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mercoledì 6 maggio 2015

Assam: Nel tempio di Shiva

Un sadhu davanti al tempio

Il tempio di Shiva dol
Vijay è un bambino grasso, come del resto lo è il padre, la madre e la zia, diciamo una famiglia tendente all'obesità, cosa non del tutto infrequente tra gli indiani ricchi e la famiglia Singh si può tranquillamente definire almeno benestante, vista la bella macchina giapponese nuova nuova che sfoggiano in questa loro devota visita al tempio. Una bella famiglia di Sikh molto osservanti, il padre con la gran barba nera ben curata e trattenuta assieme ai capelli nascosti dal turbante altrettanto nero, la moglie in un magnifico salwar camiz rosa con piccoli motivi dorati coi bordi verdi e la zia anche lei elegante, con la dupatta in tinta mollemente appoggiata alla spalla. Ma il più bello è certamente lui Vijay, un bel pacioccone con la crocchia raccolta sotto il turbantino leggero che riesce a mantenere uno sguardo serissimo e tutto compreso per la cerimonia a cui ha appena partecipato, con il segno rosso e giallo sulla fronte ben marcato che i vari santoni fuori dal tempio ti appongono accompagnandolo con una preghiera di benedizione in cambio di una piccola offerta. Si mettono in posa per una foto con compunta serietà. Finita la visita al tempio di Shiva Dal a cui hanno reso omaggio pur appartenendo alla religione del guru Nanak, ma in India le religioni sono molto sincretistiche e nell'affollamento dei vari dei c'è un fitto interscambio, se ne stanno uscendo per tornare a casa ed un contatto con stranieri, che raramente capitano da queste parti, è occasione gradita, forse per innato senso di accoglienza, forse per profittare dell'occasione per fare esercitare il ragazzo nell'inglese. 

Con la famiglia Singh
Ma Vijay appare subito timidissimo e non spiaccica parola, salvo porgere subito qualcuno dei dolcetti di cocco che ha avuto in regalo all'uscita dalla funzione. Solo alla fine gli scappa un welcome in Assam, tra i segni di approvazione della mamma, prima di risalire sull'auto tirata a lucido per l'occasione, mentre il padre gigioneggia, sistemando gli specchietti retrovisori lucidissimi. Il tempio è subito dietro, con la sua cupola centrale altissima, un missile puntato verso il cielo, almeno così lo interpretano gli amanti dietrologici che cercano presenze ufologiche nei vimana, i carri volanti raccontati nei testi sacri delle Upanishad. Davanti all'ingresso, una corte dei miracoli di mendicanti che esibiscono le loro deformità cantando e santoni con lunghe barbe bianche che cercano clienti a cui imporre il segno rosso sulla fronte ed un filo di stoffa da legare al polso e quantomeno da benedire. Dall'interno arrivano i canti dei sacerdoti che, al ritmo di cembali, tamburi e tamburelli, accompagnano i fedeli all'interno a versare latte ed altre offerte nel buco centrale, perché arrivino fino a Shiva il creatore/distruttore dell'universo, colui che spazza via ogni cosa per poter ricominciare da capo, ciclicamente, con un mondo nuovo e migliore di quello che lo ha preceduto. Un Dio grillino insomma, molto amato e temuto al tempo stesso, noto soprattutto per la sua furia periodica e per il suo lingam smisurato, oggetto di venerazione assoluta da parte delle donne di ogni età, simbolico com'è di una fertilità così desiderata e fondamentale in questo paese. 

Raccoglitrici di thé
Forse semplifico un po' troppo, ma i punti che ho sottolineato hanno comunque una certa importanza da queste parti. Usciamo dal tempio sufficientemente benedetti per questo tratto di strada e di vita che ancora ci rimane da percorrere, almeno, speriamo che sia così, perché la via che abbiamo davanti è ancora piuttosto difficile e complicata. Comunque appena fuori del giardino che circonda lo Shiva Dal, un mendicante steso su una carriola sventola la sua gamba deforme ridendo come un pazzo, in una sorta di saluto beneaugurante. Rimane però ancora un tratto di pianura prima di arrivare al confine con il Nagaland e man mano che ci si allontana dal Bramaputra il terreno si ondula un poco ricoprendosi all'infinito di piantagioni di thé, una distesa a perdita d'occhio di cespi fitti di questi alberelli alti all'incirca un metro, gonfi di foglie verde scuro, ben disposti in file regolari. A distanze fisse di una decina di metri spuntano altrettante file di alberi di acacia necessari a diminuire l'impatto del sole diretto e ad arricchire il terreno con i loro residui organici. Il tutto conferisce al paesaggio una sensazione di grande ordine e di una agricoltura particolarmente curata. Ogni tanto vedi spiccare tra il verde, le macchie vive di colore dei sari di schiere di donne piccole e di carnagione scura che circondano i cespi raccogliendo a due mani, le fogliolina apicali più chiare, che vengono gettate nel sacco di stoffa che portano appeso alla testa sulle spalle. 

