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sabato 4 maggio 2013

Il Bar Baleta: L'Intrepida.

L'ingresso dell'Intrepida. - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).
Non vorrei aver dato, nel post precedente l'impressione di un bar popolato da misogini barbuti, infastiditi anche dalla sola presenza femminile, per non parlare poi delle caratteristiche fisiche e psichiche proprie del gentil sesso. Tutt'altro. I frequentatori del locale, al contrario erano tutti grandi ammiratori dell'altra metà del cielo, solo che negli anni della ripresa economica (per non parlare naturalmente di quelli precedenti di cui non ho esperienza diretta) la Donna era un genere nettamente distinto dall'Uomo, idealizzato e iconizzato, bramato ed al contempo temuto, in massima parte assolutamente sconosciuto nelle sue sfumature e tratteggiato solo nelle caratteristiche esterne più facilmente riscontrabili. Potremmo definirlo una categoria kantiana. Il fatto che nessuna donna entrasse nel bar era vissuto come una cosa del tutto naturale e alla fin fine anche piuttosto rassicurante, che permetteva una chiacchiera più libera e uno sciogliersi delle difese esterne. L'atteggiamento maschile allora era completamente diverso nel momento in cui si finiva in un ambiente misto, che fosse il luogo di lavoro dove rimaneva eretta una barriera invalicabile data dalle gerarchie o nei luoghi di incontro classici come le sale da ballo (rigorosamente con orchestra) dove il contatto aveva regole dettate dal desiderio formalistico di mostrare un se stesso efficace ed interessante, in ogni caso lontanissimo da ogni forma di cameratismo che sarebbe poi subentrato subdolamente col tempo, con l'introduzione diffusa delle classi miste a scuola. Nella realtà, nei rarissimi casi in cui in quegli anni (gli storici del bar insistono che si potessero contare sulle dita di due mani) un essere di genere femminile era penetrato, attraverso la porta a vetri del vicolo, nella sala del bancone fendendo la spessa nebbia del fumo azzurrognolo delle sigarette, è certo che la vita si fermava completamente. 

Potevi avere l'impressione di quelle immagini freezate in cui ogni figura del quadro rimane come sospesa nell'attività che sta svolgendo in quel momento. La tazzina del caffé sospesa a mezz'aria, la sigaretta che pende ancora spenta dall'angolo della bocca, la carta in attesa di essere calata, ancora in bilico tra le mani. La vita del bar si fermava come se una fata maliziosa avesse lanciato la polverina magica nell'aria dicendo "vi risveglierete dall'incantesimo non appena la principessa se ne sarà andata". E la figura al centro dell'attenzione non poteva non avvertire quell'atmosfera tutt'affatto innaturale, come sospesa, con una gentilezza e cortesia da parte di chi era dall'altra parte del bancone quasi affettata ed anomala, mentre ogni presente osservava, ammirava, presupponeva ed il cervello cominciava ad elaborare stringhe di pensieri inespressi, stereotipi presi dalla banca dati del maschio italico, conditi dalla variante di pensiero alessandrina, irriverente e sarcastica, spesso cattiva a sproposito. Di certo se l'ingresso era avvenuto per un caso fortuito, la signora in oggetto consumava frettolosamente ed usciva ripromettendosi di non ripetere l'esperienza, se invece l'ingresso era avvenuto con intenzione e quasi con sfida alle convenzioni, è probabile che, durante questo spazio sospeso, analizzasse la serie di sensazioni, provando chissà, allo stesso tempo piacere per la sfida portata a termine e forse disagio per una situazione ambientale assolutamente non ostile, ma di certo imbarazzante. La suddetta si ritirava comunque con cautela come una fiera che si rendesse conto di avere invaso un territorio marcato chiaramente da un altro branco, come una leonessa che non protetta dal proprio gruppo, lascia la terra incognita quando si sente circondata da una famiglia di sciacalli troppo numerosa, anche se tutti la guatano solo da lontano, silenziosi. 

