mercoledì 26 novembre 2025

Seta 58 - Il lago Khövsgul Nuur

Il lago Khövsgul Nuur - Mongolia - giugno 2025 
 

La mattina arriva in fretta, il tepore che c'era tra le pareti di legno del bungalow durante la notte, visto che la stufa era stata accesa prima del nostro arrivo, è andato via via scemando e adesso che saranno le sette, fa decisamente freddino. Esco fuori che ha appena schiarito, anche per andare in cerca dei bagni che, come avrete ormai capito, in Mongolia, sono da qualche parte nel cortile. Anche lavarsi all'aperto, a 7 °C, così almeno recita il telefonino, è piuttosto fastidioso. Aggiungi il fatto che dal rubinettino posto sotto i serbatoi, praticamente scende solamente un filo di acqua e lavarsi diventa un problema e hai detto tutto. Siamo come si dice immersi nella natura, frase bellissima quando la dici, un po' meno quando la vivi, quantomeno per noi cittadini. Aggiungi un cielo completamente coperto che più grigio non si può e hai detto tutto. Dovrebbe essere una giornata in cui dovremmo stare completamente immersi nella atmosfera della taiga presiberiana, ma un conto è quando la vedi al cinema nei documentari di BBC earth, un altro quando rimani lì, intirizzito come un baccalà appena tirato fuori dal freezer a camminare nell'erba bagnata. La punta del lago è a meno di dieci chilometri dal confine russo e se prosegui ad est, subito dopo il confine in un centinaio di chilometri arrivi ad Irkutsk e al lago Bajkal, una delle meraviglie naturalistiche più famose della Siberia. 

Ricordo ancora quel gennaio del '93, quando ammiravo la sconfinata superficie ghiacciata del lago a - 28°C, con l'aria gelata che ad ogni respiro mi dava una fitta in centro al petto, stupito del camion che passavano sulla strada creata sulla superficie sulla lastra di oltre quattro metri di spessore e Kostantin che mi diceva: - Eh certo che ormai non fa più quei bei freddi di una volta, quando a questa stagione difficilmente il termometro saliva sopra i - 40 °C! -. Già, ma adesso siamo in estate e questo  lago che dovrebbe essere l'attrazione turistica mongola numero uno, appare un po' triste, anche con le sue foreste infinite che ricoprono i fianchi delle montagne circostanti. Tuttavia mi sembra doveroso spendere due parole su questo lago, diventato ormai meta di un turismo internazionale piuttosto consistente, si parla ormai di oltre 100.000 presenze all'anno, cosa che tanto per cambiare, ne sta minando la salute ecologica e non solo. Il Khövsgul Nuur è comunque il più grande lago del paese, lungo 123 km e largo una cinquantina nel punto maggiore e, con la sua profondità di circa 260 metri, contiene all'incirca il 70% dell'acqua dolce del paese. E' considerato una sorta di fratello minore del vicino Bajkal, condividendone gli aspetti geologici, tettonici ed ecologici. 

Siamo infatti a circa 1700 metri, all'interno del sistema della taiga, tra foreste di pini e larici siberiani. Il lago ed il territorio più ad ovest di esso sono considerati uno delle zone climaticamente più inospitali del mondo, con una media invernale al di sotto dei 25 °C, che scende spesso sotto i 60 °C. Tuttavia qui intorno sono presenti diverse etnie di nomadi, molto particolari, almeno 100.000 persone tra Buriati, Tuvani, Darkhad e soprattutto i famosi Tsaatan, nomignolo spregiativo che significa Uomini renne, con cui sono chiamati dai Mongoli. Questa gente, che già il regime sovietico ha tentato inutilmente di stabilizzare, costruendo una cittadina nel nulla, oggi popolata di ombre e di negozi di alcoolici, che contribuiscono al degrado finale di questo popolo che ricorda un poco i nativi americani, con la stessa tipologia di tende coniche, continuano a vivere di nomadismo estremo, campando unicamente delle loro mandrie di renne dalle quali ricavano tutto quanto serve alla loro sopravvivenza. Negli ultimi decenni le renne venute a contatto con gli escrementi di ovini e caprini degli altri nomadi della zona sono state decimate dalla brucellosi e da altre malattie, aumentando le difficoltà di questo popolo in estinzione. 

