Visualizzazione post con etichetta Vercelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vercelli. Mostra tutti i post

giovedì 22 maggio 2014

Kandinskij all'Arca di Vercelli

Kandinskij - Composizione su bianco
Ieri era la giornata che per tradizione dedico, grazie all'invito di amici carissimi, alla mostra annuale presentata dall'Arca di Vercelli sugli artisti del '900. Quest'anno, cessata la collaborazione quinquennale con il Guggenheim, è iniziata una nuova serie con il Museo nazionale di San Petroburgo, dedicata a Kandinskij. Si tratta di un gruppo di opere di rilievo di questo artista russo, che ripercorrono la sua carriera artistica fino al 1922 e che mette in rilievo soprattutto il legame con il mondo della Russia Siberiana della sua infanzia, con tutti i richiami alla natura e alle influenze di quella terra estrema, partendo da quella atmosfera onirica generata dai riti sciamanici e dai racconti popolari ascoltati da bambino. Scorrendo il percorso si riesce ad apprezzare bene il cammino che ha portato Kandinskij al graduale abbandono delle forme figurative fino ad arrivare all'astrazione del Blaue reiter. Dura fino al 6 luglio, quindi avete ancora tempo per gustarvi le 22 opere esposte, in aggiunta ad alcune altre di artisti russi suoi contemporanei, che aiutano a capire di più il senso del percorso artistico. 

Inoltre per meglio comprendere i suoi punti di partenza, sono esposti un gruppo di oggetti rituali di tradizione popolare e sciamanica, provenienti dalla fondazione Poggianella, di forte suggestione. Ma poiché non di sola cultura vive l'uomo, provvedo anche a segnalarvi anche, a qualche chilometro dal centro di Vercelli, in un piccolo paese tra le risaie, Lignana, un gradevolissimo locale per rifocillarvi con una tutto pesce (ma se andate a pranzo prenotate prima, richiedendolo, altrimenti avrete solo l'offerta pizzeria). Si tratta di: La Rada - Corso Garibaldi, 70 - 13034 Lignana (VC) - 0161.314349. Abbiamo avuto delicato e tenerissimo polpo su salsa di patate, pasta al nero di seppia sapida e profumata, pesce a cotto a bassa temperatura e tortino di verdure, in salsa di peperone e panna cotta alla Nutella, il tutto presentato con molta cura dallo chef Gianluca Boda. Non posso dirvi niente del costo perché tanto per cambiare ero ospite, ma direi che il rapporto qualità/prezzo dovrebbe essere, a naso, molto interessante. Lo raccomando assolutamente.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 10 marzo 2014

Back home

Vietnam, risaie (dal web in attesa delle mie...)

Intanto, la prima conclusione, dopo otto ore di sonno secco secco, è che son tornato sano e salvo, che già è una cosa positiva direi, almeno per me. Scaricate le varie cose, mi sono subito accorto che, come al solito, per la testa non è come per lo zaino, che tiri fuori tutto, fai un gran mucchio e (tua moglie) divide le cose sporche da lavare, dal resto da riporre per la prossima volta. Per la testa le cose sono un po' più complicate. Al ritorno è piena zeppa e le cose che ci hai infilato a casaccio, man mano che ti colpivano, le sentivi, le annusavi, le vedevi, si sono accumulate e vanno esaminate con cura, qualcuna sarà da buttare inevitabilmente, ma tutto il resto va catalogato attentamente, per non fare confusione, per far sì che ci si possa trarre soddisfazione, piacere nel ricordo, per arricchire almeno un po' la povertà naturale che ognuno si porta dietro. Ci vuole tempo, così mi scuserete se nei prossimi giorni almeno per tutto un mesetto, non mi occuperò di tutte le cose importantissime che stanno accadendo, del mercoledì epocale che si sta preparando, così poi tutti i vessilliferi del tanto niente va bene, perché nella realtà a pochi interessa cambiare qualcosa, potranno blaterale che la montagna ha partorito il topolino (inciso polemico che non c'entra), ma mi dedicherò a mettere ordine nelle cose che mi sono rimaste, torturandovi con tanto Vietnam. Le ultime sensazioni che ho maturato, mezzo morto mentre il pullman mi riportava a casa da Malpensa, sono quelle derivanti dalla fuga infinita delle risaie del vercellese, chiosa coerente di un grande viaggio tra le risaie, così uguali, così diverse. Le nostre, con quelle camere immense, perfette, squadrate, efficienti, produttive, magnifiche, soprattutto ricche, ma ancora spoglie, grigie e tristi che aspettano la solitaria presenza di un grande trattore a ferirle e a rivoltarle in attesa che altre grandi macchine ripassino, perfezionino il già perfetto, mettano semi a dimora, aspettino come avvoltoi la crescita e la produzione, altri mostri giganti entrino a raccogliere e portare via tutto il portabile, in un meccanismo studiato nei secoli e mai così efficace ed efficiente. 

