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domenica 26 febbraio 2023

Fenicia

da Wikipedia


 Nella storia dell'umanità, ci sono stati popoli che hanno costruito la loro rilevanza come disruttori, conquistatori e creatori di regni ed imperi più o meno grandi costruiti principalmente sull'uso della forza e l'appropriazione delle conoscenze elaborate da altri popoli, di cui si sono appropriati elaborandole e poi terminando il loro ciclo, più o meno lungo, quando, dopo una fase di decadenza militare, altri sono sopravvenuti a sostituirli con forze fresche e più giovani, ma parimenti violente e prevaricatrici. Altri invece, hanno fondato la loro rilevanza su conoscenze ed inventive proprie, naturalmente assorbendo e rielaborando tutte quelle con le quali venivano a contatto. Di norma questi ultimi non sono mai stati vere e proprie potenze militari primarie, ma sono sempre risultati soccombenti di fronte alla forza dei primi, pur rilasciando una forte influenza sui loro dominatori. Tuttavia bisogna dire che questi popoli sono i responsabili primi del progresso umano, grazie non solamente alla loro inventiva ed alla capacità di sviluppare le idee, ma soprattutto al merito di averle fatte liberamente circolare, in una miscela straordinariamente fruttuosa che, a strascico, ne ha generato altre sempre più complesse, raffinate ed utili, necessarie alla edificazione della nostra civiltà. Dopo questo bel pistolotto programmatico, eccoci al punto di oggi, nel quale volevo parlarvi dei Fenici, popolo straordinario che da tempo attira la mia attenzione e che, a mio  parere è uno dei responsabili primari della primazia assunta della nostra civiltà occidentale. 

Di origine Cananea, da quella mezzaluna fertile fonte primaria della storia moderna dell'uomo, dove si è concretizzata l'invenzione prima dell'allevamento e poi dell'agricoltura, che ha segnato il passaggio fondamentale dalla vita nomade dei cacciatori raccoglitori alla stanzialità con la nascita delle prime comunità dei paesi ed infine delle città, dopo più o meno dieci millenni, si sviluppò sulle rive del Mediterraneo orientale come popolo di mercanti navigatori, che portarono attraverso tutto un mare di facile navigabilità, le loro trovate tecniche e scientifiche. Anche i cinesi inventarono molto, ma il fatto di non avere un mare navigabile come il nostro, li restrinse ad uno sviluppo chiuso in se stesso che non consentì la circolazione di idee necessarie e che sul mondo occidentale invece ha avuto. Il loro grande merito, che è proprio di tutti i mercanti, fu sempre quello di essere poco interessati alla conquista di spazi e di popoli, ma solo quello di creare e mantenere contatti il più possibile solidi e fruttuosi di scambio di merci, senza mai avere grandi eserciti o bisogni militari. Infatti nel loro periodo di grande sviluppo storico che dura all'incirca 800 anni, dall'XI secolo al periodo di Alessandro Magno, durante il quale non crearono mai  un regno vero e proprio ma una serie di città stato dedite ai commerci, si lasciarono tranquillamente conquistare da tutte le potenze belligeranti dell'area, contro le quali non combatterono mai convintamente, affrettandosi ad allearsi o ad arrendersi, pagando regolari tributi a patto che fossero lasciati liberi di continuare i loro affari. 