Dediti allo sciamanesimo, hanno tuttavia una storia ricca di leggende e la loro cultura è tramandata in una loro lingua, appartenente al ceppo turcomanno. Naturalmente sono inseguiti dal turismo predatorio che darà loro l'ultima mazzata contribuendo a distruggere definitivamente la loro fragile cultura. Oltre a ciò la chiusura abbastanza decisa della frontiera, impedisce ormai gli spostamenti di questi nomadi che sono praticamente rimasti imprigionati da questa parte del territorio, impedendo loro le tradizionali migrazione nella confinante repubblica di Tuva, aumentandone così il disagio esistenziale e la prosecuzione delle loro tradizioni.  Comunque sia tutta l'area rimane un paradiso di diversità biologiche dove allignano tutta una serie di ungulati siberiani, lupi grigi e orsi bruni, oltre alle aquile reali, ed oltre altre cento specie di uccelli. Non faccio cenno al famoso coregone bianco del lago, che ormai diventata specie protettissima, non si può certo più mettere in tavola, né alle specifiche varietà di trota, temolo e persico reale. Insomma un luogo dove forse varrebbe la pena rimanere diversi giorni per muoversi alla scoperta del territorio, soprattutto a cavallo, per goderne la selvaticità, le acque cristalline, le cascate ed i fiumi, le foreste maestose e quel senso di immersione nella natura lontana dalla civiltà che oggi molti cercano e rimpiangono dalla loro torva scrivania di bancari frustrati. 

Purtroppo noi ci capitiamo per un solo giorno (avendone perso come vi rammenterete uno e mezzo per strada), per giunta grigio e piovoso. Facciamo intanto, per consolarci, una infreddolita ma abbondante colazione, con uova, salciccia e altro ben di Dio siberiano e poi andiamo a  passeggiare sulla riva del lago le cui acque però non sono affatto dell'incredibile blu scuro che raccontano le foto ed i report di viaggio letti sul web, ma di un bel grigio piombo, punteggiato dalle gocce di pioggia che nel frattempo comincia a scendere. E va be', che ci vogliamo fare se questo giro continua all'insegna della sfortuna. In ogni caso possiamo almeno consolarci del fatto che la temperatura e la pioggia non consentono ai famigerati e ferocissimi sciami di zanzare siberiane di prendere il volo, cosa mai menzionata dalle guide e dai turisti, straniati dalla bellezza e dal panorama, ma che in estate sono uno dei flagelli più temuti della taiga, altro che orsi e lupi feroci. Non c'è dubbio però che il luogo abbia una sua bellezza intrinseca, ma il tempo infame, l'umidità ed il freddo piuttosto intensom non ce lo fanno godere appieno, oltretutto data la pioggia, dobbiamo rinunciare alche al trekking previsto all'interno della foresta alla ricerca delle alci selvatiche. 

Tiriamo così mezzogiorno per andare nella sala comune dove ci aspetta un pranzo a base di carne non ben meglio identificata e purè di patate. I bambini rubicondi che ci stanno attorno e ci assistono nel caso manifestassimo particolari bisogni, sono sicuramente bellissimi, difficile capire a quale etnia appartengano. Corrono nel prato bene infagottati nei loro giacconi lunghi e ci guardano un po' come bestie rare affidate alla loro cura. In fondo al cortile, Tumroo, così abbiamo capito, si chiami il nostro autista, a torso nudo, incurante della temperatura, sta lavando il pulmino sotto la pioggia. Canta sereno, oggi almeno, complice il tempo potrà dormire tutto il giorno. Certo fosse una giornata migliore, si potrebbe andare in giro in cerca di qualche accampamento di Tsaatan, o alla grotta di Dayran Deerkhii, la più grande del paese dove la leggenda racconta di un potente sciamano che rapì addirittura una bellissima figlia di Gengis Khas trasformandola in una statua di pietra, quando il padre arrivò per cercarla o ad Olon Golin Belchir, la confluenza dei fiumi che poi passa la frontiera e si riversa nel Baikal o al vicino lago Bianco Tsagaan nuur o ancora nella vicina depressione di Darkhaad che conteneva un lago gemello oggi prosciugato. 

