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| Verso il passo Hushang - Pamir - giugno 2026 |
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| Il cimitero kirghiso |
Mi sono svegliato molto presto questa mattina e sono subito fuori intorno alla nostra casa con la macchina fotografica al collo. La mattina presto è una delle ore magiche per gli scatti, questo lo sanno tutti ed in effetti l'aria è tersa e la vista si spinge fino alle montagne più lontane. Purtroppo nella direzione ad est verso la Cina, ci sono un po' di nubi sparse che impediscono la vista di due dei più alti picchi del Tien Shan. Chiedo alle ragazze che girano intorno per preparare le colazioni e sono tutte indaffarate, ma evidentemente non riesco a farmi capire. Grandi sorrisi e inviti a rientrare che stanno per arrivare le uova fritte. Tanto per cambiare facciamo il pieno. Ci ritroviamo di nuovo con il gruppo di viaggiatori che abbiamo conosciuto ieri. I ciclisti che stanno preparando i muscoli, gli altri che la prendono calma, tanto il tempo c'è e non bisogna affannarsi troppo. Alla fine si parte. La strada appena fuori della case diventa subito una traccia sassosa e sale verso l'alto seppure lentamente in una cornice di bellissime montagne brune. Dopo pochi chilometri arriviamo ad uno dei cimiteri kirghisi di Murghab. Lo spazio è circondato da un muracciolo che racchiude una serie di tombe sparse alla rinfusa, la maggior parte identificate da una sola scheggia di roccia piantata del terreno; quelle invece che racchiudono probabilmente le tombe delle famiglie più importanti, sono delle vere e proprie costruzioni di mattoni crudi che formano una sorta di casetta dalle pareti forate attraverso le quali si intravedono piccoli cenotafi interni.
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| Sconfinamenti |
Ne incontreremo diversi da qui in poi, di differenti dimensioni, alcuni con costruzioni ancora più imponenti, cosa per la verità curiosa, rispetto alla povertà ed alla struttura semplicissima delle normali case di abitazione. Infine dopo una trentina di chilometri, dove continuiamo a guadagnare quota, raggiungiamo il confine cinese, segnato da un reticolato fitto che si stende a perdita d'occhio. Deve essere di posa recente perché sia il filo spinato che la palificazione appaiono come nuovi di zecca e non ci sono tracce di ruggine. I fili, ben robusti, sono disposti molto vicini tra di loro, e non è che si possa scavalcare con facilità, qui ci vorrebbero eventualmente robuste pinze tagliaferro, ma non è questa la nostra intenzione, eh, che si sappia chiaramente, anche perché passati di là sembra ci sia una sorta di terra di nessuno di alcune decine di chilometri dove se ti beccano, non è che ti chiedono da dove vieni e cosa stai facendo lì. Comunque mi sembra che per tranquillità ci sia un certo numero di telecamere disposte di tanto in tanto, solo per controllare ben si intenda. Io tanto per fare una cosa sicuramente illegale sporgo un braccio al di là del reticolato, così, tecnicamente sono stato, almeno con una parte del corpo, al di là del confine e pure senza documenti, ma spero non sia cosa così grave. Intanto qui intorno è pieno di marmotte sibilanti che corrono al di qua e al di là del confine senza mostrare documenti di sorta a nessuna guardia di frontiera, dunque chiuderanno un occhio anche con me, almeno spero.
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| Tiziana al passo |
Alla nostra sinistra invece scorre una catena laterale del massiccio del Pamir che si chiama Muzkol range della quale si notano le vette più alte che ci sono vicine solo pochi chilometri. Il Pik Dvukhglavny è il più prossimo, ma i suoi 6148 m. non fanno neppure troppa impressione visto che noi siamo molto vicini ai 4500, che volete che siano 1600 metri di dislivello, praticamente ci si potrebbe andare in giornata, eheheheh, prova, direte voi. Appena dietro, forse non si riesce neppure a scorgere, ma consultando la mappa è a meno di 5 km in linea d'aria dal primo, troneggia il Sovetskikh Ofizerov di 6233 m. Intanto diamo un'occhiata all'altimetro che segnala il superamento dei 4500 e dopo pochissimo mentre la strada sale ancora, compare il conturbante cartello che segnala che siamo arrivati al famosissimo Hushang pass (o Ak Baytal pass) di ben 4755 m. secondo alcuni il secondo passo carrabile del mondo. Il cartello è quasi completamente ricoperto di adesivi lasciati dai viaggiatori di passaggio che amano sottolineare in qualche modo la propria impresa. Per la verità ricordo in Tibet un passaggio ad oltre 5000 m. Ma giustamente ognuno cerca di magnificare quello che si trova in casa. Il paesaggio è spettacolare e la quota si avverte anche nell'ambiente circostante, dove sempre più spesso compaiono chiazze di neve che non riescono a sciogliersi.
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| Il passo |
La strada è diventata piuttosto fangosa, come se si trattasse di permafrost che via via cerca una sua diversa densità col calore del giorno che aumenta ed ai bordi si sono formate due alte trincee di qualche metro di altezza in cui affiorano tracce bianche, probabilmente calcaree. Fa freddo e poi, dopo le foto di rito, visto che c'è addirittura qualcuno che ha preparato una specie di grande cuore col fil di ferro che guarda la valle, dove chi vuole, scende dalla macchina e se ce la fa a respirare, va a farsi un selfie, scendiamo pian piano godendoci lo scenario delle cime bianche alla nostra sinistra e di quelle un po' più basse a destra dove la neve cerca disperatamente di resistere allo scioglimento, rimanendo ancora in piccoli mucchietti che punteggiano le estremità delle cime come si si trattasse di un particolare tappeto a pois bianchi, inventato da un moderno designer. Ancora qualche chilometro, durante i quali la macchina sembra arrancare non poco, forse per la mancanza di ossigeno, forse per le obbiettive difficoltà di procedere su questo terreno morbido ma sassoso, e poco più avanti a 7/8 km dalla pista, sempre sulla sinistra ecco quello che dovrebbe essere il Severnyi Muzkol di 6128 m. Pensate che noi intanto siamo saliti così in alto che questo spunta dalla valle solamente per un migliaio di metri o poco più! Sembra davvero impossibile ma è così.