Raccoglitrici di thé
La raccolta procede veloce; le mani si muovono con rapidità mirabile strappando qua e là i germogli, mentre per ogni gruppo un capo rimane in disparte a controllare che il ritmo del lavoro non vada scemando e richiamando di tanto in tanto le più pigre a chiacchierare di meno e ad alzare il ritmo di raccolta. Ma basta che lasci la strada per fare qualche passo tra le piante e subito tutte smettono il lavoro per venirti attorno, circondandoti per chiedere da dove vieni, dov'è tua moglie e quanti figli hai e mettendosi in posa per essere fotografate. Chi tra di loro ha uno smartphone (quasi tutte), provvede a sua volta ai selfies del caso, insensibili ai richiami del kapò, intanto la paga è a cottimo, almeno dieci chili di foglie raccolte al giorno per 8 dollari, salvo surplus, quindi chi non raccoglie non porta a casa i dindini, niente job act a tutele crescenti e tutti felici. Ma il tempo passa e la strada che rimane da fare è corta ma pessima e servono ancora diverse ore, quindi gambe in spalla e andare. Tutto bene, non fosse che forse, la benedizione ricevuta al mattino non funziona tanto. C'era stato un difetto di comunicazione, infatti il dio a cui rivolgersi per avere un viaggio sereno e senza intoppi sarebbe Ganesha, quello con la testa di elefante, figlio del predetto Shiva che essendo, come già vi ho raccontato, appunto piuttosto bizzoso, gliela staccò di netto perché faceva troppi capricci. 

Il negozio dell'elettrauto
Educazione tradizionale, direte voi, quando ci vuole ci vuole, dura ma efficace, salvo che quando la sposa Parvati, con tratto tipico di tutte le madri sempre troppo tenere nei confronti dei figli, lo pregò di rimediare, in fondo è solo un bambino, il buono Shiva, forse conscio di avere esagerato un po', gli rimise in capo la testa del primo che passava davanti a casa. In quel caso fu un elefante e così il piccolo Ganesha, dio della fortuna, simpatico e sempre allegro, si beccò quella testa lì, facendosene una ragione. Fatto sta che, senza la benedizione giusta, la dinamo se n'è andata e la macchina parte solo a spinta. Per un po' si va avanti così, parcheggiandola magari in discesa per essere un po' agevolati, ma poi in qualche modo bisogna provvedere. Così in un paesotto sembra che ci sia un elettrauto di valore che, ficcata la testa nel cofano, la ciondola un po', fa la diagnosi, poi parte con il nostro Emontonath in motorino per andare a procurarsi il pezzo o quantomeno uno abbastanza simile. Una sosta imprevista di circa tre ore. Per fortuna c'è un localino che serve chapatti e thali vegetariano, proprio lì davanti con tavole e sedie di plastica sulla terra battuta. Ci si può anche lavare le mani da una fontanella nel giardino retrostante, davanti alle latrine. Dopo pochi bocconi, la lingua e le papille sono completamente cotte e quindi non senti più nessun gusto, evitando di decidere se ti piace o no. Quando si riparte, la frontiera con il Nagaland è ormai a pochi chilometri.

Una raccoglitrice

SURVIVAL KIT

Un sadhu

Il tempio di Shiva Dol, al bordo di un lago artificiale quadrato, la riserva d'acqua della citta di Sivasagar, è il più famoso della zona e sede di pellegrinaggi continui da parte degli abitanti dei dintorni. La cupola è una Shikhara a ogiva nella tipica architettura di stile  Ahom, che con i suoi 32 metri è la più alta dell'India dedicata a Shiva. Interessante da visitare perché praticamente priva di turisti e piena di fedeli che seguono le funzioni. Da tutti, atteggiamenti molto amichevoli. Se si accetta la benedizione, lasciare una piccola offerta, bastano anche 10 R.