Insomma ce ne sarebbero di cose da fare qui attorno, ma tra il tempo che manca e le condizioni climatiche, alla fine non facciamo proprio nulla se non girolare qui e là ad ammirare la selvaticità dei dintorni. Nel pomeriggio tuttavia si farà un giro a cavallo in luoghi nascosti attorno al lago. Arrivano infatti subito i bambini che bardano con attenzione i quadrupedi in attesa, con i sottosella riccamente ornati e le selle borchiate, mentre i piccoli cavali che brontolano fumando dalle froge. Alla fine si parte, mentre la pioggia si infittisce, è il destino barbaro e rio, che insegue Fantozzi, non c'è che dire. Al ritorno dopo un'oretta di sofferenza pura, il rientro nei bungalow è provvidenziale. Una bellissima ragazzina, arriva di corsa con le braccia colme di legna appena tagliata e accende la stufa che in poco tempo diventa rovente e riscalda ben bene la stanza. Bisogna cambiarsi completamente perché l'acqua penetra dappertutto, mutande comprese, ai poveri turisti sprovveduti, non certo protetti dai robusti giacconi impermeabili dei cavalieri mongoli. Tuttavia mettiamo agli atti anche questa e provvediamo ad andare a cena senza neppure l'opportunità di vedere il tramonto sulle acque, di cui si dicono meraviglie. In premio la carne stufata è talmente dura che dobbiamo abbandonarla quasi completamente nei piatti. La ragazza riporta un'altra catasta di legna nella baracca, almeno che duri tutta la notte, poi ci si butta sotto le trapunte spesse e chiudiamo gli occhi in pace con noi stessi ed il mondo. 


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:













martedì 25 novembre 2025

Seta 57 - Verso nord

I templi di Qaraqoeum - Mongolia - giugno 2025 - (foto T. Sofi)
 

Comunque alla fine si parte, anche se mezzogiorno è passato da un pezzo. La nostra meta dovrebbe essere a circa 550 km di distanza e se la strada è buona, ce la dovremmo fare, anche se il nostro autista continua a farci capire che è impossibile e che dovremmo pensare a soluzioni alternative. Noi speriamo che la barriera linguistica sia il solo problema che non ci consenta di afferrare appieno il messaggio del pilota e facciamo finta di non aver capito, cosa tra l'altro reale. Ad un tratto ecco che molla la strada buona e prende una pista che si infila in una valle verde. Sarà una scorciatoia, pensiamo subito, il fatto è che la velocità passa subito dai quasi 90 km/h a meno di 40 e questo complica decisamente le cose per la tabella di marcia. Il paesaggio, tuttavia, è diventato magnifico, percorriamo valli infinite con pascoli ricchi, costellati di laghetti e stagni di piccole dimensioni. Col sole alto nel cielo appaiono come zaffiri incastonati in un pavimento di smeraldo. Le mandrie si moltiplicano, soprattutto di cavalli che brucano l'erba fresca voluttuosamente, questi sì che sono pascoli che fanno gola. I gruppi di giumente coi puledri nati da poco sono sparsi dappertutto, mentre al margine del gruppo, noti subito uno stallone dalla criniera foltissima e dalla coda nera che caracolla intorno preoccupato più di sorvegliare le sue femmine che di nutrirsi di un'erba così golosa. 