Così Egiziani ed Ittiti prima, poi gli Assiri, quindi i Babilonesi, i Persiani e infine Alessandro, divennero via via i teorici dominatori dell'area costiera che va dal mare alla catena montuosa circostante, ma le città, via via saccheggiate e ricostruite, oppure semplicemente assoggettate passivamente, continuarono il loro fruttuoso lavoro, producendo ricchezza ed esportando idee. Pensate che Biblos conta oltre 25 strati di epoche di successivo sviluppo. Invece di cercare di costruire imperi millenari, fondarono soprattutto colonie in ogni parte del mediterraneo, che non erano altro che empori per scambiare merci, fare affari, aumentare la ricchezza. Da Lixos in Marocco, a Cadice ed Utica in Spagna, in almeno una dozzina di siti in Sardegna dove modificarono profondamente la civiltà nuragica e nella stessa Etruria, nel sito di Pyrgi dove è stata ritrovata una famosa stele in lingua fenicia appunto, in Sicilia a Lilibeo e Mozia, a Lampedusa, a Malta e naturalmente la più famosa di tutte, la potentissima Cartagine, che aveva subcolonie dappertutto ed era interessata soprattutto al commercio e che il nascente potere di Roma non poteva sopportare, ma doveva sottomettere ad ogni costo, perché lì c'era il grano, quello vero, di cui appropriarsi. Addirittura secondo Erodoto, riuscirono a circumnavigare l'Africa partendo dal mar Rosso, come riporta nel IV libro delle sue Storie. Vero o falso che sia, bisogna considerare che se lo dice, si sapeva che questo era cosa possibile ed esisteva già allora l'idea di un periplo del continente africano. 

Già, coi vichinghi, furono i più grandi navigatori di tutti i tempi, che grazie al legno di cedro disponibile, che esportavano fino in Egitto, inventarono i concetti di chiglia, fondamentale per la navigazione in mare e degli incastri delle travi a tenone e mortasa (diverse soluzioni di maschio e femmina), che consentirono la costruzione di navi di grandi dimensioni e delle prime biremi e successivamente delle triremi, come risulta da un resoconto assiro del 700 a.C. Loro sono le prime cartografie dei porti e la capacità di progettare porti artificiali autopulenti come Sidone, Tiro, Acri. Una delle loro invenzioni più straordinaria e di successo fu l'anfora di terracotta, che consentì il trasporto e la conservazione di derrate solide e liquide a grandi distanze, divenuta poi di utilizzo comune in tutto il mondo conosciuto. Furono in effetti i primi esportatori (verso l'Egitto come risulta da moltissimi documenti) del Vino e naturalmente anche della vite, arrivata dal Caucaso, ma diciamo così, industrializzata proprio da loro. E' venuta alla luce una cantina di vinificazione per l'esportazione in una fattoria a sud di Sidone e la tecnologia fu poi esportata in Sicilia e per tutto il Mediterraneo. Il commercio prima di tutto. Tra le altre invenzioni fondamentali per i loro commerci ci fu la soffiatura del vetro, mentre prima si univano solo tra di loro le due semivalve e la produzione dei tessuti colorati di porpora dalla famosa conchiglia, due must dell'antichità di straordinario successo, oltre alla capacità conclamata nella lavorazione del bronzo, dei metalli, dell'avorio. I pagamenti? Oro in Egitto e dove c'era e argento, dalla Sardegna e dalla Spagna, ma soprattutto lo stagno, su cui si basò lo sviluppo della civiltà del bronzo. Ecco cosa significa il commercio, l'apertura senza confini, la commistione di culture diverse, nel progresso e nell'avanzare di una civiltà. 

E pare infatti fossero estremamente dinamici nell'accogliere stranieri, naturalizzarli, farli entrare a far parte del loro mondo. Il mercate è amico di tutti e di nessuno, soprattutto è amico di se stesso, ma questo alla fine contribuisce allo sviluppo del genere umano. Non per nulla, come tutti i commercianti, i Fenici erano giudicati come astuti, furfanti, ingannatori ed inaffidabili, dalle buone popolazioni rivierasche che preferivano sicuramente risolvere le diatribe con un buon colpo di spada piuttosto che con bizantine contrattazioni, in cui venivano costantemente messi nel sacco. E l'apertura mentale, la dimostrarono sempre ad esempio con la rilevanza delle donne nella società; si ricordano infatti regine e principesse al comando di città fenice, per non parlar della più nota, la leggendaria. Didone. Inoltre si ricordano attorno al VI secolo, assemblee di popolo democratiche e la nascita delle prime associazioni di categoria, che facevano valere appunto come lobbies primordiali, i loro interessi. Per ultimo bisogna fare cenno all'invenzione di certo più importante e significativo per il successivo sviluppo della civiltà Mediterranea, quella dell'Alfabeto. Infatti questa semplificazione della scrittura, che abbandonava definitivamente le complessità del geroglifico o dei segni cuneiformi, che relegavano questa conoscenza ad una ristretta cerchia di sapienti e dunque di potere, sviluppò questa serie di segni fonetici a base consonantica, che ne distaccava definitivamente il significato intrinseco di ideogramma, restringendolo a notazione di suono e che dilagò attraverso il mare diventando base di tutti gli alfabeti successivi dall'etrusco, al greco, al romano. Questo è stato, credo il maggior lascito di questa affascinante civiltà, di cui siamo debitori del nostro sviluppo definitivo. Una civiltà che credo meriti di essere conosciuta più da vicino, eheheheheheh, per quello che ancora ne rimane.