Di certo comunque nessuna donna lasciò il terreno, pur periglioso della sala d'ingresso, per avventurarsi nei meandri della sala carte o peggio della zona biliardi. Ma all'uscita dell'essere alieno cosa rimaneva? Di certo qualcosa era accaduto e nell'aria fluttuava a lungo la fantasima lieve di quella presenza ammirata eppure estranea, subito mitizzata ed irreale, frutto proibito di un racconto esotico di cui parlare a lungo. Un aspetto immaginifico che Gino ha mirabilmente rappresentato nel disegno dell'Intrepida, in cui sono racchiuse tutte le caratteristiche, sognate, immaginate e forse neppure mai esistite. Eccola la Donna che entrava nel bar, icona di un desiderio di rottura degli schemi e delle convenzioni in quegli anni ancora da venire, ma di cui qualcosa già fluttuava nell'aria. Intanto aveva i pantaloni (aderenti e fin troppo come si vede bene), che già rappresentavano una dichiarazione esibita di emancipazione dal comune sentire e forse una camicetta dal collettino virginale di cui la primavera, coi suoi umori, accentuava la provocazione. Naturalmente era bionda, promessa di paradisi sconosciuti e desideri inconfessabili, e poi, guardatela come entra, con la sicurezza di chi sa cosa vuole, lo stile perfetto, con quel leggero movimento dell'anca e l'ondeggiamento su un tacco insolitamente generoso, foriero di promesse e sottintesi. Un leggero sorriso ironico sulle labbra rosse e un Borsalino (siamo o no ad Alessandria) a falde larghe un po' sghimbescio per sottolineare ancor di più la propria aggressività. Forse questa donna non è mai esistita e non ha mai varcato davvero la soglia del bar, ma quel che è certo è che tutti pensano che lo abbia fatto un giorno. La realtà è stata di certo diversa. Come quella volta che, forse proveniente dal vicino e misterioso Dollar Club, il primo night aperto in città, di cui si favoleggiava di notti infuocate e, forse addirittura nella presenza di ragazze sole che accompagnavano gli avventori per farsi offrire da bere, entrò una signorina di un tipo assolutamente particolare. 

Gino che armeggiava sotto il bancone per afferrare il sifone del seltz, quando alzò la testa, riuscì solo a vedere che sotto il giubbotto o quel che era, malamente chiuso, non c'era altro che un minuscolo tanga verde ad evidenziare grazie di certo esagerate e generosamente esibite. Il brusio nella sala aumentò gradatamente di volume, mentre si intrecciavano commenti da accademia dei Lincei in strettissimo dialetto locale, per non mettere a disagio l'ospite, che, conscia di certo dell'effetto provocato, lasciò il luogo del delitto in una scia di essenze orientali misteriose ed ammalianti. Fu un errore casuale o un giro di propaganda voluto? Pubblicità progresso? Nessuno lo seppe mai, ma di certo il fatto rimase a lungo nei commenti degli avventori, ogni volta diverso e più ricco di particolari sognati e di certo mai visti, come se ognuno avesse avuto una sua personale apparizione sulla via di Damasco, da raccontare ai posteri per appagare  propri bisogni inespressi. Tutto questo può apparire troppo colorito e forse frutto di quel misto tra nostalgia ed esagerazione che condisce il flusso dei ricordi, ma doveva essere di certo un dogma ben netto nell'ambiente della Piazzetta cittadina, se ancora adesso, a distanza di decenni, ogni tanto qualche signora, incontrando Gino per la strada, dopo una chiacchierata ed i convenevoli di rito, gli sussurra a bassa voce, in un dico non dico ammiccante: "Io una volta ci sono entrata da Baleta!" e se ne va soddisfatta. Gino la saluta con garbo dicendole:"Certo signora, mi ricordo", le sorride e mentre se ne va contenta, butta lì, rivolto ai presenti: "Mica vero, mai vista nel bar!".


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venerdì 3 maggio 2013

Il Bar Baleta: Le donne.

Le donne al bar - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).

La vulgata corrente recita che al Bar Baleta, le donne fossero rigorosamente escluse, con gran dispetto delle medesime, così almeno illustra e suggerisce il disegno. La realtà è un poco diversa, come cercherò di illustrarvi. E' senza dubbio vero che il Baleta, come più volte rimarcato, si poteva considerare un club quasi privato, con una serie di "clienti" fissi, quasi dei soci a pieno titolo, dove non solo le donne, come in tutti i circoli maschili che si rispettavano erano bandite, ma anche i "turisti" erano sopportati come un male necessario anche se tutto sommato sopportabile. Tuttavia bisogna aggiungere anche un'altra cosa. A quei tempi nei bar, in tutti i bar, ed in particolare quelli, cosiddetti con biliardo, le donne non entravano proprio. Non era considerato un luogo adatto alle signore, così come allora le donne non fumavano per strada. Considerando che il bar è stato aperto nel 1929, si può dire che fino agli anni '70, questa era la regola non scritta e rispettata da tutte, anche perché, diciamo la verità, un luogo generalmente pieno di fumo, popolato di uomini che giocavano a carte e al biliardo, parlando di donne e motori, aveva comunque uno scarso appeal per l'altra metà del cielo. Sta di fatto che per decenni il genere femminile in generale, non aveva mai varcato la soglia nascosta nel vicolo, per altro, area poco adatta al passaggio. Le signore, potevano limitare il percorso alla piazzetta, per andare  coi mariti al cinema Moderno o tutt'al più a prendere il gelato da Cercenà. 