Terre senza sorriso, grasse ed opime, pur sempre lamentose perché mai niente è abbastanza. Le altre quelle che ho appena lasciato, popolatissime di gente che canta e lavora (donne soprattutto come ovvio) a mollo nel fango, piova o meno, che ride e si tira lazzi. Sono piccole e stentate; seguono le linee delle curve di livello, isoipse disegnate con cura dalla fatica dell'uomo attraverso i secoli,  con una grafica talmente bella ed attraente da lasciare senza fiato, mentre cerchi con la povertà dell'obiettivo fotografico di portare a casa quello che l'occhio abbraccia stupito e mai sazio, girando la testa qua e là. Ridono queste risaie povere, allegre e felici, non della loro miseria, certo, ma di una inconsapevolezza che ancora conosce poco l'invidia per le cose del mondo ricco, quelle che ti mettono dentro il rancore per l'impossibilità di possederle e l'ansia per poterle fare avere almeno ai tuoi figli. Certo che banalità stupida questa della povertà felice, nella maggior parte dei casi consolatoria per il ricco travagliato dall'insoddisfazione o per qualcuno esagerato, dai rimorsi per il meccanismo economico. Sicuramente non è così. Però accidenti, che piacere camminare o girare in bicicletta sugli argini di quelle trine che vestono le colline scoscese, ricoperte di tutti i colori del riso, dal verde pallido degli steli bambini, fino all'oro della spiga reclinata in avanti, ridendo con le persone che ti invitano ad entrare nelle loro case, tra voli di colombacci e di gracidar di ranocchie e che sconforto, a contrasto, scivolare velocemente tra gli immensi quadrati grigi e muti, dove anche gli aironi bianchi e le egrette sono presenze solitarie e misantrope, per rimarcare la serie delle cose che non vanno e dei disastri che stanno sempre per arrivare, del come non si può più andare avanti così, dichiarazioni sempre uguali che ti rilascia qualche viso accigliato, lasciandoti un saluto stanco e svogliato mentre tira su il finestrino della Mercedes.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

giovedì 11 aprile 2013

Sesto Guggenheim a Vercelli.



Lichtenstein - Preparativi 1968
E' un appuntamento annuale che ormai non manco da tempo e per diverse motivazioni, prima tra tutte quella di ritrovare dei cari amici e che, da sola, supera le altre. Tuttavia Vercelli in questo inizio faticoso della primavera è sempre ompegno intrigante che ti spinge a traversare la la quadrettatura della piana che una metereologia ballerina ha lasciato ancora spoglia di semine e che vive l'attesa dell'invasione delle grandi macchine dell'agricoltura vera, quella che dà da mangiare alla gente, non l'altra degli ortolani da salotto, fatta di bancari frustrati e arcadici sognatori. Vero è che le mostre organizzate dal Guggenheim nello splendido contenitore dell'Arca, che ogni anno, compatibilmente con i fondi disponibili, disvela una nuova area di affreschi di qualità importante, continuano un percorso ragionato e importante per chi vuole avvicinarsi all'arte contemporanea, scevro da preconcetto e desideroso almeno di capire se non di apprezzare. Perché è inutile che ce la raccontiamo, per noi ignorantoni in questo campo, più si avanza nei meandri delle correnti artistiche del novecento e più il senso di presa di distanza e il dubbio di essere raggirati dalla chiacchiera dei sedicenti esperti, urla forte e chiaro le sue perplessità. Come si possono accettare a scatola chiusa le grida di dolore delle bruciature di Burri, l'ansia di andare oltre la tela dei tagli di Fontana (da non confondere con quella pur interessante di Aldo, Giovanni e Giacomo per la Wind), le macchie di colore di Rothko, la ripetitività ammiccante dello stesso Warhol, le provocazioni antimilitariste di Baj e così via. Il dubbio marcia sovrano. 