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venerdì 24 febbraio 2023

Mediterraneo

dal web


 Anche scegliere le priorità, quando si tratta di decidere verso quale parte del mondo dirigere il proprio interesse, non è così semplice. Troppe sono le pulsioni, i richiami, a volte dovuti a semplici rimembranze giovanili, a tarli che si sono incistati nella mente e nel tempo si sono sviluppati autonomamente oppure interessi che si sono via via sviluppati in maniera autonoma e certamente con giusta ragione. Se mi fermo ad esaminare le mie valenze specifiche, non ci sono dubbi che io abbia sempre avuto una grande attrazione per l'estremo oriente. Forse attrazioni giovanili dei tigrotti di Mompracem o dei misteri della jungla nera, che mi hanno fatto sognare troppo e quindi poi sono diventati calamite attrattive verso quel mondo in cui domina un ché di esotismo dal quale non riesco a distogliermi, cosicché potrei dire di aver percorso quel mondo con grande attenzione e ragionevole continuità, lasciando pochissimi spazi aperti e per lo meno, riguardo al sud est asiatico, avendo esaurito tutti i paesi possibili. Un'altra area di eccezionale attrattività è l'Africa, non si può negarlo, con i suoi irresistibili richiami di selvaticità ancestrale, il senso primario dell'origine della specie, i suoi spazi primitivi in cui puoi ancora sentire bene l'essenza dell'uomo nudo di fronte alla natura. Qui le mie scorribande, se pur molte, non sono potute essere completive. Gli spazi bianchi sono ancora moltissimi, i paesi irraggiungibili, almeno per le mie forze, ancora molti, vuoi per ragioni economiche (l'Africa costa molto di più delle altre aree, generalmente), vuoi per ragioni logistiche, guerre, insicurezza conclamata e problemi vari, me lo hanno in alcuni casi, impedito definitivamente, in altri, posposto nei cassetti dei desideri, per la maggior parte ormai irrealizzabili. 

Per il Sudamerica, l'attrazione mi è sempre stata minore, per carità, presente anch'essa, ma per così dire frenata, da chissà cosa, in fondo non lo so bene, la distanza, i costi, un ché di difficoltà organizzativa maggiore o semplicemente da una minore abitudine. Ma veniamo invece a quell'area che alla fine, secondo me più delle altre, presenta un'insieme di punti attrattivi innegabili, che formano una miscela spesso vincente quando si tratta di scegliere. L'area Mediterranea infatti ha dei punti di forza difficili da scalfire. Innanzitutto, la maggiore vicinanza, i costi più governabili ed inoltre una facilità e comodità organizzativa dovuta alle somiglianze al nostro stile di vita e alle conoscenze comuni, che rendono assolutamente agevole, programmazione e assenza di sorprese. Inoltre è un bacino culturale ricco di tali fermenti e interessi incrociati da renderlo così ricco di stimoli che non vi è praticamente punto che si possa ritenere immeritevole di una visita. A tutto ciò, già assolutamente sufficiente, si aggiunga tutta la parte naturalistica, dai mari alle montagne che ne completano il quadro globale. Che vuoi di più quindi, arte, cultura, storia, benessere, natura e last but dont least la cucina e tutto il comparto enogastronomico, che pure vuole la sua parte, mentre tutto il resto del mondo, anche per me che un tempo ero così bramoso di provare le curiosità culinarie del diverso da me, anche se molto lontane dalla nostra cultura, e che col progredire dell'età mi hanno invece fatto regredire ad un tradizionalismo culinario che mi fa godere quasi solamente coi sapori della mia tradizione. So che si tratta di una perdita, ma l'anziano è fatto così e bisogna sopportarlo. 