La strada tra Sivasagat e Mon, la capitale del Nagaland, passando per Tizit, è soltanto di un centinaio di chilometri, ma considerando che per gli ultimi 50 dopo il confine, in uno stato terribile, occorrono anche quattro ore buone, alla fine ci si mette quasi tutto un giorno, considerate le soste. Lungo la strada piantagioni di thé.
Da Sivasagar a Mon


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Servizi essenziali

mercoledì 16 maggio 2012

I pappi dei pioppi.

I pappi dei pioppi volano leggeri nell'aria. Te li trovi dappertutto. Si alzano al tuo passaggio, si muovono al minimo soffiar di vento, si appoggiano più lievi dei batuffoli di neve, cotone aereo, inconsistenti e bianchi, sfuggenti come fantasime a stento vedute o solo semplicemente credute. Forse neppure esistono, anche se hai la sensazione che ti si infilino nel naso, nella bocca, sforandoti birichini come se non avessero altro scopo se non infastidirti, mentre in fondo vorrebbero solo ignorarti e andare, volare, viaggiare lontano a fare quello che è il loro compito, il loro ineludibile destino. Vogliono soltanto propagarsi spingendosi al limite estremo, fecondare nuovi suoli, nuove lande, sperma aereo con l'ansia di giungere al suo finis terrae, un compito difficile e di improbabile successo. Forse anche qui solo uno su milioni ce la fa, icona paradigmatica di una corsa a raggiungere una meta desiderata da tutti, perseguita dalla maggior, parte raggiunta quasi da nessuno. Precari ontologici a priori che non chiedono conferme. Che triste metafora questa lotta per la vita, che pure alla fine premia assieme il migliore ed il più fortunato, ma che non può prescindere da una determinazione dura e pura, senza condizioni. 

E' il sistema che funziona così, non è di utilità dire che è ingiusto, che ci vorrebbe più spazio per tutti, più democrazia fecondativa. La lotta è sotterranea, poco appariscente alla vista, ma è spietata e lascia le strade piene di cadaveri; teneri, soffici piccoli batuffoli indifesi, adagiati negli angoli morti, appesantiti dalle scorie raccolte che il neppure più il refolo del vento riesce a sollevare. Materia organica alla fine del suo ciclo, cibo utile soltanto più per i saprofiti in attesa vigile, pronti ad afferrare l'occasione per vivere a loro volta, per far ripartire il ciclo della vita attraverso la disgregazione, in una shivaitica alternanza di morti e rinascite, di distruzione per la successiva creazione. Chi non riesce a resistere, ad essere bravo o competitivo, viene soffocato, reciso, espulso, forse rimane in uno stato di coscienza depressa non potendo accettare il suo fallimento, il comclamarsi della sua non capacità a competere con gli altri, ad arrivare prima e meglio. E allora si lascia andare, cede, si ritira, abbandona il campo. Non c'è pietas filosofica, non c'è percorso ermeneutico per questi bianchi simulacri di vita, nessuno compiange il loro destino difficile. Così i pappi dei pioppi se ne vanno sfiorandoti il viso con il loro tocco lieve, quasi a scusarsi del disturbo che ti arrecano, verso il loro destino amorfo. Forse già domani non li vedremo più.


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giovedì 23 febbraio 2012

Lettere dal Laos 6: I frangipane di Wat Phu.

Wat Phu - La strada verso la sommità.


Wat Phu - La scalinata.
Attraversare il nuovo ponte giapponese, uno dei pochissimi che uniscono le sponde del Mekong e percorrere la strada verso Champasak , l'antico capoluogo della provincia. La strada costeggia risaie verdi, con qualche contadino al lavoro. In effetti ormai, il grosso del lavoro è fatto e il riso cresce da solo, ma anche se deserti di cappelli a cono, questi campicelli squadrati sono una sorta di marchio di fabbrica dell'Asia e quel verde dorato intenso che brilla in controsole non può non ricordarti il suo richiamo ai frontoni dei templi, al colore delle statue di Buddha che li popolano, ad un riferimento ad una ricchezza che probabilmente qui si sente raggiunta quando hai appagato il fabbisogno minimo di cibo e la presenza di una spiritualità ritenuta comunque necessaria all'equilibrio dell'individuo e della società. E proprio ad una testimonianza di ciò, porta questa strada verso sud, alle rovine del tempio di Wat Phu. Dimenticate subito la grandiosa gloria di Angkor Wat se non vorrete rimanere delusi; qui, quello che dovete ricercare, è una atmosfera, un senso di antiche presenze cristallizzate nella pietra, simboli di pensiero e di illuminazione che sfruttano la magia dei luoghi e l'atteggiamento della mente. Il sito è grandissimo e adagiato sul fianco digradante della collina di fronte al fiume. Lunghi camminamenti a fianco ai baraj, i giganteschi serbatoi d'acqua ormai in secca, che portano alla balconata dove sorgevano le prime costruzioni, la lunga via cerimoniale e le gallerie che portano al santuario superiore fino alla corta scala che i cedimenti del terreno rendono davvero affascinante, quasi fosse stata progettata così, contorta e incavata, che conduce tempio del Lingam di Shiva, su un plateau fitto di alberi secolari. 