Attraversiamo una zona piuttosto acquitrinosa e, con le zampe nell'acqua ecco due gru grigie che scavano il fondo in cerca di cibo, con i lunghi becchi. Sono le cosiddette demoiselles de Numidie (Grus virgo), che d'inverno migrano fino alla lontana India scavalcando l'Himalaya e che avevamo visto in Rajastan anni fa. Un viaggio quasi impossibile che pure loro compiono ogni anno per sottrarsi ai -30 C° e più, che arrivano implacabili da queste parti. Intanto la valle finisce e faticosamente risaliamo verso un passo, mentre la velocità continua a rallentare. Ecco un'altra valle nella quale scendiamo e percorriamo per un tratto e poi ancora si risale e si ridiscende. Stiamo facendo un su e giù incredibile attraverso una serie di rilievi paralleli che costringono la strada a tortuose curve. Certamente è un ambiente bellissimo, credo che abbiamo percorso un lungo tratto all'interno del parco nazionale della valle dell'Orkhon, ma di chilometri se ne fanno pochissimo, dopo tre ore di giravolte ne avremo fatti meno di un centinaio. Continuiamo a consultare disperatamente tutti i mezzi a nostra disposizione, Maps.me, Google map, che qui inopinatamente funzionano e a noi sembra che stiamo andando da tutt'altra parte di quella prevista, anche lo studio dei punti cardinali dice che ci stiamo muovendo verso est invece che verso nordovest, accidenti, carta canta. 

I tentativi di segnalare la cosa al nostro autista, con continue richieste di spiegazioni, si scontrano con  una serie di grugniti, che non riusciamo ad interpretare in nessun modo. Alla fine la nostra disperata perplessità deve arrendersi e ci lasciamo andare agli eventi. Lasciamo fare a lui quel che deve succedere succederà, non si può fare altro e godiamoci il panorama. Intanto passiamo per una cittadina tra le montagne piuttosto grande, ma fatta come al solito da una distesa di recinti che racchiudono gher e baracche di legno verso il centro, probabilmente un paese dove si raduna la scarna popolazione degli alpeggi vicini durante l'inverno e continuiamo su una strada sempre sterrata, ma di dimensioni più grandi, quasi fosse approntata per un futuro di asfalto. Qui si procede un po' più velocemente e cominciamo ad incrociare altri mezzi sempre con maggiore frequenza. Ad un certo punto cominciamo a costeggiare un evidente progetto di futura strada, rialzata rispetto al nostro livello e con frequenti mezzi di movimento terra al lavoro, addirittura di tanto in tanto riusciamo ad introdurci su questa carreggiata e a percorrere diversi chilometri su quella che è ormai un percorso battuto in attesa di bitumazione. 

Intanto sono quasi le cinque, ma finalmente arriviamo a Bulgan, Una cittadina di almeno 10.000 abitanti a meno di 150 chilometri dal confine con la Russia siberiana, popolata principalmente da Buriati che non amano la vita nelle gher e infatti, qui intorno vedi solo casette di legno dall'aspetto nordico. Finalmente è comparso l'asfalto e la strada diventa buona, forse il nostro autista era a conoscenza che questo era l'itinerario migliore, ma compulsando le carte vediamo con orrore che per arrivare a Mörön ci sono quasi 340 km e almeno altri 100 per arrivare al lago e sono già le 5 del pomeriggio! Non ci resta che abbandonarci agli eventi. Lasciamo velocemente Bulgan alle nostre spalle dopo aver fatto rifornimento e procediamo in un ambiente che diventa sempre più bello e rigoglioso. Qui vedi campi coltivati a cereali e verdure, qualche frutteto, case sparse sulle pendici dei rilievi e cominciano a comparire boschi e vere e proprie foreste di alberi, i primi che vediamo in Mongolia. Siamo ormai oltre i 1500 metri costantemente e la strada sembra risalire ancora. Qui l'ambiente naturale è ormai completamente diverso da quello in cui eravamo questa mattina, Dall'altopiano desertico siamo passati alla taiga siberiana, con una serie di vallate verdissime caratterizzate da un clima continentale specifico, con inverni freddissimi e brevi estati molto piovose che ingrossano i fiumi che scorrono verso a nord verso l'Artico. 