Dunque l'esplorazione del Mediterraneo, lo confermo con forza, rappresenta per me uno degli stimoli più forti a cui non so resistere. Nel tempo, attraverso certosine esplorazioni, condotte attraverso toccate e fuga, oppure con centellinate e certosine e plurime puntate, sono riuscito a percorrerne, tratto per tratto, quasi l'intero periplo e sono rimaste solamente tre le nazioni che vi si affacciano e nelle quali non ho potuto ancora posare il piede, due delle quali purtroppo sono al momento praticamente interdette e quindi, temo definitivamente precluse alla mia mania collezionistica. E pensare che uno di questi paesi, la Libia, è anche l'unico paese straniero visitato da mio padre a suo tempo, lui che non ha mai più oltre messo piede, fuori dai patri confini, unica puntata dunque in terra straniera. Per la verità non sarebbe andato neanche in quello per suo espresso desiderio, se non ce lo avessero inviato a presidiare qualche duna di sabbia, in mezzo agli ascari e alle cimici, quando alla fine degli anni '30, conquistavamo l'impero. Certo non ha messo piede, pur presidiando il suo bidone di benzina in Cirenaica, né a Leptis Magna o a Sabratha, per goderne le bellezze ineguagliabili, e delle quali di certo non sospettava neppure l'esistenza e quindi le dune del golfo della Sirte non suscitarono in lui una grande impressione, interessato più che altro a tornarsene a casa, per sottrarsi ai pidocchi e agli scarponi di cartone di cui era stato dotato. 

Le stesse impressioni hanno albergato anche nei ricordi di mio suocero Giuseppino, negli stessi luoghi condotto dalla insensatezza di un regime anche allora così plaudito dagli italiani e pur scelta da lui in alternativa alla Russia che pur gli era stata proposta, dalla quale una indovinata decisione lo salvò, cosicché la Libia percorse a ritroso qualche anno più tardi, inseguito dagli inglesi in una ritirata che lo costrinsero dunque alla cattura nella adiacente Tunisia e alla conseguente prigionia. Anche in questo caso, solo ricordi di nostalgico desiderio di un ritorno a casa, dopo due anni. Le storie, la storia, amano ripetersi, solo che gli uomini non se ne accorgono e corrono in piazza ad inneggiare alla morte e a seguire bandiere tenute da tromboneggianti Masanielli vari. Comunque sia, diciamo che lì ci ho messo una pietra sopra, ma rimane pur sempre inestinguibile, la mia sete di Mediterraneo, di mare azzurro, di montagne bianche di neve sullo sfondo, dai fianchi coperte di verdi alberi e di città di mare, aperte al mondo, al commercio e allo scambio di idee, dove la furia dei massimalismi, può certo albergare come dappertutto, ma è sempre una parentesi storica che prima o poi viene superata. Di vestigia millenarie che stanno lì, innalzando al cielo colonne smozzicate come dita che indicano il cielo, teatri di pietra, templi innalzati nella ricerca di un trascendente cercato senza tregua, spesso con rabbia, lasciando dietro come utile scoria, una scia di arte che non può più essere cancellata. Profumi di olivi e di lentischi, di rosmarini e di rose, di zagare e limoni, di occhi neri e di forme flessuose. Di sole che brucia anche in inverno. Mediterraneo, culla della mia civiltà; incrocio inestricabile di culture, trascendenze e saperi diversi; mescolanza di idee, di filosofie, di progresso. Mediterraneo, amore infinito.