Wat Phu - Le immagini del Buddha.
Scoscese pareti di roccia  nascondono caverne con le sorgenti sacre, pietre in forma di animali, impronte di Buddha, in quella frammistione consueta tra buddhismo ed induismo che non stupisce certo chi conosce l'Asia. Non sai se il fascino severo del luogo provenga più dalle pietre nere e corrose che delimitano le costruzioni severe, i cui crolli aumentano il mistero piuttosto che placarlo o dal rigoglio del verde che lo rende così fresco e piacevole anche nel calore del meriggio, con i frangipane nodosi che cospargono il suolo con i petali carnosi dei loro fiori stupendi, così fitti sulle braccia, nude di foglie, come amici della sposa che stia per arrivare, preoccupati di coprire anche la pietra del terreno di bellezza; con le bouganvillee che esplodono di rossi e di aranci a colorare e vestire di gioia la montagna. La vista dall'alto è stupenda, domini la valle fino al fiume lontano e la via dei pellegrini è come una riga che taglia la pianura verde. Puoi rimanere a lungo a dominare la valle con lo sguardo, l'aria spessa, piena di profumi non ti infastidirà e quando torni a valle ti senti quasi arricchito invece che, come altre volte, stordito dalle sensazioni. Sei disposto ad ascoltare più che a parlare, così quando incontri 'o Professore, peraltro padovano, studioso globtrotter flaneur (se ne volete sapere di più date un'occhiata qui), in un localino di Pakse, davanti ad un frullato di papaya, stai a sentirlo, rapito dalle sue storie di Asia, di ambasciate, di frontiere difficili, dei luoghi dal mare incantato che questo angolo di mondo ti sa proporre con generosità, dove se sai vivere di poco, puoi passare mesi a goderlo e quando se ne va sulla sua moto scalcagnata in affitto, in canotta col casco slacciato, lui ultrasettantenne cardiopatico dal sarcasmo corrosivo e dal sorriso enigmatico, ti dà uno dei tanti insegnamenti di come si può vivere la vita.

Wat Phu - La via sacra.


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domenica 24 luglio 2011

Il Milione 51: Religioni a confronto.

Vacche per le strade.

Chi arrivi in India, qualunque sia la motivazione, non può che rimanere colpito dall'aspetto religioso. Oltre ovviamente all'induismo che la fa da padrone e all'Islam che lo segue in quanto a numeri, praticamente tutte le religioni del mondo vi sono rappresentate significativamente a partire dai Cristiani nelle varie versioni, Ebrei, Buddhisti e tutta la galassia religiosa prodotta dall'India stessa nelle varie epoche, dai Giainisti ai Sigh, inclusi i residui delle antiche religioni del sole del medio Oriente con i Parsi. Le foreste e le montagne ospitano poi una costellazione variegata di animismo complesso. Tutto questo, come si confà all'animo estremista di ogni credo, tra grandi contrasti non certo soltanto verbali, ma assolutamente fisici con morti e feriti. Questo stupisce chi è legato all'idea di un'India da cartolina, pacifista e sorridente, assolutamente lontana da una realtà in cui gli animi, ben guidati, si infiammano con grande facilità. Marco Polo ci descrive tutto questo come meglio non potrebbe fare un cronista di oggi. Sentiamo cosa dice del noto stereotipo della vacca sacra.

Cap. 170
Questa gente adora l'idole e la magior parte il bue chè dicono che è buona cosa; e veruno v'à che mangiasse di quella carne, né nullo l'ucciderebbe per nulla. Ma è una generazione di uomini ch'ànno nome gavi che li mangiano.