Ma il nostro era un bar speciale, così col passare dei decenni, mentre gli altri locali si aprirono a poco a poco alla nuova gentile clientela, una barriera invisibile, se pur solo teorica, rimase come scolpita lettere di fuoco nelle regole del locale, come la tabella dei giochi proibiti che i regolamenti di polizia imponevano di appendere vicino alla licenza. Cominciarono a circolare leggende, come quella che ci fosse un ordine tassativo, in base al quale, a qualunque voce femminile che telefonasse chiedendo di qualcuno, si dovesse rispondere che il ricercato non c'era, ma era uscito un attimo. Si narra poi di signore che fuori del portone di via Alessandro III, aspettavano un avventore a caso in procinto di entrare, pregandolo di chiamare il marito, invitandolo ad uscire per qualche urgenza. Cose di questo genere insomma. E cominciarono così anche gli anni '70, quando gli sconvolgimenti del substrato sociale iniziarono a cambiare lo stato delle cose. Il bar Baleta era rimasto l'ultimo baluardo alla difesa dell'intimità maschile, mentre il femminismo militante si scatenava nelle strade. Verso la fine del decennio, proprio l'anno in cui, ricordo, dovetti ripararmi in un portone nei pressi del tribunale di Milano, inseguito da occhiate minacciose, mentre passava un corteo di sciamannate che urlavano "L'utero è mio e lo gestisco io" e " Maschio represso masturbati nel cesso", la regola incriminata non poteva più oltre passare sotto silenzio. Un bel giorno, si generò lo strappo decisivo. Un pullman di femministe inferocite, partì addirittura da Casale Monferrato, evidentemente baluardo del femminismo militante piemontese, con un piano ben preciso, porre termine a questa insopportabile discriminazione. 

Il mezzo attraversò il Monferrato tra canti di protesta e proponimenti di far valere finalmente il principio della liberazione della donna dalle catene psicologiche e dalle costrizioni morali imposte dal vituperato maschio latino (anche se in fondo l'Alessandrino ha ben poco a che vedere con la latinità in generale; sempre meno gli iscritti al liceo classico, anche se tutti frequentatori assidui del bar). Parcheggiò con difficoltà nella vicina e stretta via Trotti, intasando un po' il traffico locale, ma in quel periodo si era fatta una certa abitudine alle manifestazioni di varia natura, per cui la cosa non smosse le pubbliche autorità ed il corteo, attraversata la piazzetta di slancio, entrò impetuosamente dalla porta a vetri del vicolo. Di botto e del tutto inaspettatamente l'ormai anziano padre di Gino, l'originale Carlo detto Baleta, si trovò davanti al bancone, il gruppo di quaranta Erinni mute che lo guardavano con severità minacciosa. La capa lo apostrofò diretta con una domanda secca e con l'indice puntato: "Cosa dice a quaranta ragazze che sono entrate in questo bar, dove   le donne non possono entrare?". Baleta posò con calma il bicchiere che stava asciugando, squadrò il gruppo con il suo occhio ironico di sempre e rispose: "Mi sentivo solo in verità, ma non è proprio così, purtroppo sono le donne che non vogliono entrare. Quanto a me più clienti ci sono e più sono contento". Offrì da bere a tutte, augurando tra una Coca e una gazzosa, di averle presto ancora come clienti. La furia si smontò e il gruppetto, sedata la sete, torno al pullman sciamando festoso verso altre contestazioni, altre lotte.


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lunedì 12 dicembre 2011

Dormire soli.


Oggi vi offro solo una interessante lirica cinese del X secolo a.C.

Il cane abbaia alla porta.

Il cane abbaia alla porta:
è il mio amore che fa ritorno.
Scalza, scendo ad incontrarlo
e lo trovo ubriaco, stasera.
Lo aiuto a mettersi a letto
ma, ostinato, non vuole spogliarsi.
Lo lascio giacere tranquillo,
è sempre meglio che dormire sola.


Obietterete sicuramente che dopo tremila anni circa le cose sono molto cambiate e che il sentire femminile, non sia più così maschiocentrico. Può darsi, ma tenete conto che la lirica era stata scritta da un uomo.



Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966
                         




lunedì 14 marzo 2011

Micio o macho?