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domenica 20 marzo 2011

Siamo in guerra.

Certo, sono preoccupato e quando la situazione precipita diventa difficile fare valutazioni, sia perchè le emozioni del momento stravolgono i giudizi, sia perché le previsioni sono spesso più costruite sulle speranze e sui sentimenti che sull'analisi dei fatti. In questi casi bisognerebbe avere la capacità di estrarsi da pregiudizio e tentare di valutare mettendosi nella situazione delle diverse parti. In questi casi i dubbi, specialmente da parte degli osservatori non titolati come me, dovrebbero fare la parte del leone. Le certezze poi, dovrebbero essere guardate con estrema cautela, specialmente se diventano dirimenti sulle decisioni da prendere. Intanto bisogna esaminate per primi i punti fermi, quelli che appaiono inoppugnabili. Questi mi sembrano, in ordine:
1. Da ieri siamo ufficialmente in guerra con il regime ufficiale libico e questo intervento è autorizzato dall'ONU inclusa la lega Araba.
2. Fino ad un mese fa di questo regime eravamo sostenitori, fino al baciamano, oltre che primi partner commerciali.
3. Successivamente abbiamo mostrato un appoggio morale agli insorti, auspicando la fuoriuscita dell'attuale gruppo di potere.
4. Il governo ufficiale era sul punto di riprendere il controllo del paese.

Esaminando i vari punti di vista possiamo anche dare per certo che:
1. Gheddafi tenta di rimanere in sella, sterminando possibilmente l'opposizione e preparando azioni ritorsive verso chi lo ha "tradito".
2. Gli insorti sperano di prendere il potere e chiedono disperatamente aiuto concreto militare, ma possibilmente non di terra.
3. Francia, Inghilterra e USA da tempo estromessi dallo scacchiere vorrebbero rientrarci a tutti i costi, sia per le implicazioni di forniture energetiche che di controllo sui movimenti estremisti islamici.
4. Altri paesi come la Germania, essendo rivolti all'Est e all'estremo oriente, sono disinteressati all'area e vorrebbero essere tenuti fuori dalla storia.
5. Cina e Russia, considerando che tutto sommato questo è un intervento sugli affari interni di un paese sovrano, mal digeriscono la cosa e temendo come la peste similitudini con le loro situazioni interne prendono comunque le distanze.
6. La Lega Araba per ora approva, ma all'interno ci sono situazioni di precario equilibrio, potendo molti di questi regimi, subire in seguito la stessa evoluzione.
7. L'Italia è in una posizione di estrema precarietà, da un lato essendo esposta per prima per posizione geografica, con la previsione di perdere la sua posizione di preminenza economica preesistente essendo implicata con il fronte eventualmente perdente, qualunque sia dei due; in secondo luogo essendo costretta a subire l'onda d'urto dei profughi che potrebbe essere davvero superiore alle sue forze.

In questi casi fare previsioni è davvero impossibile anche sulla base dei fatti analoghi già avvenuti, Balcani, Iraq e recenti rivoluzioni in corso, mentre se si potessero azzeccare le previsioni giuste sarebbe più facile decidere comportamenti adeguati. Di certo l'evoluzione più favorevole sarebbe quella di un Gheddafi costretto ad abbandonare in una settimana o poco più, ma i fatti della storia recente dimostrano che questa sia una delle soluzioni meno probabili, mentre l'escalation e la stagnazione per un tempo indefinito siano quelle più normali. Inutile dire che per noi questo scenario sarebbe mortale, sia in termini di destabilizzazione geopolitica che in quello di pressione migratoria e di certo è una delle cose peggiori che ci potrebbe accadere. I prossimi giorni potrebbero fornire qualche chiarimento maggiore, ma ne dubito. In questi casi l'impantanamento è una delle vie tradizionali e tragica per un paese con una situazione debolissima come la nostra, in cui le varie camarille fanno dichiarazioni volte unicamente a razzolare qualche voto in caso di elezioni più vicine. Mi piacerebbe sentire i vostri pareri al riguardo.