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| Neve |
Attorno lo spettacole appare come veramente estremo, forse il più emozionante che abbiamo visto fino ad oggi nel Pamir, ma accidenti, ogni giorno mi accordo di dire la stessa cosa, quindi evidentemente o sono io che non riesco a controllare la mia capacità di giudizio, oppure la scarsità di ossigeno della quota crea difficoltà di concentrazione alle mie già flebili capacità cognitive. Di qui in poi la strada scende decisamente lungo una valle larghissima e grigia, con la sua parte più infossata percorsa da un reticolo di piccoli corsi di acqua che la trasformano in una sorta di pantano dove qualche yak isolato pascola con le zampe piantate nel fango. Da questa parte del passo evidentemente le precipitazioni sono più abbondanti perché si scorgono sempre più frequentemente piccoli specchi d'acqua paludosa che riflettono le cime circostanti. Poi finalmente, lontano in quella che sembra una vera e propria pianura a 4000 m. ecco apparire la sottile lama blu indaco del lago Karakul. Una gemma di zaffiro incastonata nella piana verde e smeraldina. Questa pietra preziosa è in assoluto una delle visioni più magiche di questo itinerario. Quando appare questo bagliore blu, lontano sotto la corona di montagne bianche dello sfondo, non capisci subito di cosa si tratta, potrebbe, in sintonia con questo deserto di altura, essere un semplice miraggio che si manifesta agli occhi stanchi e feriti dal sole forte della quota, come l'acqua desiderata a cui abbeverare il proprio destriero; una morgana ingannatrice propria dei paesaggi estremi di una natura che non si rassegna ad essere vinta da estranei che traversandola, ne violentano la sacralità.
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| Neve |
Come può essere possibile che a quattromila metri, ci sia una enorme superficie di acqua immobile che aspetta il viaggiatore stanco ed forse in cerca di un punto dove sostare? Eppure, man mano che la strada perfettamente rettilinea si avvicina, ecco che quella lamina sottile si allarga a poco a poco, diventa una distesa amplissima, della quale non riesci neppure a scorgere il limite lontano, mentre in profondità si allarga fino a nasconderti quella che è la sua riva opposta, intanto che il suo colore, che a tutta prima vorresti dire innaturale, si appropria del tuo sguardo in maniera ipnotica e pervasiva. Un blu perfetto, quello che i gemmologi chiamano a manto di Madonna, ricordando le invenzioni di Antonello da Messina e dei suoi successori. Un colore pieno e perfetto che non sai neppure definire, solo rimanere muto ad ammirarne l'intensità uniforme. La superficie è assolutamente immobile; tutto sembra quasi una finzione scenica, anche perché le sue rive sono assolutamente deserte e non riesci a scorgervi tracce di vita. Poi man mano che ti avvicini, le sue dimensioni sono talmente grandi, da questa parte la riva corre per oltre trenta chilometri, scopri che vicino alla riva, dove l'acqua rimane presumibilmente meno profonda, il colore si muta gradualmente con una scalarità che attraversa tutto il pantone conosciuto e che da quel blu profondi si trasforma, nei pressi della riva, in un verde smeraldo che hai già visto solo in certe acque cristalline dei tropici. Che spettacolo straordinario! Le montagne che fanno da corona completano il quadro.
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| Il lago ad oriente |
A sinistra si possono vedere i 7000 del Picco Lenin e del Picco Avicenna, mentre a destra, se non ci sono nuvole si riescono a scorgere i 6600 m. del Gora Kurumdy, proprio sull'incrocio delle tre frontiere di Tajikistan, Kirghizistan e Cina. Il lago Karakuk, che nella sua lingua di origini turcomanne, significa Lago Nero, nome che da solo ne accentua il mistero che la sola vista solitaria racconta, perché probabilmente nelle condizioni di luce più estreme della sera, le acque assumono una tinta talmente profonda da apparire come tale. Tra le sue caratteristiche molto particolari, si annovera il fatto che sia stato formato dalla caduta di un meteorite, circa 5 milioni di anni fa, inoltre ha una fortissima salinità che lo rende praticamente privo di fauna ittica ed inoltre non ha emissari ed è alimentato da tre fiumi e da sorgenti sotterranee, visto che qui la piovosità è scarsissima. E' diviso in due parti, quella orientale, formata dall'impatto, arriva ad oltre 200 metri di profondità, mentre quella occidentale che è divisa da una penisola ed un'isolotto, non arriva a venti. D'inverno la temperatura è talmente estrema da formare una calotta di ghiaccio di un metro di spessore. Si può dire che l'impatto visivo, dovuto anche all'ambiente circostante è assolutamente unico e basta fermarsi in punto punto qualsiasi della strada e girare l'occhio all'intorno per rimanere colpiti da un paesaggio così primordiale e assoluto, si può dire da creazione del mondo. Mentre siamo fermi, quasi senza parole, due oche siberiane si levano in volo e si dirigono verso l'altra sponda del lago. Noi rimaniamo a guardarle, vinti da un senso di grandezza incompiuta ma incomparabile.
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| Lago Karakul |
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