martedì 13 settembre 2011

Elogio della puzza.


Basta poco per abituarsi alla bellezza. Una lieve brezza, cielo e mare che quasi si confondo; in alto un azzurro schietto con qualche sbuffo bianco panna che si muove adagio, davanti un’acqua limpida color acquamarina, chissà da dove verrà questo colore. Intorno siepi profumate verde carico, piccole bacche rosse sui pitosfori, rossi aranciati di bouganville o colpi di acquarello rosati di oleandri; dietro una casetta tutta coperta da un immenso glicine, una coperta verde con ricami violetti, a rilievo. E palme dappertutto, un’aria fina col sole che non aggredisce. Ti lasci andare in questo liquido amniotico che ti circonda tutto, materno, protettivo, né troppo caldo, né troppo freddo, fino a che ne vuoi, non ci sono regole o limiti. Poi ti trascini a riva, ma adagio e riguadagni il posto al sole con un leggero grugnito, come un tricheco steso sul pack della Novaja Zemlija, guardando il cielo. Eppure non c’è l’entusiasmo che sulla carta non dovrebbe lasciarti neanche un attimo. 

La bellezza è la stessa, ma dopo un po’ non suscita più lo stesso piacere assoluto, l’ammirazione che dovrebbe meritare. Io credo che sia tutta una questione di neuro recettori. Dopo un certo periodo il segnale che arriva al cervello dice, ragazzi qui siamo al massimo, di più non ve ne do, e la dopamina cala automaticamente, il pensiero va in stand-by, tutto si riconduce alla normalità. E’ come l’economia se non cresci continuamente tutto va in crisi. La bellezza dopo un po’ annoia, per lo meno, non eccita più, lascia indifferenti al punto che l’indegno Marziale dedicò alla bellissima moglie che non suscitava più le sue attenzioni questo infame distico: -Teque, duos putas, uxor, habere cunnos?-. Succede la stessa cosa con la puzza. Guardate che è provato scientificamente, perché la bellezza è esattamente uguale alla puzza. Se entri in un luogo in cui ristagna un tanfo tremendo, ti par di morire, non riesci neanche a respirare dallo schifo. Bene, dopo circa venti minuti, a seconda delle persone o sei hai il raffreddore, la puzza non si sente più, i tuoi neurorecettori si sono abituati, non inviano più segnali disperati, hanno capito che non ci si può fare niente e il corpo e la mente si adattano, resistono.  

Forse è la stessa cosa anche in altri campi, prendete la politica, una quantità di marcio e di schifo tale nauseerebbe anche un ratto da fogna, la gente dovrebbe girare con le maschere antigas o per lo meno metter mano tutti assieme a scope e stracci per fare una bella pulizia. Invece niente, qualche sguardo di sfuggita al giornale, le notizie scorrono sullo schermo come le quotazioni di borsa nel sottopancia, troppo veloci per poter essere considerate. Tranne chi ci campa del marcio e questi sembrano sguazzarci come scarabei stercorari nelle fatte degli elefanti, tutti gli altri ormai la puzza non la sentono neanche più. Il neuro recettore si è abituato e al più al sentire le telefonate intercettate può scappare un sorriso. Ma dal sorriso al riso non c’è molto. Attenzione Maestà che il popolo ride.

sabato 10 settembre 2011

Recensione: P. Moore – Coccolata a colazione.


Mi è venuto tra le mani questo vecchio Oscar Mondadori di tanti anni fa. Lo ricordo bene, un libro scandaloso che girava sottobanco ed il cui enorme successo editoriale (oltre 500.000 copie solo in Italia) era di certo dovuto a questa sua fama di trasgressione inaudita. Letto oggi fa davvero sorridere e scorrendo le vicende di questa ragazzina che si aggira come sperduta in un mondo devastato e devastante alla ricerca soprattutto di sé stessa, ci si chiede come mai ogni generazione trova il modo di autodefinirsi generazione perduta o gioventù bruciata. Perlomeno questo viene loro imposto dagli altri ed i ragazzi finiscono per convincersene. Il libro era del 56 e la gioventù che dipinge, appartenente al mondo più dorato di New York e di Los Angeles e carica della rabbia e della voglia di rivoltarsi contro tutti e tutto in cui si leggono già i profumi del 68 ancora da venire. Tutto viene annegato in fiumi di alcool con cui cancellare il vuoto di pensieri e di ideali che occupa la loro vita. Allora la droga era ancora lontana, ma il senso della ricerca ossessiva dello sballo di per sé stesso, per sentirsi vivi in qualche modo, per cancellare il senso di inutilità che avvolge tutto è evidentemente una costante di ogni epoca, come la ribellione verso la famiglia e il mondo intero. Al fondo di tutto in queste creature sprecate, dopo la perduta innocenza, soltanto grande malinconia, struggimento e tenerezza patetica. Gli occhi tristi e la rabbia hanno la piega triste di Jeams Dean con il suo seguito di giovani vite inutilmente gettate. L’autrice stessa è pervasa completamente da questo spleen e otto anni dopo questo grande successo si suicida a New York a 27 anni con un colpo di carabina in bocca.