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domenica 20 febbraio 2011

I datteri di Tobruk.

Voglio ritornare sui disordini che si stanno diffondendo a macchia d'olio nel Mediterraneo del sud ed in Medio Oriente. Da noi sono trattati molto di striscio, essendoci vicende decisamente più epocali come le minorenni ed il Festival, ma in questo modo non tutti si stanno rendendo conto di quanto stia accadendo e di quanto la situazione possa essere dirompente. Tuttavia sarebbe bene cominciare a rendersi conto, guardando un po' aldilà dell'entusiasmo naturale per il successo di rivolte ancora almeno apparentemente pacifiche, che in linea di massima, è sempre accaduto che il disordine fosse foriero di un pesante peggioramento di vita per i popoli coinvolti e spesso anche per i loro vicini, per un paio di decenni almeno, prima che le cose ritrovassero un minimo di equilibrio.


Quello che trovo difficile da interpretare è che i movimenti popolari che hanno coinvolto tutti e ripeto, tutti contemporaneamente questi paesi, quasi avessero una regia unica e ben coordinata, risultano invece in palese contraddizione tra di loro, benchè la matrice comune sia l'opposizione a regimi genericamente autoritari. Anche questa richiesta dal basso di democrazia accoppiata alle difficoltà ingenerate dalla crisi economica lasciano perplessi. Al popolo vero della libertà teorica non è mai fregato nulla, rimanendo queste cose appannaggio delle élites intellettutuali che coinvolgono al massimo gli studenti. Ma, mentre in alcuni di questi paesi masse popolari si rivoltano al potere corrotto che privilegia i sodali, in altri sono gli sciiti che spingono contro il potere economico sunnita richiamandosi ad una maggiore ortodossia religiosa, in altri ancora è il laicismo delle classi più erudite che vorrebbe togliere potere ad uno stato teocratico, infine ci sono casi come la Libia di questi giorni dove prevalgono motivi più squisitamente tribali con divisioni ataviche tra aree del paese lasciate nel limbo a causa proprio di queste appartenenze. Questo paese è davvero strano in effetti e ci è sempre parso come privo di problemi economici. Ci è così vicino, ma lo conosciamo davvero pochissimo. Pensate che questo è l'unico paese dove è stato mio padre al di fuori dei confini italiani. Ce lo avevano mandato soldato, quando era stata inventata la quarta sponda, credo un paio d'anni nel 38 e nel 39, speditoci col vapore a presidiare l'impero.

Niente guerra d'Africa quindi, per sua fortuna non dovette mai sparare un colpo, posto che avesse pallottole nel ferro vecchio che gli avevano dato in mano, ma vita grama nel deserto roccioso di Tobruk e della Cirenaica. Mi parlava di interminabili giorni a languire tra caldo e mancanza di acqua, nelle perenni necessità pratiche dell'Italiano che nella sua storia è sempre stato abbandonato a sé stesso ad arrangiarsi, privo di supporto e di logistica. Cimici e dissenteria, brande di telo in tende strappate e buche nella sabbia come sanitari, uova che cuocevano su piastre roventi al sole, la vita di tutti i giorni. Pochissimi i contatti con i locali, semplicemente perché non se ne vedevano proprio. Un paese deserto nel deserto, apparentemente inutile di cui nessuno capiva ancora le potenzialità, dove rimanere a guardia di una fortezza Bastiani che nessuno voleva, per giorni infiniti col moschetto in mano, sufficiente solo a fare qualche tronfia foto di rito con baionetta al fianco. Si portò a casa soltanto un casco coloniale che ancora rammento da bambino e che non ho più ritrovato. Gli unici ricordi, i datteri dolcissimi, un po' poco per eccitare la mia fantasia e qualche piccola foto ingiallita (mio padre è quello in basso). Così è finita che nonostante la mia curiosità endemica che mi ha portato in quasi 90 paesi del mondo a cercare di capire cosa c'è nella testa degli uomini, senza naturalmente averne neppure la minima cognizione, non sono mai stato nell'unico posto che ha visto mio padre. Ho paura che, data la situazione, questa figurina mi mancherà ancora per parecchio tempo.