Come stupirsi che i bovini siano considerati sacri, dal momento che forniscono forza lavoro, latte e soprattutto sterco che, seccato, costituisce  il combustibile più usato in India, la cui raccolta è appannaggio e compito delle giovani ragazze. Eppure, ho sentito più volte qualcuno blaterare, ma se muoiono di fame perché non mangiano le vacche? E' un po' come pensare a chi si mangia le sementi, un sacrilegio in ogni società antica. E' solo da poco, nelle comunità opulente e sprecone che la carne di bovino, un vero sperpero di risorse, è entrata nell'uso comune. Naturalmente anche laggiù, le vacche muoiono ed ecco che ci sono gruppi non induisti che ne utilizzano la carne. Un costume che va secondo la logica. Della presenza Cristiana abbiamo già detto la volta scorsa con la presenza importante della presenza di San Tommaso in Kerala, ma veniamo ad un culto particolare oggi presente in Orissa. 

Il dio Jagannath e i fratelli
Cap. 172
Ancora vi dico che questa gente fanno dipingere tutti li loro idoli neri ed altri bianchi come neve , chè dicono che il loro dio e i santi sono neri. 

Qui si riferisce al culto di Jagannath, una delle incarnazioni di Shiva, venerato nel grande tempio di  Puri e raffigurato completamente nero con grandi occhi bianchi e accompagnato da fratello e sorella più piccoli bianchi e privi di braccia. Il tempio è off limit ai non indù e per mia figlia che vi entrò, accompagnata dal nostro autista, mescolata tra la folla, fu una esperienza molto forte. Ma ecco la descrizione della casta brahaminica che meglio non potrebbe essere fatta oggi.
Bramino nel tempio.

Cap 173
Questi bregomanni sono i migliori e più leali del mondo chè mai non direbbero bugia, né mangiano carne, né non beuono vino. E stanno in molta onestade e mai toccherebbero altra femina che la loro moglie, né ucciderebbono veruno animale, né non farebbono cosa onde credessoro di avere peccato. Tutti li bregomanni son conosciuti per un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla manca e si il legano sopra la spalla dritta. si ché gli vene il filo a traverso il petto e le spalle. Questi bregomanni vivono più che la gente che sia al mondo, perché mangiano poco e fanno astinenza e li denti ànno bonissimi per una erba che usano mangiare.

Venditore di Betel
Noce di betel.
E qui si riferisce al Betel, la cui continua masticazione e salivazione con le conseguenti sputazzate rosse ad ogni pié sospinto colpiscono tutti i visitatori del subcontinente. Per quanto riguarda il filo che viene dato ai ragazzi della casta dominante e che si portano sulla pelle per tutta la vita, direi che meglio non potrebbe essere descritto. Ed ecco invece come ci racconta del Jainismo dopo aver visto senza dubbio il santuario di Sravanabelagola nel Karnataka con il monolite scolpito più grande del mondo raffigurante Gomateswara, il fondatore di questo credo di purezza, completamente nudo.

Cap 173
Statua di Gomateswara.
E vanno tutti ignudi senza coprire loro natura, alcuno di questi regolati e quando sono dimandati "perché andate voi ignudi?",e quelli dicono perché nulla vogliono in questo mondo: " Noi non abbiamo vergogne di mostrare nostre nature, perché noi non facciamo con esse veruno peccato e perciò non abiamo vergogna più d'un vembro che d'altro. Ma voi che li portate coperti e perciò che voi li adoperate in peccati e perciò avete voi vergogna".

Omnia munda mundis, si è poi detto da altre parti, no? Prepararsi dunque, se andate laggiù ad un menù vegetariano con tante salsine di cocco e banane, tipiche del sud, ma non fatevi mancare per accompagnamento i classici pappadam (conosciuti con mille altri nomi a seconda della zona, da papad a happala, papadum e così via, ricordando che l'India è un paese da 700 lingue senza considerare i dialetti, vedere la ricetta da Acquaviva) le croccanti piadine fatte di farina di riso o lenticchie o altri legumi, con mille ricette locali diverse. 



Puppadam - da wikipedia

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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Andamane.
Un indovino

Tibet misterioso.




mercoledì 10 marzo 2010

Mare nero.