venerdì 9 settembre 2011

Cimitero belle epoque.



Cammini a passi lenti e risali piano piano la montée du souvenir, tra le case strette tra di loro che sembrano stringere sempre più anche la salita, legate agli angoli da piccoli archetti antichi, lasciandoti a tratti intravedere scorci di scale, di piccole discese verso il mare ancor più piccine, tra vasi, oleandri, gatti che ti guardano curiosi come a dirti perché sali. Quando arrivi alla cima, qualche scalino ancora per montare un ultimo muro, un contrafforte severo ed ecco che esci dalla visuale dei tetti arancio che si alternano a piani incrociati gli uni con gli altri e sei sulla cima del promontorio dove più in alto non si può più salire e da un piccolo cancello entri in una serie di terrazze che dominano tutto il paese dall’alto, lo  stanno a guardare senza stancarsi, diresti come coloro che, innamorati, non sanno staccarsi neppure per un momento dall’oggetto del loro amore, motore immobile di sentimento. E’ il cimitière du Vieux-Chateau. Passi da una terrazza all’altra circondato da vecchie lastre di marmo sbiadite, sbrecciate, ricoperte di licheni antichi e leggi i nomi che a malapena ancora si intravedono.

Qui risplende la gloria di  tutta la belle epoque, quando Mentone era la meta agognata dalla nobiltà russa ed inglese, famosa per il suo clima ritenuto miracoloso per guarire la tubercolosi. E poi rimanevano qui nel piccolo cimitero a guardare per sempre questo mare di cui si erano innamorati. Fanciulle di venti anni, ecco Olga, Natasha, Irina, Hellen, Mary e le tombe dei principi, Trubetzkoy, Volkonsky, Urussof, gli zii di Roosvelt, Ellis il creatore del rugby ed una interminabile fila di uomini e donne che non hanno saputo resistere al fascino di questo luogo e sono rimasti qui a guardarlo per sempre da queste terrazze incantate, circondati dalla bellezza, dai profumi del Mediterraneo, così forti come vengono dai cespi di rosmarini e di erbe odorose, dai colori degli oleandri che risalgono la collina. E’ stata un’epoca straordinaria, la fine di quel secolo, così piena di eccessi, di bellezza, di idee, di arte e di cultura. E chi poteva la voleva avere negli occhi fino all’ultimo questa bellezza, illudendosi forse di poterla conservare anche dopo la morte. Quando scendi fino ad arrivare sul sagrato del Parvis S. Michel con i suoi minuti ciottoli bianchi e neri, con le chiese barocche che fanno da quinta e gli antichi palazzi a lato, devi fermarti per forza, prima della grande scalinata all’italiana che scende verso il mare, a guardare da questo palcoscenico l’azzurro davanti a te, mentre sale l’odore di salso e di mare.


giovedì 8 settembre 2011

Recensione: J. Harris – Le scarpe rosse.


Chi ha visto ed amato il delizioso film di  Chocolat, non potrà rimanere insensibile al fascino di questo seguito che la stessa autrice ha prodotto evidentemente sull’onda del grande successo della sua opera prima. La strega Vianne e la piccola Anouk, fuggite dal paesino di Lasquenet-sous-Tannes si sono trasferite a Parigi dove riaprono un piccolo negozio di chocolaterie a Montmartre. La vita è difficile, ma tutto prende una piega particolare con l’arrivo di un nuovo personaggio inquietante ed affascinante al tempo stesso sulle sue scarpe rosse. 