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domenica 30 gennaio 2011

Mediterraneo in fiamme.

Presi dai problemini nostrani, sotto montagne di fetida monnezza, tra case e nipotine, sentiamo solo di sfuggita le grosse grane che stanno capitando ai vari zii che invece ci sono molto, molto vicini. Ragazzi, il Mediterraneo al completo è in fermento come non lo è stato da decenni, mai in maniera così corale ed epidemica. Stiamo sottovalutando un fenomeno che potrebbe produrre effetti assolutamente dirompenti in qualunque direzione si evolva, cosa ancora imprevedibile. I media nostrani, diciamocela tutta, non hanno tempo, spazio e voglia di raccontarci queste cose, sono presi da altro; intanto, praticamente ai nostri confini milioni di persone sono in strada, a far sentire che esistono e che non accettano quello che li circonda, qualcuno anche a morire. Il virus si è esteso, dalla Tunisia all'Algeria, di cui non si parla, ma dove si muore, al Marocco dove brontola sotterraneo, è passato quindi virulento in Egitto e poi nello Yemen. In Giordania c'è gente per le strade, nei Territori Hamas e ANP si scannano, così come a Beirut, per non parlare dell'Albania.

Tutti accomunati dalle stesse problematiche. Paesi dove sotto una finta democrazia di facciata, regimi semi totalitari, hanno avuto una pax imposta per legge a soffocare ogni dissenso, che ora complice la crisi economica è rapidamente arrivata ad un punto di rottura. E' sempre stato così, quando la corda è troppo tesa, prima o poi si strappa e qui lo strappo è una vera e propria deflagrazione. Qui vediamo solo qualche spezzone qua e là, preso tra quelli che fanno più spettacolo, violenze, morti e saccheggi. Dove non ci sono le nostre beghe da pollaio, i fatti sono coperti in modo più serio. Da Al Jazeera e da altre televisioni che coprono i fatti, i servizi mostrano una situazione di proteste più o meno pacifiche con gente comune che soltanto non ne può più di governanti ladri e corrotti, con frange violente molto circoscritte. Ancora una volta il vero flusso sanguigno di questo movimento è la rete, di cui nessuno riesce davvero a fermare la penetrazione capillare e a cui non si può più nascondere nulla. Un mezzo che terrorizza dittatori e camarille locali che cercano in tutti i modi di bloccare il vero e unico spazio di libertà che il mondo abbia creato. Può far risere ma può far meditare (vedi foto, vista da Cristiana) e allora sì che è pericolosa davvero.

Gli osservatori competenti dicono che per ora il fanatismo religioso non è presente in maniera attiva, però io non mi farei illusioni, povertà e repressione sono l'humus ideale per questo tipo di estremismo e guardando i video, cominciano a comparire le barbe che arringano alla folla. Il nostro mondo ha coccolato e sostenuto i regimi locali ritenendoli buoni per contenere questo problema, fregandosene se erano composti da ladri e grassatori corrotti, troppa fatica tentare di accompagnare questi paesi verso un futuro realmente democratico. Il totale fallimento dell'operazione Saddam ne è stato l'esempio più lampante. Però niente è gratis e la storia presenta il conto prima o poi. Le rivoluzioni anche se non generano nuovi regimi (magari teocratici come in Iran) hanno inevitabilmente un periodo più o meno lungo di semianarchia, in cui le persone (in questo caso decine di milioni) disperate cercano di andarsene e di raggiungere qualche paese vicino, più tranquillo e più ricco. Sbarrare loro la strada con le tonnellate di rifiuti potrebbe essere l'unica opzione praticabile che ci rimane.




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