Le foreste diventano sempre più ricche ed estese. Lontane oltre a qualche piccolo villaggio più colorato, si vede anche qualche piccolo tempio dai tetti dorati che brillano in lontananza. Intanto, dopo una giornata di sole, ha cominciato a piovigginare, da un cielo gonfio di nuvole grigie che però all'orizzonte tra cime lontane lasciano passare la colata vermiglia di un tramonto assolutamente fuori dal comune. Gli ultimi raggi passano al disotto degli strati lontani e illuminano la coltre grigia che si incendia, colorando alfine tutto il cielo di viola carico, mentre si aprono le cataratte e comincia a piovere a dirotto. La strada continua a salire e ormai è diventato buio. Il nostro, che guida ininterrottamente da stamattina alle sei, quando è venuto a prelevarci nel deserto, salvo la sosta di un paio d'ore attorno al mezzogiorno, sembra decisamente stanco e quando finalmente arriviamo a Mörön, la città principale del distretto, sono quasi le 11 e bisogna fermarsi, quantomeno per esigenze fisiologiche e trovare un supermercato aperto per prendere qualche cosa da ingurgitare. Ne peschiamo uno ancora illuminato e velocemente ci riforniamo di quanto serve. Per il resto finiamo per usufruire di un vicolo dietro le prime case, tanto è buio pesto e non si vede in giro nessuno. 

Poi bisogna procedere perché al lago mancano ancora 100 km. Il nostro scrolla il testone, mentre noi, spietatamente, lo incitiamo a partire e non vorrei dire, ma mi sembra che stia crollando dal sonno. Stiamo arrivando verso i 2000 metri di quota e la strada verso il lago, se pur di montagna, procede abbastanza rettilinea, anche se il nostro ha decisamente diminuito la velocità. Incrociamo i fari di molte macchine; Il lago Khövsgul Nuur è forse la meta turistica più importante del paese e anche i Mongoli che se lo possono permettere vengono fin qui dalla capitale per godere della sua bellezza, anche se ci vuole un giorno di viaggio per arrivare, quindi sembra che sulle sue rive siano sorti tutta una serie di campeggi e strutture per un turismo bucolico di amanti della natura. Anche noi però crolliamo dal sonno quindi non possiamo neppure mettere in atto qualche modalità per tenere sveglio il pilota che continua a stropicciarsi gli occhi e a scrollare la testa, tanto ha capito che di riffa o di raffa bisogna arrivare fino in fondo e quindi continua a procedere, se pur lentamente, quasi appoggiato al volante. Alfine arriviamo al lago; butto un occhi all'orologio, è ormai la mezza. La cittadina sembra ancora sveglia e sul lungolago c'è anche qualche locale ancora illuminato. Crediamo di essere arrivati e invece no. Infatti bisogna ancora trovare il campeggio, dove dovremmo essere attesi, almeno speriamo. 

Il tipo telefona, poi prende uno stradino sterrato che procede lungo la riva del lago, speriamo bene perché il lago è lungo almeno cento chilometri e non abbiamo idea in quale punto sia la nostra meta, Non ci resta che procedere nel buio fitto della foresta, anche se la strada diventa sempre più malandata e si procede a fatica. I campeggi continuano ad apparire lungo la strada, nascosti tra gli alberi, ma l'insegna col nome che cerchiamo disperatamente non è mai quella giusta. Di tanto in tanto si ritelefona e si riparte, nel buio più fitto, rischiarato solo dai fari del nostro van. Qualche luce lontana alla nostra sinistra dove dovrebbe essere il bordo del lago, occhieggia di tanto in tanto, ma sono tutti falsi allarmi. Qualcuno di noi è già crollato e russa sonoramente, io dormiveglio, per fortuna la necessità della ricerca tiene sveglio chi guida, intanto io ho lasciato ogni speranza, ci siamo irrimediabilmente persi nella taiga come nel film di Dersu Uzala. Finalmente, quando vi dico la verità, non ci si sperava più e si temeva un'altra notte a bordo, ecco l'insegna desiderata, seminascosta tra gli alberi; una fioca lampadina accesa; qualcuno che apre un cancellone che dà l'accesso ad un prato. Ombre nere nella notte ci scaricano i bagagli e ci infiliamo di corsa nei bungalow di legno dai tetti aguzzi, decisamente spartani che ci aspettavano. Il sonno cala benevolo e mi cuce le palpebre immediatamente. Sono le due e tutto va bene, dice la sentinella elettronica.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:














lunedì 24 novembre 2025

Seta 56 - L'antica capitale

Le mura di Qaraqorum - Mongolia - giugno 2025 - (foto T. Sofi)
 