Ricco di malia e di suspence, la storia scivola via veloce e ti travolge con ritmi sempre più serrati fino al gran finale, che come tutti quelli carichi di grande attese, delude un pochino, ma la storia è davvero adattissima da ombrellone e se sei alle ultime pagine, rischi anche di saltare il bagno. Intrigante e delicata la vicenda è poi completamente avvoltolata nelle calde, odorose, schiumeggianti e vellutate pastosità del cibo degli dei, quel cioccolato, vero protagonista reale già fin dal primo romanzo, che anche qui permea ogni pagina dei suoi aromi molteplici ed irresistibili. Se siete amatori, tenetene a porata di mano qualche barretta di diversi tipi, all’arancia, al truffle noir, al latte o altro e seguendo le puntuali descrizioni sbocconcellatevene qualche quadretto di tanto in tanto, così per farvi buona la bocca, come diceva mia mamma, il sentire il perfetto snap della tavoletta che si rompe attraverso la sua scanalatura aggiungerà il giusto piacere alla lettura di questo romanzo di eterna lotta tra bene e male, per amatori.



mercoledì 7 settembre 2011

L'anello di diamanti.

Oggi mi sento davvero depresso. Basta poco per farti superare il limine e metterti in quello stato di tristezza meditativa che ti conduce in uno stato di malessere catalettico. Un piccolo fatto che ti faccia considerare come ormai agli occhi del mondo tu sia nient’altro che un povero anziano dalle meningi deficitarie, da ricoverare come minimo in apposita struttura, se non da avviare ad apposite associazioni svizzere o olandesi che si interessino non già di curarsi dei tuoi risparmi (a quello già ci pensa il governo) ma di avviarti senza por più tempo in mezzo verso la dolce morte, atto che aiuterebbero a risolvere anche il problema delle casse statali. Me ne andavo infatti a passo baldanzoso, dopo aver postato la mia scemenza giornaliera per non farvi sentire soli, percorrendo il corso principale di Mentone, sollazzandomi della vista degli alberi di aranci amari che la ornano. 

Mentre tenevo lo sguardo fisso verso l’alto per evitare che i deliziosi, anche se poco utili frutti, mi cadessero sulla testa, ecco che un baldo giovane attrae la mia attenzione con qualche esclamazione e tra balbettii di meraviglia e contemporaneamente guardandosi intorno con sospetto e occhio basito, raccoglie da terra un gran bell’anello d’oro zecchino con diamante al centro e me lo mostra con fare complice. ra, che nel 2011 ci sia ancora gente che campa col pacco dell’anello trovato, mi sembra cosa fuori dal mondo, o meglio credo, dacché qualcuno evidentemente tenta di fare questa sceneggiata, avranno limitato il range dei possibili truffandi a poche categorie papabili. Diciamolo chiaro che rimane solo quella degli anziani avidi e rimbambiti, giocando sulla consueta miscela della bramosia umana che intravedendo con ingordigia la possibilità di guadagno a ufo non esita a farsi vittima da sola attraverso la propria colpevole ingenuità. Erano un tempo le truffe più facili e anche simpatiche in quanto, prive di ogni forma di violenza, punivamo proprio l’avidità dell’affare alle spalle di un presunto povero in condizione di debolezza.

Appare quindi evidente che il giovanotto dall’aspetto bisognoso mi ha inserito in questa particolare categoria di anziano, aggravando il giudizio con la supposizione, data la classicità della truffa, di un posizionamento nella scala dei rimbambiti, particolarmente alto. Per la verità le capacità artistiche e attoriali del pacchettatore erano buone, ma non ho voluto fargli perdere troppo tempo anche se, insisto ero particolarmente irritato per la sua valutazione, così l’ho invitato un po’ troppo bruscamente a cercarsi un altro pollo, sempre che se ne trovino ancora di questa portata. Poveretto, se ne è andato con la coda tra le gambe con il suo anellone serrato tra le mani, in cerca di miglior fortuna, chissà se va dalle parti di Piazza Affari. Meno male che l’acqua è un po’ più calda questa mattina e mi attenuerà la sgradevole sensazione. Magari mentre vado a casa, per ritrovare la pace col mondo mi compro un bel Saint Felicien da 2 etti e una baguette fragrante.

martedì 6 settembre 2011

Recensione: A. Terzani Staude: Giorni giapponesi.

