giovedì 18 aprile 2013

Il Bar Baleta: Il turista.

Disegno di G. Gemme.


Il Bar era un club, un punto di incontro, si potrebbe dire un centro benessere mentale in cui chi entrava, si trovava come protetto da un mondo esterno ed allo stesso tempo, lettino dello psicologo dove essere messo a nudo in tutte le proprie debolezze e difetti e come tale, soggetto agli strali impietosi dei "soci" presenti; un cenacolo (non solo perché uno degli avventori era Ceni) di dibattiti sulle domande fondamentali del pensiero umano e luogo mistico per eccellenza. Rifugio protettivo dai pericoli del mondo esterno in cui potevi rilassarti, prima dall'inquisizione dei professori, poi dall'acredine dei capouffici. Ma il Bar rimaneva a tutti gli effetti un locale pubblico, pur con i due ingressi sapientemente mimetizzati, uno dal portone condominiale, l'altro dalle ombre chiaroscurali del vicolo. Tutto si poteva dire tranne che fosse un cosiddetto Bar di passaggio. Eppure, di tanto in tanto, non si capisce neppure come, la porta si spalancava ed entrava uno dei personaggi, forse tra i più tratteggiati, discussi e motteggiati, nei racconti di quella epopea di ricordi. Come se si fosse spalancato un varco spaziotemporale, ecco che si materializzava un fenotipo alieno, forse proveniente da un'altra galassia: il cosiddetto Turista. Difficilmente questo poteva accadere di sera quando il Bar era piuttosto affollato, ma al mattino, quando il locale era semideserto, capitava che qualcuno improvvidamente e non si sa neppure come, trovasse attraverso la stretta porta degli inferi del vicolo, la necessità di rinfrescarsi con qualcosa da bere in estate o di un caffé d'inverno. 

Il Turista era generalmente solo e dopo l'ingresso sfrontato, si trovava davanti al bancone, cogliendo subito un'atmosfera tutt'affatto diversa da quelle a cui era abituato. Non si trattava certo di ostilità o di atteggiamenti inquisitori, da pub irlandese di provincia o da locale delle downtown nere americane, né dovete pensare ad occhiate dure o tenebrose scansioni dei peggiori bar di Caracas. Al contrario, in chi era al bancone, Gino o il vecchio indimenticabile Baleta padre, o Angelo, scattava di colpo un atteggiamento diverso. Al posto dello scanzonato e disattento ciarlare della vita di famiglia, ecco subito un sorriso e una disponibilità al servizio da locale di blasone. Però nell'aria, qualcosa si era rotto, gli occhi degli occupanti dei tavoli si erano levati dalla Gazzetta dello Sport e osservavano la scena, criticamente in attesa di gesti, segnali, eventi di cui discutere, pontificare, ridere successivamente. Se il bancone era momentaneamente sguarnito, non di rado, l'abitué ruotando compulsivamente il cucchiaino nella tazzina, si girava verso la sala flipper, che dava accesso ai sotterranei, dicendo -Gino, un turista- e lui accorreva trafelato per mettere a suo agio l'avventore casuale. Ma a questo punto l'aria si era inspessita, qualcuno addirittura faceva capolino dalle altre sale per vedere chi aveva ardito entrare e il Turista si trovava al centro dell'incrocio di sguardi, come il bersaglio inquadrato dai mirini dei radar della guerra del Golfo. 

Una insostenibile sensazione di disagio sembrava avvolgerlo, consumava frettolosamente il suo caffé ed usciva velocemente, quasi in punta di piedi, come suggerisce il disegno, seguito dagli sguardi degli astanti, come la bava dei cani. Il plasma della spazioporta si chiudeva dietro il visitatori da altri mondi, che ritornava nella sua Galassia lontana per sempre. Eppure non c'era nessuna malevolenza in tutto questo, anzi per qualcuno era solo sincera curiosità, ma la situazione tutta è un topos tipicamente alessandrino dove, chi arriva estraneo in un gruppo, di qualunque tipo esso sia, dal negozio dei polli in via del mercato, al crocchio sull'angolo della piazzetta, non può fare a meno di sentire su di sé il tiro incrociato, gli sguardi inquisitori, nel caso migliore, un senso di attesa che dice chiaramente - Adès uardùma ischi chì sà ch'el fa - I casi più divertenti o particolari, venivano poi analizzati a lungo nelle serate di cazzeggio. Una volta, si favoleggia che fosse addirittura entrato "un tedesco", generica attribuzione per persona straniera di ignota provenienza. Allora ad Alessandria, città di provincia profonda, l'unico straniero mai visto era il cinese che aveva il negozio storico in via Dante e che era arrivato nel primo dopoguerra vendendo cravatte. Se ne parlò a lungo, con mille ipotesi fantasiose al riguardo. Chissà se qualcuno ricorda qualche particolare più succoso sull'episodio?


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4 commenti:

il monticiano ha detto...

Praticamente un bar clandestino dei tempi del protezionismo.
Racconto-ricordo divertentissimo

Gino Gemme ha detto...

caro Enrico, i tuoi post sono divertenti, spassosi, scritti bene...non posso che esortarti a continuare...chissa' che non sia l'inizio di un libro...Ciao! Gino

massimo ha detto...

e se il turista fosse stata addirittura femmina?

Enrico Bo ha detto...

@monty - Clandestino, ma in sostanza il più noto della città e ormai rimpianto da tutti!

@Gino - Grazie , io proseguo, ma ho bisogno che per ogni disegni mi ricordiate, tipi, episodi famosi e altrio per arricchire il racconto. Io aspetto.

@Max - Ma ilproblema delle donne verrà esaminato nei due prox post sul problema femminile al bar.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!