposizione di qualche merce poverissima ed offerta con esiguità a terra o su qualche asse scompagnato, piccoli pesci secchi, qualche banana o pomodoro ed una sequela di stracci che pretenderebbero si essere magliette o vestiti, qui di merce ce n'è un sacco, ammucchiata e stipata in strambugi di legno, in file separate da stretti camminamenti. All'esterno, altri banchi, che non hanno trovato evidentemente la possibilità di accedere ufficialmente all'interno delle mura annonarie. Qualcuno offre pesci, che saranno arrivati fin qui dal lago, qualcun altro carni rozzamente macellate e lasciate a frollare con una abbondante copertura di mosche verdi. I grandi pezzi di carne esposti, cosce o interiora, hanno assunto nel tempo uno strano colore nerastro, non si capisce bene se frutto della lunga frollatura o se coperte da quella sorta di impanatura naturale, la cipria fine che aleggia nell'aria, sollevata continuamente dai vari mezzi di passaggio, che arrivano coi cassoni carichi di umanità dai borghi vicini e la scaricano davanti alle varie entrate. I muri scrostati e cadenti nascondono le loro pecche, coperti come sono dalle centinaia di manifesti elettorali, tutti con lo stesso faccione, reiterazione infinita ed assillante, che pare autoriproduca se stessa sulle magliette dei sostenitori, appollaiati sui carretti ai lati della strada o che percorrono ciondolando i camminamenti tra gli stalli. 

Il macello
All'interno, il mercato è piuttosto simile ai tanti suoi omologhi africani, una gran confusione tra le file infinite di piccolissimi negozietti di legno straboccanti di merce, divisi da uno strettissimo passaggio in terra battuta con un rivolo di scarico in mezzo, ora polveroso, probabilmente una distesa di fango viscido nel periodo delle piogge. Come di consueto vi è una suddivisione a zone per tipologie merceologiche, vestiti dove traboccano i colori dei tessuti africani, magliette, abiti leggeri e scarpe, ammucchiate per lo più alla rinfusa, non si capisce come si faccia a trovare il paio completo nel mucchio, più in là attrezzature varie, dalla ferramenta alla tecnologia elettrica ed elettronica, tutta cinese come ovvio, poi la zona alimentare a sua volta suddivisa in frutta, verdura e poi più in là pesci e infine carni. All'interno di questa, una sorta di sala di macellazione primordiale, un antro infernale in cui giganti coperti di sangue abbattono colpi di ascia su quarti di animali, da suddividere ancora poi in pezzi più minuti. Lì'atmosfera granguignolesca è piuttosto cupa e nervosa e forse le intrusioni sono poco gradite, per lo meno a giudicare dai gesti e dalle grida poco amichevoli che vengono indirizzate a coloro che si introducono lì con fini diversi dall'acquisto di mezzene di vacca o quarti di montone. Scivolo via velocemente per non cercarmi grane tra le montagne di pesce secco, che probabilmente è così secco da non puzzare come sarebbe naturale aspettarsi, o forse sono le narici che si sono abituate. 

Il mercato del pesce
L'uomo alla fine ha una capacità di adattamento mirabile all'ambiente che lo circonda, qualunque esso sia. La frutta invece è posta in un'area più aperta leggermente più esterna. La luce rosa della sera colora le montagne di banane e guayave, arrossando l'ambiente di un'allegria vegetariana che contrasta con forza la tetraggine carnivora nascosta nelle viscere del mercato stesso. Qui avverti una massiccia presenza di donne che ridono ed esibiscono i fazzolettoni colorati usati come copricapo oppure le barocche architetture delle loro capelli addensati in montagne di treccioline ordinatissime e tutte diverse tra di loro, come questo aspetto volesse essere un segno distintivo e unico di ogni diversa personalità. E' fatica farsi spazio negli stretti passaggi tra i negozietti, c'è sempre una gran folla che si muove in ogni direzione. I passaggi sono ingombri di masserizia, casse o semplicemente di merce esposta. Due venditori, vicini di negozio ingannano il tempo giocando al bao o manqala (o quale che sia il nome locale di questo gioco "della semina" diffuso in tutta l'Africa). Sono concentratissimi nel gioco, non avendo di certo tempo per dare retta ai clienti nel loro esercizio. A turno, con rapidità belluina, afferrano le biglie presenti in una casa e con un gesto abile le rilasciano ad una ad una nelle case vicine, catturando quelle dell'avversario per portarle nel proprio "granaio". Il più grasso osserva la mossa dell'avversario con aria volpina come se già avesse previsto il colpo e fosse pronto ad assestare il proprio successivo e fatale. 

Giocando a bao
Poi tocca all'altro grattarsi la testa dubbioso, mentre il primo muove convinto, di certo con il timore di avere commesso l'errore fatale che comprometterà l'esito finale. La partita continua rapida, i due sono come isolati dal resto del mondo, che invece, rumoroso, continua a fluire intorno ad essi. Usciamo dalla folla che è già scesa la sera. Al ristorante dell'albergo stasera si aggira una fauna di rispetto. Prima è arrivata una serie di guardaspalle notevoli, armadi neri con occhiali ancora più neri che hanno controllato la sala, parlato con i camerieri e poi, dopo aver scelto dei tavoli opportuni, sono entrati i politici. Una sfilata di abiti scuri  e camicie bianche e cravatte lucide rosa, azzurre, argento, molto compresi della loro importanza, impalati come manichini. Per ultimo è arrivato quello  che si presenta di certo come il capo bastone, molto più sciolto nel vestire che trasmette a tutti buone parole a guisa di benedizioni. Ordinano vino nero sudafricano e gamberoni alla griglia. Alla fine manda un sottopancia a farsi prelevare dal buffet una generosa porzione di mousse au chocolat, che invero staziona, sempre allo stesso punto già da alcuni giorni, ma l'importante è non saperlo. Noblesse oblige. Fuori, nelle strade scure e senza luce, davanti ad ogni negozio staziona una guardia armata o presunta tale. Generalmente sonnecchia o dorme, l'importante è che ci sia, non si sa mai.
Arrivare al mercato


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Vestiti griffati Prada

3 commenti:

Anonimo ha detto...

On s'y croirait !
Jac.

Ciccola ha detto...

La mia modesta esperienza con i mercati africani mi ha lasciato nel naso l'odore terribile della carne macellata all'aperto. Posti come questi hanno un'attrattiva particolare per me, forse perché mi costano parecchia fatica affrontarli.

Enrico Bo ha detto...

@jac- c'est l'Afrique!

@cicc - in effetti i mercati di quasi tutto il mondo hanno questi odori comuni e sono assai più fotogenici che "odorogenici" eheheh

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