Dopo avervi parlato di Giorni cinesi della stessa autrice, eccoci a questo altro diario, oggi sarebbe un blog da expat, che la moglie del giornalista Terzani, ha puntualmente tenuto durante i cinque anni che la coppia ha vissuto in Giappone dal 1985 al 1990, dopo l’esperienza cinese. Si tratta di una spietata e chirurgica disamina di questo grande paese e dei suoi abitanti, una terra che i Terzani, entrambi, non hanno mai amato, anzi si può dire che ne abbiano avuto paura, anche se hanno cercato in tutti i modi di capire e di giustificare. Erano gli anni in cui i successi economici e commerciali del Giappone si moltiplicavano e tutti ritenevano che presto o tardi esso sarebbe diventato la prima potenza economica mondiale. Tutti ne invidiavano la sua capacità ed efficienza nell’organizzazione del lavoro e si proponevano di copiarla per produrre di più e meglio. Chi non ricorda la ricerca affannosa della qualità assoluta e straordinaria delle auto giapponesi, delle macchine fotografiche, degli altri prodigi tecnologici che i Giapponesi sì copiavano, ma poi miglioravano e rendevano perfette dal punto di vista tecnico. 

Loro copiavano le nostre idee, il resto del mondo voleva copiare la loro organizzazione produttiva. Il libro esamina il Giappone dal suo interno, attraverso una ricerca continua delle sue tradizioni e del suo passato, che non esistono invece più, distrutti dalla voglia di modernità, dal desiderio di diventare la prima potenza al mondo, di uniformarsi per lo meno esteriormente al resto del mondo, di cancellare l’onta della guerra perduta vincendone una nuova senza combattere. Attraverso i contatti e le conoscenze, l’autrice esamina tutti i difetti di questo popolo, che spesso sono anche i suoi maggiori pregi, ma soprattutto ne piange la tristezza sconfinata, la mancanza di entusiasmo e di gioia veri. La descrizione dell’esercito sconfinato dei salary-men che lavorano disperatamente obbedendo al capo che per definizione non sbaglia mai e li angaria al più piccolo errore, per poi passare il tempo libero nelle sale di pachinko o ubriacandosi con i colleghi di ufficio, nella fabbrica che li opprima dalla culla alla morte. Le donne, oppresse dai mariti assenti e prive di possibilità di affermazione sociale, dei giovani abituati fin dall’asilo a competere disperatamente per superare esami che consentano di arrivare in scuole migliori che daranno la possibilità di avere impieghi migliori in cui stordirsi di lavoro fino a che non arriva il karoshi, noi diremmo il coccolone, che li piglia stremati alla scrivania. 

Dei dieci giorni di ferie che nessuno faceva e degli straordinari non pagati, ma fatti per compiacere l’azienda. La Yakuza presente e dominante in tutti gli aspetti che contano della vita sociale ed economica e le mille altre situazioni che fanno di questo paese un unicum, certamente da vedere per tentare almeno di capirlo in parte. E’ interessante notare come tutte le cose ed i pericoli che la Staude intravede nel Giappone della fine degli ’80, siano oggi esattamente sovrapponibili e normalmente attribuiti alla situazione della Cina. Segno forse che certi destini e certe sequenze che appaiono segnate, vengono poi superate dall’andamento inatteso dei fatti stessi. Di certo questo libro non piacerà a chi ama il Giappone e certamente è  un po' troppo ripetitivo, letterariamente debole e carca la mano su molti stereotipi, generalizzando spesso, un po' come se parlando di Italia si puntasse tutto di pasta, pizza, mandolino e monnezza. Rimane comunque un punto di vista, forse anche troppo impietoso da conoscere ed eventualmente da discutere per chi è interessato a questo paese.

lunedì 5 settembre 2011

La scacchiera di balsa.