Chissà come funziona quel meccanismo del cervello femminile (a noi maschi totalmente incognito) che, sotto ogni cielo, fa scegliere alle donne l'uomo peggiore, più cattivo, quello che inevitabilmente le farà soffrire, il famoso bastardo insomma. Sarà un ferormone machistico ancora sconosciuto di certo. Il primo che lo isola e lo caccia dentro una lozione da barba, altro che L'uomo che non deve chiedere mai! Quelle che non ce l'hanno con ogni probabilità lo sognano. Naturalmente tutto il mondo è paese e le cinesi dicono: Uomo non cattivo, donna non ama. Se non altro ammirano la bellezza, la cortesia e l'intelligenza del micio, ma quando spunta l'afrore e l'occhio torbido del macho, non c'è lotta. Gli eroi del Rugby, ne sono l'esempio più evidente. Il bello, nell'Impero di Mezzo è che ogni cosa per millenni veniva accuratamente registrata negli Annali del regno, così, ben conservata ha passato indenne gli insulti della storia.

Oggi possiamo leggere le cronache delle spedizioni di ambasciatori nella Roma di Antionino Pio e l'elenco dei doni ricevuti e riportatati indietro. Così come tutti i gossip di ogni epoca. A riprova di quanto detto prima, vi racconto la storia di Loto Bianco, bellissima sorella del principe Chen, che nel 540 a.C. ebbe il privilegio di scegliersi lo sposo, cosa tanto rara da essere appunto riportata negli annali. Infatti i pretendenti erano due e solo perchè il principe non voleva offenderli, passò la palla alla giovane, non prima di aver consultato l'etichetta dettata dal Primo Ministro. Allora costui doveva essere di specchiata virtù morale e materiale, perchè solo chi è pulito nel cuore può governare un paese, al minimo sgarro, anche solo ipotizzato, niente dimissioni, via direttamente la testa, non prima del supplizio detto delle mille morti. Quello dell'epoca era molto saggio e suggerì appunto di far scegliere alla ragazza, togliendo così d'impaccio il sovrano.


Anche se questa clausola era del tutto contraria alla consuetudine i due pretendenti l'accettarono e si presentarono alla ragazza per essere scelti. Il primo vestì i suoi abiti più belli ed eleganti, le sete più preziose e raffinate e presentando i suoi doni rivolse alla fanciulla una richiesta delicata e poetica, che voleva rappresentare la sua natura gentile e innamorata. Il secondo invece si presentò bardato da guerra, con corazza di cuoio e schinieri, fece evoluzioni sul suo carro lanciando i cavalli in una corsa sfrenata. Poi balzato davanti alla ragazza sudato e polveroso, si tolse l'elmo brandendo la spada e la chiese rozzamente in sposa. Loto Bianco con gli occhi accesi dalla passione, gridò: - Che maschio!- e gli concesse i suoi favori. Andandosene verso i suoi appartamenti per preparasi alle nozze, lanciò uno sguardo languido verso l'altro pretendente che, mesto, stava per riprendere la via di casa e col capo graziosamente reclinato, disse: - Che peccato, era così elegante.-



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mercoledì 15 ottobre 2008

Il carattere cinese Nǚ (uguale al kangi giapponese Onna) significa Donna. In contrapposizione all'ideogramma Uomo che è composto di due parti, il carattere di Risaia e di Forza a chiarire che è appannaggio del maschio il duro lavoro dei campi, questo è la stilizzazione di una figurina femminile vista di fianco, graziosamente inginocchiata nell'atto di porgere con le braccia tese qualcosa al suo uomo (padrone, signore). Potrebbe essere una tazza di thè, come un panno morbido per detergersi il sudore o una veste colorata con cui coprirsi dopo l'amore. Questo chiarisce molto sull'idea della distinzione dei ruoli nelle culture orientali; un deciso riconoscere che i due sessi sono nella realtà due specie diverse, contrastanti, in armonia oppure irrimediabilmente avversarie e nemiche tra di loro. Yin e Yang, le due metà della mela o quello che vi pare, ma diverse e con fini differenti. La cultura occidentale nell'ultimo secolo è invece sulla via di eliminare del tutto questa distinzione, annullando le dissimiglianze, cercando di sovrapporre le tipologie anche fisiche oltre che comportamentali e psicologiche, mantenendo al più la "petit difference", ma se ne può comunque discutere. Ovviamente anche in oriente (che teniamo ben presente, stiamo colonizzando culturalmente con il peggio di ogni nostra ideologia) questo indirizzo guadagna ogni giorno terreno, tanto è vero che in Cina la donna ha nel campo lavorativo e del potere "pubblico" molte più "pari opportunità" che da noi. Mi piacerebbe conoscere i vostri commenti su questo concetto e su quello che ne può derivare.

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