Warhol - Flowers.
Ma se si vuole prendere il toro per le corna e seguire con umiltà, un percorso cognitivo che abbracci tutta l'evoluzione artistica successiva all'Accademia, si può trovare un fil rouge che, a partire dai tanto amati e apprezzatissimi impressionisti, deve essere necessariamente conosciuto e spiegato per poter tentare di dare un senso logico anche alle più ardite manifestazioni dell'arte contemporanea. Non puoi avvicinarti a Rauschemberg o Pistoletto se non hai prima percorso e con attenzione,  la Via Crucis di tutti i movimenti che hanno posto al secolo passato i loro dubbi, urlato le loro contestazioni, ricercato le loro strade nuove e diverse da chi le ha precedute. Ecco quindi che questo sesto appuntamento vercellese punta la propria attenzione sugli anni '60 ed il passaggio avvenuto dopo la spinta destrutturante dell'informale fino ad arrivare alla Popart. La cinquantina di opere presenti illustra bene tutta la tematica e se avrete l'accortezza di farvi accompagnare da una guida capace e competente, seguirete con profitto questo tortuoso cammino a cavallo dell'oceano, che mette a confronto i diversi punti di vista di un'Europa devastata dalla guerra a paragone di un'America ormai lanciata verso l'affermazione mondialistica, dalle visioni di Dubuffet e Tapies, passando attraverso l'estrema riduzione espressiva dello stesso Fontana, Noland e Stella per arrivare al dispiegamento della rivoluzione Pop, dissacrante ed iconica presentata negli inizi innovativi di Rauschemberg, passando per i sensualissimi piedi di Wesselmann, la serie di Flowers di Warhol, fino alla smagliante coloristica del fumetto colossale di Lichtenstein, nel suo splendido quadro che chiude la mostra. 

 
Wesselmann - Paesaggio marino - 1965
Al di là del valore materiale, su cui certo si può discutere pesantemente, credo che tentando di capire, si riesca ad andare al di là del consueto e disarmante "lo poteva fare anche mio figlio di cinque anni". E fin qui avrete nutrito l'anima e l'intelletto. Ma sapete bene che anche il vile corpo vuole la sua parte, siamo purtroppo animali anche se senzienti. Quindi, come di consueto la giornata non è finita qui e devo per forza segnalarvi un indirizzo da segnare tassativamente sul taccuino dei ristoranti da non perdere. In pieno centro storico la Trattoria Paolino (via S. Paolo 12) e Paolino, il suo divertente (come si evince dalle lavagnette all'ingresso) proprietario, vi proporrà in un ambiente caldo e raccolto, un menù di tradizione piemontese di alta qualità e dalla gradevole presentazione, cosa che non guasta mai. Io ho assaggiato per vostro conto, uno sformatino di asparagi su fonduta con cialda di mais e parmigiano, una battuta di fassone al coltello con bagna cauda in quantità generosa, un delizioso Carnaroli con peperoni dolci e gorgonzola (guai andare a Vercelli e non godere dei suoi risotti!); infine il punto di forza del locale che punta sulle carni, con un filetto di rara bontà o un ganascino di maiale e purea delicato e ammiccante. Un gelato vaniglia maison cremosissimo con alchekengi e un caffettino con piccola pasticceria, vi concilieranno con il mondo. Ma ricordatevi di prenotare con una settimana di anticipo perché i trenta posti scarsi di coperti a disposizione sono sempre occupati.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

domenica 23 settembre 2012

Riso amaro?