Mi è venuta tra le mani proprio qualche giorno prima di partire. Cercavo una scacchiera di piccole dimensioni, tanto per non occupare ulteriore spazio, essendo la macchina ormai come quella della famiglia Brambilla in vacanza. Ed eccola che salta fuori da uno si quegli spazi dimenticati, uno di quegli inghiottitoi dove le cose vanno a finire per decenni e nessuno riesce a capire dove siano sparite, fino a che non saltano fuori, così inaspettatamente a dire: non sono morto, eccomi qua, ti ricordi? Certo che me la ricordo quella mattina di 60 anni fa, quando per mano al mio papà risalivamo il cavalcavia che portava al Dopolavoro. Era il giorno della Befana dei ferrovieri, che toccava a tutti quei bambini che avessero compiuto i 5 anni e io li avevo compiuti proprio quell’anno, ma non avevo capito bene  di cosa si trattasse. Nel grande salone del cinema, proprio le stesso in cui lo scorso anno ho tenuto un paio di conferenze per l’UNITRE (pensa un po’ che emozione), il palcoscenico era completamente coperto di pacchi colorati e luccicanti; nessun dubbio, erano tutti giocattoli nuovi di zecca in attesa di essere distribuiti; il regno dei balocchi, il paese del Bengodi. Realizzai, dietro indicazione paterna (ero già molto intelligente sebbene piccino) che qualcosa sarebbe toccato a tutti, anche se il salone era pieno zeppo di ragazzini vocianti che si accalcavano per mettersi in prima fila. Non so come ma ad un certo punto toccò a me, accompagnato poiché timidissimo (come fui sempre anche in seguito) dal protettivo genitore che mi spinse a reclamare il mio. Qui sorgeva il problema. E’ un po’ come l’informazione sul web, quando ce n’è troppa, finisci per confonderti e non capire più nulla. Evidentemente avrei voluto prendere tutto, ma sapevo che si imponeva una scelta, una scelta difficile, perché ad ogni bambino toccava un regalo, uno solo. Non mi ricordo assolutamente cosa ci fosse, di certo giocattoli belli e desiderabilissimi, tra cui sicuramente  anche il famigerato Meccano n.5, oggetto inespresso del desiderio di ogni bambino che si rispettasse, che qualcuno diceva esistesse solo nei sogni più arditi, ma io sapevo che c’era, perché lo avevo visto a casa di un mio compagno di scuola dato per ricchissimo, che lo aveva esibito con la nonchalance di chi può. Però, non so cosa sia scattato in quel momento, fatto sta che ad un tratto comparve davanti a me quella scacchiera magica, scacchi da una parte e tela dall’altra, con annesso un cassettino con le pedine e una scatoletta con i pezzi completi. Ne fui come ipnotizzato. Anche se non sapevo giocare, forse ne avevo sentito parlare, ma non seppi più staccarmene e tesi le mani frementi per il desiderio di possesso, una avidità evidentemente insita nell’uomo fin dalla sua nascita. Ebbi il dono che veniva fornito assieme ad un libro (mica poi tanto scemi ‘sti ferrovieri). Scelsi le Tigri di Mompracem, che mi procurò un’altra dipendenza fatale e che forse diede il via al mio interesse per la lettura. Ed eccola qui, quella piccola scacchiera, davvero povera, di legno di balsa, che il tempo ha leggermente incurvato, sbiadendone il colore. I pezzi torniti alla meglio ci sono ancora tutti, un po’ troppo alti, un po’ sbilenchi che si coprono l’un l’altro sui quadretti troppo piccoli. Eppure lì sopra ho imparato, mi sono appassionato al meccanismo del gioco; forse proprio di lì è nato il mio interesse per capire i meccanismi di uno schema, la voglia di penetrare i segreti delle strategie, la sensazione di come sia bello giocare mettendo alla prova le proprie capacità. Beh dopo 60 anni, funziona ancora egregiamente, il meccanismo che la regola non ha i contatti ossidati, non si è inceppato, per lo meno fino a quando non si incepperà il mio di meccanismo e dà soluzioni sempre nuove e sempre diverse. Avevo fatto una buona scelta. Ricordo che comunque, mi ero detto che il Meccano n. 5 lo avrei arraffato l’anno successivo. Il 6 gennaio dell’anno dopo ero pronto, ma non ci fu più la Befana dei ferrovieri. Credo avessero finito i soldi e si cominciò da lì a tagliare il superfluo. Era già crisi e da qualche parte bisogna pur cominciare con i sacrifici.

sabato 3 settembre 2011

Siamo nati per soffrire.