Anche la strada ed il paesaggio sono decisamente cambiati, man mano che si procede verso nord infatti, il terreno diventa più ondulato, le colline si alzano ed i pascoli sono più ricchi, il verde più intenso, il bestiame più frequente così come i gruppetti di gher bianche che li punteggiano. Hai subito la sensazione che ci sia più vita in giro e quasi scompare la sensazione di desolata solitudine che dà il deserto, specialmente quando non è fatto di scenografiche dune dorate, ma è una semplice steppa piatta come una pelle spelacchiata e rugosa di un vecchio malandato. Invece questa terra verdissima ti dà un rallegrante senso di vita, anche se la totale mancanza di alberi ne sottolinea la diversità. Sarà che abbiamo risolto un problema, sarà che l'asfalto sotto le gomme, sia pur meno romantico e avventuroso, è tanto più comodo, visto che i chilometri da percorrere sono tantissimi, ma procediamo finalmente allegri e fiduciosi. Il nuovo autista, al contrario di Nyamkaa, parla molto, ma dato che sa esprimersi solo in  mongolo, non capiamo assolutamente nulla di quello che ci dice ed è quindi assolutamente inutile fargli domande o chiedergli spiegazioni sull'itinerario, tanto neppure lui ci sta ad ascoltare. A domanda specifica, annuisce vigorosamente, poi risponde a caso e, per lo meno dalle parole che riusciamo ad afferrare, si riferisce ad altro. 

Così arriviamo finalmente a Kharakhorum, in pratica l'esatto centro del paese. Il luogo ha una grande importanza storica essendo stata la capitale dei Khan fino a quando Kublai Khan (quello di Marco Polo), non trasferì la corte a Cambaliq, l'odierna Pechino. Qui invece è arrivato anche il francescano Giovanni da Pian del Carmine nel 1246 e pochi anni dopo, un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruck, ne racconta le mura quadrate ed il palazzo regale, posto al centro, di legno e con cinque maestose navate. Certo che allora la gente ne faceva di strada, massimamente a piedi! Tuttavia quando la stella dell'impero mongolo tramontò ed i Ming fecero fuori la dinastia Yuan, la città fu distrutta nel 1388, ma le mura rimasero, seppure in rovina. Certo che i Cinesi se l'erano legata al naso quella dominazione mongola durata oltre cento e cinquanta anni e non gli era parso vero di riuscire ad invadere proprio le terre dei ferocissimi guerrieri Nu, che li avevano terrorizzati per secoli, con le loro continue invasioni e contro i quali era stata costruita la ciclopica quanto inutile Grande muraglia.  Così la distruzione fu quasi completa e su questa area sorse alla fine del 1500, con  la diffusione del buddismo, il monastero tibetano di Erdene Zuu, utilizzando le pietre della città semidistrutta, all'interno delle mura stesse, arricchite lungo tutto i perimetro quadrato da 108 stupa bianchi, il numero dei grani del rosario tibetano. 

Il luogo divenne così una vera e propria città templare, come le molte sorte in Cina nel periodo dell'espansione tibetana e vide la costruzione all'interno della cerchia, che è di circa 400 metri di lato, di centinaia di edifici e decine di templi, che giunse il suo apice nell'800. Poi nella grande epurazione del 1939, furono uccisi migliaia di monaci e le costruzioni distrutte in massima parte. Pare che addirittura Stalin in una sua visita, impose di conservare il rimanente, che diventò quindi museo prima di essere restituito ai religiosi negli anni '90. Ci arriviamo dopo aver passato di qualche chilometro la vicina città di Harhorin ed effettivamente la cerchia di mura bianche che ti si pone davanti sullo sfondo delle montagne verdi, ha un bell'impatto. Certo, intorno c'è il consueto ambaradàn del turismo orientale, con annesso centro visitatori, locali, ristoranti e banchetti, oltre ai figuranti con le aquile in braccio in posa per le foto a pagamento, ma che ci vogliamo fare, se oggi i viaggi sono diventati di massa e, grazie a questo, tutti se li possono permettere a prezzi accettabili, senza essere esploratori che hanno dedicato la vita a queste cose, bisogna accettarlo, anche se qui si aprirebbe un lungo discorso. Sicuramente arrivare qui dal deserto e trovare tutto questo sito isolato e remoto, magari coperto da un velo di neve, sarebbe una emozione straordinaria. 