La Darola



Riso Amaro.
L'equinozio d'autunno apre la porta a alle riunioni conviviali dell'anziano, sempre bisognoso di ravvivare i ricordi, come i bimbi amano assillare il genitore a farsi raccontare la stessa fiaba di continuo, rappresentazione senza la quale non riescono a prendere sonno tranquillamente. Per la persona agée invece, il bisogno è probabilmente dato dal desiderio di ottundere i sensi cancellando dalla mente gli avvenimenti dell'attualità e le considerazioni sociopolitiche. Eccoci dunque al consueto appuntamento coi compagni di università, questa volta nella pace operosa della risaia vercellese, sublime visione di land art, che riempie di quadretti bordati la piana sconfinata, una immensa tela di Mondrian dove perdere lo sguardo nell'essenzialità delle righe nette che delimitano l'oro delle spighe ormai cariche e pronte per la raccolta. Tutto questo in una delle più belle cascine della zona, la Darola, una spettacolare corte chiusa dove ti senti subito circondato dai fantasmi delle centinaia di persone che la abitavano e dall'esercito di mondine che calavano qui fino a pochi decenni fa, gioia e delizia del padrùn da li beli braghi bianchi che in calessino percorreva gli argini, programmando serate bollenti sull'aia, altro che festini trimalcionici in toga e mantello. 

Al contadino non far sapere.
Eccola là, lungo l'argine spuntano i seni aguzzi di Silvana Mangano e il suo riso amaro che ha segnato un'epoca. Per i vecchi ragazzi invece, la sequela degli amarcord, dei professori terribili, di quegli esami da cardiopalmo, con la reiterazione infinita di episodi memorabili. Ma non credo che questo possa interessarvi più di tanto, si tratta di storie che emozionano solo chi le ha vissute, meglio quindi ragguagliarvi sul concreto; prendete dunque nota di questo indirizzo: Ristorante Il Convento, Via Hermada 3A - Trino Vercellese, (0161.801325). In un ambiente curato ed elegante, dopo un semplice aperitivo, subirete per 35 euro un assalto di antipasti, che con una selezione di affettati, vi proporranno due delicate quenelles di una crema di formaggio sapientemente miscelate alle noci con qualche fettina di pere alle spezie, seguite da un agrodolce  di peperoni con olive e pinoli e un classico carpaccio all'Albese, profumato al sedano. Infine ecco arrivare quello che mi è parso il tocco di classe più azzeccato, l'uovo morbido impanato disteso pigramente su un letto di crema di patate al tartufo, che quando il vostro cucchiaio affonderà, aprendo il sottile involucro dell'albume rappreso, rilascia deliziosamente il liquido tuorlo ad abbeverare la crema profumata in un matrimonio sensuale e goloso. Un tripudio di sensi da appagare e prontamente appagati. 

L'uovo al tartufo
Ma incombe subito una mezza forma di parmigiano dove insaporisce un Carnaroli sapido e cremoso. Se mancasse un risotto di tal fatta, non saremmo nel Vercellese. Consiglierei di non perdere una seconda porzione. A seguire la faraona al forno con la frittura mista dolce, dal semolino alle mele pastellate. Essendo stati ancora leggeri, ecco incedere un sapido arrosto di coppa, pervaso da un appropriato profumo di ginepro e patate. Una torta chantilly vi segnalerà che è ora di passare in giardino per la tazza di caffé. Onesto dolcetto di Dogliani per condire il pasto, ma attenzione, il controllo dell'alcoolemia è puntuale e costante nella zona. Non vengono comprese nella fornitura maschere di maiali, ne toghe alla romana, d'altra parte siamo in un antico convento e non mi sembra il caso, al massimo qualche barzelletta della gioventù ormai sfiorita. Insomma un rapporto qualità prezzo encomiabile, scovato dagli amici vercellesi che ci hanno organizzato una giornata davvero gradevole. Ma adesso prepariamoci ad altre fatiche.