Lasciammo le foreste, dove a poco a poco le radure diventavano più vaste e lasciavano completamente lo spazio alle zone coltivate. Questa volta la strada correva lungo argini malfermi e fangosi, dove l'acqua diventava l'elemento predominante, sotto ed attorno a noi, oltre a quella che continuava a cadere dal cielo. Eppure nonostante il fango e gli schizzi, il monsone ha sempre una sensazione di lavacro purificatore, di pulizia. L'acqua porta via i residui, lo sporco, il marcio dalle strade e forse dalla testa della gente. Dappertutto è un continuo lavarsi. Dietro o di fianco ad ogni capanna vedi ragazze, donne con grandi recipienti di alluminio che si lavano i capelli o a mollo fino alla vita, seminude nelle pozze, riparandosi un poco con i bordi colorati dei sari tesi attorno a sé. La pioggia cade battente, ma senti arrivare le risa degli scherzi e di chissà quali prese in giro. Arrivammo finalmente al mare, anticipato da immense lagune da circumnavigare a fatica, lungo file interminabili di palmeti alti e piegati dal vento. Qua e là montagne di cocchi con ragazzi intenti a pulirne le noci, a scorticarne la fibra, a farne ammassi da lavorare successivamente. Sulla riva, villaggi di pescatori poverissimi, anche questi Adivasi, ma all'apparenza più integrati con il mondo induista, dai quali si distinguono solo più per l'aspetto dravidico più piccolo e scuro, ma forse proprio per questo all'apparenza, ancora più poveri e disperati. Le capanne sul bordo del mare apparivano più malandate, circondate di sporcizia ed affastellate le une contro le altre, dove una umanità dall'aspetto triste, composta di donne con una miriade di bambini silenziosi e nudi, attendeva con lentezza alle incombenze quotidiane. Tutta la spiaggia intorno era coperta di escrementi e delle scorie della vita quotidiana; verso la spiaggia, decine di legni putrescenti delle barche più malandate che abbandonate sul bagnasciuga attendevano la definitiva dissoluzione per rientrare nel ciclo naturale, che da Visnù il creatore porta fino a Shiva il distruttore. La ruota infinita delle nascite e delle morti che caratterizza l'esistenza, lo schema da cui per queste genti non c'è speranza di uscire. Una cappa triste che incombe ancora più della impossibilità di un miglioramento delle condizioni di una vita misera, anche solo per qualcuno di loro. Oltre la battigia, le onde alte e violente del golfo del Bengala, di un mare scuro, grigio pece come il cielo da cui non lo separa più neanche l'orizzonte, si ergono come bastioni facendo impennare le barche dei piccoli uomini scuri, quasi impedendo loro di lasciare la riva o peggio, di ritornarvi, per punirli della loro impudenza di voler affrontare l'Oceano, obbligati dalla fame, anche se il dio dei mari non lo vorrebbe. Lasciammo il villaggio con un senso di vuoto nel cuore, ripercorrendo la spiaggia lentamente sotto la pioggia, seguiti da cani magri ed infidi che stavano comunque a distanza di sicurezza, usi di certo a subire il bastone o la pietra in caso di incauto avvicinamento. Non avevamo però troppo tempo per riflettere, intenti come eravamo ad evitare di calpestare le scorie della vita che ricoprivano quasi completamente la sabbia bagnata e scura.



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lunedì 22 febbraio 2010

Rosso tandoori.

Sto cercando una scusa per parlare un po' più a fondo dell'Orissa. Sapete già che mi piace vedere come è fatto il mondo, magari per cercare pretenziosamente di capirlo. Ma più che la bellezza dei luoghi e delle opere dell'uomo, che pure spesso mi lasciano senza fiato, sono attratto dalla gente, soprattutto quella meno omologata alla mia cultura, che cannibalizzando con la sua forza di attrazione tutte le altre, lascia sempre spazi minori alle diversità e alle loro ricchezze (in positivo, ma anche in negativo naturalmente, sono attratto da tutto meno che dal mito del buon selvaggio). Uno dei luoghi (assieme all' Indonesia) più ricchi di questi aspetti è l'India e lo stato dell'Orissa in particolare, con oltre una cinquantina di tribù di Adivasi, ossia popolazioni preesistenti all'invasione ariana che da nord, è penetrata in India qualche migliaio di anni fa sostituendo quasi totalmente le popolazioni locali. Le più isolate hanno resistito, conservando quasi al completo usi, religioni, aspetto e lingue. Così qualche anno fa, la mia famigliola, composta di curiosi di conoscenza allo stesso grado, anche la bambina è stata ormai contaminata, credo, si è ritagliata un giro da quelle parti che consiglierei assolutamente a chi ha i nostri stessi pruriti. La base di partenza è Bubaneswar, la capitale dello stato. Si capisce subito di essere lontani dall'India rampante del BRIC e dei softwaristi. Ci si cala in una città abbastanza tranquilla e meno caotica delle grandi metropoli, direi più campagnola. I turisti in giro sono pochissimi e ci si può aggirare nei molti templi della città quasi deserti, apprezzando la antica severità della pietra, le costruzioni qui più semplici e meno barocche di quelle dei secoli successivi e proprio per questo più intense, con la selva di stupa rossicci per la pietra locale, levati verso il cielo come ogive di missili in attesa del lancio. Le piccole figure scolpite sui pilastri a scandire, cadenzate, gli spazi, danzatrici nelle pose più classiche, animali o gruppi, sono più rade e meno ammiccanti che in altri luoghi, ma sempre eleganti e mai rozze. Grava una sensazione di composta bellezza. In uno dei più belli ed antichi, il tempio Hudaighiri, un bramino a torso nudo attraversato solo dal filo di cotone che scendeva dalla spalla sinistra, che gli era stato apposto alla nascita, ci seguì con uno sguardo stanco dopo aver ricevuto l'offerta per la puja di rito. Camminammo a lungo sul selciato di pietra antica per aspettare che il sole, continuamente coperto dalle nuvole gonfie del monsone agostano, calasse dietro le cuspidi il cui rosa diventava più intenso, fino a diventare rosso vivo, rosso come il magro pollo tandoori che ci aspettava a cena, unici stranieri, circondati, pur in un tre stelle piuttosto modesto, da sette camerieri che si intralciavano l'un l'altro nel tentativo di guadagnarsi la mancia. Il giorno dopo sarebbe cominciato un lungo giro in una jungla fitta e popolata di piccoli villaggi.