Sì, ci sono momenti in cui è davvero difficile prendere la decisione; anche perché sai cosa ti aspetta e vuoi allontanare da te l’amaro calice. Ma prima o poi bisogna dimostrarsi uomo ed andare in fondo al proprio destino. Eppure stavi lì, tranquillo, coricato o tuttalpiù seduto senza che nessuno ti sollecitasse, senza che ci fossero obblighi di alcun genere; potevi continuare così per un tempo indefinito. In fondo cosa è il tempo durante la meditazione? Una variabile trascurabile dell’esistenza, un aspetto privo di valore da non considerare. Allora, avevi appena finito di compitare un kakuro; avevi sbagliato tanto per cambiare, ma nulla turbava comunque la tua serenità. Chi se ne frega se il kakuro non viene, è un altro non essere che dà sfogo ai contatti delle sinapsi, ma il terzo occhio della mente intanto vaga lontano, concentrato su un punto fisso, dove all’infinito si incontrano le linee dell’orizzonte. Due azzurri diversi ma non ridondanti, due aspetti del fuori di te che si assimilano, si confondono. Forse è il sole che picchia troppo forte. Ecco allora che, come spinto da una forza estranea e maligna al tempo stesso, la tua massa corporea (notevole peraltro) si leva come per magia, frutto di meditazione tantrica o di levitazione magnetica e scivola lenta ma decisa verso il suo varo naturale. La ripa ciottolosa agevola la discesa verso la superficie liquida in lieve movimento. E’ un attimo. Quello che dovrebbe essere il naturale abbandono in un desiderato liquido amniotico in cui proseguire l’ottundimento dei sensi si rivela per quello che è. Un terrificante luogo di supplizi. Già il ciotolume infame ha offeso la tenera pianta delle estremità stanche, ma si pensava che la sofferenza sarebbe stato presto lenita dalla legge di Archimede, non appena a varo concluso, il peso avvertito del corpo fosse stato sminuito dalla spinta verso l’alto. Purtroppo si erano fatti i conti senza l’oste. Il primo contatto con la superficie liquida mostra immediatamente quale sarà la morte di cui si dovrà morire. Una temperatura artica, assolutamente inopportuna per questi luoghi e per queste ore, ha trasformato l’onda che si frange sulla battigia in uno strumento di tortura. I piedi sono ormai dentro, non si può recedere dal cimento e già mille aghi di gelo penetrano la tenera cute; man mano  che si procede più avanti, il tormento sale  impietoso lungo i polpacci, raggiunge le cosce ben  tornite (così diceva Omero) e devi prepararti ad affrontare la prova più dura. Una sosta si impone, per raccogliere le forze e tentare una resistenza. Ma sta per arrivare il momento più duro, quando lo sciabordìo dell’onda tenta maligna di bagnare quel che non vorresti mai. Il costumino è ben poca barriera al gelido abbraccio a cui ti appresti. Tenti di salvare il salvabile e mentre l’onda arriva impietosa, ti rizzi sulla punta dei piedi o alla peggio tenti un piccolo saltello per evitare l’inevitabile, ma poi, eccone una più violenta e cattiva e una torbida mano di ghiaccio ti afferra e ti strizza, non ti lascia più, ormai ne sei preda posseduta e ti trascina nel gorgo. Ancora un fiato, un’ultima resistenza mentre sale il livello circondandoti il molle ventre che solo chiederebbe calde carezze e ti lasci andare vinto definitivamente mentre l’acqua ormai ti arriva alla pappagorgia. Poi come per magia fisica o forse termodinamica la sensazione di gelo si attenua, gli aghi ghiacciati si ritraggono, gli iceberg puntuti altro non sono che colpi di onda quasi tiepida e piacevole. Che goduria il bagno, quasi quasi sto a mollo fino all’ora di pranzo!  