Il risotto!


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

giovedì 31 marzo 2011

Ancora Guggenhein a Vercelli.


Un piacevole appuntamento annuale questo, che mi ha portato ieri per la quarta volta a Vercelli a godere della mostra frutto della cooperazione della città con il Guggenheim. 40 opere importanti e mirabili di artisti italiani che la lungimiranza di quei collezionisti di oltre oceano hanno saputo raccogliere negli anni. Un percorso davvero completo che spazia tra il 1900 e il 1961 rimanendo così anche in tema con le celebrazioni di quest'anno. Avrete la possibilità di ammirare, assieme ai due gioielli della mostra, lo splendido étudiant di Modigliani mai uscito da New York e le inquietanti mani protese di Boccioni in una grande tela risplendente di colori, tutti i nomi italiani più importanti della prima metà del secolo scorso a partire da alcuni evanescenti pezzi di De Pisis, alla statica cosciente della nature morte di Morandi.


E poi De Chirico, Carrà, una straordinaria testa di Medardo Rosso, assiema alla nota replica delle Forme uniche della continuità nello spazio con tutta l'ansia futurista della velocità e dell'entusiasmo per l'industria nascente, fino al famoso Balla del Mercurio che passa davanti al sole. Ancora molte bellissime opere di Sironi per arrivare infine agli informali coi tratti di Fontana e di Vedova, la materialità di Burri ed i simboli della grande tela finale di Copogrossi che in realtà dà inizio a questo percorso al contrario ghiotto ed affascinante al tempo stesso. Il tutto all'interno del contenitore dell'Arca che, ad ogni appuntamento scopre una nuova anche se purtroppo piccola parte dei gioielli nascosti nelle sue pareti. Non rimpiangerete di certo la giornata vercellese, specialmente se i provvidi carissimi amici ve la completeranno con un sontuoso risotto alle quaglie, figlio del prodotto principe di questo territorio, come solo da queste parti si sa fare.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:








giovedì 25 marzo 2010

Guggenheim a Vercelli.