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giovedì 24 settembre 2009

I gradini di Palitana.

Oggi di nuovo India. D'altra parte sapete quanto sono legato a questa terra e quindi mi verrà perdonato il fatto di non mollare il filone una volta intrapresa la strada. Tra le altre cose io sono morbosamente attratto dai luoghi di culto di massa. Mi piace perdermi nelle folle oranti con gli occhi e la mente rivolti al trascendente. La speranza di un premio alla sofferenza reale, il desiderio di ricevere protezione alla debolezza propria dell'uomo, il voler credere in ciò che razionalmente non è credibile per assopire la sofferenza; tutto questo crea atmosfere ed emozioni che difficilmente si vivono in altri contesti. Palitana, una città templare perduta su una alta collina del Gujarat, è uno di questi luoghi. Ma per raggiungerla, come per altri di queste realtà, bisogna soffrire, forse aiuta ad ottundere la mente o solo prepararla al trascendente. Intanto, quando si raggiunge il villaggio situato alla base del monte, si è già depurati fisicamente da una dieta rigorosamente vegetariana, che in questo stato indiano è obbligatoria e da qualche giorno nei ristorantini avrete trovato solo pappe di cereali, verdure in ogni salsa e quantità di chilly tali da avere la mucosa del palato ormai completamente insensibile. Il calore estivo brutale, coopererà a levarvi ogni volontà e forza. I vostri chackra ormai saranno belli e bolliti, quando ai piedi del monte osserverete con orrore l'inizio della scala che con ottomila scalini si inerpica sinuosa lungo le cornici, prima di giungere al Nirvana. Ma a tutto c'è rimedio, dove non arriva la divinità ecco l'inventiva dell'uomo misericordioso che si preoccupa del benessere del pellegrino. Come non ricordare che ogni luogo santo è anche business e fonte di reddito per molti, oltre che per le gerarchie religiose naturalmente, che attendono in cima alla collina. Dunque, agli sgomenti pellegrini che si affastellano nella piazza antistante la salita, ecco offrirsi degli uomini muniti di attrezzature atte al trasporto umano manuale, anzi a spalla. Ogni coppia di portatori è dotata infatti di un robusto fusto di bambù, le cui estremità vengono poste a bilancere sulla spalla. In mezzo è appeso un sedile approssimativo dove prende posto il trasportato e così, lentamente, faticosamente, inizia la salita, scandita dal passo ritmato dall'esperienza e dal dondolio ansimante dei portantini. Saggiamente la coppia è formata da un piccolo che sta avanti per pareggiare berlusconianamente la statura con quello che segue, ma non dovete pensare a giovani nerboruti abituati a sostenere senza sforzo delle ciccione ricoperte di sari colorati. Il bisogno (e la dieta) in effetti, costringe a questa attività degli omarini di magrezza inquietante che danno l'impressione di esalare ad ogni passo l'ultimo respiro. Questo non pare commuovere affatto i buoni e ricchi indù che vogliono raggiungere la vetta, i quali, anzi, con noncuranza sembrano incitare i portatori a muoversi con maggiore alacrità. Fatto sta che ogni cinquantina di gradini ci si ferma per una breve sosta. Gli omini appoggiano gli estremi del bilancere sul tripode di robusti bastoni che servono loro anche per sostenersi nel cammino (sarà da qui che è nata la moda di camminare con i bastoncini?) e tirano il fiano. Era l'86 e casualmente in quel tempo questo numero corrispondeva alla mia massa in kg. Alla prima sosta i miei due ansimavano come mantici. Il sudore colava lungo le schiene dal colore del cuoio battuto come se piovesse; le pupille dilatate faticavano a mantenersi nelle orbite nell'afa opprimente. Si tolsero la pezzuola che tenevano sulla spalla per evitare l'attrito e solo allora mi accorsi con orrore dei due grossi lividi violacei che occupavano tutto l'incavo sulle clavicole dei miei due, così come a tutti quelli che ci circondavano ansanti. Scendemmo subito dai bilanceri e versammo il compenso pattuito per la salita al monte, tra i dinieghi timorosi di non essere stati sufficientemente confortevoli. Se ne tornarono indietro, i nostri, senza ben comprendere, spiaciuti di non essere stati apprezzati, ma pronti per altri clienti. Così a noi toccò l'onere della salita dei rimanenti 7950 scalini. La giornata fu molto pesante ed il bramino che, tra i mille templi ci impose il punto rosso sulla fronte, mormorò parole meditate, forse di comprensione, forse di pietà, prima di raccogliere l'obolo e sparire tra le mille antiche colonne di pietra scolpita.