venerdì 2 settembre 2011

Recensione: F. Petruccelli della Gattina: Memorie di Giuda


Questi miei ozi marini sono di norma dedicati alla lettura, ergo, eccovi questo interessante volume che faticherete assai a trovare, credo, in libreria, ma che vi darà piacere scovare (ed. Fogola) su qualche bancarella di mercatini polverosi. Già, il nostro Petruccelli della Gattina (nei suoi esili francesi detto De la Petite Chatte) è autore ormai scivolato nell’oblio che ha accompagnato tanti autori ottocenteschi, lui in particolare dopo i poco lusinghieri giudizi del Croce a ben altre penne abituato. Queste Memorie di Giuda sono il romanzo più importante della sua vastissima produzione e riflettono bene l’autore ed il suo tempo a dispetto dell’argomento trattato. Si tratta del più classico dei romanzi storici, un polpettone anche di greve lettura, argomentato dal noto schema del manoscritto ritrovato. Racconta appunto gli ultimi mesi della vita di Gesù attraverso l’occhio disincantato dell’apostolo più maltrattato dalla storia, quella scritta dagli altri naturalmente. In realtà la vicenda è impregnata completamente di tutti i condimenti risorgimentali e rivoluzionari del caso. In Giuda, ardente patriota, non si cela altri che un carbonaro repubblicano in continua ricerca dei modi per scatenare una rivoluzione che liberi finalmente gli Ebrei dal giogo degli odiati Romani. Appartenendo al partito liberista e laico dei sadducei, è in perenne conflitto con quei baciapile dei Farisei, con cui però, assieme alle altre correnti religiose presenti nel bailamme della Palestina del I secolo, dove profeti e Messia si vendevano un tanto al pezzo, non disdegnerebbe di fare alleanze pur di raggiungere il suo nobile fine. La strada ritiene di averla trovata scovando un sedicente Rabbi di paese, della periferica Nazareth, lanciandolo e facendolo crescere in credibilità nella capitale, al fine di metterlo a capo spirituale della rivolta che inevitabilmente si scatenerà contro l’odiato oppressore. Ma il Nazareno è riottoso a farsi manipolare, anzi chiarisce che la sua non è una rivoluzione politica, ma spirituale, perdendo così l’appoggio delle alte gerarchie del Sinedrio che in un primo momento avevano ritenuto di aver trovato la persona giusta a cui far guidare la rivolta. Il forte anticlericalismo dell’autore (cacciato dal seminario dopo aver scritto un pamphlet in cui augurava il crollo dello stesso e la morte del rettore) emerge di continuo nel raccontare dei miracoli prepararti con cura dai compari e di cui viene lasciato intendere il raggiro della credulità popolare, nel tratteggio della congrega dei discepoli profittatori e furfanti, nella figura del Rabbi così sognatrice ed al tempo stesso debole e travolta dagli eventi. Naturalmente anche la resurrezione è fasulla e ottenuta grazie alla complicità dello stesso Pilato e di apposito vino catalettico, inclusa la fuga finale a Roma dove Saulo, capita la potenzialità dell’inghippo prende in mano definitivamente il business. La stesura si potrebbe quasi definire predannunziana, con questo Giuda un po’ Andrea Sperelli che si aggira in ambienti descritti con la carica dell’esotismo erotico alla Delacroix , tali da far ricordare quegli ambienti delle rievocazioni della romanità del cinema muto. Spesso l’esteriorità degrada in un manierismo scenografico dalle volute liberty pour épater le bourgeois, ma non c’è dubbio che al tempo il libro abbia scosso gli ambienti del 1867 dando grave scandalo. Non un grande romanzo certamente, quindi giusto l’oblio che lo avvolge, ma interessante e suggestivo comunque, ricco di ricerca storica e riferimenti accurati, per cercare percorsi di successo comuni, anche se più degni di quanto non abbia fatto Dan Brown, tanto per citarne uno.

P.S. Regalino delle vacanze, se volete potete scaricarvelo gratis qui

mercoledì 31 agosto 2011

Ostinatamente connesso.

Sorpresa. Cari amiche ed amici, le meraviglie della tecnica non hanno limiti, soprattutto nei paesi degni di questo nome. Ecco quindi che pur essendo qui, davanti al mare alla ricerca della pace interiore come panda Po nella sua seconda avventura (da vedere mi raccomando), possa ugualmente, anche se con una certa fatica, rimanere avvinto ai sottili fili della grande rete che avvolge il mondo nel suo abbraccio, allo stesso tempo salvifico e mortale. Così anche su queste coste un tempo barbare e selvatiche, una municipalità attenta, che pur pretende una dura gabella da chi la popola, la sappia restituire in servizi e quindi chi voglia, su uno scoglio sbattuto dall’onda dell’azzurro mare su cui si frange violenta o nei giardini ombrosi dove sotto palme fronzute e non ancora preda del vorace punteruolo rosso, le panchine ospitano gli stanchi pensionati (che hanno potuto riscattare gli anni di laurea in tempo) è possibile a chi lo voglia penetrare il web a suo piacere e uscito dal mare, fresco, umido ed ebbro di iodio, gettarsi in questo altro mare forse più periglioso e difficile, ma sempre fascinoso, dove dolce è naufragare. Pertanto se avevate goduto della speranza di non perdere il vostro tempo nella lettura morbosa delle mie elucubrazioni, sono dispiaciuto, nemmeno questa quindicina vi sarà risparmiata. Avrete mie notizie tra un bagno e l’altro.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!