Ma altrettanto certamente, se così fosse, non saremmo nelle condizioni di permettercelo e neppure di farlo, viste le ovvie difficoltà che sorgerebbero ad organizzarlo. Dunque contentiamoci di spartire l'emozione con i gruppi di Cinesi e Coreani che si bardano da antichi mongoli, con pellicce e cimieri variopinti, in posa per le foto di rito e percorrono gli spazi interni della cittadella con passo marziale, da conquistatori, brandendo sciaboloni e mazze ferrate. In effetti entrare dalla grande porta rimane comunque una esperienza emozionante. In fondo stai percorrendo la strada calcata da Temucin quando si avviava alla conquista del mondo, in groppa al suo cavallo, seguito da un'orda di guerrieri invincibili, bardati da corazze fatte di strati accoppiati di seta, che risultando impenetrabili alle frecce, li facevano credere immortali, visto che, se colpiti, cadevano di sella e prontamente ci risalivano. La resistenza di questo materiale è infatti davvero incredibile e forse non sapete che l'imbottitura dei moderni giubbotti antiproiettile è fatta con lo stesso materiale, ricavato dai bozzoli fallati, distesi e messi uno sull'altro a formare uno spessore leggero ma resistentissimo. 

Li vidi produrre in una fabbrica di Su Zhou, qualche anno addietro e non credevo ai miei occhi, ma questa è una tradizione inventata 800 anni fa e che ancora funziona oggi. Ma noi continuiamo la nostra passeggiata all'interno della cerchia delle mura, passando da un tempio all'all'altro, quelli rimasti naturalmente. Qualcuno è stato trasformato in museo ed espone una bellissima serie di tankhe ottocentesche ed anche più antiche, oltre a molti oggetti devozionali del buddismo tantrico. Nel tempio centrale, la statua del Buddha del presente è una delle più belle e ricche che potrete ammirare in Mongolia. Ovviamente l'atmosfera non è particolarmente raccolta, visto il molto pubblico che si aggira nelle sale, ma basta uscire nel vasto spazio interno della cote, che ricordo è di 16 ettari od oltrepassare la porta posteriore della città, per allontanarsi di un poco nei prati circostanti. perché la massa scompaia a poco a poco e la sfilata degli stupa bianchissimi, forse sono stati ridipinti di recente, che spiccano sullo sfondo verde smeraldo che li circonda, è davvero impagabile. Le punte aguzze spiccano contro le alture lontane, le nubi bianche sul cielo indaco, ricordano gli sfondi degli affreschi delle pareti dei templi. 

Ma la devi prendere con calma, perché comunque siamo a 1500 metri e l'affanno che senti se cammini troppo in fretta, non è l'emozione, ma l'altitudine. Bandierine colorate, qualche monaco salmodiante raccolto in preghiera, pinnacoli dalla punta dorata, occhi di Buddha che ti osservano, qui senti chiaramente di essere in una terra dai sentori tibetani e comprendi il legame forte che ormai c'è tra Mongolia e Tibet, al di là di una parentesi sovietica che non è certo riuscita ad intaccare questa tradizione secolare. Bisogna considerare che gli aspetti e le tradizioni religiose, hanno comunque quasi sempre una prevalenza culturale sulla storia di un paese e dei popoli che lo abitano. Noi intanto, mangiamo qualche cosa ai banchetti considerando che siamo andando avanti a biscotti da ieri mattina e continuare a filosofeggiare non riempie le pance che cominciano a brontolare e poi è ora di andare, anche perché sono le 11 passate e siamo quindi in ritardo di oltre mezza giornata, considerato per questa sera bisognerebbe arrivare al lago di Hovsgoi Nuur, l'altra meraviglia naturalistica mongola, all'estremo confine nord con la Siberia. Quando cerchiamo di farlo capire all'autista, si mette a ridere, anche se noi non ne capiamo il motivo. Almeno per adesso.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:














Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!