mercoledì 29 luglio 2009

Serendipity.


La serendipity è un concetto filosofico con cui si indica la possibilità di scoprire una cosa non cercata e imprevista, mentre se ne sta cercando un'altra. Il termine, però, non fa riferimento solo alla fortuna, ma a quella stessa base del famoso precetto di Pasteur: il caso favorisce la mente preparata. Mi sembra di ricordare che Ceylon, che adesso tutti chiamano Sri Lanka, fosse indicata come l’isola in cui questo concetto era più manifesto. Era uno dei luoghi più piacevoli della terra dove trascorrere la vita (da ricco ovviamente), con coste straordinarie in faccia all’Oceano e un interno dipinto con il verde smeraldo delle montagne che circondano Kandy. Dolci colline ricoperte dal tenero arbusto del thé e templi nascosti nella jungla dove giocare a rincorrere gli eroi del Ramajana. Anche lì però tutti cercano qualcosa, come i cercatori di pietre preziose, che scavano buchi nella pianura e con mezzi di fortuna, tirano su acqua e fango che setacciano con ceste artigianali alla ricerca disperata di qualche piccolo frammento che brilla, la pietrolina che rimane in fondo al mucchio, lo sperato rubino o almeno una corniola grezza o qualche cosa che dia senso alla fatica e al pericolo che di tanto in tanto, uccide qualcuno in fondo al pozzo, sepolto dal fango e dalle pietre. Forse qualcuno cercando tra il fango trova altro, magari la rabbia che ha trasformato questo luogo in terra di intolleranza, in campo di conflitto spietato, sempre basato sull’odio etnico ammantato da giustificazione religiosa, istigato ed alimentato da quelli che predicano la divisione, la separazione come soluzione, ben sapendo che è solo la fucina dell’odio e del decadimento morale ed economico di un territorio. Quando ci sono stato, non si respirava ancora il conflitto, benchè dalle parti di Trincomallee, una baia di paradiso, già si parlasse con fastidio di Tamil. Il fuoco cominciò subito dopo. Incomprensibile se rapportato alla gente incontrata, così serena apparentemente. Avevamo tardato a confermare il volo di ritorno e avevamo perso la prenotazione. L’agenzia ci informò sconsolata che i voli erano tutti pieni almeno per 30 giorni e la nostra preoccupazione prese corpo in maniera pesante. Il proprietario vedendoci così scossi, ci invitò a cena e mi disse:”Non riesco a capire il processo di pensiero di voi occidentali di fronte ad un problema. Date in escandescenze, vi disperate, non riuscite a ragionare con freddezza. Eppure se il problema si può risolvere, basta agire con cura senza motivo di avere preoccupazione. Se invece il problema non si può risolvere, non c’è ragione di avere preoccupazione, in ogni caso è un inutile dispendio di energia psichica. Andate a dormire tranquilli. Domani penseremo al da farsi”. Il giorno dopo ci accompagnò in aeroporto, parlò con il tizio del checkin, poi ci mise davanti al banchetto prima che si formasse la fila e in qualche modo riuscimmo a partire. Anch’io forse cercavo solo la bellezza a Ceylon, ma forse ho trovato anche cose che mi porto accanto nella vita e non sono inutili.

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