Arrivano le rondini e con esse l'appuntamento annuale a Vercelli con le collezioni del Guggenheim. E' ormai una consuetudine imperdibile, anche perchè è l'occasione per rivedere cari amici con cui le ore passano veloci e con piacere. Quest'anno la mostra ha presentato una cinquantina di opere, pescate tra la collezione di New York e quella di Venezia, che percorrono un secolo di movimenti artistici illustrando con completezza le strade dell'astrazione a partire dai primi segnali che già si coglievano nel postimpressionismo di Cezanne e Seurat, passando attraverso Matisse, Braque, Legier e Delaunay per arrivare a Kandinsky, Mondrian ed ai mobiles di Calder, con una sezione finale dedicata agli italiani appartenuti a queste avanguardie, da Balla fino a Vedova. Non c'è niente da dire se non soggiacere al fascino del colore e se non sottolineare che tutta l'arte moderna e contemporanea ha bisogno (specie per gli ignorantoni come me) di un continuo e costante accompagnamento e di un adeguato commento, che noi abbiamo avuto, puntuale e competente, da un giovane, ma assai esperto storico dell'arte, che ci ha consentito quantomeno di cercare di capire e solo in questo modo di poter apprezzare e di goderne nella giusta maniera. Una mostra che vi suggerisco comunque di non perdere, anche perchè allo stesso tempo potrete scoprire il contenitore della mostra stessa, l' ex-mercato, ex Chiesa di San Marco, dove sono emersi affreschi di grande qualità, dei quali si è cominciato il recupero. Pensate che lungo tutte le pareti ed i soffitti delle quattro navate della enorme costruzione, ogni saggio esplorativo compiuto ha rivelato sottostanti affreschi, tali da far pensare al ritrovamento di uno dei più grandi cicli figurativi del quattrocento in Piemonte. Le parti di cui è appena terminato il restauro, sono affascinanti e tali da creare una grande attesa per quanto rimane da fare. Ma converrete con me che non di sola cultura vive l'uomo, è necessario nutrire la mente certo, ma non si devono trascurare le esigenze del corpo per non comprometterne la lucidità, d'altra parte, arte è quella pittorica, ma altrettanto può essere quella che si produce nel campo culinario. E qui abbiamo toccato un bel vertice che, naturalmente vi consiglio. Infatti, gli amici saggi ed avveduti, hanno scelto per la bisogna un interessante ristorante, da poco stellato dalla Rossa, Cinzia - Da Christian e Manuel al cui sito vi rimando, (C. Magenta 71, Vercelli) specializzato giustamente in risotti dal territorio. Qui potrete testare menù guidati da 5 a 9 portate che vi illustreranno lo lo stile dei due giovani chef. Noi abbiamo spaziato, dopo un preantipasto di stocafisso in salsa con sfoglia di parmigiano accompagnato da un buon flut di champagne, passando poi per gamberi rossi ai sapori d'autunno , bocconcini di astice ed un delizioso battuto di fassone con bagna caoda e uova di quaglia. La distinzione del ristorante sta poi nei risotti di cui avrete a disposizione una vastissima scelta (date un'occhiata al menù) e noi abbiamo navigato a vista tra la tradizionale panissa, un Carnaroli ai profumi dell'orto con crudo di spigola e un risottino verde con scampi freschi scottati. Profumi e sapori da sballo. Finale di dolci ottimamente presentati dalla Risaia d'inverno (crema, cioccolato su un lettodi riso soffiato) alla palla di cioccolato ripiena di cremino delicato da rompere con apposito martellino o il più classico zabaglione accompagnato dai tradizionali bicciolani vercellesi, il tutto preceduto da una entrée dolce gentilmente offerta dalla casa. Il caffè e la piccola pasticceria golosissima ci ha imposto di lasciare a malincuore questo luogo di delizie. Certo, la qualità si paga, ma per la verità eravamo ospiti; più di così!


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

http://ilventodellest.blogspot.com/2009/01/astrazione-o-astrattismo.html
http://ilventodellest.blogspot.com/2009/02/elogio-della-follia.html
http://ilventodellest.blogspot.com/2009/10/ovulo-o-porcino.html

sabato 17 gennaio 2009

Astrazione o astrattismo?

Capire l'arte è difficile, capirla per un non specialista come me, lo è ancora di più. Così ieri mi sono avvicinato alla importante mostra di Vercelli su Pollock e l'espressionismo astratto col timore di cadere nei luoghi comuni che 'sta roba la faceva anche mia figlia all'asilo. Certo, l'aiuto di una guida coltissima è stato fondamentale, ma non si può negare che capire è difficile, è difficile, è difficile! Non si può negare sicuramente che l'action painting di Pollock (più che i campi di colore di Rothko) dia una potente sensazione di forza creativa, un senso duro di ribellione, di movimento on the road, ma quando esci, un po' di dubbio rimane. Una cosa è certa, che non è possibile in alcun modo commentare o cercare di capire tutti i movimenti artistici del novecento successivi all'impressionismo, se non si sono ben compresi tutti quelli che li precedono e che ne sono le necessarie matrici, senza le quali non avrebbero potuto essere concepiti ed a cui fanno riferimento. Rafforzato da questa certezza, in compagnia dei cari amici che ci hanno voluto con loro, abbiamo potuto meditare su questi concetti davanti ad un risotto all'armagnac con coscie di quaglia che ha risolto tutti i dubbi in proposito. Anche e soprattutto a questo servono gli amici. Per questo la nebbia del ritorno ci è stata lieve. Comunque, per completezza di astrazione vi aggiungo due disegni che mia figlia aveva fatto all'asilo (periodo dell'action painting e periodo dei campi di colore). Non nell'ordine giusto, tanto per confondervi un po', così senza malizia.



Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!